Issipile/Atto primo

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Atto primo

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Interlocutori Atto secondo

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ATTO PRIMO

SCENA I

Atrio del tempio di Bacco, festivamente adorno di festoni di pampini pendenti dagli archi e ravvolti alle colonne di esso, fra le quali vari simulacri di Satiri, Sileni e Bassaridi.

Issipile e Rodope, coronate di pampini ed armate di tirso.
Schiera di baccanti in lontano.

Issipile. Ah! per pietá del mio

giustissimo dolor, Rodope amica,
corri, vola, t’affretta,
salvami il padre. A queste sponde infami
digli che non s’appressi. A lui palesa
le congiure, i tumulti,
le furie femminili.
Rodope.  E tu poc’anzi
non giurasti svenarlo? Io pur ti vidi
con intrepido volto
su l’are atroci...
Issipile.  Io secondai, fingendo,
d’Eurinome il furor. Vedesti come
forsennata e feroce in ogni petto
propagò le sue furie? E chi potea
un torrente arrestar? Sospetta all’altre
giá sedotte compagne, io non sarei
utile al padre. A comparir crudele

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m’insegnò la pietá. Giurava il labbro

del genitor lo scempio, e in sua difesa
tutti gli dèi sollecitava il core;
e l’ardir del mio volto era timore.
Rodope. Anch’io...
Issipile.  Se tardi, amica,
vana è la cura. Ah! che vicine al porto
son giá le navi, e, se non corri... Oh Dio
giunge Eurinome.
Rodope.  E come
ha pieno d’ira e di vendetta il ciglio!
Issipile. Suggeritemi, o dèi, qualche consiglio.

SCENA II

Eurinome con séguito di donne vestite a guisa di baccanti, e dette.

Eurinome. Rodope, principessa,

valorose compagne, a queste arene
dalle sponde di Tracia a noi ritorno
fanno i lenni infedeli. A noi s’aspetta
del sesso vilipeso
l’oltraggio vendicar. Tornan gl’ingrati,
ma dopo aver tre volte
viste da noi lontano
le messi rinnovar. Tornano a noi;
ma ci portan sugli occhi
de’ talami furtivi i frutti infami,
e le barbare amiche
dipinte il volto, e, di ferino latte
avvezzate a nutrirsi, adesso altere
della vostra beltá vinta e negletta.
Ah! vendetta, vendetta:
la giurammo; s’adempia. Al gran disegno

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tutto cospira: l’opportuna notte,

la stanchezza de’ rei, del dio di Nasso
il rito strepitoso, onde confuse
fian le querule voci
fra le grida festive. I padri, i figli,
i germani, i consorti
cadano estinti; e sia fra noi comune
il merito o la colpa. Il grande esempio
de’ femminili sdegni
al sesso ingrato a serbar fede insegni.
Issipile. Sí, sí, di morte è rea
chi pietosa si mostra.
Rodope. (Come finge furor!)
Issipile.  Rodope, corri:
giá sai... Quando sul lido
saran discesi, ad avvertir ritorna.
Eurinome. Inutil cura. Io stessa
fuor de’ legni balzar vidi le squadre.
Issipile. Tu stessa?
Eurinome.  Io stessa.
Issipile. (vuol partire)  (Ah! si prevenga il padre.)
Eurinome. Dove corri?
Issipile.  Alle navi. Il re vogl’io
rassicurar, celando
lo sdegno mio con accoglienza accorta.
Rodope. È tardi: ecco Toante.
Issipile.  (Oh dèi! son morta.)

SCENA III

Toante con séguito di cavalieri e soldati lenni, e dette.

Toante. Vieni, o dolce mia cura,

vieni al paterno sen. Da te lontano,
tutto degli anni miei sentivo il peso,

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e tutto, o figlia, io sento,

