Il bacio di Lesbia/XXXIII

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Sirmio

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XXXII XXXIV
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XXXIII

SIRMIO


Ecco Catullo che è attivato alla sua casa. Egli non era aspettato, ma trovò tutto in assetto perché i servi dicevano che un giorno il dominus sarebbe ritornato alla casa da cui giovanetto era partito.

Incantato alla vista della casa dei padri, Catullo diceva:

— Questo è il mio tetto, questo è il mio letto, questa è la mia stanza dove dormii giovinetto. Voi avete tenuto tutto in ordine, tutto pulito, per il vostro signore: io, Catullus, io il dominus, io l’herus: voi i servi! Le siepi di mortella! i vialetti dei cipressi! Potevate tutto saccheggiare, tutto lapidare perché non sapevate se e quando sarei ritornato. Ah, buoni servi! Chi bene serve, bene sarà servito: chi comanda crudele, sarà punito.

— Benvenuto, benvenuto signor padrone — dicevano i servi; e gli pareva fosse la casa, fosse il lago, fosse il cielo a fargli accoglienza. Quasi gli veniva da piangere.

— Non sarà mica venuto per tornar via un’altra volta? [p. 211 modifica]— Mai più, mai più! Ora ho messo proprio giudizio. Buoni servi, brava gente. Hanno rispettato le cune e le tombe. Perciò voglio che facciate festa perché il padrone è ritornato.


Oh, incantevole Sirmio!

Maggio sul finire, oppure giugno sul principiare, splendeva sul lago di Garda. Ogni giorno gli pare più bello il paese natio. Con stupore si domanda: «Perché e quando io mi partii da qui?».

Il lago che dilata nel verde piano come una corolla bipartita di fiore, pare un mare; poi si restringe e incupa fra pareti purpuree dei monti per penetrare in Lamagna.

Fra l’una e l’altra di quelle dilatazioni cilestrine del lago, si spicca, dritta come pistillo, quella freccia di terra che poi forma Sirmio: gentilezza delle isole e delle penisole. Li sorge la casa di Catullo. Gli olivi la ombreggiano. Quivi ha principio l’Italia, qui appaiono agli stranieri i grandi occhi neri delle donne d’Italia, qui fiorisce il cedro e verrà giorno che un poeta straniero, qui discendendo, canterà lui pure l’immortale canzone fatta anche lei di nulla: «Sai tu la terra ove fiorisce il cedro?».


«Dolce casa, cara casa dove vissero il padre e la madre! Alla casa dei padri siamo [p. 212 modifica] ritornati. Salute a te, o Sirmio divina. Sei contenta, o casa mia, che il tuo padrone sia ritornato? Ma sono proprio io quello che era lontano lontano in Oriente? Credevo di non vederti mai più. Quante cure, quanti viaggi, quanti pericoli, e che stanchezza dopo tanto andare per terra e per mare. Ora i pesi si sollevano dal cuore: mi sento leggero leggero. O casa mia, o mio focolare! Al nostro caro Lare, ecco siamo arrivati».

«Quanto l’abbiamo desiderata, questa nostra casa. Non lo sapevamo, non ce ne ricordavamo nemmeno più: ma il cuore era turbato e voglioso di maligne voglie perché eravamo senza casa».

— Accendete tutte le lampade, — disse Catullo ai servi, — banchettate e fate festa.

Il lago è dolce e piano. La villa di Catullo è in festa. Al profumo dei cedri e degli olivi in fiore si mescola l’odore caldo del girarrosto. Non vini oltremarini di Chio, non Falerno, non il cupo Cecubo dei pontefici romani: brilla il rubino di Bardolino. Ogni terra ha suo nominativo per il suo vino.

— Cari amici! Io vi dico, che faccia bene al cuore non c’è che il vino del suo paese.


Catullo ha convitato i vecchi amici di Verona, che sono venuti a salutarlo. Lui non ha [p. 213 modifica] fatto suonare né trombe né campane, è andato loro incontro e li ha accolti con festività senza aver dietro di sé la posterità. Si affaccia su la soglia e dice:

— Quel vascelletto che snelletto e leggero voi vedete, o amici, si vanta di essere la velocissima fra tutte le navi. Vien dal Ponto Euxino, ove si innalza la nera selva di Cibele.

A questo azzurro lago è arrivato. Selva chiomata esso già fu sui monti. Attraversò le grandi onde. Non credete a me? Non credete a lui? Domandàtene al mare Egeo, all’Ellesponto, all’Adriatico, che quando dice sul serio è ben terribile. Ah, il buon fasello! Mi ha condotto sino alla soglia della casa mia. Se ha travagliato, ora è pensionato sotto la protezione dei grandi cavalieri del cielo: gemello Castore, gemello Polluce. Ora riposa in questo limpido lago. Ora riposa in questo tremulo specchio. Giorno verrà, e per le lontane acque suo viaggio riprenderà. Banchettate, gioite, amici. Catullo è ritornato.


E fu un ben giocondo banchettare!

Catullo domandava:

— Queste vivande sono state cucinate e cotte sopra il nostro focolare?

— Si, o nostro signore —, rispondevano i servi [p. 214 modifica]— Sono buone come altre mai. Noi eravamo il navigante sconsolato, e ora siamo consolati.


Pieno di giudizio Catullo è ritornato. Ridete tutti, padroni e servi. Macché servi! Macché padroni! Dove si ride, non ci sono né servi, né padroni! Rida tutta la casa, ridano di bei risolini anche le onde del lago. Sentite? Ridono, vive veramente, le onde del nostro lago, e fan chiacchiericci coi sassolini. Ridono e ballano anche i pesciolini del lago.