Istoria delle guerre gottiche/Libro primo/Capo XI

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CAPO XI.

Sospetti pigliati in Roma dai barbari contro il monarca loro. — Vitige, creato re dei Gotti, fa morire Teodato. — Sue parole sulla utilità d’un temporeggiare giudicioso, e dell’apprestarsi convenientemente alla guerra. — Presidiata Roma va a Ravenna, e vi sposa Matasunta figliuola di Amalasunta.

In questo mezzo, se pur non prima, i Gotti dimoranti in Roma o in que’ dintorni forte maravigliavano che Teodato annighittisse a segno di non voler muovere contro il nemico in marcia alla sua volta, ed assalirlo; nè lieve era il sospetto ch’egli cercasse tradire di suo arbitrio a Giustiniano Augusto la repubblica loro, addivenuto non curante di tutto, fuorichè di menare la vita in opulento riposo. Non sì tosto adunque ebbero avviso della caduta di Napoli in poter dei Romani che, sopra lui versando la colpa delle presenti calamità, vennero ad un luogo distante da Roma dugentottanta stadj, e nomato da costei cittadini Regeta, avendolo giudicato opportunissimo per camparvi in grazia degli abbondanti pascoli a benefizio della cavalleria, e d’un fiume, che irrigavalo, dai paesani detto con voce latina Decennovio, sendochè trascorsi diciannove miglia, oppure centredici stadj, mette foce nel mare presso Tarracina1 [p. 59 modifica]città in vicinanza del monte Circeo, dove la fama narra avvenuto il conversare di Circe con Ulisse. Ma io non vi presto fede sempre che Omero collochi rettamente il domicilio della maga in un’isola. Confesso non di meno che il monte dilungasi entro l'acqua sì, quanto gli è mestieri per acquistare la simiglianza d’un’isola, ed in effetto tale sembra durante grandissimo tratto non solo ai vascelli in corso lungh’esso, ma eziandio a’ pedoni camminandone i lidi: se non che alla fin fine ognuno arrivandovi s’accorge come fosse caduto nell'inganno, e forse il poeta alludendo a questa simiglianza nomò isola quel luogo. E qui rannodo il filo del mio primo discorso.

II. I Gotti raunatisi presso Regeta eleggono a re di lor gente e degli Italiani Vitige, uomo per verità non d’illustre prosapia, ma salito a gloria somma per le battaglie vinte nelle adiacenze di Sirmio, quando Teuderico era in guerra co’ Gepidi. Teodato all’udire queste [p. 60 modifica]innovazioni riparava con precipitosa fuga a Ravenna; Vitige allora comanda al gottico Ottari di tenergli dietro senza posa volendolo o vivo o morto in sue mani. Il duce poi eletto all’uopo odiavalo assai, e vo a dirne la cagione: ambiva costui le nozze di certa pulzella ricca di ereditadi ed avvenentissima della persona, Teodato non di meno, aescato da offertogli danaro, ne lo privò e diedela in isposa ad altro pretendente; l’offeso adunque e per isfogare la passione dell’animo suo, e per obbedire a Vitige si pose volentierissimo e con tutto l’ardore a seguirne le peste, nè requiò di giorno o di notte infino a tanto che, aggiuntolo in su la via, non lo ebbe gittato a terra, ed a foggia di vittima così a rovescio com’era sgozzato. In questa funestissima guisa Teodato compiè sua vita dopo tre anni di regno.

