Il bacio di Lesbia/XXVI

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La casa sepolta

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LA CASA SEPOLTA


Ecco che mentre vado ricordando Lesbia e Catullo, mi imbatto in questa dichiarazione che da principio mi fece un senso quasi spiacevole: «Lesbia, Lesbia, io ti ho amata più di un amante: ti ho amata come un padre ama una figlia».


Molte sono le dichiarazioni d’amore che i poeti composero per la donna da essi amata: ma io non ricordo di averne udita una simile a questa di Catullo.

— Ciò è per lo meno molto stravagante!, — dicevo fra me — . Tanto più che lei aveva sette o otto anni più di lui.

Ed ecco un’altra dichiarazione: questa è quasi tragica: «Tutta la nostra casa è sepolta». Le ripetiamo queste parole in quel suo latino: tota nostra domus sepulta est.

Come? Non ha Catullo una casa?

Sul lago di Garda esiste tuttora la casa di Catullo. La gente ne addita ancora le rovine: olivi e cipressi la frondeggiano, le onde del lago vengono a morire su la riva. [p. 175 modifica]Vuol dire che nella sua casa non c’è più nessuno?

La casa sepolta o casina mia o sweet home, è la cattedrale sepolta.


Un fratello di lui era morto in terra lontana, ed è a questo proposito che lui ricorda la casa sepolta. «Povero fratello mio, con te è sepolta tutta la mia casa. O fratei mio immeritatamente a me tolto!».

E per terre e per mari e per diverse genti Catullo era andato in quei lidi lontani per vedere il sepolcro e dire a lui parole novissime: «Accogli secondo l’antico rito dei padri, le inferie sparse di molto pianto e in perpetuo, o fratei mio, ave atque vale».

Voleva dire: la mia casa è deserta? il focolare è spento? Voleva dire nessuna nuova sposa varcherà d’un breve salto il limitare della casa dei padri? Le case di oggi hanno altra struttura. Non sono più templi. Non han limitare, non han focolare. Non han più simiglianza con la casa umile e nobile che fu.

Noi con queste letture dei poeti antichi perdiamo tutte le porporzioni. Ciò è gran dannaggio.


Io, tuttavia, non potei a meno di congiungere insieme quel verso di estrema purità: « [p. 176 modifica] Lesbia, Lesbia, io ti ho amata più di un amante: ti ho amata come un padre ama una figlia», con il tragico verso: «tutta la nostra casa è sepolta».

La trama di congiunzione mi pareva il canto nuziale che Carducci ci leggeva.

Sogno di poeta?

Per un attimo, forse, non fu sogno. Sotto tremava una speranza? un segreto pensiero?

Una mano di giovane sposa riaccenderà il focolare? La casa sepolta risorgerà per la novella prole?

O Hymen, Hymeneae, io. Io Hymen Hymeneae. Vieni, sposa novella! Ella viene col piede puro nel calzare fulgente. Le faci si agitano. Vieni, o sposa novella, vergine benedetta! Con buon augurio entra nella mia casa. Diamo figli alla patria. Non è bene che il nostro nome non si riproduca nelle generazioni. Io Hymen Hymeneae, io. Io Hymen Hymeneae.

Risorgerai, riderai ancora, tu, casa dei padri? Dove sei, o sposa, o caro fiore? Tu l’hai colto il caro fiore! La rosa si è aperta per te: questo bimbo, questo frutto, questo frutìn ridente ti ha dato. Per esso ride la casa: la casa sepolta è risorta.