Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte III/Capitolo XIII

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Capitolo XIII

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CAPITOLO XIII.


Nel 1764 si verificò in Napoli un caro di viveri, di cui ha pochi esempi la istoria, e in tale occasione il governadore di Benevento Stefano Borgia, che fu poco dopo promosso al cardinalato, fece mirabili sforzi per preservare la città di Benevento da un tale disastro. E, mediante le sue cure e i sagaci provvedimenti adottati in tale occasione, il frumento vendevasi in Benevento per meno di un terzo del prezzo pel quale compravasi nei mercati di Napoli. E di più il benemerito governadore fece accogliere con molta larghezza in Benevento tutti i napoletani che vi trassero per fuggire la morte, e dispensare ad essi a prezzi discretissimi, come in tempi ordinarii, il grano che si stimò esuberante ai bisogni del paese. E con tutto questo si avverò in Benevento un’inusata mortalità in quell’anno, per cui il comune, a interrare tanti cadaveri, costruì l’antico Camposanto, che giace poco più di un trar di mano dal Ponte Lebbrosi, e al quale, or sono sette lustri, fu sostituito l’attuale camposanto in luogo meno acconcio forse a tale destinazione.

Per qualche tempo la quiete dei beneventani non fu turbata nè da civili dissenzioni, nè da invasioni nemiche, ma P Ordine dei gesuiti, tralignando dalla sua prima origine, e mescolatosi nelle cose di governo, produsse molte agitazioni politiche nei regni di Europa, per cui fu occupata Benevento dalle milizie napoletane, come mi fo brevemente a narrare.

Intorno al 1768 i gesuiti invece di tenere in pregio la coltura dei popoli, assecondando le tendenze dei tempi, misero ogni studio a combatterle, non proponendosi altro scopo che di avanzare in potenza tutti gli altri ordini claustrali; e quindi colle smisurate ricchezze, col traffico secolaresco, colle dispute inutili e colle brighe di Corte divennero esosi ai principi e ai popoli. Nè si rimasero a questo, raa eccitati dall’ambizione suscitarono diverse turbolenze in [p. 228 modifica]tutta Europa, per cui la Spagna, la Francia, il Portogallo, il re delle Sicilie e tutte le altre sovranità del mondo cattolico, dopo di averli eliminati dai loro dominii, fecero caldissime pratiche col pontefice Clemente VIII per la totale soppressione della Compagnia di Gesù. Laonde i gesuiti furono espulsi anche da Benevento, e, chiuse tutte le loro scuole, attesero alla pubblica istruzione gli scolopii, ossia i padri delle scuole pie, introdotti in Benevento sin dal 1702 dallo stesso cardinale Arcivescovo Orsini, i quali, dicasi il vero, non si frammisero mai in cose estranee al loro ministero, nè avversarono le utili riforme civili. Ma non andò molto che i predetti sovrani, indignati fuor di modo per gli indugi messi dal papa Rezzonico nell’abolire la Compagnia di Gesù, cominciarono a mostrarsi fieramente ostili alla santa sede. Il re di Francia tolse alla chiesa la città di Avignone col contado, e il re delle due Sicilie Ferdinando IV, che anche per altre cause nutriva da lunga pezza mal celati dissapori contro il pontefice, ne seguì l’esempio, aggregando in prima precariamente ai suoi stati Pontecorvo come una minaccia, e poi andando in persona con le sue milizie ad occupare la città di Benevento. I cittadini ne furon lieti, perchè anelavano di cogliere qualunque occasione per sottrarsi alla dipendenza di uno stato lontano, e perciò per la entrata di Ferdinando IY ebbe luogo in Benevento una delle maggiori feste cittadine che ci furono tramandate dai nostri più reputati annalisti.

