Il tulipano nero/Parte seconda/VI

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VI.

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VI


Scorse la notte ben dolce, ma nel tempo stesso bene agitata per Cornelio. A ogni minuto sembravagli che la soave voce di Rosa lo chiamasse; svegliavansi in sussulto, andava alla porta, avvicinava il viso alla graticola; ma la graticola era solitaria, il corridoio deserto.

Senza dubbio Rosa dal canto suo vegliava pure; ma più felice di lui, vegliava sul tulipano. Avea là sotto gli occhi il nobile fiore, meraviglia delle meraviglie, non solo ancora sconosciuta, ma creduta anco impossibile.

Che dirà il mondo quando saprà che il tulipano [p. 201 modifica]nero sia trovato, che esista, e che sia Van Baerle il prigioniero che lo abbia trovato?

Cornelio avrebbe scacciato da sè chiunque gli avesse proposta la libertà in cambio del suo tulipano!

Il giorno venne senza avviso nessuno: il tulipano non era ancora fiorito.

La giornata passò come la notte innanzi, e venne l’altra con Rosa tutta lieta, con Rosa leggiera come una lodoletta.

— Ebbene! dimandò Cornelio.

— Ebbene! va tutto a meraviglia: stanotte indispensabilmente il nostro tulipano fiorisce.

— E fiorirà nero?

— Nero come un’ala di corvo.

— Senza la minima vergaturina?

— Senza neppure l’ombra.

— Misericordia del cielo! Rosa ho passato la notte pensando prima a voi....

Rosa accennò insensibilmente di non crederci.

— E poi a ciò che dobbiamo fare.

— Ebbene!

— Ebbene! ecco ciò che ho deciso. Quando il tulipano fiorito, sarà ben costatato sia nero, e nero perfetto, bisogna che troviate un espresso.

— Se non è che questo, l’ho bell’e trovato.

— Un espresso sicuro?

— Ne rispondo io; gli è un mio innamorato.

— Spero non sia Giacobbe.

— No, state tranquillo. È il navicellaio di Loevestein, giovanotto avvistato, di venticinque ai ventisette anni.

— Diavolo! [p. 202 modifica]

— State tranquillo, disse Rosa ridendo, non ha ancora l’età, giacchè voi stesso l’avete fissata dai ventisei ai ventotto.

— Ma credete di poter contare su questo giovine?

— Come su me; si getterebbe dalla sua barchetta nel Wahal o nella Mosa, come più mi piacesse, se glielo comandassi.

— Eh! potrebbe, o Rosa, questo giovinotto essere in dieci ore a Harlem. Datemi apis e carta, meglio ancora penna e inchiostro, che scriverò... anzi è meglio che scriviate voi; io povero prigioniero potrei dar sospetto, come a vostro padre, di una cospirazione nascosta. Scriverete al presidente della società d’orticultura, e, ne sono certo, verrà quà il presidente.

— Ma se tardasse?

— Supponete che tardi un giorno o due; ma gli è impossibile, che un amatore di tulipani come lui tardi anco un’ora, un minuto, un secondo a mettersi in via per vedere l’ottava maraviglia del mondo. Ma, come io diceva, tardasse pure un giorno, ne tardasse due, il tulipano sarebbe in tutto il suo splendore. Visto il tulipano dal presidente, ci s’intende, voi riterrete, o Rosa, un duplicato del processo verbale, e gli consegnerete il tulipano. Ah! se lo avessimo potuto portar da noi, o Rosa, sarebbe stato un dolce peso un po’ alle mie e un po’ alle vostre braccia; ma è un sogno cui non bisogna pensare, continuò Cornelio sospirando: altri occhi lo vedranno sfiorire! Oh! soprattutto, o Rosa, che non lo veda persona, prima del presidente. Buon Dio! il tulipano nero sarebbe visto e preso! [p. 203 modifica]

— Ih!

— Non mi avete dello voi stessa i vostri sospetti sul conto di quel vostro Giacobbe? Si ruba un fiorino, perchè non ne possono essere rubati cento mila?

