Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Bossolano/XIII

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Un grande dolore

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UN GRANDE DOLORE.


Mentre queste cose accadevano, il Ratti aveva seguitato a addentrarsi nella familiarità del maestro Delli, soprattutto nei giorni della sua malattia, durante la quale, per suo desiderio, gli andava ogni giorno in casa a riferire le novità della sua classe. Egli fu stupito, la prima volta che v’andò, della pulizia di quel guscio di noce, e più che altro della camera coniugale, dove, in un piccolo spazio tra il letto e il muro, il maestro s’era fatto una specie di studiolo, con un tavolino e degli scaffali, in cui si vedevan disposti con molto ordine libri di testo, fasci di cartelle, registri, raccolte di giornali didattici. Anche la piccolissima stanza da mangiare era tutta tappezzata di cose di scuola: vecchie carte geografiche, tabelle di sistemi di mnemonica, attestati di benemerenza, il calendario dell’anno in corso: c’era, fra l’altro, un disegno inquadrato del nuovo edilizio scolastico, e un ritratto di Vincenzo Troia. Il maestro Delli lavorava anche da letto. I ragazzi entravano nella sua camera in punta di piedi, come in scuola, e dopo fatto il lavoro, aiutavano la madre nelle faccende di casa. La madre faceva da infermiera, da cuoca, da cameriera, da lavandaia, da ripetitrice. L’affanno che vide il Ratti su quei tre visi nei primi giorni, fin che parve incerta [p. 215 modifica]la malattia di quell’uomo, il cui lavoro era la vita, la cui salute era la forza di tutti, gli fece male all’anima. E quando il medico accertò che era poca cosa, e più quando lo vide alzato, si sentì egli pure come cadere un gran peso dal cuore. Quel poco che aveva fatto per il suo collega, la parte che aveva mostrata di prendere alle ansietà della famiglia, e il suo aspetto e i modi cortesi gli attirarono la più viva simpatia della moglie e dei figliuoli, lo fecero ben volere in quei pochi giorni come un vecchio amico, al quale si potesse dir tutto. Il Delli soltanto, dopo averlo ringraziato con parole cordiali, non mutò modi con lui: restò, come prima, garbato senza espansione, e seguitò a non discorrergli mai d’altro che di cose di scuola, e soltanto quand’egli lo interrogava.

Ed ecco che appena levatosi il padre da letto, s’ammala il figliuoletto di scarlattina, e la malattia subito s’aggrava. Il Ratti ebbe una nuova occasione d’ammirare quella famiglia in cui eran tutti preparati sempre ad affrontare i dolori e i pericoli senza lamenti inutili, nè atto o segno alcuno di debolezza. In casi simili, tutti raddoppiavan d’operosità, agivan tutti rapidamente e d’accordo come gli ordigni d’una macchina, e nella casa, pur così povera, non mancava nessuna delle cento piccole cose che occorrono per una malattia, e che così spesso mancano anche nelle case signorili, dove soverchia il danaro e scarseggia la previdenza. Il Delli non smise di far scuola. La sera, poichè il bimbo lo voleva accanto a sè, egli correggeva i lavori col lapis sulla sponda del suo lettuccio. E commoveva il veder come quel povero ragazzo, anche con la febbre forte che lo bruciava, pareva felice dei segni d’affetto insoliti che gli dava il padre, ordinariamente chiuso, e con che premura, per ingraziarselo sempre più, gli domandava che cosa avesse dato di lavoro quel giorno, che cosa avrebbe spiegato il dì dopo, se non fosse accaduto nulla di nuovo nella classe. Il padre gli faceva cenno di tacere, ed egli obbediva subito, come nella scuola. Un giorno la febbre fu altissima, tutti stettero in trepidazione, nessuno dormì la notte, il Delli lavorò fino all’alba nella stanza da desinare, alzandosi ogni momento per vedere il malato che lo chiamava. Ma la crisi fu superata. Il padre non espresse a parole la sua [p. 216 modifica]contentezza: solo gli si chiarì un poco il viso su cui, da qualche giorno, era come un’ombra continua. Ma il Ratti s’accorse che tanto lui quanto sua moglie dovevano aver ancora una pena segreta, oltre a quella della malattia del bambino, poichè, se questo non fosse stato, gli pareva che la madre almeno avrebbe dovuto mostrare più gioia della guarigione. Egli la guardava spesso: ella se n’accorse. Una mattina gli aprì l’animo. Le ultime notizie che avevan del figliuolo Norberto, che studiava all’istituto tecnico di Torino, non eran punto buone: pareva che, da un tempo, si fosse sdato dallo studio; i voti dell’ultimo trimestre erano stati scadenti; le sue lettere brevi, confuse, scritte, si vedeva, per forza, senza sincerità e senz’affetto vero. Essa non riusciva a capire. Era un giovane molto vivo, un po’ facile alla distrazione, e anche leggerino, se si voleva; ma che non aveva mai fatto nessuna scappata grave; aveva sempre studiato e mostrato di capire i doveri che gl’imponeva la vita di sacrifizio che faceva suo padre per lui. Dio ne guardi se si fosse voltato a male quel ragazzo su cui suo padre fondava tante speranze! L’aveva istruito ed educato lui, gli aveva per anni ed anni consacrato tutto il tempo che gli avanzava dalla scuola, fino a scrivergli dei trattatelli di proprio pugno, a preparargli delle decine di quaderni di sunti e di tavole sinottiche per facilitargli gli studi; e oltre a tutto questo, che esempio gli aveva dato! Se non riusciva a bene un giovane educato in quella maniera, da un padre simile, si sarebbe proprio dovuto disperare dell’educazione! Dio buono! e dire che da dieci giorni non rispondeva a una lettera di suo padre, che domandava una risposta immediata! Il Ratti cercò di rassicurarla, con le ragioni d’uso; ma essa non mutò viso. — Che cosa vuole, signor Ratti? — gli disse — ho un cattivo presentimento.

