Il bacio di Lesbia/XX

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La Boòpis

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XIX XXI
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XX

LA BOÒPIS


Perché questo grande uomo, quando era riscaldato in una sua orazione, nessuno lo fermava più.

Ma oggi che quello scenario di passioni e di genti non è più, e rimangono soltanto le parole di lui, ci piace esaminarle queste parole non con indifferenza, non con parzialità, non con gli occhiali dell’erudito. Non so nemmeno io dire come. Così! Ha ragione Cicerone, ha ragione Clodia: tutti abbiamo ragione.

Per Giove Statore! Quasi quasi sarei per dire che ha ragione anche la critica pura della ragione.

Le insolenze di Cicerone contro Clodia si trovano in molti luoghi, e più specialmente in una orazione che egli tenne per difendere il già nominato Celio, in una grande causa, davanti al popolo romano.

Clodia vi appare cosi repugnante che Taide è trattata da Dante con più riguardo. Forse Taide e Mirra scellerata, messe insieme!

E anche qui non possiamo a meno di [p. 144 modifica] ammirare lo spirito e la fantasia dei Greci, quando l’areopago di Atene prosciolse Frine da ogni accusa di empietà. Il suo avvocato Iperide la difese con un sol gesto: strappò a Frine il manto che la copriva e la rivelò tutta nuda a quei giudici. Un bagliore di bianchezza si diffuse; un divino sorriso balenò e la bellissima etera andò libera. Frine era di tale bianchezza che era sopranominata la Paliida, di tale perfezione che poteva sostenere la terribile prova del nudo.

È facile pensare quello che avrebbe fatto Cicerone, che poi era un artista, se avesse potuto colpire Clodia nella bellezza, e dimostrare: «Vedete, o giudici, Clodia come è brutta!», o almeno: «Vedete come è stupida!»

Questo era impossibile, anche perché Cicerone non riusciva, nemmeno come avvocato, a falsare interamente la verità. Si provò a deformarla: ma il ritratto della formazione gli sorti, mal suo grado, l’opposto.

E allora rivolse tutta la sua arte nel creare per Clodia una magnifica toletta di orrore morale, e per raggiungere maggiormente l’effetto, fece un gruppo statuario: il fratello e la sorella: Clodio e Clodia.

Questo Celio però non era persona da destar simpatia : avrebbe, o lui di persona o [p. 145 modifica] le mandante, ucciso gli ambasciatori del re d’Egitto.

Cicerone diceva che non era stato lui, e Clodio sosteneva che era stato lui.

Questo Celio fu già ricordato tra i vagheggiatori di Clodia; ma si vantava di averla lasciata, e ciò non depone in favore dei sentimenti cavallereschi di lui.

Cicerone non nomina per nome Clodia, ma per sopranomi, e il primo sopranome è Boòpis, tanto che se apriamo un testo di letteratura latina, quei letterati, dovendo parlare di queste faccende, la chiamavano «la Boòpis» senz’altro.

Nella sua intenzione, dicendo Boòpis, Cicerone voleva fare una spiritosità maligna, ché non trovando nulla da dire sul resto, prende di mira gli occhi di lei, come dire «la occhialona», «occhi di civetta, occhi meretricii, occhi di svampa». Ma naturali! Non fucati ad arte, se no l’avrebbe ben detto!

Non si ricordò, o gli sfuggi, che boòpis indica quel languido intento umidore che è nella nerezza cangiante in azzurro nei grandi bovini. Non pensò a Euripide, che parla del come e del quando fu sedotta Pasifae, non si ricordò che Boòpis era chiamata da Omero la gloriosa regina di Olimpo. E quegli occhi sono fulgenti, ardenti: la flagrantia degli occhi di lei: «gli occhi della ardente sorella»! [p. 146 modifica]Non arse anche lui a quella fiamma? E flagrantia è parola cosi vicina a fragrantia, che Cicerone fa Clodia tutta profumata, rosa fragrans, mentre era sua intenzione rappresentarla fetida, come quella disgraziata di Taide.