— Starò in guardia, via; state tranquillo.

— Se mentre siete qui, si aprisse?

— N’è ben capace il capriccioso, disse Rosa.

— Se tornando voi lo trovaste fiorito?

— Ebbene?

— Ah! Rosa, appena sia fiorito, ricordatevi che non avvi un minuto a perdere per prevenirne il presidente.

— E voi, ci s’intende.

Rosa sospirò, ma senza amarezza, e come donna che comincia a capire, sebbene stenti ad abituarvisi, che l’è una debolezza.

— Torno presso il tulipano, signor Van Baerle, e appena aperto, farete prevenuto; e subito partirà l’espresso.

— Rosa, Rosa, io non so più a qual meraviglia del cielo o della terra compararvi.

— Comparatemi al tulipano nero, signor Cornelio, e ne sarò ben lusingata, ve lo giuro. Dunque a rivederci, signor Cornelio.

— Oh! dite: A rivederci, amico mio.

— A rivederci, amico mio, disse Rosa un poco consolata.

— Dite: Amico mio diletto.

— Oh! amico mio...

— Diletto, o Rosa, ve ne supplico, diletto, diletto, non è cosi?

— Diletto, diletto, pronunziò Rosa palpitante inebriata, pazza per la gioia. [p. 204 modifica]

— Allora, o Rosa, dacchè avete detto diletto, dite pure felice; felice quanto uomo giammai sia stato felice e benedetto sotto il cielo. Non mi manca che una cosa, o Rosa.

— Quale?

— La vostra guancia, o Rosa, la vostra guancia fresca, rosea, vellutata. Oh! ma di vostra volontà non più per sorpresa, non più per caso. Rosa, ah!

Il prigioniero finì la sua preghiera in un sospiro; chè vennero le sue labbra a incontrarsi con quelle della giovinetta non più per caso, non per sorpresa, come cent’anni dopo Saint-Preux doveva incontrare le labbra della sua Giulietta.

Rosa s’involò; e Cornelio restò con l’anima sospesa alle di lei labbra, e col viso fisso alla graticola.

Soffogato dalla gioia e dalla felicità, egli aperse la finestra e contemplò lungamente col cuore pregno di letizia l’azzurro celeste senza nuvole e la luna al di là delle colline versante un torrente d’argentea luce sopra lo specchio dei due fiumi. Rinfrescò i suoi polmoni d’aria pura e balsamica, lo spirito di dolci idee, l’anima di riconoscenza e di religiosa ammirazione.

— Oh! voi siete eternamente lassù, o mio Dio! esclamò genuflesso con gli occhi fitti nel firmamento; — deh!, perdonatemi, se mai nei giorni trascorsi io avessi quasi dubitato di voi; ravvolto dentro il vostro manto di nubi, per un istante cessai di vedervi, o Dio buono, Dio eterno, Dio misericordioso! Ma oggi, ma stasera, ma stanotte oh! vi vedo tutto intiero nello specchio dei vostri cieli, e soprattutto nello specchio del mio cuore. [p. 205 modifica]

Era guarito il povero malato; era libero il povero prigioniero!

Per una gran parte della notte Cornelio restò fisso alle sbarre della sua finestra a orecchie tese, concentrando i suoi cinque sensi in un solo, o piuttosto solamente in due: guardava e origliava.

Guardava il cielo, e ascoltava la terra.

Poi di tratto in tratto volgeva l’occhio verso il corridoio, dicendo:

— Laggiù è Rosa, che veglia come me, come me aspetta di minuto in minuto. Laggiù sotto gli occhi di Rosa è il fiore misterioso che vive, che screpola, che si apre; forse in questo momento Rosa tiene tra le sue dita tiepide e delicate lo stelo del tulipano. Sia delicato il contatto, o Rosa! Forse tocca co’ labbri suoi il calice del fiore semiaperto. Sfioralo con precauzione, o Rosa! le tue labbra bruciano! Forse in questo momento i miei dolci amori si carezzano sotto lo sguardo di Dio.

