Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte III/Capitolo XII

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Capitolo XII

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CAPITOLO XII.


Nel secolo XVII e sino alla metà del seguente i diversi ordini religiosi istituiti in Benevento ebbero, non può negarsi, una non lieve importanza, per cui non posso ometterne un cenno, tanto più che le loro vicende s’identificano con la storia ecclesiastica di Benevento, la quale, come niuno ignora, è inseparabile dalla civile.

L’ordine dei benedettini fondò due monasteri di monache in Benevento: uno fu detto di S. Vittorino, e l’altro tolse il titolo di S. Pietro apostolo, e in questo nel 1321, per ordine del pontefice Giovanni XII, furono trasferite le monache benedettine di S. M. di Porta Somma. Nel monastero delle monache benedettine di S. Pietro si custodivano i mortali avanzi di Guitelgrina, di Maria, e di Sikelcarda, illustri donne della prosapia dei principi longobardi, che presero in questo monastero l’abito di S. Benedetto, e le salme di S. Offa e S. Bella amendue monache dello stesso convento. Dal monastero di S. Pietro dipendevano negli antichi tempi due prossime chiese: l’una detta de Monialibus attigua al monastero nel largo del Belvedere, che fu trasformata in casa privata, e l’altra chiesa denominata di S. Festo, posta di rimpetto alla porta maggiore della chiesa di S. Pietro, che fu anche ridotta a privata abitazione dall’attuale famiglia Buonanni.

Un altro convento dei PP. Benedettini era stato in epoca antichissima fondato in Benevento col titolo di S. Lorenzo, e poi prese il nome che conserva tuttora della Madonna delle Grazie. Questo convento fu in appresso abitato dalle benedettine, e poi dalle monache di S. Chiara, dalle quali fu conceduto ai PP. Osservanti di S. Francesco nell’anno 1450, essendosi le dette monache ritirate nel convento di S. Diodato, per non essere più lungamente esposte alle incursioni dei banditi che, scorrazzando nei dintorni della città, davano spesso l’assalto al convento. E siccome [p. 219 modifica]l’edifizio cadeva in rovina, così ordinò Sisto IV che, durante la sua ricostruzione, il Comune contribuisse annui ducati venti pei restauri e gli ornamenti del convento.

Le monache benedettine furon poscia nell’anno 1616 dal cardinale Pompeo Arigonio arcivescovo di Benevento trasferite nel monastero di S. Vittorino, e lo stesso arcivescovo fondò nel monastero di S. Diodato l’ospitale dei religiosi di S. Giovanni di Dio, facendo obbligo a questi di ricevere ogni maniera d’infermi, ed assegnò all’istituto le entrate degli Spedali di S. Maria de’ Martiri e di S. Bartolomeo.

Fu pure antichissima la fondazione d’un convento dell’Ordine degli eremiti di S Agostino in Benevento, ma non è possibile precisarne con sicurezza l’epoca. Non ostante è indubitato che un tal convento avea già una certa nominanza nel 1366, poichè nel dì 17 gennaio di quell’anno il P. Fra Donato di Benevento, che avea stanza in quel convento, fu da Urbano V creato arcivescovo di Lepanto, e mandato nella Turchia Europea. Questo convento, non meno ampio che splendido, in cui fiorirono parecchi monaci beneventani assai chiari nelle scienze, fu scelto per propria abitazione da Maffeo Barberini chierico della Camera Apostolica, il quale fu poi eletto pontefice col nome di papa Urbano VIII. Esso fu mandato in Benevento nell’anno 1605 da Clemente VIII insieme ad Alessandro Ludovico Uditore del palazzo Apostolico, per assumere i necessarii schiarimenti intorno ai confini della città di Benevento. Dal convento di S. Agostino dipendevano quattro chiese, di cui ora non si serba alcuna memoria, e sono la chiesa di S. Andrea da Palofernis, la chiesa di S. Matteo di Porta Aurea, che era presso questa porta, la chiesa di S. Maria, e la chiesa di S. Eustachio.

