Il tulipano nero/Parte seconda/X

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X - Un membro della società orticola.

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Alexandre Dumas (padre) - Il tulipano nero (1850)
Traduzione dal francese di Giovanni Chiarini (1851)
X - Un membro della società orticola.
Parte seconda - IX Parte seconda - XI
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X


Un membro della società orticola.


Rosa smarrita, quasi impazzita di gioia e di paura alla idea che il tulipano nero fosse ritrovato, si diresse all’Osteria del Cigno Bianco, seguita sempre dal suo navicellaio, robusto giovanotto della Frigia capace di divorarsi solo dieci Boxtel.

Per istrada il navicellaio era stato messo alla confidenza di tutto; egli era pronto ad adoprare le mani quando ne venisse la necessità; e solamente non dandosi questa eventualità, aveva ordine di pigliarsi il tulipano. [p. 232 modifica]

Ma giunta in Groote Markt, Rosa si fermò su due piedi: chè presela un subito pensiero, simile alla Minerva d’Omero, che prende Achille per i capetti nel momento che la monta nelle furie.

— Mio Dio! ella mormorò, ho fatto uno sbaglio massiccio; ho forse perduto e Cornelio e il Tulipano e me...! Ho svegliato il formicolaio, ho dato l’indizii; io non sono che una donna, e costoro possono legarsi contro di me, e allora sono perduta... Oh! perduta io, non vorrebbe dir nulla, ma Cornelio, ma il tulipano!

Stiede un momento sopra se stessa.

— Se vado da questo Boxtel, e che io nol conosca punto; se questo Boxtel non fosse il mio Giacobbe, se fosse un altro amatore che lui pure avesse scoperto il tulipano nero, od anco se il mio tulipano fosse stato rubato da un altro e non da chi sospetto, o che sia passato in terza mano; se mi fosse appieno sconosciuto l’uomo, e riconoscessi solo il mio tulipano, come provare che sia il mio? Da un altro canto se io riconoscessi questo Boxtel per il falso Giacobbe, chi può sapere come la cosa la s’andasse. Mentre che noi staremmo a contrastare insieme, il tulipano morrebbe. Oh! ispiratemi voi, Vergine santa! Si tratta della sorte della vita mia, si tratta del povero prigioniero, che forse in questo momento medesimo rende l’anima a Dio.

Fornita questa preghiera, Rosa attese religiosamente la ispirazione che invocava dal cielo.

Frattanto un gran sussurro alzavasi alla estremità di Groote Markt; le genti accorrevano, schiudevansi le porte; e Rosa sola era impassibile a tutto questo movimento della popolazione. [p. 233 modifica]

— Bisogna, mormorò, ch’io ritorni dal presidente.

— Ritorniamo, disse il navicellaio.

Presero il vicolo della Paglia che li menò diritti alla residenza del signor Van Herysen, il quale col suo più bel carattere e con la migliore sua penna continuava a lavorare al suo rapporto.

Dappertutto passando Rosa non sentiva che parlare del tulipano nero e del premio di cento mila fiorini: n’era già piena la città.

Rosa non incontrò ostacolo nessuno per ripenetrare presso Van Herysen, che puranco sentissi commosso, come la prima volta, alla parola magica di tulipano nero.

Ma quando riconobbe Rosa, la quale dentro di aveva egli battezzato per pazza e forse peggio, montò in collera e voleva scacciarla.

Ma Rosa giunse le sue mani, e con un accento di verità, che penetra i cuori, disse:

— Signore, a nome del cielo! non mi cacciate: ascoltate al contrario ciò che io vengo a dirvi, e se non potrete farmi rendere giustizia, almeno non avrete a rimproverarvi un giorno in faccia a Dio di essere stato complice di una cattiva azione.

Van Herysen trepidava d’impazienza; l’era la seconda volta che Rosa disorientavalo da una redazione, alla quale ei metteva il suo doppio amor proprio di sindaco e di presidente della società orticola.

— Ma il mio rapporto! esclamò egli, il mio rapporto sul tulipano nero!