Ma essendo morto nell’anno 1769 Clemente VIII, il suo successore papa Ganganelli, annuendo ai giusti desiderii di tanti sovrani, firmò nel 1773 la celebre bolla della totale soppressione della compagnia di Gesù, e l’estensore del breve pontificio fu il dotto Card. Gennaro de Simone, patrizio beneventano1. E fu nella notte del 17 agosto dei [p. 229 modifica]medesimo anno 1773 che si mandò in esecuzione la famosa bolla con la espulsione dei gesuiti dai loro collegi in tutto l’orbe cristiano, e col sequestro di tutte le loro entrate e denari contanti, mobili, e oggetti preziosi di chiesa, e lo stesso ebbe luogo anche in Benevento. Dopo ciò il re di Francia restituiva nel 1774 alla Santa Sede la città di Avignone, e il re di Napoli Ferdinando IV le città di Pontecorvo e di Benevento. Quest’ultima fu restituita nel 23 marzo 1774.

Ai 22 settembre del 1775 morì Papa Ganganelli, (Clemente XIV) e gli successe Pio VI, il quale nominò arcivescovo di Benevento il Cardinal F. M. Banditi, in luogo dell’arcivescovo Giovan Battista Colombini trapassato nel 3 febbraio 1774. E, per le calde pratiche del Banditi, il pontefice Pio VI con chirografo del 23 aprile 1777 fece dono della chiesa e dei Collegio dei gesuiti di Benevento con tutti i loro beni ed entrate al collegio dei padri della Congregazione del SS. Redentore di S. Angelo a Cupolo, fondato dal vescovo di S. Agata de’ Goti Mons. Alfonso Maria de’ Liguori, coll’obbligo di adempiere a tutto ciò che per l’innanzi si praticava dai gesuiti, come rilevasi da un istrumento compilato dal notaro Ignazio de Rosa di Benevento il giorno 6 giugno 1777. Pio VI fu anche largo di beneficii con Benevento, e fece ricostruire il ponte sul Sabato, e abbellire altri pubblici edifizii.

In quel tempo la Francia era caduta sotto il governo direttoriale, e i suoi eserciti repubblicani anelavano di cangiare la forma di governo anche in Italia. E però Ferdinando IV, che avea risoluto d’impedire con ogni suo sforzo ai francesi che varcassero la frontiera del regno, manteneva in Benevento una discreta guarnigione. E anche quando fece vela con la Reale famiglia per la Sicilia, si credette conveniente di fortificare Benevento con un presidio di cinquemila soldati, ben forniti di artiglieria, e comandati dal generale Cams, il quale collocò molti pezzi di cannone in varii punti della città, e in maggior numero presso la porta del Calore e in capo al ponte, nel fine di formare un campo di [p. 230 modifica]battaglia nella storica contrada detta Rosito o Roseto. Però dopo soli sei giorni di dimora in Benevento, il generale Cams, preso da subito timore, sgombrò coll’intero presidio da Benevento, che rimase inerme con la sola milizia urbana e col governadore pontificio. Un tal fatto, senza apportare alcun vantaggio alla città, aggravò il comune della spesa di ducati tremila per i quartieri stabiliti in case religiose, e per lo spedale istituito nel convento dei cappuccini, tuttochè per le paghe e pel vitto dei soldati avesse provveduto il governo del re, malgrado che la città gli si fosse dichiarata avversa dal dì che Roma fu retta da libere forme di governo. Indi, come si seppe che i francesi aveano espugnata la fortezza di Capua, fuggì il governadore pontificio, e il popolo, avido di libertà, elesse a suo governadore il marchese Giuseppe Pacca, patrizio beneventano, e, sollevatosi contro la pontificia dominazione, trasse con impeto dal carcere tutti i rei di qualsiasi delitto. E poscia il Consiglio comunale, a ingraziarsi i vincitori, risolvette di spedire in Capua quattro deputati, i quali furono il governadore Giuseppe Pacca, il prelato Carlo Pedicini, e i signori Antonio Zoppoli e Domenico Isernia. Costoro nel 9 gennaio 1799 si misero in cammino, e giunti presso Capua si avvennero nella vanguardia francese comandata dal generale Championnet, la quale si componeva di 70 dragoni francesi, ed era diretta in Benevento, ove giunse sull’imbrunire di quel medesimo giorno.

