Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo V

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Capitolo V

I romani intimano guerra ai Sanniti

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CAPITOLO V.


La popolazione del Sannio intanto era divenuta assai numerosa, e perciò i Sanniti della confederazione, parte indotti dal bisogno, e parte mossi pure dall’ambizione, volsero l’animo a insignorirsi delle poche terre occupate dai Sidicini, popolo imbelle, d’origine osca, inchinevole a servire chiunque si fosse dichiarato propenso ad assumerne la difesa contro le aggressioni dei popoli vicini.

I Sidicini, veggendosi piombare addosso tanta ruina, si chiusero in Teano, città che or direbbesi capoluogo del paese da essi abitato, e che si distendea su vaghe colline tra il Liri e il Volturno. Ma siccome ad essi non dava l’animo di attendere soli l’attacco d’un sì poderoso nemico, così invocarono il presidio dei Campani. Costoro, traendo in ozio imbelle la vita, mancavano di un giusto concetto delle proprie forze, e reputandosi, come di numero così anche di valore, non punto inferiori ai Sanniti della confederazione, non istettero in forse di annuire all’invito, e sconsigliatamente spedirono molta mano di armati alla difesa di Teano.

I Sanniti della confederazione, fremendo d’ira per un tanto oltraggio, giurarono l’esterminio dei Campani, e mentre una parte della loro fanteria era intesa a impedire che gli assediati irrompessero dalle mura, il fiore della loro armata si mosse contro gli sprovveduti Campani, che inavvezzi [p. 42 modifica]da lungo tempo al maneggio delle armi, e dati a un vivere molle, non ressero al primo urto delle schiere Sannite, e dopo breve combattimento si volsero in rapida fuga. I Sanniti pertanto, a cui niente importava di proseguire la guerra contro i Sidicini, congiunsero tutte le forze in danno dei Campani, e, invase le loro terre, quasi senza colpo ferire, occuparono Tifata con un grosso stuolo di armati; e poi, scesi nel piano che giace tra Tifata e Capua, vennero a giornata decisiva coi loro avversarii. Quivi i Campani, benchè in numero assai maggiore, furono messi compiutamente in rotta, e i Sanniti, avidi di tenere senza contesa la signoria dell’intera Campania, cinsero di assedio la stessa città di Capua.

I Campani allora, vedendosi a mal partito, implorarono l’aiuto dei Romani. Ma costoro presero tempo a rispondere, poichè non si credevano ancora abbastanza forti per intraprendere con sicurezza la guerra contro una nazione tenuta in fama di bellicosa, e che anche allora potea essere considerata per la principale potenza d’Italia. E anche perchè non iscorgevano qual vantaggio avrebbero potuto impromettersi da una guerra assai rischiosa, intanto che non ritenevano possibile che i Campani si sarebbero indotti di buon grado a cedere ad essi una parte del loro territorio per rimunerarli del loro aiuto. E paventavano pure che coll’avanzare essi delle pretensioni di dominio, i Campani avrebbero anteposto di amicarsi i Sanniti, entrando novellamente a far parte della confederazione; poichè in tutti i casi una conciliazione coi Sanniti era per essi preferibile alla dominazione di Roma. Per queste ragioni negarono il chiesto aiuto, asserendo di non poterla rompere coi Sanniti, per essere da lunga pezza loro alleati. Ma i Campani, che portavano odio profondo ai Sanniti, e che volentieri avrebbero tollerata qualsiasi più dura condizione di vita anzichè sottoporsi ad essi, per vincere l’esitanza dei Romani; — poichè si avvidero che adduceasi il pretesto dell’alleanza, sol perchè non si giudicava vantaggiosa la guerra col Sannio — esibirono di dare il loro territorio in sudditanza a [p. 43 modifica]Roma. Il qual esempio vituperoso fu poi, come niuno ignora, seguito nel medio evo da tanti stati italiani, i quali ebbero meno in odio la signoria straniera che la dominazione di popoli vicini, coi quali aveano comune il linguaggio, i costumi, la religione e la lingua.

