Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo VII

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Capitolo VII

I romani vinti alle forche caudine sono astretti a passare sotto il giogo

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Capitolo VII

I romani vinti alle forche caudine sono astretti a passare sotto il giogo
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CAPITOLO VII.


Riarsa più fieramente di prima la guerra sannita, Roma mise tosto in campo due numerosi eserciti, uno dei quali, capitanato dal console Lucio Cornelio, prese la volta di Capua [p. 50 modifica]per fronteggiare da quella parte i Sanniti, e l’altro, di cui assunse il comando Pubblilio Filone, attese a bloccare la città di Palepoli, la quale non dava speranza di poter essere in breve tempo espugnata. Il blocco si protrasse a lungo, poichè la prossima città di Neapoli porgeva di tempo in tempo efficaci soccorsi alla città sorella. I romani, fastiditi del lungo assedio, fecero pensiero di sedurre alcuni fra i più opulenti cittadini di Palepoli, e non fallì ad essi la nefanda speranza; cosicchè traendo profitto del tradimento di due principali cittadini, e della connivenza di molti greci,— i quali, perchè rotti a quel vivere molle, che ne’ popoli tralignati fa via alla servitù, eransi resi intolleranti di ulteriori rischi e disagi— potettero entrare vincitori nell’assediata città, da cui a mala pena ebbero il destro di fuggire gli ausiliari Sanniti. Palepoli fu allora riunita alla prossima Neapoli, formandosi delle due città una sola col nome di questa ultima, e la nuova città si serbò in seguito sempre fida alleata dei romani, ed occupò lo spazio ove ora è Napoli, la bellissima delle città italiane, per la quale possiamo tutti ripetere col profugo Rossetti:

«Salve, o lido immortal, delizia e vanto,
   A chi giugne, a chi parte amara pena,
   Tu il magico ricordi ultimo canto
    Della Sirena.»

Nel tempo stesso il console Camillo, entrato nel Sannio, espugnava in breve volgere di tempo Allife, Callife, e Ruffio, e, depredando, corse da un punto all’altro una parte notevole del territorio nemico, e gli si aggiunse poco dopo in quell’impresa il dittatore Papirio Cursore, uomo peritissimo nelle cose militari, acuì Roma affidò il governo della guerra del Sannio. Questi, dopo avere disfatti i Sanniti in varii combattimenti, e invaso da tutti i punti senza intoppo il territorio nemico, accordò ai Sanniti la tregua di un anno per ripigliare le ostilità. Ma, prima che la tregua fosse spirata, i Sanniti per essere insorti gli Appuli in loro favore, adunarono un potente esercito, affine di tentare nuovamente la fortuna [p. 51 modifica]delle armi, che sulle prime fu ad essi propizia, poichè avendo verso la frontiera occidentale del Sannio investiti i Romani, che non si attendevano un tale assalto, li volsero in fuga. Indi i Romani, rifatte poco dopo le ordinanze, vennero coi Sanniti a campale giornata, e dopo alcune ore di combattimento riuscì alla cavalleria sannita di rompere le linee nemiche; ma essendosi lanciata sui bagagli, bramosa di preda, i Romani, preso il tempo opportuno, irruppero di nuovo contro i Sanniti intenti al bottino, e li sgominarono da più parti. La rotta fu compiuta, e giacque estinto sul campo di battaglia lo stesso generale sannita.

I romani vinsero simultaneamente anche in Apulia, e il console Fabio espugnò Lucera con la strage di 20 mila Sanniti; per cui la confederazioni del Sannio, sempre più disanimata, chiese ai Romani la pace, ma non potendo ottenerla senza discapito della indipendenza del Sannio, risolvette di rimettere nuovamente le sue ragioni al filo delle spade. E siccome il successo delle grandi imprese militari soventi volte dipende dalla scelta del capitano, così la confederazione elesse a capo delle milizie del Sannio Caio Ponzio di Telesia figlio di Erennio, il più savio e valente dei Sanniti, e uno di quegli uomini nel cui animo ferve onnipotente il culto della patria e della libertà. E questi, a rinfrancare gli spiriti delle popolazioni Sannite con una prima segnalata vittoria, stimò opportuno trarre il massimo vantaggio possibile dalla difficoltà dei luoghi poco noti al nemico.

Volgeva l’anno di Roma 433. I consoli Veturio e Postumio erano accampati a Calazia in Campania. Ponzio accortamente ridusse così celatamente le sue schiere nelle vicinanze di Caudio, che niuno potette averne notizia. Indi da varie bande fece propagare la voce che i Sanniti eransi avviati alla volta di Luceria per prenderla di assalto. E non si tenne a ciò, ma commise a dieci soldati, travestiti da pastori, che, simulando di pascolare gli armenti nei dintorni di Calazia, si studiassero di cadere in mano dei Romani, e che, interrogati sulle mosse de’ Sanniti, raffermassero la corsa voce che gli stessi attendevano a espugnare Luceria.