or che appresso mi sei. (l’abbraccia)
il peso alleggerir degli anni miei.
Issipile. (Mi si divide il cor!)
Toante.  Perché ritrovo
Issipile sí mesta?
Qual mai freddezza è questa
all’arrivo d’un padre?
Issipile.  Ah! tu non sai...
Signor. ..
Rodope.  Taci! (piano ad Issipile)
Issipile.  (Che pena!)
Eurinome.  (Ah! mi tradisce
la debolezza sua.)
Toante.  La mia presenza
ti funesta cosí?
Issipile.  Non vedi il core:
perciò... (Eurinome minaccia Issipile acciò non parli)
Toante.  Spiegati.
Issipile.  Oh Dio! (Eurinome come sopra)
Toante.  Spiègati, o figlia:
se l’imeneo ti spiace
del prence di Tessaglia,
che a momenti verrá...
Issipile.  Dal primo istante
che il vidi, l’adorai.
Toante.  Forse, in mia vece
avvezzata a regnar, temi che sia
termine del tuo regno il mio ritorno?
T’inganni. Io qui non sono
piú sovrano né re. Punisci, assolvi,
ordina premii e pene: altro non bramo,
Issipile adorata,
che viver teco e che morirti accanto. (l’abbraccia)
Issipile. Padre, non piú. (bacia la destra a Toante e piange)
Toante.  Ma che vuol dir quel pianto?

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Eurinome. È necessario effetto

d’un piacer che improvviso inonda il petto.
Toante.  So che riduce a piangere
     l’eccesso d’un piacer;
     ma queste sue mi sembrano
     lagrime di dolor.
          E non s’inganna appieno
     d’un genitor lo sguardo,
     se d’una figlia in seno
     cerca le vie del cor. (parte)

SCENA IV

Issipile, Eurinome e Rodope.

Eurinome. Issipile. (ad Issipile, che s’incammina appresso al padre)

Issipile.  Che chiedi?
Eurinome.  Ah! se non hai
a trafigger Toante ardir che basti,
lasciane il peso a noi.
Issipile.  Perché mi vuoi
involar questo vanto?
Fidati pur di me.
Eurinome.  Prometti assai;
vuoi che di te mi fidi:
ma in faccia al padre impallidir ti vidi.
Issipile.  Impallidisce in campo
     anche il guerrier feroce,
     a quella prima voce
     che all’armi lo destò.
          D’ardir non è difetto
     un resto di timore,
     che, nel fuggir dal petto,
     sul volto si fermò. (parte)

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SCENA V

Eurinome e Rodope.

Eurinome. Rodope, il giorno manca, e non conviene

piú differire. Il concertato segno
a momenti darò. Ma tu nel volto
sembri confusa ancor.
Rodope.  L’etá canuta
compatisco in Toante; il regio in lui
carattere rispetto.
Eurinome.  Eh! che il peggiore
è de’ nostri nemici. In duro esiglio
per lui morí Learco; e tu dovresti
ricordartene meglio. Il figlio in lui
io perdei, tu l’amante.
Rodope.  Il suo delitto
tal pena meritò. Fingea d’amarmi,
e tentava frattanto
Issipile rapir.
Eurinome.  Rodope, io veggo
che alla tua debolezza
scuse cercando vai.
Rodope.  Son donna alfine.
Eurinome. E, perché donna sei,
scuotere il giogo e vendicar ti dèi.
          Non è ver, benché si dica,
     che dal ciel non fu permesso
     altro pregio al nostro sesso
     che piacendo innamorar.
          Noi possiam, quando a noi piace,
     fiere in guerra, accorte in pace,
     alternando i vezzi e l’ire,
     atterrire ed allettar. (parte)

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SCENA VI

Rodope e poi Learco.

Rodope. Ma i numi in ciel che fanno? Un sol fra loro

non ve n’ha che protegga
questa terra infelice? Oh infausta notte!
Oh terror!... Ma... traveggo?
Learco!
Learco.  Ah! non scoprirmi:
taci, Rodope.
Rodope.  Oh dèi! tu vivi? Ognuno
ti pianse estinto.
Learco.  Ad ingannar Toante
tal menzogna inventai.
Rodope.  Chi mai ti guida,
sconsigliato! a perir? Fuggi.
Learco.  Un momento
mi sia permesso almeno
di vagheggiarti.
Rodope.  Eh! d’ingannarmi adesso
non è tempo, Learco. È il tuo ritorno
smania di gelosia. Saputo avrai
che al prence di Tessaglia
Issipile si stringe, e qualche nera
macchina ordisci.
Learco.  Ah! cosí reo non sono.
Rodope. Non piú. Salvati, fuggi! Il nuovo giorno
tutti gli uomini estinti
qui troverá. Se ne giurò lo scempio
dalle offese di Lenno
barbare abitatrici. E questa è l’ora
congiurata alla strage.
Learco.  E tu mi credi