— Signore, continuò Rosa con la fermezza della innocenza e della verità, signore, se non mi ascoltate, il vostro rapporto sul tulipano nero poserà sopra fatti [p. 234 modifica]criminosi, o sopra dati falsi. Ve ne supplico, signore, fate venir qui alla vostra presenza e mia questo signor Boxtel, il qual sostengo che sia il signor Giacobbe, e giuro a Dio di lasciargli la proprietà del suo tulipano, se non conosco nè il tulipano nè il suo proprietario.

— Viva Dio! bella promessa! disse Van Herysen.

— Che vorreste dire?

— Vi domando che cosa ciò proverebbe, quando voi lo avessi riconosciuto?

— Ma alla fine, disse Rosa disperata, voi siete un uomo onesto, o signore. Ebbene non solo andreste a dare il premio ad un uomo per un’opera che non ha fatto, ma ancora per un’opera rubata.

Forse l’accento di Rosa cominciava ad ispirare un certo convincimento nel cuore di Van Herysen, che si preparava a risponderle più dolcemente; quando un grande strepito fecesi sentire nella strada, che pareva puramente e semplicemente che fosse un aumento del frastono, cui Rosa aveva già inteso, ma senza attaccarvi importanza nessuna, a Groote Markt, e che non aveva avuto la forza di astrarla dalla sua fervente preghiera.

Ardenti acclamazioni scossero la casa. Van Herysen porse le orecchie attente a queste acclamazioni, le quali dapprima non erano state neppure uno strepito per Rosa, ed ora erano per lei un semplice strepito ordinario.

— Che cosa è questa, esclamò il sindaco, che cosa è questa? Sarebbe mai possibile! Che io abbia inteso bene!

E precipitossi verso la sua anticamera senza più guardare a Rosa che lasciava nel suo scrittoio. [p. 235 modifica]

Van Herysen appena giunto nell’altra stanza cacciò un gran grido, scorgendo lo spettacolo della sua scala invasa fino al vestibolo.

Accompagnato, o piuttosto seguito dalla moltitudine, un giovine vestito semplicemente di vellutello violetto ricamato in argento saliva con nobile lentezza li scalini di pietra, lucenti di bianchezza e di nettezza.

Dietro a lui venivano due officiali, uno di marina è l’altro di cavalleria.

Van Herysen facendosi largo tra i domestici spaventati, venne a inchinarsi, a prosternarsi quasi davanti il nuovo arrivato, che cagionava tutto questo rumore.

— Mio Signore, esclamò, mio Signore! Come? l’Altezza Vostra da me! Onore impareggiabile sempre per la mia umile abitazione!

— Caro Van Herysen, disse Guglielmo d’Orange con una serenità che in lui teneva luogo di sorriso, io sono un vero olandese, vedete; amo l’acqua, la birra e i fiori, e qualche volta pure il formaggio, di cui fanno tanto conto i Francesi; tra fiori quelli che io preferisco, sono naturalmente i tulipani. Ho udito dire a Leida che la città di Harlem possedeva finalmente il tulipano nero, e dopo essermi assicurato la cosa esser vera, quantunque incredibile, vengo a chiederne novella al presidente della società di orticoltura.

— Oh! mio Signore, disse Van Herysen in estasi, qual gloria per la società, se i di lei lavori possono aggradire all’Altezza Vostra!

— L’avete qui il fiore? disse il principe che già senza dubbio pentivasi d’aver troppo parlato. [p. 236 modifica]

— Ahimè! no, mio Signore, non l’ho qui.

— E dov’è?

— Presso il suo proprietario.

— Chi è il proprietario?

— Un bravo tulipaniere di Dordrecht.

— Di Dordrecht? Come si chiama?....

— Boxtel.

— Alloggia?

— Al Cigno Bianco; mando ad avvisarlo; e se intanto aspettando, l’A. V. mi vuol far l’onore di passare nel salone, egli certo affretterassi, sapendo che monsignore è qui, a portare il suo tulipano.

— Va bene; avvisatelo.

— Sì, Altezza. Solamente....

