Istorie fiorentine/Libro primo
| Questo testo è incompleto. |
| ◄ | Proemio | Libro secondo | ► |
LIBRO PRIMO
DELLE
ISTORIE FIORENTINE
DI NICCOLÒ MACHIAVELLI
cittadino e segretario fiorentino
AL SANTISSIMO E BEATISSIMO PADRE
CLEMENTE SETTIMO
PONTEFICE MASSIMO.
assalire da tante parti, per aver meno nemici cominciò ora con i Vandali, ora con i Franchi a fare accordi; le quali cose accrescevano l’autorità e potenza dei barbari, e quella dell’Imperio diminuivano. Ne fu l’isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina; perchè, temendo i Brettoni di quei popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come l’Imperatore potesse difenderli, chiamarono in loro ajuto gli Angli popoli di Germania. Presero gli Angli sotto Vortigerio Angli danno il nome all’Inghilterra. loro Re l’impresa, e prima gli difesero, dipoi gli cacciarono dall’isola, e vi rimasono loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventarono per la necessità feroci, e pensarono ancorachè non avessero potuto difendere il paese loro di potere occupare quello d’altri. Passarono pertanto colle famiglie loro il mare, ed occuparono quei luoghi che più propinqui alla marina trovarono, e dal nome loro chiamarono quel paese Brettagna. Gli Unni i quali disopra dicemmo avere occupata Pannonia, accozzatisi con altri popoli detti Zepidi, Eruli, Turingi, ed Ostrogoti (che così si chiamano in quella lingua i Goti Orientali) si mossero per cercare nuovi paesi; e non potendo entrare in Francia, che era dalle forze barbare difesa, ne vennero in Italia sotto Attila loro Re, il quale poco davanti Attila Re degli Unni in Italia.per essere solo nel regno aveva morto Bleda suo fratello; per la qual cosa diventato potentissimo, Andarico Re de’ Zepidi, e Velamir Re degli Ostrogoti rimasero come suoi soggetti. Venuto adunque Attila in Italia assediò Aquileja, dove stette senz’altro ostacolo due anni, e nella ossidione di essa guastò tutto il paese all’intorno, e disperse tutti gli abitatori di quello; il che come nel suo luogo diremo dette principio alla città di Vinegia. Dopo la presa e rovina di Aquileja e di molte altre città, si volse verso Roma, dalla rovina della quale si astenne per i prieghi del Pontefice, la cui riverenza potette tanto in Attila, che si uscì d’Italia, e ritirossi in Austria, dove si morì. Dopo la morte del quale Velamir Re degli Ostrogoti, e gli altri capi delle altre nazioni presero le armi contro a Errico ed Euric suoi figliuoli, e l’uno ammazzarono, e l’altro costrinsero con gli Unni a ripassare il Danubio, e ritornarsi nella patria loro; e gli Ostrogoti ed i Zepidi si posero in Pannonia, e gli Eruli e Turingi sopra la ripa di là dal Danubio si rimasero. Partito Attila d’Italia Valentiniano Imperatore Occidentale pensò d’instaurare quella, e per essere più comodo a difenderla dai barbari abbandonò Roma, e pose la sua sede in Ravenna. Queste avversità che aveva avute l’Imperio Occidentale erano state cagione che l’Imperatore, il quale in Costantinopoli abitava, aveva concesso molte volte la possessione di quello ad altri, come cosa piena di pericoli e di spesa, e molte volte ancora senza sua permissione i Romani vedendosi abbandonati, per difendersi creavano per loro medesimi un Imperatore, o alcuno per sua autorità s’usurpava l’Imperio; come avvenne in questi tempi che fu occupato da Massimo Romano dopo la morte di Valentiniano, e costrinse Eudossa stata moglie di quello a prenderlo per marito; la quale desiderosa di vendicare tale ingiuria, non potendo nata di sangue Imperiale sopportare le nozze di un privato cittadino, confortò segretamente Genserico Re de’ Genserico Re de’ Vandali prende Roma.Vandali e signore di Affrica a venire in Italia, mostrandoli la facilità e la utilità dell’acquisto. Il quale allettato dalla preda subito venne, e trovata abbandonata Roma saccheggiò quella, dove stette 14. giorni; prese ancora, e saccheggiò più terre in Italia, e ripieno se e l’esercito suo di preda se ne tornò in Affrica. I Romani ritornati in Roma sendo morto Massimo crearono Imperatore Avito Romano. Dipoi dopo molte cose seguite in Italia e fuori, e dopo la morte di più Imperatori, pervenne l’Imperio di Costantinopoli a Zenone, e quello di Roma ad Oreste ed Augustolo suo figliuolo, i quali per inganno occuparono l’Imperio. E mentre che disegnavano tenerlo per forza, gli Eruli e i Turingi, i quali dissi essersi posti dopo la morte di Attila sopra la ripa di là dal Danubio, fatta lega insieme sotto Odoacre loro capitano vennero in Italia; e nei luoghi Longobardi. lasciati vacui da quelli vi entrarono i Longobardi, popoli medesimamente Settentrionali, condotti da Godogo loro Re, i quali furono come nel suo luogo diremo l’ultima peste d’Italia. Venuto adunque Odoacre in Italia vinse ed ammazzò Oreste propinquo a Pavia, ed Augustolo si fuggì. Dopo la qual vittoria perchè Roma variasse con la potenza il titolo, si fece Odoacre lasciando il nome dell’Imperio chiamare Re di Roma, e fu il primo che de’ capi de’ popoli che scorrevano allora il mondo si ponesse ad abitare Italia; perchè gli altri o per timore di non la poter tenere per essere potuta dall’Imperatore Orientale facilmente soccorrere, o per altra occulta cagione l’avevano spogliata, e dipoi cerco altri paesi per fermare la sedia loro.
Stato dell’Imperio Romano sotto Zenone.Era pertanto in questi tempi l’Imperio antico Romano ridotto sotto questi principi; Zenone regnando in Costantinopoli comandava a tutto l’Imperio Orientale, gli Ostrogoti Mesia e Pannonia signoreggiavano, i Visigoti Svevi ed Alani la Guascogna tenevano e la Spagna, i Vandali l’Affrica, i Franchi e Burgundi la Francia, gli Eruli e Turingi l’Italia. Era il regno Teodorico Re degli Ostrogoti. degli Ostrogoti pervenuto a Teodorico nipote di Velamir, il quale tenendo amicizia con Zenone Imperatore Orientale gli scrisse, come ai suoi Ostrogoti pareva cosa ingiusta, sendo superiori di virtù a tutti gli altri popoli, essere inferiori d’imperio, e come gli era impossibile potergli tenere ristretti dentro a termini di Pannonia; talchè veggendo come gli era necessario lasciare loro pigliar l’armi, e ire a cercare nuove terre, voleva prima farlo intendere a lui, acciocchè potesse provvedervi concedendo loro qualche paese, dove con sua buona grazia potessero più onestamente e con loro maggiore comodità vivere. Onde che Zenone parte per paura, parte per il desiderio aveva di cacciare d’Italia Odoacre, concesse a Teodorico il venire contro a quello, e pigliare la possessione d’Italia. Il quale subito partì di Pannonia, dove lasciò i Zepidi popoli suoi amici e venuto in Italia ammazzò Odoacre e il figliuolo, e con l’esempio di quello prese il titolo di Re d’Italia, e pose la sedia sua in Ravenna, mosso da quelle cagioni che fecero già a Valentiniano abitarvi. Carattere di Teodorico.Fu Teodorico uomo nella guerra e nella pace eccellentissimo; donde nell’una fu sempre vincitore, nell’altra beneficò grandemente le città ed i popoli suoi. Divise costui gli Ostrogoti per le terre con i capi loro, acciocchè nella guerra gli comandassero, e nella pace gli correggessero; accrebbe Ravenna; istaurò Roma, ed eccettochè la disciplina militare rendè ai Romani ogni altro onore; contenne dentro ai termini loro e senza alcun tumulto di guerra, ma solo con la sua autorità tutti i Rè barbari occupatori dell’Imperio; edificò terre e fortezze intra la punta del mare Adriatico e le Alpi per impedire più facilmente il passo ai nuovi barbari che volessero assalire l’Italia. E se tante virtù non fossero state imbrattate nell’ultimo della sua vita d’alcune crudeltà causate da alcuni sospetti del regno suo, come la morte di Simmaco, e di Boezio uomini santissimi dimostrano, sarebbe al tutto la sua memoria degna da ogni parte di qualunque onore; perchè mediante la virtù e la bontà sua non solamente Roma ed Italia, ma tutte le altre parti dell’Occidentale Imperio libere dalle continue battiture, che per tanti anni da tante inondazioni di barbari avevano sopportate, si sollevarono e in buon ordine ed assai felice stato si ridussero. E veramente se alcuni tempi furono mai miserabili in Italia ed in queste provincie corse da’ barbari, Mutazioni nell’Imperio Romano per l’inondazioni de’ Barbari.furono quelli che da Arcadio ed Onorio infino a lui erano corsi. Perchè se si considera di quanto danno sia cagione ad una repubblica o a un regno variare principe o governo, non per alcuna estrinseca forza ma solamente per civile discordia, dove si vede come le poche variazioni ogni repubblica, ed ogni regno ancora che potentissimo rovinano, si potrà dipoi facilmente immaginare quanto in quei tempi patisse l’Italia e le altre provincie Romane, le quali non solamente variarono il governo e il principe, ma le leggi, i costumi, il modo del vivere, la religione, la lingua, l’abito, i nomi; le quali cose ciascuna in se, non che tutte insieme, sariano pensandole non che vedendole e sopportandole ogni fermo e costante animo spaventare. Da questo nacque la rovina, il nascimento, e l’augumento di molte città. Tra quelle che rovinarono fu Aquileja, Luni, Chiusi, Popolonia, Fiesole, e molte altre; tra quelle che di nuovo si edificarono furono Vinegia, Siena, Ferrara, l’Aquila, ed altre assai terre e castella, che per brevità si omettono; quelle che di piccole divennero grandi furono Firenze, Genova, Pisa, Milano, Napoli, e Bologna; alle quali tutte si aggiugne la rovina e il rifacimento di Roma, e molte che variamente furono disfatte e rifatte. Tra queste rovine e questi Nuove lingue.nuovi popoli sursono nuove lingue, come apparisce nel parlare che in Francia e in Ispagna e in Italia si costuma, il quale mescolato con la lingua patria di quei nuovi popoli e con l’antica Romana fanno un nuovo ordine di parlare. Hanno oltre di questo variato il nome non solamente le provincie, ma i laghi, i fiumi, i mari, e gli uomini; perchè la Francia, l’Italia, e la Spagna sono ripiene di nomi nuovi, ed al tutto dagli antichi alieni; come si vede, lasciandone indietro molti altri, che il Pò, Garda, l’Arcipelago sono per nome disformi agli antichi nominati; gli uomini ancora di Cesari e Pompei, Pieri Giovanni e Mattei diventarono. Ma intra tante variazioni non fu di minor momento il variare della religione; perchè combattendo la consuetudine dell’antica fede coi miracoli della nuova, si generarono tumulti e discordie grandissime tra gli uomini. E se pure la Cristiana Religione fusse stata unita ne sarebbe seguiti minori disordini; ma combattendo la Chiesa Greca, la Romana, e la Ravennate insieme, e di più le sette eretiche con le cattoliche, in molti modi contristavano il mondo. Di che ne è testimone l’Affrica, la quale sopportò molti più affanni mediante la setta Ariana creduta dai Vandali, che per alcuna loro avarizia o naturale crudeltà. Vivendo adunque gli uomini tra tante persecuzioni portavano descritto negli occhi lo spavento dell’animo loro; perchè oltre agl’infiniti mali ch’e’ sopportavano, mancava a buona parte di loro di poter rifuggire all’ajuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare; perchè sendo la maggiore parte di loro incerti a quale Dio dovessero ricorrere, mancando di ogni ajuto e di ogni speranza miseramente morivano.
