Il romanzo della fortuna/X

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A Milano

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IX XI

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X.

A Milano.

In fondo al corso di porta Ticinese, a una cinquantina di passi dall'Arco e proprio dove si allarga la piazza di S. Eustorgio, sorgendo un nebbioso mattino di novembre Giovanni aperse il nuovo negozio. Lo aperse con un sentimento che ben s’avrebbe potuto paragonare a quello di un capitano giunto al presidio di una fortezza importante, alla vigilia della battaglia che deve decidere del suo avvenire.

Il negozio, come si usava ancora in quel quartiere popolare della vecchia Milano, portava una insegna: ed era una insegna di b [p. 136 modifica]uon augurio: Alla Pace, diceva la scritta sotto a un grande angiolo di cartapesta debitamente verniciato e dorato che teneva con una mano un ramo d’ulivo.

Dopo di aver tolte le imposte di legno alla vetrina, Giovanni si tenne un istante sulla soglia quasi a prendere possesso anche dell’esterno dÈ suoi domini. Diede uno sguardo a destra dove l'Arco rizzava le sue quattro colonne, di fronte sopra un cielo opaco d’inverno; uno a sinistra dove si slanciava il Corso nella linea sinuosa delle sue case piatte senza carattere. Il nobile frontone della chiesa di S. Eustorgio lo trattenne un secondo di più, ma egli si portò rapidamente oltre al marciapiede, fin nel mezzo della strada per contemplare in tutta la sua maestà l’angelo dorato che sovrastava al negozio. Quello era il suo negozio. Già da alcuni giorni vi praticava per riceverne la consegna dalle mani del predecessore; ma solamente da quel mattino, poichè vi si trovava solo, sentiva di essere veramente il padrone. Non turbato dalla vanità, lo spirito sanamente orgoglioso Giovanni prendeva dal trionfo quel tanto appena di ebbrezza che occorre per sostenere le forze. [p. 137 modifica]Non si esaltava oltre il bisogno, ma una gioia serena stava in fondo al suo cuore e gli ripeteva continuamente: sei uomo.

Il locale era ampio tre volte almeno la botteguccia di Matteo. Da una parte e dall’altra solide assi confitte nelle pareti sostenevano un discreto assortimento di panni, di stoffe e di telerie diverse. Nella parete in fondo, fronteggiata dal banco e spartita da un uscio che metteva in un cortiletto, si schieravano a destra ed a sinistra dell’uscio i pacchi del cotone, le scatole dei bottoni e degli aghi, i filugelli, le stringhe, i nastri, i lacciuoli, tutto l’arsenale dei lavori femminili e delle faccende domestiche; più particolarmente affidato questo riparto all’attenzione di Chiarina.

Intanto che Giovanni dava le sue occhiate investigatrici sulla soglia, ella aveva già fatto il giro del regno, osservando colla sua curiosità nuova i drappi colorati nelle tinte più alla moda, le flanelle così morbide ch’ella prendeva piacere a toccarle come fossero la testa di un bambino; e gli alpagà lucenti, le leggiere mussoline, la saia lucida che pareva seta, i percalli dai vivaci colori, la solida tela [p. 138 modifica]di cotone per lenzuola a quaranta centesimi al metro, come diceva il cartellino appiccicato bene in vista.

— Sei sicuro di non perderci con questo prezzo? — domandò al fratello.

Giovanni sorrise e la rassicurò con un gesto. Chiarina volle ancora toccare tutte le mercerie.

— Bisogna che mi impratichisca.

— Giusto, giusto. Adesso mettiti là sul tuo trono che veda che figura fai.

Ciò che Giovanni chiamava trono con molta disinvoltura era una larga e alta sedia ricoperta di pelle collocata dietro il banco accanto al tiretto che doveva raccogliere i denari: il posto destinato a Chiarina.

— Stai benissimo — dichiarò Giovanni e poi soggiunse con premura affettuosa: — Sei comoda?

Fu Chiarina che sorrise questa volta. Le pareva proprio di essere in trono su quella sedia troppo alta per la sua persona e dalla quale i suoi piedi toccavano appena il suolo colle punte.

— Ti metterò uno sgabello.