Era una mattina di giovedì, due giorni dopo questo colloquio, quando discese la bimba, col viso alterato, a dire al maestro Ratti che salisse subito da sua madre. Questi salì in quattro salti e trovò nella stanza da desinare la signora che piangeva disperatamente, seduta davanti alla tavola, con una lettera in mano. Il Delli era fuor di casa, il ragazzo era ancora a letto: [p. 217 modifica]la bimba, a un cenno, si ritirò, la madre corse a chiuder l’uscio, e tornando verso il maestro, ruppe in singhiozzi da squarciarsi il petto. Il maestro non ebbe tempo di finire una domanda, ch’essa gli mise la lettera in mano, dicendogli: — Lei è un fratello per noi, mi fido di lei, legga, mi dia un consiglio, io impazzisco! — Era una lettera raccomandata, scritta alla signora Delli dalla padrona di casa di suo figlio, una signora Beisson, sua conoscente; la quale, dopo una lunga introduzione piena di parole di rammarico e di conforti anticipati, le rivelava, senza accennare ai particolari, come le fossero venute a mancare duecento cinquanta lire, del che non s’era accorta che da due giorni, e in qual maniera fosse venuta a scoprire dopo poche ore, che, pur troppo, le aveva distratte, con l’intenzione di restituirle, senza dubbio, il suo figliuolo Norberto, il quale da un po’ di tempo s’era lasciato tirare in cattive compagnie; che il figliuolo stesso, interrogato da lei a quattro occhi, aveva confessato l’imprudenza con una sincerità che gli faceva onore, e mostrandosi pentito e addoloratissimo; che essa avrebbe voluto tacer la cosa anche ai parenti, come con tutti l’aveva taciuta, e ne dava la sua sacra parola; ma che la somma essendo stata spesa, e trovandosi essa a corto di danari, anzi stretta da bisogni urgenti, si trovava nella dura necessità di pregar la famiglia che la rimborsasse; la qual cosa, conoscendo le persone con cui aveva che fare, essa non dubitava punto che sarebbe stata fatta al più presto. E terminava dicendo che aveva stimato più prudente di scrivere alla signora, pel caso che questa credesse opportuno di nascondere il fatto al marito, ma che, in ogni modo, pregava l’uno e l’altro di non accorarsi più del ragionevole, non trattandosi che d’una leggerezza di gioventù, che non aveva alcuna importanza, e che sarebbe rimasta ignorata da tutti. Letta appena la lettera, il Ratti, pensando al padre, ebbe una scossa al cuore, e il suo turbamento accrebbe la disperazione della donna. — Ha letto? — gridò questa, riafferrando il foglio e torcendolo fra le mani. — Dio mio! Dio mio! Se una cosa simile doveva accadere a noi! Ma dica lei se è possibile! Il mio Norberto! Il mio figliuolo! Se lo risà mio marito! Io vorrei piuttosto morire! Come [p. 218 modifica]si fa? Fortuna che non era in casa quando è venuta la lettera! Mi dica cosa debbo fare, signor Ratti! Io perdo la testa! Io credo ancora che non sia vero! Dove ho da pigliare duecento cinquanta lire! Per noi sono una rovina! E bisogna mandarle subito! E il disonore! O Dio! Dio misericordioso! Abbi pietà di noi! —

— Bisogna che suo marito non sappia nulla, — rispose risolutamente il giovane. — Nasconda la lettera. Si rimetta un po’. I danari li cercherò io. Si riparerà tutto. Ma la prima cosa è che non sappia nulla suo marito.