Teodorico muore.Meritò pertanto Teodorico non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali; talchè per 38. anni che e’ regnò in Italia la ridusse in tanta grandezza, che l’antiche battiture più in lei non si conoscevano. Ma venuto quello a morte, e rimaso nel regno Atalarico nato di Amalasciunta sua figliuola, in poco tempo non sendo ancora la fortuna sfogata negli antichi suoi affanni si ritornò; perchè Atalarico, poco dipoi che l’avolo morì, e rimaso il regno alla madre fu tradita da Teodato, il quale era stato da lei chiamato perchè l’ajutasse a governare il regno. Costui avendola morta e fatto se Re, e per questo sendo diventato odioso agli Ostrogoti, dette animo a Giustiniano Imperadore di credere poterlo cacciare d’Italia, e deputò Bellisario Bellisario capitano di Giustiniano in Italia per capitano di quella impresa, il quale avea già vinta l’Affrica, e cacciatine i Vandali, e ridottala sotto l’Imperio. Occupò adunque Bellisario la Sicilia, e di quivi passato in Italia occupò Napoli e Roma. I Goti veduta questa rovina ammazzarono Teodato loro Re come cagione di quella, ed elessero in suo luogo Vitigete, il quale dopo alcune zuffe fu da Bellisario assediato e preso in Ravenna; e non avendo ancora conseguita al tutto la vittoria fu Bellisario da Giustiniano rivocato, ed in suo luogo posto Giovanni e Vitale disformi in tutto da quello di virtù e di costumi: dimodochè i Goti ripresero animo, e crearono loro Re Ildovado che era governatore in Verona. Dopo costui perchè fu ammazzato pervenne il regno a Totila, il quale ruppe le genti dell’Imperatore, e ricuperò la Toscana e Napoli, e ridusse i suoi capitani quasi che all’ultimo di tutti gli stati, che Bellisario avea ricuperati. Per la qual cosa parve a Giustiniano di rimandarlo in Italia, il quale ritornato con poche forze perdè piuttosto la riputazione delle cose prima fatte da lui, che di nuovo ne racquistasse. Totila prende e saccheggia Roma.Perchè Totila, trovandosi Bellisario con le genti ad Ostia, sopra gli occhi suoi espugnò Roma, e veggendo non potere nè lasciare nè tenere quella, in maggior parte la disfece, e caccionne il popolo, ed i Senatori menò seco; e stimando poco Bellisario ne andò coll’esercito in Calabria a rincontrare le genti, che di Grecia in ajuto a Bellisario venivano. Veggendo pertanto Bellisario abbandonata Roma si volse ad una impresa onorevole; perchè entrato nelle Romane rovine con quanta più celerità potette rifece a quella città le mura, e vi richiamò dentro gli abitatori. Ma a questa sua lodevole impresa si oppose la fortuna, perchè Giustiniano fu in quel tempo assalito dai Parti, e richiamò Bellisario: e quello per ubbidire al suo signore abbandonò l’Italia, e rimase quella provincia a discrezione di Totila, il quale di nuovo prese Roma. Ma non fu con quella crudeltà trattata che prima; perchè pregato da San Benedetto, il quale in quei tempi aveva di santità grandissima opinione, si volse piuttosto a rifarla. Giustiniano intanto avea fatto accordo coi Parti, e pensando di mandare nuove genti al soccorso d’Italia fu dagli Sclavi nuovi popoli Settentrionali ritenuto, i quali avevano passato il Danubio, ed assalito l’Illiria e la Tracia; in modo che Totila quasichè tutta la occupò. Ma vinti che ebbe Giustiniano gli Sclavi mandò in Italia con gli eserciti Narsete eunuco, uomo in guerra esercitatissimo, il quale arrivato in Italia ruppe ed ammazzò Totila, e le reliquie che dei Goti dopo quella rotta rimasero, in Pavia si ridussero, dove crearono Teja loro Re. Narsete capitano di Giustiniano distrugge i Goti.Narsete dall’altra parte dopo la vittoria prese Roma, ed in ultimo si azzuffò con Teja presso a Nocera, e quello ammazzò e ruppe. Per la qual vittoria si spense al tutto il nome dei Goti in Italia, dove 70. anni da Teodorico loro Re a Teja avevano regnato.
Nuova forma di governo in Italia.Ma come prima fu libera l’Italia dai Goti Giustiniano morì, e rimase suo successore Giustino suo figliuolo, il quale per il consiglio di Sofia sua moglie rivocò Narsete d’Italia, e gli mandò Longino suo successore. Seguitò Longino l’ordine degli altri di abitare in Ravenna, ed oltre a questo dette all’Italia nuova forma; perchè non costituì governatori di provincie, come avevano fatto i Goti, ma fece in tutte le città e terre di qualche momento capi, i quali chiamò Duchi. Ne in tale distribuzione onorò più Roma che le altre terre, perchè tolto via i Consoli e il Senato, i quali nomi infino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un Duca, il quale ciascun anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il Ducato Romano; ed a quello che per l’Imperatore stava a Ravenna, e governava tutta l’Italia pose nome Esarco. Questa divisione fece più facile la rovina d’Italia, e con più celerità dette occasione ai Longobardi di occuparla. Era Narsete sdegnato forte contra l’Imperatore per essergli stato tolto il governo di quella provincia, che con la sua virtù e con il suo sangue aveva acquistata; perchè a Sofia non bastò l’ingiuriarlo rivocandolo, che ella vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi; tantochè Narsete ripieno di sdegno persuase ad Alboino Re de’ Longobardi, Narsete chiama i Longobardi in Italia.che allora regnava in Pannonia, di venire a occupare l’Italia. Erano come di sopra si mostrò entrati i Longobardi in quelli luoghi presso al Danubio, che erano dagli Eruli e Turingi stati abbandonati, quando da Odoacre loro Re furono condotti in Italia; dove sendo stati alcun tempo, e pervenuto il regno loro ad Alboino uomo efferato ed audace, passarono il Danubio, e si azzuffarono con Comundo Re de’ Zepidi, che teneva la Pannonia, e lo vinsero. E trovandosi nella preda Rosmunda figliuola di Comundo la prese Alboino per moglie, e s’insignorì di Pannonia; e mosso dalla sua efferata natura fece del teschio di Comundo una tazza, con la quale in memoria di quella vittoria bevea. Ma chiamato in Italia da Narsete, con il quale nella guerra de’ Goti aveva tenuta amicizia, lasciò la Pannonia agli Unni, i quali dopo la morte di Attila dicemmo essersi nella loro patria ritornati, e ne venne in Italia, e trovando quella in tante parti divisa, occupò in un tratto Pavia, Milano, Verona, Vicenza, tutta la Toscana, e la maggior parte di Flamminia chiamata oggi Romagna. Talchè parendogli per tanti e sì subiti acquisti avere già la vittoria d’Italia celebrò in Verona un convito, e per il molto bere diventato allegro, sendo il teschio di Comundo pieno di vino lo fece presentare a Rosmunda Regina, la quale all’incontro di lui mangiava, dicendo con voce alta in modo che quella potette udire, che voleva che in tanta allegrezza la bevesse con suo padre. La qual voce fu come una ferita nel petto di quella donna, e deliberata di vendicarsi sapendo che Almachilde nobile Lombardo giovane e feroce amava una sua ancilla, trattò con quella che celatamente desse opera che Almachilde in suo cambio dormisse con lei. Ed essendo Almachilde, secondo l’ordine di quella venuto a trovarla in luogo oscuro, credendosi essere con l’ancilla giacè con Rosmunda; la quale dopo il fatto se gli scoperse, e mostrogli come era in suo arbitrio o ammazzare Alboino e godersi sempre lei ed il regno o esser morto da quello come stupratore della sua moglie. Consentì Almalchilde di ammazzare Alboino, ma dopochè eglino ebbero morto quello, veggendo come non riusciva loro di occupare il regno, anzi dubitando di non esser morti dai Longobardi per lo amore che ad Alboino portavano, con tutto il tesoro regio se ne fuggirono a Ravenna a Longino, il quale onorevolmente gli ricevette. Era morto in questi travagli Giustino Imperatore, ed in suo luogo rifatto Tiberio, il quale occupato nelle guerre dei Parti non poteva all’Italia sovvenire; ondechè a Longino parve il tempo comodo a poter diventare mediante Rosmunda ed il suo tesoro Re de’ Longobardi e di tutta Italia, e conferì con lei questo disegno, e la persuase ad ammazzare Almachilde, e pigliar lui per marito. Il che fu da quella accettato, ed ordinò una coppa di vino avvelenato, la quale di sua mano porse ad Almachilde che assetato usciva del bagno; il quale, come l’ebbe bevuta mezza sentendosi commuovere gl’interiori, ed accorgendosi di quello che era sforzò Rosmunda a bere il resto; e così in poche ore l’uno e l’altro di loro morirono, e Longino si privò di speranza di diventare Re. I Longobardi intanto ragunatisi in Pavia, la quale avevano fatta principal sedia del loro regno, fecero Clefi loro Re, il quale riedificò Imola stata rovinata da Narsete, occupò Rimini, e quasi infino a Roma ogni luogo; ma nel corso delle sue vittorie morì. Questo Clefi fu in modo crudele non solo contra gli esterni, ma ancora contra i suoi Longobardi, che quelli sbigottiti della potestà regia non vollero rifare più Re, ma feciono intra loro trenta Duchi, I Longobardi mutano foggia di governo e costituiscono trenta Duchi. che governassero gli altri. Il qual consiglio fu cagione che i Longobardi non occupassero mai tutta Italia, e che il regno loro non passasse Benevento, e che Roma, Ravenna, Cremona, Mantova, Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Furlì, Cesena parte si difendessero un tempo, parte non fossero mai da loro occupate. Perchè il non avere Re gli fece meno pronti alla guerra, e poichè rifecero quello diventarono per essere stati liberi un tempo meno ubbidienti, e più atti alle discordie infra loro; la qual cosa prima ritardò la loro vittoria, dipoi in ultimo gli cacciò d’Italia. Stando adunque i Longobardi in questi termini, i Romani e Longino ferono accordo con loro, che ciascuno posasse le armi, e godesse quello che possedeva.