III. Vitige entrato in Roma coi Gotti che avea seco riseppe a non dubitarne la fine di Teodato, e pigliatone grande contento fecene imprigionare il figliuolo, Teodegisclo; poscia vedendo la somma delle pubbliche faccende non ancora bene ordinata, giudicò miglior partito quello di trasferirsi prima di tutto a Ravenna per metterle in assetto avanti di cominciare la guerra: con questo intendimento raccolte le truppe iva loro dicendo: «Le grandi imprese, o commilitoni, sogliono condursi a felice termine co’ prudenti consigli, e non già col precipitosamente correr dietro alle occasioni, riuscito essendo il più delle volte utilissimo un opportuno temporeggiare; quando per lo contrario un operar veemente e fuor di senno carpì a molti la speranza di felici successi. Nè v’è a ridire che gli eserciti forti [p. 61 modifica]di numero ma non curanti degli apparecchi necessarj, se guerreggino con nemici di quantità inferiori sieno per essere vie meglio vinti, che non quelli i quali in minor novero ma apparecchiatissimi escono in campo. Non vogliamo pertanto essere i fabbri della nostra rovina col secondare un subito ed immoderato desio di rinomanza, giovando assai più l’aprirsi il varco con qualche poco di momentanea vergogna ad una gloria immortale, che non ischivata per brevissima ora l’ignominia soggiacere ad obbrobrio eterno. Nessuno meglio di voi è al fatto che moltissimi nostri confratelli e quasi tutti gli apprestamenti guerreschi stannosi ora nelle Gallie, in Venezia ed in altre lontanissime regioni; abbiamo di più intrapreso co’ Franchi una guerra per nulla inferiore a questa, di modo che sarebbe, in fe’ mia, la massima delle stravaganze il cominciarne altra innanzi di condurre a buon termine quella, volendo ragione che addivenga contraria la sorte delle armi a chi pretende occuparsi di molte imprese, e non entrare in gara con un solo nemico. Laonde è mio proponimento che ci facciamo tosto a Ravenna, e quando avremo pace co’ Franchi, ed ottimamente provveduto alle nostre bisogne torneremo ad assalire con tutto il gottico esercito il duce imperiale. Non increscavi adunque il retrocedere meco, o chiamate pur fuga questa ritirata; ma ricordivi ognora che siccome opportuna voce di timore fu utile a molti, così gittò altri nel precipizio un nome intempestivo di fortezza; che la indovina mai sempre chi attende alla sostanza ed ai vantaggi delle umane faccende, [p. 62 modifica]e non alle speciose parole; che non il principio d’una illustre azione, ma il suo termine rende testimonianza alla virtù di chi ne fu l’autore. Nè dir si conviene pauroso del nemico un esercito che appena fattosi vie più agguerrito vola a combatterlo, di tali sono bensì quanti ritraggonsi dalla pugna per istarsene di continuo sani della persona. Abbiavi ancor meno tra voi chi tema perdere questa città; imperocchè se i Romani parteggiano di buon grado con noi sapranno, costantemente fedeli, serbarcela, e di ottima voglia al nostro pronto ritorno ci riaccoglieranno: se per lo contrario macchinarono ai nostri danni, coll’introdurre il nemico entro lor mura ne apporteranno minor nocumento, meglio essendo il venire alle prese con iscoperti avversarj; provvederò tuttavia che nulla di simile ne accada, e copiose truppe capitanate da espertissimo duce rimase quivi di mio volere sapranno ad ogni evento prenderne opportuna difesa. Così stabilito il tutto ne’ debiti modi non ci proverrà in fede mia dalla nostra partenza il minor danno.»

IV. Vitige si tacque, ed i barbari fatto eco a’ suoi detti affardellarono prontamente. Raunato di poi con Silverio vescovo della città il senato ed il popolo romano, diede loro molti consigli, e rammentando il regno giustissimo di Teuderico esortavali tutti a guardare di buon occhio le gottiche genti; senza che obbligolli con santissimo giuramento a rimanergli fedeli. Scelti quindi non meno di quattro mila valenti guerrieri loro fidò la custodia di Roma preponendone al comando Leuderi uomo di provetta età e di specchiata [p. 63 modifica]prudenza, quindi alla testa di tutto l’esercito calcò la via di Ravenna portando seco in ostaggio gran novero di senatori. Giuntovi impalmò Matasunta di Amalasunta, (vergine di età opportuna al matrimonio, condotta impertanto mal suo grado a tali nozze) intimamente così legandosi colla prosapia di Teuderico per assicurarsi vie più il regno. In processo di tempo fatta dappertutto leva di militi ed inscrittili ne’ ruoli comandò che fossero disciplinati nell’arte della guerra, dando a ciascuno armi e cavalli giusta il poter suo e il grado loro. Guardossi non di meno dal richiamare le truppe di guernigione per le Gallie, temendo novità dalla parte de’ Franchi, popoli anticamente nomati Germani; quali poi si fossero le primitive stanze loro, di che guisa occupassero il gallico suolo, e come avessero nimicizia e guerra co’ Gotti addiverrà tosto argomento del mio discorso.

Note

  1. Anxur detta dagli antichi geografi ecc., ora Circello. Sì al monte che a quella parte del mare Tirreno venne il nome della maga Circe, la quale secondo Omero (Odiss., lib. X, verso 135 e segg.) abitava in un’isola dal poeta detta Eea; ma più non apparendone vestigio a dì nostri, si crede che questa siasi unita al continente (V. Vet. Lat. II, pag. 243; l’Heyne, Excurs. I ad lib. V Aeneid; ed Omero, Odiss.). Io poi sono di parere col nostro Autore che l’isola indicata dal Poeta fosse il monte stesso circondato dal mare e dalle paludi formate da due fiumi, il maggiore dei quali dicevasi Aufido, per modo che rendea sembianza d’un’isola, in conformità a quanto scrive Strabone. Tarracina si nomò eziandio Trachina, la quale greca voce corrisponde nella nostra lingua ad aspra, montuosa, e forse da questa denominazione guasta e corrotta derivolle poi quella di Tarracina, della quale è in possesso anche ai nostri tempi.