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semplice tanto? Ad atterrirmi inventa

argomento miglior.
Rodope.  Credimi, fuggi.
Ti perdi, se disprezzi
la mia pietá.
Learco.  La tua pietade ancora,
perdonami, è sospetta. Esser tradita
da me supponi, e nella mia salvezza
t’interessi a tal segno? Ah! mal si crede
una virtú che l’ordinario eccede.
Rodope.  Perché l’altrui misura
     ciascun dal proprio core,
     confonde il nostro errore
     la colpa e la virtú.
          Se credi tu con pena
     pietá nel petto mio,
     credo con pena anch’io
     che un traditor sei tu. (parte)

SCENA VII

Learco solo.

Eh! ch’io non presto fede

a fole femminili. Ad ogni prezzo,
del tessalo Giasone
si disturbin le nozze. Armata schiera
di gente infesta a’ naviganti, e avvezza
a viver di rapina, appresso al lido
attende i cenni miei. Di questa reggia
ogni angolo m’è noto. Ascoso intanto,
da quel che avviene io prenderò consiglio.
Si sgomenti al periglio
chi comincia a fallir. Di colpa in colpa
tanto il passo inoltrai,
che ogni rimorso è intempestivo ormai.

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Chi mai non vide — fuggir le sponde,

la prima volta — che va per l’onde,
crede ogni stella — per lui funesta,
teme ogni zeffiro — come tempesta,
un picciol moto — tremar lo fa.
     Ma, reso esperto, — sí poco teme,
che dorme al suono — del mar che freme,
     o sulla prora — cantando va. (parte)

SCENA VIII

Parte del giardino reale, con fontane rustiche da’ lati e boschetto sacro a Diana in prospetto. Notte.

Issipile, Toante e poi di nuovo Learco in disparte.

Issipile. Eccoci in salvo, o padre. È questo il bosco

sacro a Diana. Il mio ritorno attendi
fra quell’ombre celato.
Toante.  È questo, o figlia,
l’imeneo di Giasone? E queste sono
le tenere accoglienze?
Issipile.  Ah! di querele
non è tempo, signor. Celati.
Toante.  Oh Dio!
Tu ritorni ad esporti
all’ire femminili.
  (Learco s'avanza, e, non veduto, ascolta in disparte)
Issipile. Il nostro scampo
assicuro cosí. Perche ti stimi
ciascuna estinto, accreditar l’inganno
dee la presenza mia.
Toante.  Ma come speri
Eurinome ingannar?
Issipile.  De’ lenni uccisi
uno si sceglierá, che, avvolto ad arte

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nelle tue regie spoglie, il pianto mio

esiga in vece tua.
Toante.  Poco sicura
è la frode pietosa.
Issipile.  Alfine in cielo
v’è chi protegge i re, v’è chi seconda
gl’innocenti disegni.
Toante.  Ah! che per noi
fausto nume non v’è.
Issipile.  Se poi congiura
tutto a mio danno, e, del tuo sangue in vece,
l’altrui furor deluso
chiedesse il mio, spargasi pure. Almeno
m’involerá il mio fato
all’aspetto del tuo. Saprá la terra
che nel comune errore
il cammin di virtú non ho smarrito;
e il dover d’una figlia avrò compito. (parte)
Toante. Oh coraggio! oh virtú! Pensando solo
che a tal figlia io son padre,
ogni altra ingiuria al mio destin perdono.
Ah! rapitemi il trono,
toglietemi la vita, e conservate
sensi sí grandi alla mia figlia in seno,
pietosi dèi; ché avrò perduto il meno.
          Ritrova in que’ detti
     la calma — smarrita
     quest’alma — rapita
     nel dolce pensier.
          Fra tutti gli affanni
     dov’è quel tormento
     che vaglia un momento
     di questo piacer? (entra nel bosco)

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SCENA IX

Learco e poi Toante.