Principio della grandezza de’ Pontefici in Italia.In questi tempi cominciarono i Pontefici a venire in maggiore autorità che non erano stati per l’addietro, perchè i primi dopo S. Pietro per la santità della vita e per i miracoli erano dagli uomini riveriti, gli esempi de’ quali ampliarono in modo la Religione Cristiana, che i principi furono necessitati per levar via tanta confusione che era nel mondo ubbidire a quella. Sendo adunque l’Imperatore diventato Cristiano, e partitosi di Roma, e gitone in Costantinopoli, ne seguì come nel principio dicemmo che l’Imperio Romano rovinò, e la Chiesa Romana più presto crebbe. Nondimeno infino alla venuta de’ Longobardi, sendo l’Italia sottoposta tutta agl’Imperatori o ai Re, non presero mai i Pontefici in quei tempi altra autorità, che quella che dava loro la riverenza de’ loro costumi e della loro dottrina. Nelle altre cose o agl’Imperatori o ai Re ubbidivano, e qualche volta da quelli furono morti, e come loro ministri nelle azioni loro operati. Ma quello che gli fece diventare di maggior momento nelle cose d’Italia fu Teodorico Re de’ Goti quando pose la sua sedia in Ravenna, perchè rimasa Roma senza principe, i Romani avevano cagione per loro rifugio di prestare più obbedienza al Papa; nondimeno la loro autorità per questo non crebbe molto, solo ottenne di essere la Chiesa di Roma preposta a quella di Ravenna. Ma venuti i Longobardi, e ridotta Italia in più parti, dettero cagione al Papa di farsi più vivo; perchè sendo quasichè il capo in Roma, l’Imperatore di Costantinopoli e i Longobardi gli avevano rispetto, talmenteche i Romani, mediante il Papa, non come soggetti ma come compagni con i Longobardi e con Longino si collegarono. E così seguitando i Papi ora ad essere amici dei Longobardi ora de’ Greci, la loro dignità accrescevano. Ma seguita dipoi la rovina dell’Impero Orientale, la quale seguì in questi tempi sotto Eraclio Imperatore, perchè i popoli Schiavi, de’ quali facemmo di sopra menzione, assaltarono di nuovo l’Illiria, e quella occupata chiamarono dal nome loro Schiavonia, e le altre parti di quello Imperio furono in prima assaltate dai Persi, dipoi dai Saracini, i quali sotto Maumetto uscirono d’Arabia, ed in ultimo dai Turchi; e toltogli la Soria, l’Affrica, e l’Egitto; non restava al Papa per l’impotenza di quello Imperio più comodità di rifuggire a quello nelle sue oppressioni; e dall’altro canto crescendo le forze de’ Longobardi, pensò che gli bisognava cercare nuovi favori, e ricorse in Francia a quelli Re. Dimodochè tutte le guerre che dopo questi tempi furono da barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai Pontefici causate; e tutti i barbari che quella inondarono furono il più delle volte da quelli chiamati. Il qual modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene l’Italia disunita ed inferma. Pertanto nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri non si dimostrerà più la rovina dell’Imperio, che è tutto in terra, ma l’augumento de’ Pontefici, e di quelli altri principati che dipoi l’Italia infino alla venuta di Carlo VIII. governarono. Abuso delle censure e delle indulgenze.E vedrassi come i Papi prima colle censure, dipoi con quelle e con le armi insieme mescolate con le indulgenze erano terribili e venerandi; e come per avere usato male l’uno e l’altro, l’uno hanno al tutto perduto, dell’altro stanno a discrezione d’altrui. Ma ritornando all’ordine nostro dico come al Papato era pervenuto Gregorio III., e al regno de’ Longobardi Aistolfo, il quale contro gli accordi fatti occupò Ravenna, e mosse guerra al Papa. Per Il Papa ricorre per ajuto a Pipino Re di Francia.la qual cosa Gregorio per le cagioni soprascritte non confidando più nell’Imperatore di Costantinopoli per esser debole, nè volendo credere alla fede dei Longobardi, che l’avevano molte volte rotta, ricorse in Francia a Pipino II., il quale di Signore d’Austrasia e Brabanzia era diventato Re di Francia non tanto per la virtù sua, quanto per quella di Carlo Martello suo padre, e di Pipino suo avolo. Perchè Carlo Martello sendo governatore di quel regno dette quella memorabil rotta ai Saracini presso a Torsi in sul fiume di Loira, dove furono morti più che CC mila di loro; donde Pipino suo figliuolo per la riputazione del padre e virtù sua diventò poi Re di quel regno. Al quale Papa Gregorio, come è detto, mandò per ajuto contro ai Longobardi, a cui Pipino promise mandarlo, ma che desiderava prima vederlo, ed alla presenza onorarlo. Pertanto Gregorio ne andò in Francia, e passò per le terre dei Longobardi suoi nimici senza che lo impedissero; tanta era la riverenza che si aveva alla Religione. Andando adunque Gregorio in Francia fu da quel Re onorato, e rimandato con i suoi eserciti in Italia, i quali assediarono i Longobardi in Pavia. Onde che Aistolfo costretto da necessità si accordò coi Francesi, e quelli fecero l’accordo per i prieghi del Papa, il quale non volse la morte del suo nemico, ma che si convertisse e vivesse; nel quale accordo Aistolfo promise rendere alla Chiesa tutte le terre che le aveva occupate. Ma ritornate le genti di Pipino in Francia Aistolfo non osservò l’accordo, ed il Papa di nuovo ricorse a Pipino, il quale di nuovo mandò in Italia, vinse i Longobardi, e prese Donazione di Pipino al Pontefice.Ravenna, e contra la voglia dell’Imperatore Greco la dette al Papa con tutte quelle altre terre che erano sotto il suo Esarcato, e vi aggiunse il paese d’Urbino e la Marca. Ma Aistolfo nel consegnare queste terre morì, e Desiderio Lombardo, che era Duca di Toscana prese l’armi per occupare il regno, e domandò ajuto al Papa, promettendogli l’amicizia sua, e quello gliene concesse, tantochè gli altri principi cederono. E Desiderio osservò nel principio la fede, e seguì di consegnare le terre al Pontefice secondo le convenzioni fatte con Pipino; ne venne più Esarco da Costantinopoli in Ravenna, ma si governava secondo la voglia del Pontefice. Morì dipoi Pipino, e successe nel regno Carlomagno.Carlo suo figliuolo, il quale fu quello che per la grandezza delle cose fatte da lui fu nominato Magno. Al Papato intanto era successo Teodoro primo. Costui venne in discordia con Desiderio, e fu assediato in Roma da lui, talchè il Papa ricorse per ajuto a Carlo, il quale superate le Alpi assediò Desiderio in Pavia, e prese lui e i figliuoli, e gli mandò prigioni Fine del regno dei Longobardi.in Francia; e ne andò a visitare il Papa a Roma, dove giudicò che il Papa Vicario di Dio non potesse essere dagli uomini giudicato; e il Papa e il popolo Romano lo fecero Imperatore. E così Roma ricominciò ad avere l’Imperatore in Occidente, e dove il Papa soleva essere raffermo dagl’Imperatori, cominciò l’Imperatore nella elezione ad aver bisogno del Papa; e veniva l’Imperio a perdere i gradi suoi, e la Chiesa ad acquistargli, e per questi mezzi sempre sopra i principi temporali cresceva la sua autorità.