— Che cosa?

— Oh! niente d’importanza. mio Signore.

— Tutto è importante in questo mondo, signor Van Herysen.

— Bene, mio Signore; si eleva una difficoltà.

— Quale?

— Questo tulipano vorrebbesi rivendicare da degli usurpatori: vale cento mila fiorini!

— Davvero!

— Sì, mio Signore, da degli usurpatori, da dei falsarii.

— Sarebbe un delitto.

— Sì, Altezza.

— E avete le prove di questo delitto?

— No, ma la colpevole...

— La colpevole?...

— Voglio dire colei che reclama il tulipano, o mio Signore, è qui nella stanza accanto. [p. 237 modifica]

— Qui! Che ne pensate voi, signor Van Herysen?

— Penso, l’appetito dei cento mila fiorini l’abbiano tentata.

— E lei reclama il tulipano?

— Sì, mio Signore.

— E che dice ella dal canto suo, come lo prova?

— Cominciavo a interrogarla, quando è entrata l’Altezza Vostra.

— Sentiamola, signor Van Herysen, sentiamola; io sono il primo magistrato del paese, sentirò l’interrogatorio e renderò giustizia.

— Ecco trovato il mio re Salomone, disse Van Herysen facendo reverenza e accennando il cammino al principe, che precedeva il suo introduttore; quando arrestossi ad un tratto, disse:

— Andate innanzi, e chiamatemi Signore.

Entrarono nello scrittoio. Rosa era sempre allo stesso posto, appoggiata alla finestra e guardante dai vetri nel giardino.

— Ah! ah! una Frisona, disse il principe scorgendo la cuffietta d’oro e le ciocche rosse di Rosa.

Costei si volse allo strepito, ma vide solo balenare il principe, che assidevasi nell’angolo più oscuro dell’appartamento.

Tutta la sua attenzione, ci s’intende, era volta all’importante personaggio che chiamavasi Van Herysen, e non per quell’umile straniero, che seguiva il padrone di casa e che probabilmente non farebbesi conoscere.

L’umile straniero prese un libro dello scaffale, e fece segno a Van Herysen di cominciare l’interrogatorio. [p. 238 modifica]

Van Herysen sempre al cenno del giovine dall’abito violetto, si assise, e tutto felice e superbo della importanza che eragli accordata, cominciò:

— Mia ragazza, mi promettete la verità, tutta la verità, sul conto del tulipano?

— Ve la prometto.

— Ebbene, parlate dunque davanti al signore, che è uno dei membri della società orticola.

— Signore, che cosa potrei dirvi, che io non abbia già detto?

— E allora?

— E allora, non posso che rinnovare la preghiera che vi ho diretta.

— Quale?

— Di far venir qui il signor Boxtel col suo tulipano, se io vedo che non sia mio, lo dirò francamente; ma se io lo riconosco, lo reclamerei anco davanti a Sua Altezza lo Statolder, con le prove alla mano!

— Voi dunque avete delle prove, bella ragazza?

— Dio, che sa il mio buon diritto, me le fornirà.

— Van Herysen scambiò un’occhiata col principe che dalla prima parola di Rosa, sembrava cercasse di richiamarsi alla memoria, come avesse sentito altra volta quell’armonica voce.

Partì un officiale per cercare di Boxtel.

Van Herysen continuò l’interrogatorio, proseguendo:

— E su che basate voi queste asserzioni, di essere proprietaria del tulipano nero?

— Sopra una cosa ben semplice, ed è d’averlo io piantato e coltivato nella mia propria camera. [p. 239 modifica]

— In camera vostra? E dov’è la vostra camera?

— A Loevestein?

— Siete di Loevestein?

— Sono la figliuola del carceriere della fortezza.

Il principe fece un piccolo movimento che voleva dire:

— Ah! è lei, ora me ne ricordo.

E figurando di leggere, traguardava Rosa anco con più attenzione di prima.

— E voi amate i fiori? continuò Van Herysen.

— Sì, signore.

— Allora voi siete una fioraia sapiente?

