Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Bossolano/V

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BIZZARRIE.


Attirato da queste chiacchiere, il maestro passò qualche serata con l’organista al Caffè dell’amicizia; il che fu notato; ma cessò quasi affatto d’andarvi dopo che furono aperte le scuole. Allora egli si potè accertare che, per quanto riguardava l’esecuzione della legge scolastica, il sindaco gli era stato dipinto com’era. Quando gli presentò il primo elenco degli obbligati che mancavano, quegli prese e si mise in fretta il foglio in una tasca, e rispose: — Va benissimo, s’avvertiranno i parenti, intanto ci faccia un passo lei.... a persuadere; perchè, veda, con le buone maniere si riesce a tutto, e con le brusche si guasta ogni cosa. — Gli assenti non eran molti, però, e la scolaresca, composta per metà di bimbi non superiori ai sette anni, che risvegliavano nel maestro l’antica sua simpatia per la prima infanzia, alla quale non aveva più insegnato da Garasco in poi, gli piacque come una cosa nuova. Era una scuola, oltre a ciò, che richiedeva assai più pazienza che la 2a e la 3a; ma che, occupandogli meno l’intelletto, e richiedendo minor preparazione, gli lasciava più tempo e freschezza di mente a studiar per gli esami di Torino; il che gli premeva sopra tutto. Il soprintendente, un geometra di mezza età, marito d’una bella donnina, gli venne a far visita nei primi giorni, per suggerirgli d’esercitare fin d’allora i ragazzi a far col gessetto dei piccoli disegni geometrici sulla lavagna; ma gli parlò con un buon garbo così amichevole, ch’egli acquistò la certezza che non avrebbe mai avuto urti o dispiaceri con lui. E prevedeva un’annata buona, di pace.

Temeva soltanto di non aver incontrato la simpatia del delegato scolastico, che era un vecchio medico in riposo, un viso di giudice accigliato, il quale pareva malcontento di tutto quello che vedeva, sentiva e pensava, dal momento che scendeva dal letto al [p. 183 modifica]momento che rimetteva il capo sul cuscino. Gli era parso, fin dalla prima volta ch’era stato presentato a lui, che quegli lo guardasse con occhio sospettoso, ruminando dei giudizi poco favorevoli sul conto suo, poichè gli aveva domandato in quali paesi fosse stato maestro e perchè avesse tanto desiderio d’andarsi a stabilire a Torino. Forse il fatto ch’egli aveva dato una ceffata a un suo collega, nonostante le ampie giustificazioni e le commendatizie del provveditore, gli sapeva d’amaro; e questo si capiva; ma ci doveva essere qualcos’altro, senza dubbio. Uno dei primi giorni, mentre egli stava sulla piazza davanti alla carretta d’un venditor di libri girovago, il delegato gli s’era soffermato accanto, fingendo di guardare anche lui, come per star a vedere qual libro egli avrebbe comprato. La sera, al caffè, pareva al maestro che quegli, dal suo cantuccio, facesse attenzione al giornale ch’egli sceglieva fra i sette o otto che erano sparsi sulla tavola rotonda del mezzo. Poi gli balenò un sospetto più grave un giorno che il delegato venne nella scuola con un garzone falegname a far sostituire a un piccolo ritratto a stampa del re Umberto una grande oleografia incorniciata ch’egli stesso regalava alla classe. Quando l’oleografia fu messa al posto, il vecchio salì sopra una seggiola, e cavato di tasca un fazzoletto pulito, lo passò sul quadro con grande riguardo, quasi con una ostentazione di rispetto, come sopra una immagine sacra, e, dopo disceso, disse a lui gravemente: — Mi raccomando che ne abbia la debita cura, perchè in una scuola è la prima cosa! — e accompagnò quelle parole con uno sguardo lungo e scrutatore. — Cospetto! — pensò il maestro. — Che mi creda un repubblicano arrabbiato?... Ma con qual fondamento? — Dei fondamenti quegli credeva d’averne; ma al giovane non passò pel capo allora che una delle prime cagioni dei suoi sospetti fosse d’averlo visto più volte in conversazione familiare con l’organista, che era per lui l’essere più inviso del villaggio, la peste del mandamento, un pericolo nazionale e sociale; e la cui perpetua profezia di rivoluzione gli amareggiava la vita.