In quel momento una stella strisciò al mezzogiorno, traversò tutto lo spazio che separava l’orizzonte della fortezza e venne a cadere su Loevestein.

Cornelio trasalì:

— Ah! disse, ecco che Dio invia un’anima al mio fiore.

E come se avesse colto nel segno, quasi nello stesso momento il prigioniero intese nel corridoio dei passi leggeri come quelli di una silfide, lo sventolìo di una veste che pareva un ventilar di ali, e una voce ben conosciuta, che diceva:

— Cornelio, amico mio, amico diletto e ben felice, venite, venite presto! [p. 206 modifica]

Cornelio non fece che un salto dalla finestra alla graticola. Questa volta ancora incontraronsi le sue labbra con quelle mormoranti di Rosa che gli disse con un bacio:

— È sbocciato; è nero, eccolo!

— Come eccolo! esclamò Cornelio staccando le sue labbra da quelle della giovinetta.

— Sì, sì; merita bene correre un piccolo rischio per dare una gioia: eccolo, guardate!

E con una mano alzò all’altezza della graticola una laternina sorda, da lei allora aperta, mentre alla medesima altezza mostrava con l’altra il miracoloso tulipano.

Cornelio gettò un grido e credette svenire.

— Oh! mormorò, Dio mio! Dio mio! mi ricompensate della mia innocenza e della mia prigionia, dappoichè avete fatto che si accosti questo dolce fiore alla graticola della mia prigione.

— Abbracciatelo, disse Rosa, come io l’ho abbracciato or ora.

Cornelio ritenendo il suo alito toccò a fior di labbra la punta del fiore, e mai altro bacio impresso sulle labbra di una donna, di quelle puranco di Rosa; non così profondamente mai gli scesero sul cuore.

Il tulipano era bello, splendido, magnifico; il suo gambo aveva più di dieci pollici di altezza; slanciavasi dal seno di quattro verdi foglie, liscie, diritte, come quattro ferri di lancia; e il suo fiore era nero, brillante come polverino.

— Rosa, disse Cornelio tutto anelante, Rosa, non c’è un istante a perdere, bisogna scrivere la lettera!

— L’è scritta, mio diletto Cornelio, disse Rosa. [p. 207 modifica]

— Davvero!

— Mentre aprivasi il tulipano, io scriveva, perchè non volevo che andasse perduto neppure un secondo. Leggete la lettera, e ditemi se va bene.

Cornelio prese la lettera e lesse uno scritto ancora moltissimo migliorato dacchè egli avea ricevuto quelle due parole:


«Signor Presidente,

«Tra dieci minuti forse il tulipano nero sboccerà; e appena ciò sia, io vi invierò un espresso per pregarvi di venire in persona a vederlo nella fortezza di Loevestein. Io sono la figlia del carceriere Grifo, quasi prigioniera quanto i prigionieri di mio padre, sicchè da me non potrei recarvi questa maraviglia. Il perchè oso supplicarvi a venirvelo a prendere da voi.

«Mio desiderio sarebbe che si chiamasse Rosa Barlaeensis.

«È sbocciato, è nerissimo... Venite, signor Presidente, venite.

«Ho l’onore di essere vostra umilissima serva

«Rosa Grifo.


— Va benone, va benone, mia cara Rosa. Questa lettera è una maraviglia; non l’avrei scritta io con tanta semplicità. Al congresso darete tutti i ragguagli che vi saranno richiesti; saprassi come il tulipano sia cresciuto; di quali cure, veglie e timori sia stato cagione; ma ora, Rosa mia, ora non un istante da perdere... L’espresso! l’espresso! [p. 208 modifica]

— Come si chiama il presidente?

— Qua ci metterò io l’indirizzo. È ben conosciuto, è Van Herysen, sindaco di Harlem.... Qua, Rosa, qua.

E con mano tremante fece la soprascritta:


«A Pietro Van Herysen

«Sindaco e Presidente della Società orticola di Harlem.


— Ora andate, Rosa, andate, disse Cornelio; e affidiamoci a Dio, che ci ha ben guardati fin qui.