Erano stati i Longobardi 232. anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome; e volendo Carlo riordinare l’Italia, il che fu al tempo di Papa Leone III. fu contento abitassero in quei luoghi dove si erano nutriti, e si chiamasse quella provincia dal nome loro Lombardia. E perchè quelli avessero il nome Romano in reverenza, volle che tutta quella parte d’Italia a loro propinqua, che era sottoposta all’Esarcato di Ravenna si chiamasse Romagna. Ed oltre a questo creò Pipino suo figliuolo Re d’Italia, la giurisdizione del quale si estendeva infino a Benevento, e tutto il resto possedeva l’Imperatore Greco, con il quale Carlo aveva fatto accordo. Pervenne in questi tempi al Pontificato Pascale I. e i parrocchiani Titolo di Cardinale comincia a usarsi.delle Chiese di Roma, per essere più propinqui al Papa, e trovarsi alla elezione di quello, per ornare la loro potestà con uno splendido titolo si cominciarono a chiamare Cardinali, e si arrogarono tanta riputazione, massime poichè gli esclusero il popolo Romano dall’eleggere il Pontefice, che rade volte la elezione di quello usciva dal numero loro; onde morto Pascale fu creato Eugenio II. del titolo di Santa Sabina. E la Italia poichè ella fu in mano de’ Francesi mutò in parte forma e ordine per aver preso il Papa nel temporale più autorità, ed avendo quelli ridotto in essa il nome de’ Conti e de’ Marchesi, come prima da Longino Esarco di Ravenna vi erano stati posti i nomi de’ Duchi. Pervenne dopo alcun Pontefice al papato Osporco Romano, il quale per la bruttura del nome si fece chiamare Sergio, il che dette principio alla mutazione de’ nomi, che fanno nella loro elezione i Pontefici.
L’Impero passa nell’Alemagna.Era intanto morto Carlo Imperatore, al quale successe Lodovico suo figliuolo, dopo la morte del quale nacquero tra i suoi figliuoli tante differenze, che al tempo dei nipoti suoi fu tolto alla casa di Francia l’Imperio, e ridotto nella Magna; e chiamossi il primo Imperatore Tedesco Ainolfo. Nè solamente la famiglia de’ Carli per le sue discordie perdè l’Imperio, ma ancora il regno d’Italia; perchè i Longobardi ripresero le forze, e offendevano il Papa e i Romani, tantochè il principe non vedendo a chi si rifuggire creò per necessità Re d’Italia Berengario Duca nel Friuli. Questi accidenti dettero animo agli Unni che si trovavano in Pannonia di assaltare l’Italia, e venuti alle mani con Berengario furono forzati tornarsi in Pannonia ovvero in Ungheria, che così quella provincia da loro si nominava. Romano era in questi tempi Imperatore in Grecia, il quale aveva tolto l’Imperio a Costantino sendo prefetto della sua armata. E perchè se gli era in tal novità ribellata la Puglia e la Calabria, che all’Imperio suo come di sopra dicemmo ubbidivano, sdegnato per tal ribellione permesse ai Saracini che passassero in quei luoghi; i quali venuti e prese quelle provincie tentarono di espugnare Roma. Ma i Romani perchè Berengario era occupato in difendersi dagli Unni fecero loro capitano Alberigo Duca di Toscana, e mediante la virtù di quello salvarono Roma dai Saracini, i quali partiti da quello assedio fecero una rocca sopra il monte Gargano, e di quivi signoreggiavano la Puglia e la Calabria, e il resto d’Italia battevano. E così veniva l’Italia in questi tempi ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso l’Alpi dagli Unni, e di verso Napoli dai Saracini. Stette l’Italia in questi travagli molti anni e sotto tre Berengari, che successero l’uno all’altro; nel qual tempo il Papa e la Chiesa era ad ogni ora perturbata, non avendo dove ricorrere per la disunione de’ principi Occidentali, e per la impotenza degli Orientali. La città di Genova e tutte le sue riviere furono in questi tempi dai Saracini disfatte, donde ne nacque la Pisa si fa grande.grandezza della città di Pisa, nella quale assai popoli cacciati dalla patria sua ricorsero; le quali cose seguirono negli anni della Cristiana Religione 931. Ma fatto Imperatore Ottone figliuolo di Enrico e di Matelda, Duca di Sassonia, uomo prudente e di gran riputazione, Agapito Papa si volse a pregarlo venisse in Italia a trarla di sotto alla tirannide de’ Berengari.
Ordine e divisione degli Stati d’Italia.Erano gli stati d’Italia in questi tempi così ordinati: la Lombardia era sotto Berengario III. e Alberto suo figliuolo; la Toscana e la Romagna per un ministro dell’Imperatore Occidentale era governata; la Puglia e la Calabria parte all’Imperatore Greco, parte ai Saracini ubbidiva; in Roma si creavano ciascun’anno due Consoli della nobiltà, i quali secondo l’antico costume la governavano; aggiugnevasi a questo un Prefetto che rendeva ragione al popolo; avevano un consiglio di dodici uomini, i quali distribuivano i rettori ciascun’anno per le terre a loro sottoposte. Il Papa aveva in Roma e in tutta Italia più o meno autorità, secondochè erano i favori degl’Imperatori, o di quelli che erano più potenti in essa. Ottone Imperatore adunque venne in Italia, e tolse il regno ai Berengari, che avevano regnato in quella cinquantacinque anni, e restituì la sua dignità al Pontefice. Ebbe costui un figliuolo ed un nipote chiamati ancora loro Ottoni, i quali, l’uno appresso l’altro successero dopo lui all’Imperio. Ed al tempo di Ottone III. Papa Gregorio V. fu cacciato dai Romani, dondechè Ottone venne in Italia e rimesselo in Roma, e il Papa per vendicarsi coi Romani tolse a quelli l’autorità di creare l’Imperatore, Elettori dell’Imperatore creati dal Papa. An. 1002. e la dette a sei principi della Magna, tre vescovi Magonza, Treveri, e Colonia, e tre principi Brandemburgo, Palatino, e Sassonia; il che seguì nel m ii. Dopo la morte di Ottone III. fu dagli Elettori creato Imperatore Enrico Duca di Baviera, il quale dopo dodici anni fu da Stefano VIII. incoronato. Erano Enrico e Simeonda sua moglie di santissima vita, il che si vede per molti tempj dotati e edificati da loro, tra i quali fu il tempio di S. Miniato propinquo alla città di Firenze. Morì Enrico nel m xxiv. al quale successe Corrado di Svevia, a cui dopo Enrico II. Costui venne a Roma, e perchè gli era scisma nella Chiesa di tre Papi, gli disfece tutti, e fece eleggere Clemente II., dal quale fu incoronato Imperatore.
Era governata allora Italia parte dai popoli, parte dai principi, parte dai mandati dall’Imperatore; dei quali il maggiore ed a cui gli altri riferivano si chiamava Cancellario. Tra i principi il più potente era Gottifredi e la Contessa Matelda sua donna, la quale era nata di Beatrice sirocchia di Enrico II. Costei ed il marito possedevano Lucca, Parma, Reggio, e Mantova con tutto quello che oggi si chiama il Patrimonio. Ai Pontefici faceva allora assai guerra l’ambizione del popolo Romano, il quale in prima si era servito dell’autorità di quelli per liberarsi dagl’Imperatori; dipoichè egli ebbe preso il dominio della città, e riformata quella secondochè a lui parve subito diventò nemico ai Pontefici; e molte più ingiurie riceverono quelli da quel popolo, che da alcuno altro principe Cristiano. E nei tempi che i Papi facevano colle censure tremare tutto il Ponente avevano il popolo Romano ribelle, nè qualunque di essi aveva altro intento che torre la riputazione e l’autorità l’uno all’altro. Venuto adunque al Pontificato Niccolò II. come Gregorio V. tolse ai Romani il poter creare l’Imperatore, così Niccolò Niccolò II. commette la elezione del Papa ai soli Cardinali. gli privò di concorrere alla creazione del Papa, e volle che solo la elezione di quello appartenesse ai Cardinali. Ne fu contento a questo che convenuto con quelli principi che governavano la Calabria e la Puglia per le cagioni che poco dipoi diremo costrinse tutti gli ufiziali mandati dai Romani per la loro giurisdizione a rendere ubbidienza al Papa, e alcuni ne privò del loro ufizio. Fu dopo la morte di Niccolò scisma nella Chiesa; perchè il clero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro II. eletto a Roma, e creò Cadolo da Parma Antipapa. Enrico che aveva in odio la potenza de’ Pontefici fece intendere a Papa Alessandro che renunciasse al Pontificato, e ai Cardinali che andassero nella Magna a creare uno nuovo Pontefice. Onde che fu il primo principe che cominciasse a sentire di quale importanza fussero le spirituali ferite; perchè il Papa fece un Concilio a Roma, e Primo esempio di principe privo dal Papa del regno.privò Enrico dell’Imperio, e del regno. E alcuni popoli Italiani seguirono il Papa, e alcuni Enrico; il che fu seme degli uomini Guelfi e Ghibellini, Guelfi e Ghibellini. acciocchè l’talia, mancate le inondazioni barbare, fusse dalle guerre intestine lacerata. Enrico adunque sendo scomunicato fu dai suoi popoli costretto a venire in Italia, e scalzo inginocchiarsi al Papa, e domandargli perdono, il che seguì l’anno mlxxx. Nacque nondimeno poco dipoi nuova discordia tra il Papa ed Enrico; ondechè il Papa di nuovo lo scomunicò, e l’Imperatore mandò il suo figliuolo, chiamato ancora Enrico, con esercito a Roma, e con l’ajuto de’ Romani che avevano in odio il Papa l’assediò nella fortezza; ondechè Roberto Guiscardo venne di Puglia a soccorrerlo, ed Enrico non lo aspettò, ma se ne tornò nella Magna. Solo i Romani stettero nella loro ostinazione, talchè Roma ne fu di nuovo da Roberto saccheggiata, e riposta nelle antiche rovine, dove da più Pontefici era innanzi stata instaurata. E perchè da questo Roberto nacque l’ordine del regno di Napoli, non mi par superfluo narrare particolarmente le azioni e nazione di quello.