— Lei è il nostro salvatore! — singhiozzò la donna. Che cosa debbo fare?

— Quanto tarderà ancora il signor Delli? — domandò il Ratti.

— Non so, — rispose essa con affanno. — Non m’ha detto dove andava, può esser qui da un momento all’altro.... — E si slanciò per andar a guardare dalle finestre; ma restò inchiodata al terzo passo udendo girar la chiave nella serratura. Il Delli entrò, diede il buon giorno al Ratti, porse il cappello alla moglie ed andò difilato nella camera del ragazzo. Gli altri due lo seguirono, scambiandosi un cenno. Ma il Ratti tremò, vedendo il viso di lei così mutato. Il Delli s’avvicinò al letto e posò una mano sulla fronte al ragazzo, che gli sorrise; poi fissò in viso sua moglie. E le disse: — Tu hai pianto. Cos’hai?

La moglie accennò con la mano tremante al bambino, e rispose: — Puoi immaginarlo. Ho sempre paura d’una ricaduta.

— Non è questo — disse il marito.

— Non è altro, — rispose lei.

— Perchè, — domandò il marito dopo una pausa — non mi dici la verità? — E il suo sguardo era così fisso e profondo che la donna perdette la testa, e rispose precipitosamente: — Ebbene, Norberto ha giocato.

Il Delli tacque un momento e diede uno sguardo al suo collega, il quale cercava affannosamente, senza trovarlo, il mezzo di scongiurare una confessione completa. Poi domandò con pacatezza alla moglie: — Chi te l’ha scritto? [p. 219 modifica]

— Me l’ha scritto.... la signora Beisson — rispose la donna.

— Perchè nascondi la lettera?

La povera madre, che teneva la lettera stretta nel pugno, rispose affollatamente, come una colpevole, senza nemmeno saper più fingere: — Per non addolorarti. Ho già risposto. Non volevo dirti nulla. A che pro? Eran quattro righe. L’ho già bruciata.... davvero.

— Dammela — disse il marito, porgendo la mano. La signora titubò un momento; e mormorò con una voce di moribonda: — Si tratta d’una cosa.... più grave.

Seguì un minuto di silenzio terribile.

Poi una voce che essa non aveva mai intesa in vita sua risonò nella camera e le mise un freddo di morte nel cuore: — Ha rubato?

La madre ruppe in singhiozzi, coprendosi il viso; il Ratti si slanciò verso il suo collega, e afferrandogli un braccio: — No — gli disse — non ha rubato.... è una leggerezza.... non ti dar pensiero....

Ma la lettera era già nelle mani malferme del maestro, che la leggeva con un’espressione di profonda attenzione, alterandosi in viso a grado a grado, come un padre che, non potendo nè muoversi nè gridare, vedesse un suo figliuolo appuntarsi una pistola alla tempia e premere lentamente il grilletto.... Quando ebbe finito, alzò gli occhi dilatati verso sua moglie, la quale gli si avventò al collo e gli si mise a pianger sul petto dirottamente.

Il marito si sciolse con dolcezza dalle sue braccia, e stette pensando. Un’espressione di stanchezza infinita gli s’era diffusa sul viso, come se fosse in quei pochi minuti invecchiato di vent’anni. Tutt’a un tratto disse: — Parto per Torino.

La moglie gli domandò timidamente, senza osar di guardarlo: — E i danari?

Il Delli non rispose. Il Ratti disse: — Ci penso io.

— Non occorre — gli rispose fermo il collega. — Ti cercherò fra poco, per altro. Grazie, Ratti. — E gli accennò col dito al labbro, che tacesse con tutti. Ma il Ratti, slanciandosi fuori, pensò subito di cercare i denari. Egli non aveva di fondo che un centinaio di lire messe da parte per il viaggio a Torino: gli passò, per la mente di ricorrere al geometra, fingendo di [p. 220 modifica]chiederli per sè. Ma non era ancora in fondo alla prima branca di scala, che gli balenò un’altra idea, e picchiò all’uscio dell’organista.

L’uscio s’aperse, e gli apparve davanti quel faccione sbarbato, insolitamente serio, che gli disse piano: — Entri: il ragazzo è qui.