E nemmeno Clodio è ricordato per nome, ma con un giro di parole infamanti: «il marito della sorella».

Anche Cicerone del coraggio ne doveva avere per trattare cosi un uomo come Clodio.

— Scusate, scusate, o Romani, — diceva Cicerone —: io mi sbaglio continuamente e vi prego di avermi perdonato: volevo dire il fratello di Clodia. Strano! Mi vien sempre da dire: «il marito di Clodia»!

Il popolo romano ride. E noi qui faremo verecondo punto.

Clodio era di «notissima libidine» e lo dice anche il mio Calepino del seminario di Padova, e l’esempio di Clodio non era di edificazione né per Clodia né per le altre due sorelle. Sta il fatto che queste nefandezze non vietarono a tutte e tre le sorelle di essere onorevolmente collocate in matrimonio.

Plutarco dice: « orreva voce pubblica che Clodio avesse avuto commercio con le sorelle», e basta!

Ma questi sono argomenti per il dottor [p. 147 modifica] Sigismondo Freud, e per quei romanzieri che trattano simile materia di psicanalisi.


Un altro sopranome di Clodia è Quadrantària, che sarebbe press’a poco come Diobolaria: femina da due o da un quattrino.

Possiamo ammettere che Clodia avesse bisogno di danaro: una donna elegante ne ha sempre bisogno, e non è giusto farle rimprovero: essa ricambia con la contemplazione delle sue grazie.

E non ne sono avidi gli uomini stessi che siedono pastori e giudici dei popoli, e non hanno grazia?

Quadrantària! Un quadrante, il prezzo di un bagno popolare. Per una dama, per la moglie di un console, via, non è ammissibile!

La spiegazione di questa «quadrantària» sarebbe un’altra. Fu uno scherzo di pessimo genere che le fece uno di quei suoi galanti. Le donò una borsetta che lei credette piena d’oro, e invece erano miserabili monetine indorate chiamate quadranti.

E dopo Quadrantària ecco diventa Clitemnestra quadrantària perché come Clitemnestra aveva ucciso Agamennone, cosi lei aveva fatto scomparire il marito Metello. Fu anche chiamata Medea Palatina perché, come Medea, la incantatrice lussuriosa commise molte [p. 148 modifica] crudeltà che furono poi celebrate in tragedia sin da poeti a noi vicini, cosi Clodia avrebbe soppresso quel Celio con quella acquetta tofana, detta anche manna di San Nicolò, che fu la preferita delle avvelenatrici.

Queste reminiscenze letterarie di Medea e di Clitemnestra, come in un carme alessandrino, sono sospette.

Per quel che riguarda Celio, si può anche ammettere: un uomo che mette in piazza una dama può meritarsi la contro-partita.

Ma Clodia aveva proprio necessità di liberarsi del buon Metello? Che Metello Celere fosse uomo integro è cosa certa, ma che fosse cosi avveduto nelle faccende coniugali, si da doversene lei liberare, non sembra.

Occupato nel reggimento della cosa publica, non poteva veder tutto e se anche vedeva, non era terribile come furono i mariti dell’evo medio.

Pare, anzi, che poco vedesse e meno capisse nelle faccende intercorrenti tra sua moglie e Catullo. Ce lo dice Catullo stesso in una sua poesia.

«Quando lui era presente tu, o amor mio, parlavi male di me. Ciò gli faceva tanto piacere. Ma come è scemo! Se lei non avesse parlato niente di me, allora si ci potevi credere che lei non era innamorata e non pensava a [p. 149 modifica] me. Invece quando lui sentiva parlare contro di me, quando la vedeva furibonda contro di me, era felice, e non capiva niente. È allora che dovevi capire, o povero cornuto, che lei pensava a me, che lei bruciava d’amore per me.»


Se Clodia, nel mondo di quelle perpetue tenebre, di cui parla il suo amico Catullo, udisse ripetere le oltraggiose parole che contro di lei sono stampate nelle storie, appena le degnerebbe di un moto del fiero suo labbro.