Championniet, il dì seguente, si mosse con tutte le sue schiere alla volta di Napoli. I lazzaroni con pietre ed armi d’ogni sorta fecero testa lungamente all’esercito francese, per modo che al valoroso Championnet non fu dato altrimenti di entrare in Napoli che sui cadaveri di migliaia e migliaia di popolani, che perirono da prodi.

La città di Napoli a quei tempi era innanzi ad ogni altra città d’Italia per coltura e dottrina, e nel suo popolo il desiderio di un libero governo prevaleva su qualsiasi altro sentimento. E però gli uomini più preclari per ingegno e sapere, che illustravano allora la metropoli del regno, accolsero con giubilo le attese riforme dei francesi; sicchè a [p. 231 modifica]Championnet riuscì molto agevole di fondare in Napoli la repubblica che poi si disse Partenopea, la quale, benchè inaugurata con sì fausti auspicii, fu non ostante poco durevole, e provocò quelle immani vendette di Ferdinando IV e della regina Carolina, che, esecrate da tutti i popoli civili, fruttarono perpetua infamia al nome dei Borboni, e contribuirono potentemente ai nostri giorni ad accelerare la loro caduta, e a compiere in più breve giro di tempo, e con minori ostacoli la gloriosa unità italiana.

Non andò molto che giunse in Benevento un corpo di tremila francesi sotto il comando del generale Brusier con 19 soldati, un capitano e due tenenti rimasti feriti in una scaramuccia presso Arienzo. Il generale francese, nella prima notte che trascorse in Benevento, commise il furto della Tesoreria del Duomo, per la quale profusero le loro ricchezze Benedetto XIII e l’arcivescovo Banditi.2 E non pago di ciò il Brusier, da vero conduttiero d’una banda di ladroni, tolse dal Monte dei Pegni i più preziosi oggetti con ducati settemila che ivi erano depositati, e nel dì seguente, a levata di sole, partì alla volta di Capua con sei traini che contenevano gli oggetti derubati e con l’intera truppa, tranne i feriti che lasciò nell’ospedale di S. Diodato.

La classe più colta dei beneventani, considerando che niuna legge fa obbligo ai cittadini di mettere a repentaglio la vita senza la speranza di conseguire un qualche intento, si tenne inerte all’annunzio del fatto. Ma il popolino, incitato dalle donne, le quali sparsero la voce che i francesi avessero anche involata la statua della Vergine delle Grazie, diede di piglio alle armi. In poco tempo varie migliaia di [p. 232 modifica]cittadini con la gente del contado, verso le ore 3 del mattino, armatisi chi di coltello, chi di spiedo, chi di archibuso e chi di sole pietre, si fecero ad inseguire i francesi per riavere la preda. Il rimanente del popolo, dopo di aver saccheggiati i quartieri dei soldati, la casa dei signori Torre e di altri gentiluomini, andò in traccia di armi e munizioni. Nel tempo stesso alcuni popolani percorsero audacemente i paesi e villaggi convicini per far numero, e altri presero ad aggirarsi per la città, raccogliendo vettovaglie da somministrare a tutti coloro che si accingevano a combattere i rapitori del tesoro della nostra cattedrale.

I francesi furono inseguiti sino al luogo denominato le campizze presso Montesarchio, ove vennero alle mani coi beneventani. La zuffa durò quasi un’ora e vi perirono 73 beneventani, come viene accertato dalle statistiche parrocchiali di quei tempi, oltre non pochi forestieri, ma di francesi soccombette forse un numero anche maggiore, poichè trovandosi nel popolo molti cacciatori, i colpi di costoro di rado o non mai cadevano in fallo. E dei varii casi di quella zuffa, che ci furono tramandati da cronache inedite e dalla tradizione, il più notevole è il seguente.