— Anche lo sgabello! — fece Chiarina. [p. 139 modifica]

La verità è che, issata là in alto colla sua figurina di cera minuscola e composta, aveva un po’ delle terrecotte quattrocentesche, quei bassorilievi ingenui e toccanti che si ammirano ancora nelle opere dei Della Robbia, dove la bellezza è così recondita che non veste nessuna forma riconosciuta e l’anima sola sa trovarla nell’involucro primitivo. Chiarina a venticinque anni aveva un piccolo volto senza splendore, di una pallidezza di vecchio avorio con qualche striscia rugginosa; aveva i capelli neri senza riflessi e i denti bianchi senza luminosità. I suoi occhi, che la nonna Firmiani paragonava al fiore delle veroniche, erano al pari di quel fiore muti e tristi. Nella sua attitudine, nÈ suoi gesti, nelle sue parole non squillava la fanfara audace della giovinezza, ma erano i movimenti e i suoni che venivano da lei come una musica smorzata di cornamuse lontane. Prediligeva nelle vesti colori oscuri; non il nero deciso, ma certi bruni di foglia morta, certi grigi di fumo e di ombra che non accentuavano nessuna linea e dentro i quali scompariva la lieve materialità del suo corpo. [p. 140 modifica]

Gli avventori simpatizzarono subito con lei. Le donne principalmente le erano grate della pazienza colla quale assisteva alle loro incertezze quando si trattava di scegliere una stoffa; e non mostrava noia o dispetto se dopo di aver spiegata tutta la sua mercanzia non le acquistavano nulla: — Sarà per un’altra volta — diceva col suo sorriso opaco. E l’avventore che se ne partiva con una specie di rammarico non mancava di ritornare.

Le giornate di novembre a Milano sono straordinariamente brevi. Le nebbie che in quell’anno caddero più che mai folte stordirono sulle prime i due campagnuoli, facendo sorgere nei loro cuori un lieve de-siderio degli ampi orizzonti abbandonati. In alcune ore la nebbia era così fitta che non si scorgeva più nulla degli oggetti intorno; non l’Arco, non la fuga del Corso, non la chiesa che stava dirimpetto. Chiarina usciva di dietro al banco dove le sembrava di soffocare e andava un po’ sulla soglia in cerca di luce. Lo spettacolo della strada che sembrava fasciata da una quantità di veli sovrapposti fino a dare la sensazione che l’aria mancasse, le appariva bizzarro e pauroso. [p. 141 modifica]

— Se uscissi sola mi perderei sicuro — diceva Chiarina stringendosi contro al fratello.

— Sicuro — confermava Giovanni.

E Chiarina guardava con sbigottimento i viandanti che si avventuravano fra quelle tenebre, ombre evanescenti che appena intravedute sparivano come inghiottite da un abisso. Le carrozze che passavano munite di campanelli, i fanali accesi che punteggiavano di occhi fiammei l’impenetrabilità dello spazio e quel grande, quello sconfinato mistero sceso su tutte le cose, e l’impossibilità in cui si trovava di orientarsi in un ambiente che non conosceva ancora, la riempivano di stupore.

— Stanno vicino i signori Firmiani? — domandò una volta improvvisamente a suo fratello.

— Tutt’altro. Stanno al lato opposto.

Queste parole tolsero a Chiarina una segreta speranza ch’ella aveva fino allora vagheggiata nel profondo del suo pensiero: la speranza di veder passare da un momento all’altro o il signor Firmiani, o Mariuccia, o...

— Milano è tanto grande — soggiunse Giovanni, che chi sta in un quartiere può anche non mettere mai piede in un altro. [p. 142 modifica]

Chiarina allora si pose a guardare con terrore quelle tenebre giornaliere che avviluppavano la città, che la accrescevano nel mistero fino a raggiungere proporzioni fantastiche e si domandava se ella avrebbe mai potuto frangere quella nebbia, attraversare tutte quelle vie, quelle piazze interminabili che udiva nominare — tutti i giorni un nome nuovo — e che nel caleidoscopio delle immagini suscitate le facevano intravedere una Milano gigantesca, mostruosa, di una grevezza di incubo.

Che cos’era ella mai in quella grande città, se non una goccia nel mare, un granello di sabbia nel deserto?... Ospitale in simili ore di sfiducia e di abbandono e caro come il grembo dove il fanciullo si riposa, le tornava, dopo gli sforzi fatti, quel suo piccolo spazio dietro il banco dove la modestia e l’esiguità della breve parete armonizzavano così bene coi suoi sentimenti e colle sue abitudini. Ella vi si rincantucciava e saliva all’alta sedia, non come una regina in trono, ah! no, ma come un povero uccellino stordito dalla tempesta ripara nel nido.

Gli avventori la trovavano là, instancabile nella [p. 143 modifica]dolcezza, inesauribile nella pazienza, maneggiando gli aghi e le stringhe colle sue mani leggiere che il freddo arrossava, uno sciallino color nespola sulle spalle. Affluivano gli avventori da tutta la lunghezza del Corso, dalle vie adiacenti e qualcuno talvolta da quartieri lontani, attratti dalla speranza di spender meno. In certi giorni, al sabato, per esempio, primeggiava la clientela dei sobborghi e dei paesi più prossimi. Erano affittaioli, piccoli mercanti di campagna, rivenditori. Questo pubblico speciale veniva trattato da Giovanni con un colpo d’occhio rapido e sicuro, con quella bonarietà intelligente che gli cattivava la fiducia tanto quanto a Chiarina la sua dolcezza e la sua pazienza. «Andiamo alla Pace, dove si compera bene — dicevano le massaie; — non fosse altro quel fratello e quella sorella sono tanto graziosi, e non hanno l’aria di volerci ingannare».