S. Domenico, fondatore dell’Ordine che da lui prese il nome, si recò in Benevento intorno all’anno 1221, in cui la chiesa beneventana era retta dall’Arcivescovo Ruggiero, e potè conseguire in dono dalle monache di S. Pietro un fondo posto a breve distanza dalla città presso il ponticello, nella contrada che ora si addomanda S. Chiumento, ossia S. Clemente, per una chiesa che anticamente era ivi dedicata a [p. 220 modifica]quel Santo, dal quale avea tolto il nome, e ove S. Domenico edificò un convento per i suoi frati. Ma il celebre Roffrido beneventano, avendo ottenuto nell’anno 1230 dal monastero di S. Pietro la chiesa di S. Maria antiqua col terreno confinante, vi fondò il convento che ora è addivenuto il palagio di giustizia con la chiesa che tuttora esiste, e ne fece dono ai padri Domenicani, i quali cedettero alle monache del medesimo ordine l’antico convento che si manteneva ancora integro nell’anno 1353, e si fecero ad abitare nel nuovo. Fra le religiose vissute nell’antico convento va ricordata la B. Daniella della Vipera, patrizia beneventana, la quale morì con fama di santità e venne ivi inumata. I P. Domenicani di Benevento furon sempre tenuti in molta stima dai romani pontefici, i quali ne promossero ben quattro alla dignità di vescovi. Varii religiosi beneventani di quell’ordine si segnalarono nelle lettere, e tra essi meritano speciale menzione: il P. M. Guglielmo Tocco, che fu mandato in Roma a promuovere la causa della beatificazione di S. Tommaso d’Aquino, di cui fu il primo a scrivere la vita;. e il P. M. Fra Simone che fu eletto nel 1269 generale inquisitore della Sede Apostolica, e fu il più acerrimo avversario delle sette religiose di quel tempo.

Nel convento dei domenicani si fondarono due confraternite: una, col titolo del SS. Rosario di sorelle e di fratelli nobili e civili, fu istituita nell’anno 1581, ed aggregata all’arciconfraternita di S. Giovanni nel dì 26 agosto 1587; e l’altra col titolo dell’Ave Maria, composta di soli fratelli, venne fondata nel 1660 o in quel torno di tempo; e ad essa Alessandro VII concedette la facoltà di aggregare eziandio delle sorelle, il che ebbe luogo nel 1661. Erano intorno al convento dei Domenicani in tempi più o meno antichi varie chiese, tra le quali la chiesa dei SS. Simone e Giuda attigua al palazzo Morra, presso la quale fu sotterrato il pozzo che servì di sepolcro a 600 e più beneventani, periti in una sola giornata nei tempi delle fazioni dei Guelsi e Ghibellini.

S. Francesco d’Assisi, appena conseguì la conferma della [p. 221 modifica]regola dal papa Innocenzo III, si recò in Benevento con alcuni dei suoi seguaci, e avendo ottenuto alcune case appartenenti alla chiesa di S. Costanzo edificò con esse un convento, il quale alcuni anni dopo la morte di S. Francesco fu ampliato, mediante le case attigue alla indicata chiesa, ed avea due confraternite, una dal titolo della Immacolata Concezione, e l’altra di S. Antonio di Padova, le quali furono soppresse dall’arcivescovo Orsini. Fiorì in questo collegio il P. M. Anselmo Sabatino, che, come sacro oratore, acquistò gran fama in Roma, Padova, Venezia, e in altre città principali d’Italia.

L’ordine dei PP. Servi di Maria fondava nell’anno 1556 un convento con una chiesa, poco oltre il ponte sul Sabato, col titolo di S. Maria degli Angeli, che acquistò assai celebrità in tutto il regno di Napoli per i prodigi che si dissero ivi operati. Questo convento ruinò nel tremuoto del 1688, ma dei quattro padri e due conversi che l’abitavano non perì alcuno. Essi si trasferirono precariamente nella chiesa della Pietà, posta fuori Porta Rufina, sinchè edificarono alcune stanze nel fondo della diruta chiesa di S. Giacomo, che in altri tempi fu parte dei monastero di Montevergine; ma nel tremuoto del 1702 cadde anche questo piccolo convento, per cui i frati furono astretti a consegnare all’arcivescovo Orsini il diruto convento con l’annessa chiesa e le sue entrate.