Un assai abile cacciatore, nascosto dietro una siepe, uccise in poco d’ora col suo archibuso un dopo l’altro sette cavalieri francesi, ma un dragone, sceso di sella, si appressò alla siepe, e, mentre il cacciatore ricaricava il fucile, colto il momento opportuno, lo trapassò con la spada. I francesi vedendo che il conflitto si protraeva a lungo, fecero un ampio cerchio per chiudervi in mezzo tutti i beneventani, ma costoro, scorgendo il pericolo, a impedire un generale massacro, presero per diverse parti la fuga. I traini intanto pervennero senza alcun ostacolo in Capua, e se il desiderio di prender parte all’assalto di Napoli e congiungersi a Championnet, non avesse indotti i francesi comandati da Brusier a riprendere alacremente la marcia, essi, come avean fatto intendere, dato volta indietro e rientrati in Benevento, avrebbero passati a silo di spada i cittadini, e depredate tutte le loro abitazioni.

[p. 233 modifica]Io quel mentre gli abitanti dei prossimi paesi, e specialmente quelli del villaggio delle Pastene, appena fecero ritorno in Benevento, mossi a un tempo dalla cupidigia e dalla indignazione, per non essere stati assecondati da tutte le classi della cittadinanza, insieme ad alcuni beneventani che si associarono ad essi in quella nefaria impresa, presero a saccheggiare varie case di persone opulenti, e furono quelle del sig. Pellegrini, del marchese Mosti, e del Barone dell’Aquila, e la doviziosa bottega con l’attigua casa del de Bellis, e nella loro ferocia ridussero in pezzi gli oggetti che non potettero divenire loro preda.

E poi man mano trascorsero a peggiori eccessi, poichè trucidarono un tal Giovanni Lavinio, sol perchè domandò loro cosa facessero, e per poco non posero le violente mani addosso a certi preti d’illibata vita, che con dolci parole tentarono di attutirne lo sdegno. Nè paghi di ciò appiccarono il fuoco alla casa dei signori Pellegrini, che fu tosto spento, ed al palagio dei Marchesi Mosti, in cui acquistò forza, per modo che ne rimase guasto in più parti, e dopo questi fatti i forestieri sgombrarono dalla città. Ma i più prudenti cittadini, temendo nel dì seguente il ritorno di quei facinorosi, presero le armi per la propria difesa, e in un tafferuglio che ebbe luogo tra certi beneventani, i cittadini Giovanni Vessichelli e Cosimo Tretola, ritenuti per forestieri, furono quasi a furia di popolo uccisi. In tanto disordine e confusione da potersi paragonare ad una vera anarchia si visse per alcuni giorni, finchè avutasi la novella della resa di Napoli ai francesi, a prevenire la loro vendetta, si spedirono in Napoli quattro deputati, e furono il governatore Marchese Pacca, il vicario generale Camillo Rossi e i signori Antonio Buonopane e Filippo Rossi, ai quali riuscì di propiziarsi il generale Championnet, che dimorava in Napoli, mediante l’offerta di ducati 10 mila, e la promessa di erigere anche in Benevento l’albero della libertà, locchè, a impedire i tumulti popolani, fu eseguito, a notte alta, dinanzi la fontana posta nel largo del palagio arcivescovile, e la mattina seguente (volgea il [p. 234 modifica]giorno 13 febbraio) fu cantato nella chiesa cattedrale, insieme ad altre cerimonie della chiesa, l’inno ambrosiano.


Note

  1. Il Cardinale de Simone amò fuor di modo il suo nativo paese, e fece conseguire a Benevento molli privilegi, fra i quali è da noverare l’enfiteusi della dogana, che fruttava al Comune la somma di ducati 6000 annui.
  2. Il cardinale Francesco Banditi, nato in Rimini nel settembre del 1706, governò la chiesa beneventana circa anni ventuno con ammirevole zelo, e compì la sua mortale carriera il 26 maggio 1796. Questo benemerito pastore diede compimento al monastero delle Orsoline, arricchì la cattedrale di molti sacri arredi, eresse dalle fondamenta la chiesa parrocchiale di S, Maria della Verità e f ospedale delle donne, e fornì la pubblica Biblioteca di altri pregevoli libri.