Come si stabilisce il regno di Napoli.Poichè venne disunione tra gli eredi di Carlomagno, come di sopra abbiamo dimostro, si dette occasione a nuovi popoli Settentrionali detti Normandi di venire ad assalire la Francia, e occuparono quel paese, il quale oggi da loro è detto Normandia. Di questi popoli alcuna parte venne in Italia ne’ tempi che quella provincia da’ Berengari, da’ Saracini, e dagli Unni era infestata, e occuparono alcune terre in Romagna, dove intra quelle guerre virtuosamente si mantennero. Di Tancredi uno di quei principi Normandi nacquero più figliuoli, tra i quali fu Guglielmo nominato Serabac, e Roberto detto Guiscardo. Era pervenuto il principato a Guglielmo, ed i tumulti d’Italia in qualche parte erano cessati. Nondimeno i Saracini tenevano la Sicilia, e ogni dì scorrevano i lidi dell’Italia; per la qual cosa Guglielmo convenne con il principe di Capova e di Salerno, e con Melorco Greco che per l’Imperatore di Grecia governava la Puglia e la Calabria, d’assaltare la Sicilia, e seguendone la vittoria si accordarono, che qualunque di loro della preda e dello stato dovesse per la quarta parte partecipare. Fu l’impresa felice, e cacciati i Saracini occuparono la Sicilia, dopo la qual vittoria Melorco fece venire segretamente genti di Grecia, e prese la possessione dell’isola per l’Imperatore, e solamente divise la preda. Di che Guglielmo fu mal contento; ma si riserbò a tempo più comodo a dimostrarlo, e si partì di Sicilia con i principi di Salerno e di Capova. I quali come furono partiti da lui per tornarsene a casa, Guglielmo non ritornò in Romagna, ma si volse con le sue genti verso Puglia, e subito occupò Melfi, e quindi in breve tempo contra le forze dell’Imperatore Greco s’insignorì quasichè di tutta Puglia e di Calabria, nelle quali provincie signoreggiava al tempo di Niccolò II. Roberto Guiscardo suo fratello. E perchè egli aveva avuto assai differenze con i suoi nipoti per la eredità di quelli stati, usò l’autorità del Papa a comporle; il che fu dal Papa eseguito volentieri desideroso di guadagnarsi Roberto, acciocchè contra gl’Imperatori Tedeschi, e contra l’insolenza del popolo Romano lo difendesse, come l’effetto ne seguì, secondochè di sopra abbiamo dimostro, che ad istanza di Gregorio VII. cacciò Enrico di Roma, e quel popolo domò. A Roberto successe Ruggieri e Guglielmo suoi figliuoli, allo stato de’ quali si aggiunse Napoli, e tutte le terre che sono da Napoli a Roma, e di poi la Sicilia, della quale si fece signore Ruggieri. Ma Guglielmo dipoi andando in Costantinopoli per prendere per moglie la figliuola dell’Imperatore fu da Ruggieri assalito, e toltogli lo stato. E insuperbito per tale acquisto si fece prima chiamare Re d’Italia, di poi contento del titolo di Re di Puglia e di Sicilia fu il primo che desse nome e ordine a quel regno, il quale ancora oggi intra gli antichi termini si mantiene, ancorachè più volte abbia variato non solamente sangue, ma nazione. Perchè venuta meno la stirpe de’ Normandi si trasmutò quel regno nei Tedeschi, da quelli nei Francesi, da costoro negli Aragonesi, e oggi è posseduto dai Fiamminghi.
Papa Urbano II. va in Francia.Era pervenuto al Pontificato Urbano II. il quale era in Roma odiato; e non gli parendo anche potere stare per le disunioni in Italia sicuro si volse ad una generosa impresa, Prima crociata. e se ne andò in Francia con tutto il clero, e ragunò in Anversa molti popoli, ai quali fece un orazione contro agl’infedeli, per la quale intanto accese gli animi loro, che deliberarono fare l’impresa d’Asia contro i Saracini; la quale impresa con tutte le altre simili furono dappoi chiamate crociate, perchè tutti quelli che vi andarono erano segnati sopra le armi e sopra i vestimenti d’una croce rossa. I principi di questa impresa furono Gottifredi, Eustachio, e Baldovino di Buglione, Conti di Bologna, e un Pietro eremita per santità e prudenza celebrato, dove molti Re e molti popoli concorsero con danari, e molti privati senza alcuna mercede militarono. Tanto allora poteva negli animi degli uomini la Religione, mossi dall’esempio di quelli che ne erano capi! Fu questa impresa nel principio gloriosa, perchè tutta l’Asia Minore, la Soria, e parte dell’Egitto venne nella potestà de’ Cristiani; mediante la quale nacque l’Ordine de’ Cavalieri di Gerosolima, Nuovi ordini di Cavalleria Gerosolimitani e Templari. il quale oggi ancora regna, e tiene l’Isola di Rodi, rimasa unico ostacolo alla potenza dei Maumettisti. Nacque ancora l’Ordine de’ Templari, il quale dopo poco tempo per gli cattivi loro costumi venne meno. Seguirono in vari tempi vari accidenti, dove molte nazioni, e particolari uomini furono celebrati. Passò in aiuto di quella impresa il Re di Francia, il Re d’Inghilterra; e i popoli Pisani, Viniziani, e Genovesi v’acquistarono riputazione grandissima, e con varia fortuna insino ai tempi del Saladino Saladino toglie ai Cristiani ogni acquisto in Oriente. Saraceno combatterono, la virtù del quale e la discordia dei Cristiani tolse alla fine loro tutta quella gloria, che si avevano nel principio acquistata, e furono dopo novanta anni cacciati di quel luogo, che eglino avevano con tanto onore felicemente ricuperato.
Dopo la morte di Urbano fu creato Pontefice Pascale II. ed all’Imperio era pervenuto Enrico IV. Costui venne a Roma fingendo di tenere amicizia col Papa; dipoi il Papa e tutto il clero messe in prigione, ne mai lo liberò se prima non gli fu concesso di poter disporre delle Chiese della Magna come a lui pareva. Morte della Contessa Matilde, che lascia il suo stato alla Chiesa di Roma.Morì in questi tempi la Contessa Matelda, e lasciò erede di tutto il suo stato la Chiesa. Dopo la morte di Pascale e di Enrico IV. seguirono più Papi e più Imperatori, tantochè il Papato pervenne ad Alessandro III. e l’Imperio a Federigo Svevo detto Barbarossa. Avevano avuto i Pontefici in quelli tempi con il popolo Romano e con gl’Imperatori molte difficoltà, le quali al tempo di Barbarossa assai crebbero. Carattere di Federigo Barbarossa.Era Federigo uomo eccellente nella guerra, ma pieno di tanta superbia che non poteva sopportare di avere a cedere al Pontefice. Nondimeno nella sua elezione venne a Roma per la corona, e pacificamente si tornò nella Magna. Ma poco stette in questa opinione, perchè tornò in Italia per domare alcune terre in Lombardia che non l’ubbidivano, nel qual tempo occorse che il Cardinale di San Clemente di nazione Romano si divise Scisma.da Papa Alessandro, e da alcuni Cardinali fu fatto Papa. Trovavasi in quel tempo Federigo Imperatore a campo a Crema, con il quale dolendosi Alessandro dell’Antipapa, gli rispose che l’uno e l’altro andasse a trovarlo, ed allora giudicherebbe chi di loro fosse Papa. Dispiacque questa risposta ad Alessandro, e perchè lo vedeva inclinato a favorire l’Antipapa lo scomunicò, e se ne fuggì a Filippo Re di Francia. Federigo intanto seguitando la guerra in Lombardia prese e disfece Milano, la qual cosa fu cagione che Verona, Padova, e Vicenza si unirono contro lui a difesa comune. In questo mezzo era morto l’Antipapa, donde che Federigo crea un Antipapa.Federigo creò in suo luogo Guido da Cremona. I Romani in questi tempi per l’assenza del Papa, e per gl’impedimenti che l’Imperatore aveva in Lombardia avevano ripreso in Roma alquanto di autorità, e andavano riconoscendo l’ubbidienza delle terre, che solevano essere loro suddite. E perchè i Tusculani non vollero cedere alla loro autorità, gli andarono popolarmente a trovare, i quali furono soccorsi da Federigo, e ruppero l’esercito de’ Romani con tanta strage, che Roma non fu mai poi nè popolata nè ricca. Era intanto tornato Papa Alessandro in Roma, parendogli potervi star sicuro per l’inimicizia avevano i Romani con Federigo, e per gli nemici che quello aveva in Lombardia. Ma Federigo posposto ogni rispetto andò a campo a Roma, dove Alessandro non lo aspettò, ma se ne fuggì a Guglielmo Re di Puglia rimaso erede di quel regno dopo la morte di Ruggieri. Ma Federigo cacciato dalla peste lasciò l’ossidione, e se ne tornò nella Magna; e le terre di Lombardia, le quali erano congiurate contro di lui, per potere battere Pavia e Tortona, che tenevano le parti Imperiali, edificarono una città che fosse sedia di quella guerra, Edificazione di Alessandria della Paglia.la quale nominarono Alessandria in onore di Alessandro Papa, e in vergogna di Federigo. Morì ancora Guidone Antipapa, e fu fatto in suo luogo Giovanni da Fermo, il quale per i favori delle parti dell’Imperatore in Montefiasconi si stava. Papa Alessandro in quel mezzo se n’era ito in Tusculo chiamato da quel popolo, acciocchè con la sua autorità lo difendesse dai Romani; dove vennero a lui oratori mandati da Enrico Re d’Inghilterra a significargli, che della morte del Beato Tommaso Vescovo di Conturbia il loro Re non aveva alcuna colpa, siccome pubblicamente ne era stato infamato. Per la qual cosa il Papa mandò due Cardinali in Inghilterra a ricercare la verità della cosa; i quali ancorachè non trovassero il Re in manifesta colpa, nondimeno per l’infamia del peccato e per non l’avere onorato come egli meritava gli dettero per penitenza, che chiamati tutti i baroni del regno con giuramento alla presenza loro si scusasse; ed inoltre mandasse subito dugento soldati in Gerusalemme pagati per un anno; ed esso fosse obbligato con quello esercito che potesse ragunar maggiore personalmente avanti che passassero tre anni ad andarvi; e che dovesse annullare tutte le cose fatte nel suo regno in disfavore della libertà ecclesiastica, e dovesse acconsentire che qualunque suo soggetto potesse volendo appellare a Roma; Vergognose condizioni imposte dal Papa a Enrico Re d’Inghilterra.le quali cose furono tutte da Enrico accettate, e sottomessesi a quel giudicio un tanto Re, che oggi un uomo privato si vergognerebbe a sottomettersi. Nondimeno mentre che il Papa aveva tanta autorità nei principi longinqui non poteva farsi ubbidire dai Romani, dai quali non potette impetrare di potere stare a Roma, ancorachè promettesse d’altro che dell’ecclesiastico non si travagliare: tanto le cose che pajono sono più discosto che d’appresso temute.