I Romani, pei quali il sogno dorato era l’acquisto della Campania che agognavano da lungo tempo, aderirono incontanente alle preghiere dei Campani, e spedirono i loro ambasciadori ai Sanniti per intimare ad essi che desistessero omai dall’assedio di Capua, e sgombrassero all’intutto il territorio dei Campani di cui, per la spontanea dedizione, si riteneano signori.

I Sanniti divamparono di sdegno a siffatta intimazione, e risposero che essi, anzichè paventare, anelavano di pugnare coi Romani, e che omai sui campi di battaglia dovea decidersi, gittata via ogni maschera, a quale dei due popoli sarebbe spettato il dominio dell’Italia intera. E senza porre tempo in mezzo cominciarono a predare in tutti i punti il contado di Capua.

Allora i padri coscritti proposero al popolo che si dichiarasse la guerra, la quale fu unanimemente risoluta, ed entrambi i popoli, posta in obblìo qualunque altra cura, apparecchiaronsi alla imminente campagna.

Ma qual era la condizione dei Sanniti della lega allorchè si accinsero di grand’animo a misurarsi in campo aperto coi Romani?

Il Sannio era abitato allora da tre milioni di uomini. L’agricoltura non era commessa a mani servili, come in Roma, e le campagne egregiamente coltivate da uomini liberi ed istrutti producevano con esuberanza tutto ciò che faceva mestieri ad un vivere agiato. I Sanniti ignoravano il lusso, e profondevano l’oro e l’argento soltanto negli arnesi da guerra, in cui avanzavano ogni altro popolo dell’antichità. Essi, mercè i loro istituti militari, poteano allestire numerosi eserciti, e in poco tempo sostituire nuove legioni alle perdute. Erano maestri nell’arte di difendere le città che soleano assai bene fortificare. Aveano le legioni divise in manipoli [p. 44 modifica]come i Romani, ed i manipoli in compagnie di 60 uomini. La medesimezza degli ordini militari dei Sanniti e dei Romani è affermata dallo stesso Tito Livio. E se un eminente uomo di guerra, qual era Cesare, asseriva che i Romani aveano appresa gran parte dell’arte della guerra dai Sanniti nel tempo della loro alleanza, fa d’uopo convenire che tra questi due popoli, in fatto di milizia, non aveano luogo essenziali differenze. Ma ciò non ostante ai Sanniti facean difetto le loro stesse costituzioni politiche. E invero la loro confederazione era inefficace a congiungere intimamente tutti gli stati del Sannio, per cui l’operosità dei Sanniti si logorava in civili discordie, in deliberazioni più funeste delle discordie, e in vicendevoli prepotenze tra città che ambivano dominare sulle altre, e cittadini anelanti di dominare sugli altri cittadini. E anche, in quanto riguardava la disciplina militare, essi perdeano al paragone dei Romani; imperocchè ove gli ordini politici sono federativi, suole essere sempre imperfetta la disciplina, mancando all’esercito l’abitudine di ubbidire. E perciò i Sanniti non nutrivano bastante stima per i proprii capitani; dacchè variandosi essi di continuo non infondeano quella fiducia, quella tema da cui deriva la riverenza nei soldati pei loro condottieri; mentre per lo contrario i Romani erano assuefatti da tempo immemorabile alla stima dei proprii capitani; e a ciò si aggiungeva che i Sanniti di Capua erano propensi a fornire soccorsi d’ogni sorta all’armata nemica.

Pur, ciò nonostante, i Sanniti della lega accolsero con gioia la solenne dichiarazione di guerra dei loro avversarii, e nutrivano fiducia che l’aiuto dei Romani, invocato con si abbietti sacrifizii dai Campani, non sarebbe riuscito molto dissimile nei suoi effetti dal soccorso di cui poco innanzi gli stessi Campani erano stati cotanto larghi coi Sidicini.