L’Orsini dopo qualche anno edificò nello stesso luogo un convento e una chiesa che dedicò a S. Pietro Martire, e nel giorno 29 aprile 1712 vi fece porre con molta solennità la prima pietra. Indi invitò i crociferi di S. Camillo de Lellis a fondare una casa in Benevento, e concedette loro la chiesa di S. Donato vescovo e martire con l’annessa parrocchia, ma per essere il convento di S. Donato privo di molte comodità, e non sufficiente a contenerli, i crociferi si trasferirono nel monastero di S. Caterina, posseduto dai PP. Celestini, e finalmente avendo acquistato il palagio della famiglia Pellegrini, lo resero con molte innovazioni acconcio alla nuova destinazione di collegio, e vi presero stanza nel 1755. E il religioso che assumea la qualità di parroco dava per dote in ogni anno [p. 222 modifica]ducati 25 ad una sorella povera ed onesta della sua parrocchia.

I chierici regolari delle Scuole Pie fondarono un collegio in Benevento nell’anno 1702, e i primi religiosi di quell’Ordine furono dal cardinale Orsini allogati nel sacro seminario coll’obbligo di insegnare ai seminaristi, e vi dimorarono sino all’anno 1703. In quel mentre fu ceduto al zelante arcivescovo da Ippolita Cutillo principessa di Pago un suo palagio prossimo al convento di S. Agostino, affinchè fosse destinato per collegio dei religiosi delle scuole Pie, con questo però che a santo titolare della nuova chiesa dovesse eleggersi S. Nicolò di Bari. E dopo di avere annuito a tale condizione, i padri delle Scuole Pie, nel primo decembre del 1703, si trasferirono nel nuovo collegio, ove per qualche tempo i seminaristi proseguirono a frequentare le loro scuole, le quali sebbene pel numero dei discepoli perdevano al paragone di quelle dei gesuiti, pur tuttavia accolsero, mercè un lodevole metodo d’insegnamento, il fiore degli ingegni beneventani.

Ma più degli altri ordini religiosi occorre far parola di quello dei gesuiti, attesa l’influenza che, anche nelle cose civili, i gesuiti esercitarono in Benevento per lungo volgere di tempo. Essi furon sempre potenti consiglieri degli arcivescovi — i quali nel governo della città ebbero maggior potere che i delegati apostolici — e regolavano le coscienze della maggior parte dei padri di famiglia, dimodochè non solo i gesuiti si resero arbitri delle dignità ecclesiastiche, ma altresì di varie cariche civili, e le loro vicende s’intrecciano con gli ultimi fatti politici della città di Benevento, come ho a lungo dimostrato in un’altra mia opera intitolata I miei studii.

Fu nel 1570 che il cardinale Arcivescovo di Benevento Giacomo Savelli invitò il generale dei gesuiti residente in Roma a fondare un collegio in Benevento, ma quel suo desiderio non ebbe allora effetto; finchè nel 1585 il Municipio di Benevento e l’arcivescovo Massimiliano Palombara, succeduto al cardinale arcivescovo Savelli, inviarono in Roma, come oratore, il dotto uomo Ottavio della Vipera, [p. 223 modifica]patrizio beneventano, a trattare col generale dei gesuiti, che allora era il P. Acquaviva, intorno alle condizioni richieste per fondare un collegio in Benevento. Mediante queste pratiche, seguite nel tempo del pontificato di Clemente VIII, furono mandati in Benevento 12 padri della Compagnia di Gesù, i quali si stabilirono in una casa a cui, secondo gli statuti dell’Ordine, si diede il nome di casa professa. Ma perchè erano privi di chiesa il papa Clemente VIII concesse loro la piccola chiesa parrocchiale di S. Pietro de Fraseris contigua alla casa professa, e la cura delle anime di questa parrocchia fu data all’altra chiesa, poco ivi lontana, di S. Andrea de Mililolis. E la città di Benevento nello stesso anno 1593, per provvedere alla pubblica istruzione, assegnò a quei dodici gesuiti annui ducati 200, affinchè educassero gratuitamente la gioventù nella pietà cristiana non meno che nelle lettere e nelle scienze. E così ebbero principio le scuole gesuitiche e la pubblica istruzione in Benevento nell’anno 1593.