Riconciliazione di Federigo col Papa, il quale lo priva di ogni autorità sopra Roma.Era tornato in questo tempo Federigo in Italia, e mentre che si preparava a far nuova guerra al Papa, tutti i suoi prelati e baroni gli fecero intendere, che l’abbandonerebbero se non si riconciliava con la Chiesa; dimodochè fu costretto andare ad adorarlo a Vinegia, dove si pacificarono insieme, e nell’accordo il Papa privò l’Imperatore di ogni autorità che egli avesse sopra Roma, e nominò Guglielmo Re di Sicilia e di Puglia per suo confederato. E Federigo non potendo stare senza far guerra, n’andò all’impresa d’Asia per sfogare la sua ambizione contra Maumetto, la quale contra ai Vicarj di Cristo sfogare non avea potuto; ma arrivato sopra il fiume Cidno allettato dalla chiarezza dell’acque vi si lavò dentro, per il qual disordine morì. E così l’acque fecero più favore ai Maumettisti, che le scomuniche ai Cristiani, perchè queste frenarono l’orgoglio suo, e quelle lo spensero. Morto Federigo restava solo al Papa domare la contumacia de’ Romani; e dopo molte dispute fatte sopra la creazione dei Consoli convennero che i Romani secondo il costume loro gli eleggessero, ma non potessero pigliare il magistrato se prima non giuravano di mantenere la fede alla Chiesa. Il quale accordo fece che Giovanni Antipapa se ne fuggì in monte Albano, dove poco dipoi si morì. Era morto in questi tempi Guglielmo Re di Napoli, ed il Papa disegnava di occupare quel regno, per non aver lasciati quel Re altri figliuoli che Tancredi suo figliuolo naturale; ma i baroni non consentirono al Papa; ma vollero che Tancredi fusse Re. Era Papa allora Celestino III. il quale desideroso di trarre quel regno dalle mani di Tancredi operò che Enrico figliuolo di Federigo fusse fatto Imperatore, e gli promise il regno di Napoli, Regno di Napoli passa ai Tedeschi. con questo che restituisse alla Chiesa le terre che a quella appartenevano. E per facilitare la cosa trasse di monastero Gostanza già vecchia figliuola di Guglielmo, e gliene dette per moglie; e così passò il regno di Napoli da Normandi, che ne erano stati fondatori, ai Tedeschi. Enrico Imperatore come prima ebbe composte le cose della Magna venne in Italia con Gostanza sua moglie, e con un suo figliuolo di quattro anni chiamato Federigo, e senza molta difficoltà prese il regno, perchè di già era morto Tancredi, e di lui era rimaso un piccolo fanciullo detto Ruggieri. Morì dopo alcun tempo Enrico in Sicilia, e successe a lui nel regno Federigo, ed all’Imperio Ottone Duca di Sassonia fatto per i favori che gli fece Papa Innocenzio III. Ma come prima ebbe presa la corona, contra a ogni opinione, diventò Ottone nemico del Pontefice; occupò la Romagna, e ordinava di assalire il regno; per la qual cosa il Papa lo scomunicò, inmodochè fu da ciascuno abbandonato, e gli Elettori elessero per Imperatore Federigo Re di Napoli. Venne Federigo a Roma per la corona, ed il Papa non volle incoronarlo, perchè temeva la sua potenza, e cercava di trarlo d’Italia, come ne aveva tratto Ottone; tantochè Federigo sdegnato ne andò nella Magna, e fatte più guerre con Ottone lo vinse. In quel mezzo si morì Innocenzio, il quale oltre alle egregie sue opere edificò lo Spedale di Santo Spirito in Roma. Di costui fu successore Onorio III. al tempo del quale surse l’ordine di S. Domenico e di S. Francesco Ordini di S. Domenico e di S. Francesco. nel mccxviii. An. 1218. Coronò questo Pontefice Federigo, al quale Giovanni di Baldovino Re di Gerusalemme, che era con le de’ Cristiani in Asia e ancora teneva quel titulo, dette una sua figliuola per moglie, e con la dota gli concesse il titulo di quel regno: di qui nasce che qualunche re di Napoli si intitula re di Ierusalem.
In Italia si viveva allora in questo modo: i Romani non facevano più consoli, e in cambio di quelli, con la medesima autorità, facevano quando uno quando più senatori; durava ancora la lega che avevano fatta le città di Lombardia contro a Federigo Barbarossa, le quali erano Milano, Brescia, Mantova, con la maggiore parte delle città di Romagna, e di più Verona, Vicenza, Padova e Trevigi; nelle parti dello imperadore erano Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena e Trento; le altre città e castella di Lombardia, di Romagna e della Marca trivigiana favorivano, secondo la necessità, ora questa ora quella parte. Era venuto in Italia, al tempo di Ottone III, uno Ecelino, del quale, rimaso in Italia, nacque uno figliuolo, che generò uno altro Ecelino. Costui, sendo ricco e potente, si accostò a Federigo II il quale, come si è detto, era diventato nimico del Papa; e venendo in Italia per opera e favore di Ecelino, prese Verona e Mantova, e disfece Vicenza occupò Padova, e ruppe lo esercito delle terre collegate, e di poi se ne venne verso Toscana. Ecelino, intanto, aveva sottomesso tutta la Marca trivigiana: non potette espugnare Ferrara, perché fu difesa da Azzone da Esti e dalle genti che il Papa aveva in Lombardia; donde che, partita la obsidione, il Papa dette quella città in feudo ad Azzone Estense, dal quale sono discesi quelli i quali ancora oggi la signoreggiano. Fermossi Federigo a Pisa, desideroso di insignorirsi di Toscana; e nel ricognoscere gli amici e nimici di quella provincia seminò tanta discordia che fu cagione della rovina di tutta Italia; perché le parti guelfe e ghibelline multiplicorono, chiamandosi Guelfi quelli che seguivono la Chiesa, e Ghibellini quelli che seguivono gli imperadori; e a Pistoia in prima fu udito questo nome. Partito Federigo da Pisa, in molti modi assaltò e guastò le terre della Chiesa, tanto che il Papa, non avendo altro rimedio, gli bandì la crociata contro, come avevono fatto gli antecessori suoi contro a’ Saraceni. E Federigo, per non essere abandonato dalle sue genti ad un tratto, come erano stati Federigo Barbarossa e altri suoi maggiori, soldò assai Saraceni; e per obligarseli, e per fare uno ostaculo in Italia fermo contro alla Chiesa, che non temessi le papali maledizioni, donò loro Nocera nel Regno, acciò che, avendo uno proprio refugio, potessero con maggiore securità servirlo.
Era venuto al pontificato Innocenzio IV; il quale, temendo di Federigo, se ne andò a Genova, e di quivi in Francia; dove ordinò uno concilio, a Lione, al quale Federigo deliberò di andare. Ma fu ritenuto dalla rebellione di Parma; dalla impresa della quale sendo ributtato, se ne andò in Toscana, e di quivi in Sicilia, dove si morì. E lasciò in Svevia Currado suo figliuolo, e in Puglia Manfredi, nato di concubina, il quale aveva fatto duca di Benevento. Venne Currado per la possessione del Regno, e arrivato a Napoli si morì; e di lui rimase Curradino piccolo, che si trovava nella Magna. Pertanto Manfredi, prima, come tutore di Curradino, occupò quello stato; di poi, dando nome che Curradino era morto, si fece re, contro alla voglia del Papa e de’ Napoletani, i quali fece acconsentire per forza. Mentre che queste cose nel Regno si travagliavano, seguirono in Lombardia assai movimenti intra la parte guelfa e ghibellina. Per la guelfa era uno legato del Papa; per la ghibellina Ecelino, il quale possedeva quasi tutta la Lombardia di là dal Po. E perché, nel trattare la guerra, se gli ribellò Padova, fece morire dodici mila Padovani; e lui, avanti che la guerra terminasse, fu morto, che era di età di ottanta anni; dopo la cui morte tutte le terre possedute da lui diventorono libere. Seguitava Manfredi re di Napoli le inimicizie contro alla Chiesa secondo i suoi antinati, e tenea il Papa, che si chiamava Urbano IV, in continue angustie; tanto che il Pontefice, per domarlo, gli convocò la crociata contro, e ne andò ad aspettare le genti a Perugia. E parendogli che le genti venissero poche, deboli e tarde, pensò che a vincere Manfredi bisognassero più certi aiuti; e si volse per i favori in Francia, e creò re di Sicilia e di Napoli Carlo d’Angiò, fratello di Lodovico re di Francia, e lo citò a venire in Italia a pigliare quel regno. Ma prima che Carlo venisse a Roma, il Papa morì, e fu fatto in suo luogo Clemente IV; al tempo del quale, Carlo, con trenta galee, venne ad Ostia, e ordinò che l’altre sue genti venissero per terra. E nel dimorare che fece in Roma, i Romani, per gratificarselo, lo feciono senatore, e il Papa lo investì del Regno, con obligo che dovesse pagare ciascuno anno alla Chiesa cinquanta milia fiorini; e fece uno decreto che per lo avvenire né Carlo né altri che tenessero quel regno non potessero essere imperadori. E andato Carlo contro a Manfredi, lo ruppe e ammazzò, propinquo a Benevento, e s’insignorì di Sicilia e del Regno. Ma Curradino, a cui per testamento del padre si apparteneva quello stato, ragunata assai gente nella Magna, venne in Italia contro a Carlo, con il quale combatté a Tagliacozzo; e fu prima rotto, e poi, fuggendosi sconosciuto, fu preso e morto.