E la gente affluiva per uno di quei fenomeni di autosuggestione che fanno la fortuna di alcuni negozi tanto quanto la disgrazia di molti altri. Il basso prezzo delle merci esposte, stabilì fra le massaie la speranza dell'economia [p. 144 modifica]e una volta inaugurato l'andazzo non si trattava più che di seguirlo. Era un concorso da fiera, qualche cosa di sbalorditivo. Coricandosi alla sera Chiarina aveva le ossa rotte e la testa intontita. «Mio Dio! — pensava qualche volta — quanto danaro!» Consegnava attonita l’incasso a Giovanni, il quale invece non si meravigliava mai di nulla.

Giovanni diventava cittadino molto più rapidamente di Chiarina. Egli aveva già un modo di pettinarsi e di portare la cravatta che non era affatto quello del suo paese. Non bello proprio, ma lo sguardo vivace, i piccoli baffi arditamente rialzati, una facilità di parlare, di muoversi, di intendere le cose a volo lo rendevano simpatico. Nulla gli sfuggiva di ciò che potesse tornargli utile e utile nel suo intendimento era tutto ciò che gli faceva fare un progresso, di qualsiasi genere. La sua attività arrivava a tutto; al denaro e alle persone, agli affari e alla cultura, al negozio e alla strada. [p. 145 modifica]

Aveva per vicini, da una parte un polentaio, dall’altra una insegna di tabacchino che serviva da pretesto a uno spaccio di liquori. Il polentaio, che vendeva anche frutta, merluzzo e patate, divenne subito suo fornitore in titolo; ma per non far torto al liquorista, dal quale non comperava nulla, gli augurava il buon giorno con particolare cordialità e mandava Chiarina a provvedere il sale ed i fiammiferi. «Noi siamo nuovi qui — pensava Giovanni: — dobbiamo farci degli amici e non dei nemici».

Giovanni era la forza attiva e creatrice; Chiarina il suo collaboratore fedele. Alla vendita minuta Giovanni si annoiava; ma in quei primi giorni di avviamento la sua presenza era necessaria e si sottoponeva a misurare stoffe e ad accartocciare pacchi, nello stesso modo che l’alpinista attraversa una pianura colla mente fissa alla vetta. Alla sera nessuno lo vedeva, nè dal liquorista, nè altrove; egli ne ap-profittava per tirare le somme della giornata e se gli avanzava tempo studiava. Studiava senz’ordine, naturalmente, alla sorte dei libri che poteva trovare, ma intanto la sua mente si dirozzava avvezzandosi al cozzo delle idee e alla ginnastica della lingua. [p. 146 modifica]

Spettatrice attenta ed amorosa, Chiarina era fiera di questi progressi. Non aveva mai dubitato del suo Giovannino, ma il vederlo riuscire così bene le colmava il cuore di una gioia tranquilla. Ella non osò lagnarsi quando la prima domenica di sole, avendogli proposto di andare a trovare i signori Firmiani, egli le rispose che non aveva tempo e che aspettasse colla primavera il ritorno delle giornate lunghe per fare quella passeggiata.

Chiarina si armò di pazienza. Una volta però una donna venuta per comperare del velluto di cotone che in bottega non c’era fece mostra di un grande rammarico esclamando: «Pensare che sono venuta così da lontano, nientemeno che da via Gesù!» e Chiarina trasali come se l’avessero punta con uno spillo. In via del Gesù abitavano i signori Firmiani. Che effetto le fece udire quel nome!... Ella tentò di sapere per mezzo della donna dove fosse questa via, ma fu impossibile spiegarglielo a parole.

— Sa dov’è piazza del Duomo?

— No.

— Via Torino?

— Nemmeno. [p. 147 modifica]

— Le colonne di S. Lorenzo?’ — No — dovette rispondere ancora Chiarina a gran malincuore. Allora non conosce Milano! E se non lo conosce come faccio a dirle dove è la via del Gesù?

— È vero — mormorò Chiarina abbassando il capo: — domandavo così... per sapere se è lontano.

— Sì, sì, lontano. Anche a prendere il tram è lontano.

La donna si mosse frettolosamente, ma Chiarina andò sulla soglia per accompagnarla più a lungo che potè collo sguardo carico di tutti i doni della sua tenerezza. [p. 148 modifica]