Learco. Che ascoltai! Dunque il vero

Rodope mi narrò. Che bell’inganno,
se me, del padre invece, al suo ritorno
Issipile trovasse! Allor potrei
deluderla, rapirla... È ver... Ma come...
Si: la frode ingegnosa
Amor mi suggerisce. Ardir! Toante,
Toante ove si cela? (avvicinandosi al bosco)
Toante.  (Ignota voce
ripete il nome mio:
che fra?)
Learco.  Misera figlia! Il padre istesso,
non volendo, l’uccide. (affettando compassione)
Toante.  Olá! che dici?
Chi compiangi? Chi sei?
Learco. (finge non udirlo)  Se il re non trovo,
Issipile si perde.
Toante. Perché? Parla: son io.
Learco.  Lode agli dèi!
Fuggi, fuggi da questa
empia reggia, mio re. Che qui t’ascondi
giá si dubita in Lenno. Or or verranno
le congiurate donne, e fia punita,
se il sospetto s’avvera,
la pietá della figlia.
Toante.  Io voglio almeno
morire in sua difesa.
Learco.  Ah! se tu l’ami,
affréttati a fuggir. Non v’è di questa
difesa piú sicura.

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Toante. E a chi di tanta cura

son debitor?
Learco.  Non mi conosci? Io... sono...
Deh! parti. Fra que’ rami
veggo giá lampeggiar l’armi rubelle.
Toante. Vi placherete mai, barbare stelle? (parte frettoloso)

SCENA X

Learco solo.

Oh, come il ciel seconda

l’ingegnoso amor mio! Timidi amanti,
imparate da me. Meschiar con arte
e la frode e l’ardire,
ottenere, rapire,
tutto è gloria per noi. Vincasi pure
per sorte o per ingegno:
sempre di lode il vincitore è degno.
Ogni amante può dirsi guerriero,
ché diversa da quella di Marte
non è molto la scuola d’Amor.
Quello adopra lusinghe ed inganni:
questo inventa l’insidie, gli agguati;
e si scorda gli affanni passati
l’uno e l’altro quand’è vincitor. (entra nel bosco)

SCENA XI

Sala d’armi illuminata, con simulacro della Vendetta nel mezzo.

Issipile e Rodope.

Issipile. Sentimi. Non fuggirmi. (trattenendo Rodope)

Rodope.  Ho troppo orrore
della tua crudeltá. Soffrir non posso

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una barbara figlia,

che ardí macchiar lo scellerato acciaro
nelle vene d’un padre.
Lasciami.
Issipile.  Se t’inganni!
Rodope.  Agli occhi miei
dunque non crederò? Nel regio albergo
io vidi il re trafitto, e tremo ancora
di spavento e d’orror.
Issipile.  Vedesti, amica,
invece di Toante... Alcun s’appressa.
Senti. Al bosco m’attendi
sacro a Diana. Apprenderai l’arcano,
e giovar mi potrai.

SCENA XII

Eurinome e dette.

Eurinome.  Tra noi qualcuna

mancò di fede.
Issipile.  Onde il timor?
Eurinome.  Respira
un de’ nostri tiranni. Ei fu sorpreso
in questo, che dal porto
introduce alla reggia, angusto varco.
Issipile. (Ah! forse è il padre mio.)
Rodope.  (Forse è Learco!)
Issipile. Ravvisar lo potesti? (ad Eurinome)
Rodope. È noto il nome suo? (ad Eurinome)
Eurinome. Fra l’ombre avvolto,
distinguer non si può. Ma d’armi è cinto,
ed ostenta coraggio.
Rodope. È preso? (ad Eurinome)
Issipile. (ad Eurinome)  È vinto?

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Eurinome. No, ma fra pochi istanti

l’opprimeran le femminili squadre.
Rodope. (Sconsigliato Learco!)
Issipile.  (Incauto padre!)

SCENA XIII

Giasone con ispada nuda, seguitando alcune amazzoni, e dette.

Giasone. Invano all’ira mia (di dentro)

d’involarvi sperate. (esce) Eccovi...
  (nell’atto d’assalire Issipile, la conosce)
Eurinome e Rodope.  Oh numi!
Giasone. Sposa!
Issipile.  Principe!
Giasone.  È questa
pur la reggia di Lenno, o son le sponde
dell’inospita Libia?
Issipile.  Amato prence,
qual nume ti salvò?
Giasone.  Vengo alle nozze,
e mi trovo fra l’armi!
Issipile.  Almen dovevi
avvertir che giungesti.
Giasone.  Anzi sperai
d’un improvviso arrivo
piú gradito il piacer. Lo stuol seguace
perciò lascio alle navi, e della reggia
prendo solo il cammin. Da schiera armata
assalito mi sento. Il brando stringo,
fugo chi m’assalí. Cieco di sdegno,
m’inoltro in queste soglie; e, quando credo
la schiera insidiosa
raggiungere, punir, trovo la sposa.