Stette la Italia quieta, tanto che successe al pontificato Adriano V. E stando Carlo a Roma, e quella governando per lo ufizio che gli aveva del senatore, il Papa non poteva sopportare la sua potenza, e se ne andò ad abitare a Viterbo, e sollecitava Ridolfo imperadore a venire in Italia contro a Carlo. E così i pontefici, ora per carità della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano di chiamare in Italia umori nuovi e suscitare nuove guerre; e poi ch’eglino avieno fatto potente uno principe, se ne pentivano, e cercavano la sua rovina; né permettevano che quella provincia la quale per loro debolezza non potevano possedere, che altri la possedesse. E i principi ne temevano, perché sempre, o combattendo o fuggendo, vincevono; se con qualche inganno non erano oppressi, come fu Bonifazio VIII e alcuni altri, i quali, sotto colore d’amicizia, furono dagli imperadori presi. Non venne Ridolfo in Italia, sendo ritenuto dalla guerra che aveva con il re di Buemia. In quel mezzo morì Adriano, e fu creato pontefice Niccolao III di casa Orsina, uomo audace e ambizioso; il quale pensò, ad ogni modo, di diminuire la potenza di Carlo; e ordinò che Ridolfo imperadore si dolesse che Carlo teneva uno governatore in Toscana rispetto alla parte guelfa, che era stata da lui, dopo la morte di Manfredi, in quella provincia rimessa. Cedette Carlo allo Imperadore, e ne trasse i suoi governatori; e il Papa vi mandò un suo nipote cardinale per governatore dello Imperio; tale che lo Imperadore, per questo onore fattogli, restituì alla Chiesa la Romagna, stata da’ suoi antecessori tolta a quella, e il Papa fece duca di Romagna Bertoldo Orsino. E parendogli essere diventato potente da potere mostrare il viso a Carlo, lo privò dello ufizio del senatore, e fece uno decreto che niuno di stirpe regia potesse essere più senatore in Roma. Aveva in animo ancora di torre la Sicilia a Carlo, e mosse, a questo fine, secretamente pratica con Pietro re di Ragona, la quale poi, al tempo del suo successore, ebbe effetto. Disegnava ancora fare di casa sua duoi re, l’uno in Lombardia, l’altro in Toscana, la potenza de’ quali defendesse la Chiesa da’ Tedeschi che volessero venire in Italia, e da i Franzesi che erano nel Regno. Ma con questi pensieri si morì; e fu il primo de’ papi che apertamente mostrasse la propria ambizione, e che disegnasse, sotto colore di fare grande la Chiesa, onorare e benificare i suoi. E come da questi tempi indietro non si è mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, così per lo avvenire ne fia piena la istoria, tanto che noi ci condurreno a’ figliuoli; né manca altro a tentare a’ pontefici se non che, come eglino hanno disegnato, infino a’ tempi nostri, di lasciargli principi, così, per lo avvenire, pensino di lasciare loro il papato ereditario. Bene è vero che, per infino a qui, i principati ordinati da loro hanno avuta poca vita, perché il più delle volte i pontefici, per vivere poco tempo, o ei non forniscono di piantare le piante loro, o, se pure le piantano, le lasciano con sì poche e deboli barbe, che al primo vento, quando è mancata quella virtù che le sostiene, si fiaccano.
Successe a costui Martino IV, il quale, per essere di nazione francioso, favorì le parti di Carlo; in favore del quale, Carlo mandò in Romagna, che se gli era ribellata, sue genti; ed essendo a campo a Furlì, Guido Bonatto astrologo ordinò che, in un punto dato da lui, il popolo gli assaltasse; in modo che tutti i Franciosi vi furono presi e morti. In questo tempo si mandò ad effetto la pratica mossa da papa Niccolao con Pietro re di Aragona; mediante la quale i Siciliani ammazzorono tutti i Franciosi che si trovorono in quella isola; della quale Pietro si fece signore, dicendo appartenersegli per avere per moglie Gostanza figliuola di Manfredi. Ma Carlo, nel riordinare la guerra per la recuperazione di quella, si morì; e rimase di lui Carlo II, il quale in quella guerra era rimaso prigione in Sicilia, e per essere libero promisse di ritornare prigione, se infra tre anni non aveva impetrato dal Papa che i reali di Aragona fussero investiti del regno di Sicilia.
Ridolfo imperadore, in cambio di venire in Italia per rendere allo Imperio la riputazione in quella, vi mandò un suo oratore, con autorità di potere fare libere tutte quelle città che si ricomperassero, onde che molte città si ricomperorono, e con la libertà mutorono modo di vivere. Adulfo di Sassonia successe allo Imperio, e al pontificato Pietro del Murrone, che fu nominato papa Celestino; il quale, sendo eremita e pieno di santità, dopo sei mesi renunziò al pontificato; e fu eletto Bonifazio VIII. I cieli (i quali sapevono come e’ doveva venire tempo che i Franciosi e i Tedeschi si allargherebbono da Italia e che quella provincia resterebbe in mano, al tutto, degli Italiani) acciò che il papa, quando mancasse degli ostacoli oltramontani, non potesse né fermare né godere la potenza sua, feciono crescere in Roma due potentissime famiglie, Colonnesi e Orsini, acciò che, con la potenza e propinquità loro, tenessero il pontificato infermo. Onde che papa Bonifazio, il quale cognosceva questo, si volse a volere spegnere i Colonnesi, e oltre allo avergli scomunicati, bandì loro la crociata contro. Il che, se bene offese alquanto loro, li offese più la Chiesa; perché quella arme la quale per carità della fede aveva virtuosamente adoperato, come si volse, per propria ambizione, ai cristiani, cominciò a non tagliare; e così il troppo desiderio di sfogare il loro appetito faceva che i pontefici, a poco a poco, si disarmavano. Privò, oltra di questo, duoi che di quella famiglia erano cardinali, del cardinalato. E fuggendo Sarra, capo di quella casa, davanti a lui, scognosciuto, fu preso da corsali catelani, e messo al remo; ma cognosciuto di poi, a Marsilia, fu mandato al re Filippo di Francia, il quale era stato da Bonifazio scomunicato e privo del regno. E considerando Filippo come nella guerra aperta contro a’ pontefici, o e’ si rimaneva perdente, o e’ vi si correva assai pericoli, si volse agl’inganni; e simulato di voler fare accordo con il Papa, mandò Sarra in Italia secretamente. Il quale, arrivato in Alagna, dove era il Papa, convocati di notte suoi amici, lo prese; e benché, poco di poi, da il popolo d’Alagna fusse liberato, nondimeno, per il dolore di quella ingiuria, rabbioso morì.
Fu Bonifazio ordinatore del giubileo, nel 1300, e provide che ogni cento anni si celebrasse. In questi tempi seguirono molti travagli tra le parti guelfe e ghibelline; e per essere stata abbandonata Italia dagli imperadori, molte terre diventorono libere, e molte furono dai tiranni occupate. Restituì papa Benedetto a’ cardinali Colonnesi il cappello, e Filippo re di Francia ribenedisse. A costui successe Clemente V, il quale, per essere francioso, ridusse la corte in Francia, ne l’anno 1305. In quel mezzo Carlo II re di Napoli morì; al quale successe Ruberto suo figliuolo; e allo Imperio era pervenuto Arrigo di Luzimborgo, il quale venne a Roma per coronarsi, non ostante che il Papa non vi fusse. Per la cui venuta seguirono assai movimenti in Lombardia; perché rimesse nelle terre tutti i fuori usciti, o guelfi o ghibellini che fussero; di che ne seguì che, cacciando l’uno l’altro, si riempié quella provincia di guerra; a che lo Imperadore non potette, con ogni suo sforzo, obviare. Partito costui di Lombardia, per la via di Genova se ne venne a Pisa, dove s’ingegnò di tòrre la Toscana al re Ruberto; e non faccendo alcun profitto, se ne andò a Roma; dove stette pochi giorni, perché dagli Orsini, con il favore del re Ruberto, ne fu cacciato; e ritornossi a Pisa; e per fare più securamente guerra alla Toscana, e trarla dal governo del re Ruberto, lo fece assaltare da Federigo re di Sicilia. Ma quando egli sperava, in un tempo, occupare la Toscana e torre al re Ruberto lo stato, si morì. Al quale successe nello Imperio Lodovico di Baviera. In quel mezzo pervenne al papato Giovanni XXII; al tempo del quale lo Imperadore non cessava di perseguitare i Guelfi e la Chiesa, la quale in maggior parte da il re Ruberto e dai Fiorentini era difesa. Donde nacquero assai guerre, fatte in Lombardia dai Visconti contro ai Guelfi, e in Toscana da Castruccio da Lucca contro ai Fiorentini. Ma perché la famiglia de’ Visconti fu quella che dette principio alla ducea di Milano, uno de’ cinque principati che di poi governorono la Italia, mi pare da replicare da più alto luogo la loro condizione.