Rosa esitò un istante; poi con accento tirato dal più profondo del cuore, ella disse:

— Signori, parlo ad uomini di onore?

L’accento era così vero, che Van Herysen e il principe risposero ambo ad una volta con un movimento di testa affermativo.

— Ebbene, no, non sono io una fioraia sapiente! Io non sono che una povera ragazza del popolo, una povera paesana di Frisia, che non son che tre mesi che non sapeva nè leggere nè scrivere. No, il tulipano nero non è stato ritrovato da me.

— E da chi gli è stato trovato?

— Da un povero prigioniero di Loevestein.

— Da un prigioniero di Loevestein? ripetè il principe.

Al suono di quella voce, Rosa alla sua volta trasalì.

— E allora da un prigioniero di Stato, continuò il principe, perchè al Loevestein non sonvi che prigionieri di Stato.

E si rimise a leggere, o almeno fece le viste. [p. 240 modifica]

— Sì; mormorò Rosa tremante, sì, da un prigioniero di Stato.

Van Herysen impallidì udendo pronunziare una simile confessione davanti un simile testimone.

— Continuate, disse freddamente Guglielmo al presidente della società orticola.

— Oh! signore, disse Rosa indirizzandosi a colui che ella credeva suo vero giudice, è quanto dire che vò ad accusarmi ben gravemente.

— Infatti, disse Van Herysen, i prigionieri di Stato dovrebbero essere in segrete al Loevestein.

— Ahimè! signore.

— Da quello che dite, parrebbe che voi abbiate profittato della vostra posizione di figlia del carceriere, e che abbiate comunicato con un prigioniero di Stato per coltivare dei fiori.

— Sì, signore, mormorò Rosa sconcertata; sì, son forzata a confessarlo, lo vedevo tutti i giorni.

— Disgraziata! esclamò Van Herysen.

Il principe alzò la testa e osservando lo spavento di Rosa e il pallore del presidente, disse con la sua voce spiccata e fermamente accentuata:

— Ciò punto spetta ai membri della società orticola: essi debbono giudicare puramente del tulipano nero, e non si occupano di delitti politici. Continuate, giovanetto continuate.

Van Herysen con una occhiata eloquente ringraziò a nome dei tulipani il nuovo membro della società articola.

Rosa rassicurata da questa specie d’incoraggiamento che aveale dato lo sconosciuto, raccontò tutto ciò che da tre mesi era accaduto, ciò che aveva fatto, [p. 241 modifica]ciò che aveva sofferto. Parlò delle durezze di Grifo della distruzione del primo tallo, del dolore del prigioniero, delle precauzioni prese, affinchè il secondo tallo arrivasse a bene, della pazienza del prigioniero, delle sue agonie durante la loro separazione; come egli avesse voluto morire di fame, perchè non aveva più nuove del suo tulipano; e della gioia che egli aveva provato nella riunione; con in fine la disperazione di ambedue, quando si avvidero che il loro tulipano appena fiorito era loro stato rubato.

Tutto ciò fu raccontato con tale accento di verità che lasciava impassibile il principe, almeno in apparenza, ma che non lasciava di fare il suo effetto sopra il signor Van Herysen.

— Ma, disse il principe, non è molto che conoscete questo prigioniero?

Rosa aperse i suoi grandi occhi e fissò lo sconosciuto, che cacciossi nell’ombra come se non si fosse voluto far vedere.

— A che ciò? dimandò Rosa.

— Perchè non sono che quattro mesi che il carceriere Grifo e sua figlia sono a Loevestein.

— È vero, signore.

— A meno che non abbiate sollecitato la permuta di vostro padre per seguire qualche prigioniero che sia stato dall’Aya trasportato a Loevestein.

— Signore! fece Rosa arrossendo.

— Finite, disse Guglielmo.

— Lo confesso, io aveva conosciuto il prigioniero all’Aya.

— Fortunato prigioniero! disse Guglielmo sorridendo. [p. 242 modifica]

In questo momento l’officiate che era stato inviato a Boxtel rientrò, annunziando al principe che seguivalo col suo tulipano.