Ma siccome nelle nuove costituzioni dell’Ordine gesuitico erasi stabilito che in ogni collegio dovessero accogliersi non meno di 24 padri, così il Municipio di Benevento destinò nell’anno 1598 per la casa professa dei gesuiti altri annui ducati 100, che, insieme a ducati 200 assegnati nel 1593, formavano l’annua entrata di ducati 300, acciocchè potessero alimentarsi 24 padri, coll’obbligo che laddove le rendite del collegio venissero in seguito ad eccedere la somma di ducati 1000, si dovesse l’assegno medesimo intender subito cessato.

Ed il pontefice Clemente VIII (Aldobrandini) con sue lettere, in forma di breve, nel 5 ottobre 1598 confermò tutto ciò che erasi convenuto tra il Municipio e il collegio gesuitico di Benevento. Intanto per effetto di tale assegno e della sanzione sovrana la casa professa cominciò a chiamarsi collegio; derò i gesuiti proseguirono tuttavia ad abitare nella casa professa, la quale lasciò questo nome e tolse quello di collegio vecchio dopo la costruzione dei collegio nuovo.

Nell’8 decembre del 1600, l’arcivescovo Palombara, voglioso di migliorare sempre più le condizioni dei gesuiti in Benevento; conseguì a favore degli stessi dal papa [p. 224 modifica]Clemente VIII: 1. che una delle porzioni canonicali del capitolo metropolitano di Benevento si concedesse perpetuamente ai padri della compagnia di Gesù in Benevento, con questo che dovessero mantenere un teologo che leggesse la sacra scrittura nella chiesa metropolitana; 2. che si annettesse altresì stabilmente al collegio dei gesuiti l’antica Badia di S. Maria del Giglieto con tutte le sue entrate; 3. che si togliessero dalie rendite del seminario dei chierici di Benevento due. 160 e si assegnassero anche perpetuamente al predetto collegio, e son quelli stessi che il seminario in ogni anno pagava al maestro di grammatica, affinchè la insegnasse ai seminaristi, come risulta dalle lettere apostoliche spedite nel 8 decembre 1600.

Indi nel 1603 i padri della compagnia di Gesù acquistarono il palazzo della nobile famiglia de Gennaro per costruirvi il nuovo collegio, e il pontefice Clemente VIII vi annuì di buon grado. Nell’anno seguente furono erette due confraternite, una pei nobili, e l’altra sotto il titolo dell’Assunta per la gente addetta alle professioni meccaniche. Neiranno 1607, mediante la somma di ducati 21500, l’arcivescovo Arigonio acquistò dalla R. Corte di Napoli le baronie di S. Bartolomeo in Galdo e di Foiano, che assegnò ai gesuiti di Benevento, col patto che i mille scudi, che davano di entrata in ogni anno, si dovessero spendere in prima per la fabbrica della chiesa e poi del collegio. E tanti furono i beneficii largiti dal cardinale arcivescovo Arigonio al collegi) dei gesuiti di Benevento che il generale della Compagnia ne lo dichiarò fondatore.

Nel 1628 cominciò la fabbrica della nuova chiesa dei gesuiti, e la prima pietra vi fu posta con tutte le solennità di rito da Mons. Vescovo d’Isernia Girolamo Massambruno, patrizio di Benevento. Nel 1645 non pochi beneventani di ogni ceto, mossi da zelo religioso, divisarono congregarsi in un luogo per attendere uniti con più fervore ad opere di cristiana pietà, e formate le regole, le sottoposero alla autorità ecclesiastica, e ne ottennero la sanzione dall’Arcivescovo Toppa che allora reggeva la diocesi beneventana, [p. 225 modifica]e che fu eletto da Papa Urbano VIII nel 1643. Indi il facoltoso Mercurio Ripa. col suo proprio denaro, comprò dai gesuiti uno dei cappelloni della loro chiesa col diritto di avvalersi di una delle sepolture per interrarvi i fratelli defunti, come risulta dall’istromento compilato dal notaro Agostino Fiorenza nel 4 giugno 1648.