Neppure costui, nondimeno, aveva l’aria d’uno di quegli uomini, da cui un maestro potesse temere [p. 184 modifica]persecuzioni o provocazioni fatte per malo animo: si capiva che la sua brutta cera derivava più da paura che da nequizia, e che, in fondo, egli non era che un buon borghese in affanno. S’accorse invece il maestro, in capo a meno d’un mese, d’un’altra grave difficoltà con cui avrebbe avuto a lottare a Bossolano, se ci fosse dovuto restare a lungo; ed era che ben lungi dal non badare alla scuola, volevan tutti ingerirsene troppo. Egli era capitato in uno di quei molti comuni, dove le principali autorità essendo fornite di una certa cultura, e non avendo gran cos’altro da fare, vorrebbero far tutte il piccolo ministro dell’istruzione pubblica, ispirare, inoculare, far trionfare nell’insegnamento le proprie idee, o almeno una loro idea. Ora a Bossolano appunto, non potendo far quello che volevano col suo collega Delli, che era un maestro provetto, fermo nelle sue idee e geloso della propria indipendenza didattica, con tanto maggior ardore si gettarono addosso a lui, che, come giovane e nuovo venuto, speravano più arrendevole; e lo affogarono di proposte e di consigli. Il soprintendente, geometra, suggeriva il disegno a mano libera; il sindaco, farmacista, voleva che il maestro insegnasse un po’ di botanica, com’egli diceva, esperimentale, e faceva degli erbarii per questo; il delegato, medico, desiderava un piccolo corso d’igiene infantile; il parroco che aveva inventato un sistema speciale di mnemonica per imparare il catechismo, col mezzo di versi, di cifre e di figure, avrebbe voluto che il maestro lo mettesse alla prova nella sua scuola. Fra tutti, se a tutti egli avesse dato retta, avrebbero fatto della 1a classe elementare una piccola università, nella quale i ragazzi si sarebbero istupiditi in sei mesi, senza imparar l’alfabeto.


Il parroco, per fortuna, — un pretino vivacissimo di sessant’anni, magro e svelto come un’ombra, — che sarebbe stato il ficcone più pericoloso, e per l’autorità del suo carattere e per l’arte fine di venire a capo di tutto senza pigliar mai di punta nessuno, era distratto da una impresa, alla quale da un pezzo attendeva con tutte le sue forze: la ricostruzione del campanile della chiesa, per cui andava raccogliendo sottoscrizioni per mare e per terra e sollecitava un sussidio dal Consiglio [p. 185 modifica]comunale, difficile a ottenere. E da molte visite del soprintendente geometra era liberato il maestro in grazia dell’edifizio scolastico in costruzione, fatto sopra un suo disegno, al quale egli escogitava e proponeva ogni giorno un cambiamento o un’aggiunta, passando sul luogo delle lunghe ore della sua giornata vuota, a discutere col capo mastro pietra per pietra e mattone per mattone. Il parroco, d’altra parte, dedicava da un tempo le sue cure anche a una scuola privata, tenuta da un vecchio maestro, dilettante di musica, il quale, oltre all’insegnare il canto fermo agli alunni, dicendo di voler “tirar su„ dei cantori per la chiesa, gli aveva promesso di lasciare per testamento certi suoi quadri preziosi alla parrocchia. Fin dal primo giorno il Ratti aveva notato nel villaggio la figura stravagante di quel suo vecchio collega chiomato, che portava un gran cappello alla calabrese e una logora casacca di velluto color marrone, e si dava aria d’artista. Costui aveva ereditato da uno zio maniaco una ventina di vecchi quadri religiosi, che il testatore qualificava come quadri di Raffaello, del Tiziano, di Guido Reni, ecc., fondandosi su certi documenti mangiati dalle tignuole, i quali erano andati perduti; e coi quadri, aveva ereditato una persuasione dell’autenticità del tesoro, la quale a nessuno era mai riuscito di scuotere nè con dileggi nè con ragioni. E di quel tesoro viveva felice, conduceva a vederlo chiunque incontrasse, e dava spesso lettura agli amici più stretti di un testamento ogni anno modificato, col quale lasciava i suoi capolavori a parenti lontani, a case regnanti, a musei e a cattedrali famose, e anche a gente del popolo che avesse compiuti atti di coraggio in occasioni d’incendi o d’inondazioni, usando sempre in questo caso la stessa formola: — Lascio il tal quadro al tal dei tali perchè sia di sprone al popolo l’esempio della virtù ricompensata con la ricchezza. — Uno dei quadri era irrevocabilmente destinato al maestro Verdi. Perchè poi non ne vendesse almeno uno per “ricompensare con la ricchezza„ la virtù propria, si poteva argomentare da una frase ch’egli diceva qualche volta, battendosi la mano sulla cassa del petto; la quale, pover’uomo, suonava a vuoto assai spesso: — Aver dei milioni e viver povero! Questa è grandezza!