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Issipile. Rodope, va’: prescrivi

che del tessalo prence
si rispetti la vita. Il nostro voto
solo i lenni comprende. (parte Rodope)
Giasone. Di qual voto si parla?
Eurinome.  Il sesso ingrato
fu punito da noi. Non vive un solo
fra gli uomini di Lenno.
Giasone.  Oh stelle! E come
eseguir si potè sí reo disegno?
Issipile. Agevolò l’impresa
la stanchezza e la notte. Altri all’acciaro,
offrendolo agli amplessi, il seno offerse;
nelle tazze fallaci
altri bevve la morte; altri nel sonno
spirò trafitto; in cento guise e cento
si vestí d’amicizia il tradimento.
Giasone. Io gelo! E ’l padre?
Issipile.  Anch’ei spirò confuso
nella strage comun. (Se scopro il vero,
espongo il genitor.)
Giasone.  Dunque i soggiorni
delle Furie son questi. Ah! vieni altrove
aure meno crudeli, amata sposa. (la prende per mano)
a respirar con me. Piú fausti auspizi
abbia il nostro imeneo. Del re trafitto
invendicato il sangue
non resterá. Ne giuro
memorabil vendetta a tutti i numi.
Eurinome. Il nome della rea
basterá per placarti.
Giasone. Perché?
Eurinome.  Cara è a Giasone: avrá da lui
e perdono e pietá.
Giasone.  Sarò crudele
contro qualunque sia. Cosí mi serbi

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i dolci affetti Amore

di questa, a cui commise
il fren de’ miei pensieri.
Eurinome.  Ella l’uccise.
Giasone. Chi?
Eurinome.  La tua sposa.
Issipile.  (Oh Dio!)
Giasone.  Parla, difendi
idol mio, la tua gloria.
Un delitto sí nero
è vero o no?
Issipile.  (Che duro passo!) È vero.
  (prima di rispondere, guarda Eurinome)
Giasone. Come! (abbandona la mano d’Issipile, e resta immobile)
Issipile.  (È forza soffrir.)
Giasone.  Sogno o deliro?
Qual voce il cor m’offese?
Issipile parlò? Giasone intese?
Eurinome. Or s’adempia il tuo voto. Il re tradito
vendica pur, se vuoi.
Giasone.  Vi sono in terra
alme sí ree!
Issipile.  Non condannar per ora,
mio ben, la sposa tua.
Giasone.  Scostati, fuggi!
Tu mia sposa? Io tuo bene? E chi potrebbe,
della strage paterna ancor fumante,
stringer mai quella destra? Esser mi sembra
complice del tuo fallo,
se l’aure che respiri anch’io respiro;
e mi sento gelar quando ti miro.
Issipile. (Quanto mi costi, o padre!)
Giasone.  Ov’è chi dice
che palesa il sembiante
l’immagine del cor? Creda a costei;
la dolcezza mentita

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di que’ sguardi fallaci

venga a mirar. (nel partire, si ferma vicino alla scena
e guarda con meraviglia Issipile)

Issipile.  Perché mi guardi e taci?
Giasone.  Ti vo cercando in volto
     di crudeltade un segno,
     ma ritrovar nol so.
          Tanto nel cor sepolto
     un contumace sdegno
     dissimular si può! (parte)

SCENA XIV

Issipile ed Eurinome.

Issipile. Udisti? Oh Dio!

Eurinome.  Non sospirar, ché perdi
tutto il merto dell’opra; e fanno oltraggio
quei segni di rimorso al tuo coraggio. (parte)
Issipile. Dal cor dell’idol mio
un error, che m’offende,
si corra a dileguar. No. Prima il padre
dal periglio si tolga, e poi... Ma intanto
m’abbandona Giasone. Ah! quel di figlia
è il piú sacro dover. Si pensi a questo,
e si lasci agli dèi cura del resto.
          Crudo amore, oh Dio! ti sento:
     dolci affetti lusinghieri,
     voi parlate al mesto cor.
          Deh! tacete. In tal momento
     non divido i miei pensieri
     fra l’amante e ’l genitor. (parte)