Questa pia congrega tolse il titolo di Monte dei Morti, e, perchè si ritenne indispensabile l’esercizio del culto religioso, si stabilì che dodici sacerdoti, da eleggersi tra i più esemplari del clero secolare della città, dovessero attendere non solo alla celebrazione delle messe in pro dei benefattori fratelli e sorelle defunti, ma anche ad assistere i confratelli infermi, e a prender cura delle loro esequie, provvedendosi a quanto potesse bisognare con la contribuzione annuale che ciascun fratello ascritto pagava. E fu deliberato ancora che, istituendosi le confraternite, dodici cappellani dovessero aggiungersi ai fratelli del Monte, e che in seguito, dandosi luogo alle vacanze, fossero i cappellani prescelti tra i fratelli e i loro figli e parenti. E fu anche costruito a spese del Monte un coro con istalli di legno noce ai lati dell’altare della Congrega nella chiesa del Gesù, ove i cappellani del Monte recitavano le loro salmodie separatamente, e senza alcuna dipendenza dai gesuiti. E infine si conseguì che anche i cadaveri dei confrati si seppellissero nella chiesa dei gesuiti.

Moltiplicandosi col tempo le domande dei cittadini per essere compresi nel novero dei fratelli, si vide che non sarebbe stato possibile di contenerli tutti nel cappellone destinato alle funzioni dei cappellani, e per questo i fratelli del ceto nobile e civile, non omettendo di ascriversi al Monte dei Morti, comprarono due stanze terrene attigue al giardino del Collegio dei Padri Gesuiti, e vi eressero altro oratorio col titolo di Maria SS. Assunta in cielo. Ma dovendosi in seguito, per causa di un tremuoto, riedificare il collegio, occorsero ai gesuiti le due stanzette terrene appartenenti ai [p. 226 modifica]fratelli dell’Assunta, i quali, piegandosi alla necessità, si accordarono che sarebbe stato loro conceduto un altro luogo nello stesso collegio, appena questo fosse ricostruito, e ottenutolo l’ornarono a proprie spese, e venne dalla santa memoria di Benedetto XIII, allora cardinale Arcivescovo di Benevento, solennemente consacrato, come appare dalla iscrizione lapidaria ivi scritta. Ma poscia non essendo il locale ampio abbastanza per l’intera confraternita, parve più dicevole ai nobili di segregarsi dal ceto civile, ed avendo i gesuiti ceduto ad essi un altro locale nello stesso recinto del collegio, il ceto nobile vi costruì un secondo oratorio.

Nel 5 giugno del 1688 la chiesa ed il collegio dei gesuiti ruinarono quasi interamente per il tremuoto che in quel giorno converse in macerie moltissimi edifizii di Benevento, ma furono tosto riedificati a spese del munificentissimo Card. Arcivescovo Orsini. Poscia nel giorno 14 marzo 1707 le mura della chiesa e del collegio dei gesuiti furono novellamente diroccate da un altro terremoto, e di nuovo il cardinale ricostruì l’uno e l’altra, profondendo in tali fabbriche le sue rendite private, per secondare i generosi impulsi del suo cuore. E così fu eretto il nuovo edificio nel 1718, e la prima pietra fu benedetta dallo stesso Arcivescovo Orsini nell’anno 1720. E anche dopo la morte del medesimo, che seguì nel 1730, ne fu continuata la fabbrica e compiuta nel 1736 per cura del card. Fieri, che, dopo la morte del pontefice Benedetto XIII, ne assunse l’incarico.

E perciò, a perpetua ricordanza che la chiesa ed il collegio dei gesuiti furono edificati dal tanto benemerito Card. Orsini, si scolpirono in marmo due iscrizioni che si conservano tuttora, la prima nella chiesa sotto lo stemma di Orsini, e la seconda si legge ancora nella sala del collegio coll’effigie in basso rilievo di marmo del papa Benedetto XIII.