Il maestro credette d’aver frainteso, tanto gli parve strana la cosa.

— È qui — ripetè l’organista a bassa voce, facendo entrare il maestro, e accennandogli la stanza accanto. — So tutto. M’ha confessato ogni cosa lui. L’amico è corso a piedi da Torino fin qua con l’idea di prevenir la lettera e di gettarsi ai piedi di suo padre. Ma, arrivato a mezza scala, l’ha preso un tale sgomento che s’è buttato in casa mia, supplicandomi che lo nascondessi. M’ha fatto pietà, e l’ho ricettato. Dopo l’avrei preso a calci. Ma sa.... l’ospite è sacro.

Il Ratti gli disse che il padre sapeva tutto.

L’organista se l’era immaginato sentendo pianger la signora di sopra. Dicendo questo, ritto davanti al suo pianoforte, si grattò la testa, guardando fisso l’impiantito. Poi soggiunse: — Doveva proprio capitare a un uomo come il Delli!... Se c’è giustizia al mondo! Son cose, per esempio, che non fanno mai i figliuoli dei ladri. Mi dica lei se a una società fabbricata a questo modo si può ancora dare più d’un semestre di vita. — E spiegò le cagioni remote e prossime del fallo. Non era una donna, no: eran le donne. Un giovanotto pien di vita e di forze, vissuto fino a diciassett’anni.... come dicono che bisogna vivere, al primo assaggio del frutto aveva perso i lumi, e ci aveva dato dentro come un selvaggio affamato. Ma trattandosi di quei frutti che si comprano al mercato e non avendo egli che una borsa da figliuol di maestro.... Ah! ma l’ha fatta grossa! — esclamò, vibrando un pugno per aria. — A un padre come quello non doveva fare un tiro compagno, no.... La liquidazione sociale.... sta bene; ma.... caspita! bisogna intendersi.

Il Ratti gli tagliò la parola per dirgli ch’era venuto da lui per un favore.

— Eccoli qui — rispose senza voltarsi l’organista, cavando di tasca una busta.

Il Ratti gli diede un bacio sulla guancia. [p. 221 modifica]

Quegli si pulì la guancia con la mano e disse: — Non è il caso. Per me, dar dei danari al Delli è come darli alla Banca Nazionale. — E gli accennò che li portasse subito.

Il Ratti salì le scale di volo, entrò difilato, trovò marito e moglie nella prima stanza, e soffocato dalla commozione, porse i denari senza dir parola.

Il Delli non li accettò.

— Grazie, Ratti — gli disse con pacatezza; — mi ricorderò di questo. Ma non ne ho bisogno. — E gli mostrò un piccolo pacco di biglietti legati con una fettuccia rossa: frutto di quante fatiche e di quante privazioni, egli solo lo sapeva. — Piuttosto — soggiunse — va ad annunziare la mia partenza al sindaco, e a chiedergli scusa per me, dicendogli che tornerò domani.

Il Ratti uscì subito, ma col pensiero di far prima un’altra cosa, cioè di finirla subito, gettando il figliuolo sui passi del padre, perchè lo riconducesse a Torino con sè. Entrò dall’organista, gli rese i denari, gli disse la sua idea. Questi andò nella stanza di là, e n’uscì poco dopo col figliuolo — un giovanotto simpatico, molto somigliante alla madre, pallido, con gli occhi pesti, coi panni tutti scomposti e polverosi.

Un momento dopo si sentirono i passi del padre giù per la scala.

— Coraggio! — disse l’organista al ragazzo, spingendolo fuori — e ch’io finisca appeso a un albero se mi ritroverò un’altra volta a una di queste scene.

Usciron tutti e tre: il Delli era a tre scalini sopra il pianerottolo, con la valigia in una mano: il figliuolo gli cadde davanti come stramazzato da un pugno erculeo sulla nuca, e gli si avviticchiò alle gambe, ansando, senza dir verbo. Il padre impallidì, facendo un atto istintivo di ripugnanza; poi lo guardò un momento con una espressione d’immensa tristezza. E gli disse: — Va a salutare tua madre.

Il giovane volò su, s’intese un grido acuto.... Era il grido della pietà e del perdono. Poi il giovane ridiscese subito, e sparì dietro a suo padre.

Questi ritornò la sera dopo; il Ratti lo andò a trovare; ma egli non disse nulla nè del figliuolo nè del viaggio. Nemmeno la madre parlò. Il giovane non fece domande. E parlarono di tutt’altre cose, tristamente, ma con fermezza, come se nulla fosse accaduto.