[p. 52 modifica]I Romani caddero nel laccio, e, dando intera fede alle parole dei finti pastori, si proposero d’impedire che i Sanniti riuscissero nel loro intento, affinchè non si fosseio insignoriti dell’intera Apulia. Ora delle due vie che menavano a Luceria, la più breve, comechè meno sicura, era pel luogo detto Forche Caudine1. Un tal luogo consisteva in due passi profondi, angusti e fitti di selve, insieme congiunti con gioghi di monti intorno, tra i quali giaceva chiusa una pianura piuttosto larga, abbondevole di acque e di erba, nel mezzo della quale s’apriva un sentiero.

I Romani scesero in quel piano a traverso d’una cava rupe, ma, indi a poco, aprendosi a fatica una via per uscire dalla valle, si avvidero che n’era stato turato il varco con tronchi d’alberi e sassi smisurati. I Romani allora accortisi dell’inganno, rifecero la stessa via, e trovarono che anche da quella parte era stata ad essi nel medesimo modo preclusa l’uscita, e subito videro tutti i gioghi de’ monti occupati dai nemici.

Tuttavia non si diedero per vinti e tentarono animosamente di trarsi d’impaccio, ma, ributtati con molta uccisione dai Sanniti, che seppero usare il loro vantaggio, si videro compiutamente in balìa degli stessi.

I Sanniti, esultanti per un tale successo, non seppero sulle prime a qual partito appigliarsi, e mandarono per consigli al vecchio Erennio, padre di Ponzio, il quale nella sua giovinezza aveva udito in Taranto i ragionamenti di filosofia di Archita e di Platone. E costui rispose che avessero mandati liberi i romani e senza offesa di sorta. Ai Sanniti non parve opportuno di seguire un tal savio consiglio e mandando di nuovo [p. 53 modifica]a interrogarlo, n’ebbero per risposta che passassero tutti i Romani a fil di spada. Fece specie ai Sanniti l’pparente contraddizione delle due risposte, e indussero il vecchio Erennio a recarsi nel campo. Quegli aderì ai loro desiderii, e prese bellamente a dimostrare che nelle condizioni in cui versava il Sannio, facea mestieri o rimandare liberi e senza oltraggi i Romani, o trucidarli senza pietà; poiché nel primo caso sarebbe ad essi riusciuto agevole acquistare con sì magnanima azione la benevolenza del Senato e del popolo romano, e conseguire una pace durevole e decorosa, e nell’altro caso si renderebbe impossibile per qualche tempo a Roma di continuare la guerra.

Ma ai Sanniti non andò a sangue nè l’uno, nè l’altro consiglio, ritenendo il primo troppo mite, e il secondo snaturato, e si attennero a quelle timide, e, direi quasi, ammezzate risoluzioni che non approdano a nulla, e partorirono sempre la rovina degli stati. Essi acconsentirono che i vinti tornassero liberi a Roma, ma con questo che, deposte le armi, passassero sotto il giogo, sgombrassero dalle terre Sannite, richiamassero le colonie stanziate nelle terre usurpate, contraessero alleanza coi Sanniti, come si suole tra nazioni uguali, e che infine lasciassero per ostaggio seicento cavalieri per rispondere dell’osservanza del trattato.

E i Romani, cui non si dava altra via di scampo, accettarono tali condizioni, le quali, per altro, poste le consuetudini dei tempi, non avrebbero potuto essere tacciate d’ingiustizia. I consoli e i soldati in tal guisa addivennero segno alla maggiore ignominia che giammai macchiasse le aquile Romane. Tra gli scherni e gli urli del vincitore uscirono seminudi da quel luogo d’infamia, e senza che niuno osasse levare pur l’occhio in viso al compagno, fecero silenziosi la via di Capua, e, poiché non dava ad essi il cuore di entrare di giorno in città, si gettarono sul suolo, e in tal modo attesero che la sera avesse diffuse le prime tenebre sul creato.

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Le Forche Caudine


Però non appena i Campani ebbero sentore di un tal fatto spedirono ai consoli le insegne ed i fasci, e d’armi, di vesti convenienti ed abbondevoli vettovaglie fornirono l’armata. Ma pur tuttavia i soldati seguirono silenziosi il loro cammino, ed entrarono in Capua senza essere confortati da cortesie e saluti di amici. E nello stesso modo da Capua percorsero la via di Roma, ove entrarono a tarda notte, e, per sottrarsi ad ogni sguardo, si nascosero incontanente nelle proprie case. Roma li pianse come morti; e i senatori deposero le vesti di porpora, e le donne i loro consueti adornamenti.


Note

  1. Gli antichi dissero Forche Caudine la valle che giace fra Arienzo ed Arpaia, la quale prese un tal nome dal villaggio che in latino si dimandò Furchae o Forculae, vocabolo che nei tempi di mezzo si trasformò in quello di Furcae, da cui ebbe origine il nome di Forchia nel nostro idioma, e dalla città Caudio che fu poi distrutta, e che era posta alle falde dell’aprico monte che sovrasta Arpaia, città di moderna fondazione, ebbe l’epiteto di Caudine, donde il nome di Forche Caudine. (F. Daniele—Le Forche Caudine illustrate).