Poi che seguì, in Lombardia, la lega di quelle città delle quali di sopra facemmo menzione, per difendersi da Federigo Barbarossa, Milano, ristorato che fu dalla rovina sua, per vendicarsi delle ingiurie ricevute, si congiunse con quella lega, la quale raffrenò il Barbarossa e tenne vive in Lombardia, un tempo, le parti della Chiesa; e ne’ travagli di quelle guerre che allora seguirono, diventò in quella città potentissima la famiglia di quelli della Torre; della quale sempre crebbe la reputazione, mentre che gli imperadori ebbono in quella provincia poca autorità. Ma venendo Federigo II in Italia, e diventata la parte ghibellina, per la opera di Ecelino, potente, nacquono in ogni città umori ghibellini; donde che, in Milano, di quelli che tenevano la parte ghibellina fu la famiglia de’ Visconti, la quale cacciò quelli della Torre di Milano. Ma poco stettano fuora, ché, per accordi fatti intra lo Imperadore e il Papa, furono restituiti nella patria loro. Ma sendone andato il Papa con la corte in Francia, e venendo Arrigo di Luzimborgo in Italia per andare per la corona a Roma, fu ricevuto, in Milano, da Maffeo Visconti e Guido della Torre, i quali allora erano i capi di quelle famiglie. Ma disegnando Maffeo servirsi dello Imperadore per cacciare Guido, giudicando la impresa facile per essere quello di contraria fazione allo Imperio, prese occasione dai rammarichii che il popolo faceva per i sinistri portamenti de’ Tedeschi; e cautamente andava dando animo a ciascuno, e gli persuadeva a pigliare l’armi e levarsi da dosso la servitù di quegli barbari. E quando gli parve avere disposta la materia a suo proposito, fece, per alcuno suo fidato, nascere uno tumulto, sopra il quale tutto il popolo prese l’armi contro al nome tedesco. Né prima fu mosso lo scandolo che Maffeo con gli suoi figliuoli e tutti li suoi partigiani si trovorono in arme; e corsono ad Arrigo, significandogli come questo tumulto nasceva da quelli della Torre, i quali, non contenti di stare in Milano privatamente, avevono presa occasione di volerlo spogliare, per gratificarsi i Guelfi di Italia e diventare principi di quella città ma che stesse di buono animo, ché loro, con la loro parte quando si volesse difendere, erano per salvarlo in ogni modo. Credette Arrigo essere vere tutte le cose dette da Maffeo, e ristrinse le sue forze con quelle de’ Visconti, e assalì quelli della Torre, i quali erano corsi in più parti della città per fermare i tumulti; e quegli che poterono avere ammazzorono, e gli altri, spogliati delle loro sustanze, mandorono in esilio. Restato adunque Maffeo Visconti come principe in Milano, rimasono, dopo lui, Galeazzo e Azzo; e dopo costoro, Luchino e Giovanni. Diventò Giovanni arcivescovo in quella città; e di Luchino, il quale morì avanti a lui, rimasero Bernabò e Galeazzo; ma morendo ancora, poco di poi, Galeazzo, rimase di lui Giovan Galeazzo, detto Conte di Virtù. Costui, dopo la morte dello Arcivescovo, con inganno ammazzò Bernabò suo zio e restò solo principe di Milano; il quale fu il primo che avesse il titulo di duca. Di costui rimase Filippo e Giovanmariagnolo; il quale sendo morto da il popolo di Milano, rimase lo stato a Filippo, del quale non rimase figliuoli maschi; donde che quello stato si transferì dalla casa de’ Visconti a quella degli Sforzeschi, nel modo e per le ragioni che nel suo luogo si narreranno.
Ma tornando donde io mi parti’, Lodovico imperadore, per dare riputazione alla parte sua e per pigliare la corona, venne in Italia; e trovandosi in Milano, per avere cagione di trarre danari da’ Milanesi, mostrò di lasciargli liberi, e misse i Visconti in prigione; di poi, per mezzo di Castruccio da Lucca, gli liberò; e andato a Roma, per potere più facilmente perturbare la Italia, fece Piero della Corvara antipapa; con la reputazione del quale, e con la forza de’ Visconti, disegnava tenere inferme le parti contrarie di Toscana e di Lombardia. Ma Castruccio morì; la quale morte fu cagione del principio della sua rovina; perché Pisa e Lucca se gli ribellorono, e i Pisani mandorono l’Antipapa prigione al Papa in Francia; in modo che lo Imperadore, disperato delle cose di Italia, se ne tornò nella Magna. Né fu prima partito costui, che Giovanni re di Buemia venne in Italia, chiamato da’ Ghibellini di Brescia, e si insignorì di quella e di Bergamo. E perché questa venuta fu di consentimento del Papa, ancora che fingesse il contrario, il legato di Bologna lo favoriva, giudicando che questo fusse buono rimedio, a provedere che lo Imperadore non tornasse in Italia. Per il quale partito la Italia mutò condizione, perché i Fiorentini e il re Ruberto, vedendo che il Legato favoriva le imprese de’ Ghibellini, diventorono nimici di tutti quelli di chi il Legato e il re di Buemia era amico; e sanza avere riguardo a parti guelfe e ghibelline, si unirono molti principi con loro, intra i quali furono i Visconti, quegli della Scala, Filippo Gonzaga mantovano, quegli da Carrara, quegli da Esti. Donde che il Papa gli scomunicò tutti e il Re per timore di questa lega, se ne andò, per ragunare più forze, a casa; e tornato di poi in Italia con più gente, gli riuscì nondimeno la impresa difficile; tanto che, sbigottito, con dispiacere del Legato, se ne tornò in Buemia; e lasciò solo guardato Reggio e Modona, e a Marsilio e Piero de’ Rossi raccomandò Parma, i quali erano in quella città potentissimi. Partito costui, Bologna si accostò con la lega, e i collegati si divisono infra loro le quattro città che restavano nella parte della Chiesa; e convennono che Parma pervenisse a quelli della Scala, Reggio a’ Gonzaga, Modona a quelli da Esti, e Lucca ai Fiorentini. Ma nelle imprese di queste terre seguirono molte guerre, le quali furono poi, in buona parte, dai Viniziani composte. E’ parrà forse ad alcuno cosa non conveniente che, infra tanti accidenti seguiti in Italia, noi abbiamo differito tanto a ragionare de’ Viniziani, sendo la loro una repubblica che, per ordine e per potenza, debbe essere sopra ogni altro principato di Italia celebrata; ma perché tale ammirazione manchi, intendendosene la cagione, io mi farò indietro assai tempo, acciò che ciascuno intenda quali fussero i principii suoi, e perché differirono tanto tempo nelle cose di Italia a travagliarsi.
Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poi che si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili, sopra molti scogli, i quali erano, nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovargli, tutte le loro cose mobili di più valore portorono dentro al medesimo mare, in uno luogo detto Rivo alto; dove mandorono ancora le donne, i fanciugli e i vecchi loro e la gioventù riserborono in Padova, per difenderla. Oltre a di questi, quegli di Monselice, con gli abitatori de’ colli allo intorno, spinti da il medesimo terrore, sopra scogli del medesimo mare ne andorono. Ma presa Aquileia, e avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, e i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo alto. Medesimamente tutti i popoli allo intorno, di quella provincia che anticamente si chiama Vinezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ridussero. Così, constretti da necessità lasciorono luoghi amenissimi e fertili, e in sterili, deformi, e privi di ogni commodità abitorono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo feciono quelli luoghi, non solo abitabili, ma dilettevoli; e constituite infra loro leggi e ordini, intra tante rovine di Italia, sicuri si godevano. E in breve tempo crebbero in riputazione e forze; perché, oltre ai predetti abitatori, vi rifuggirono molti delle città di Lombardia, cacciati massime dalle crudeltà di Clefi re de’ Longobardi; il che non fu di poco augumento a quella città, tanto che a’ tempi di Pipino re di Francia quando, per i prieghi del Papa, venne a cacciare i Longobardi di Italia, nelle convenzioni che seguirono intra lui e lo Imperadore de’ Greci fu che il duca di Benevento e i Viniziani non ubbidissino né all’uno né all’altro, ma, di mezzo, la loro libertà si godessero. Oltre a di questo, come la necessità gli aveva condotti ad abitare dentro alle acque, così gli forzava a pensare, non si valendo della terra, di potervi onestamente vivere, e andando con i loro navigi per tutto il mondo, la città loro di varie mercanzie riempievano; delle quali avendo bisogno gli altri uomini, conveniva che in quel luogo frequentemente concorressero. Né pensorono per molti anni ad altro dominio che a quello che facesse il travagliare delle mercanzie loro più facile; e però acquistorono assai porti in Grecia e in Sorìa, e ne’ passaggi che i Franciosi feciono in Asia, perché si servirono assai de’ loro navigi, fu consegnato loro in premio l’isola di Candia. E mentre vissono in questa forma, il nome loro in mare era terribile, e dentro, in Italia venerando di modo che di tutte le controversie che nascevano il più delle volte erano arbitri; come intervenne nelle differenze nate intra i collegati per conto di quelle terre che tra loro si avevano divise, che, rimessa la causa ne’ Viniziani, rimase a’ Visconti Bergamo e Brescia. Ma avendo loro, con il tempo, occupata Padova, Vicenza, e Trevigi, e di poi Verona, Bergamo e Brescia, e nel Reame e in Romagna molte città, cacciati dalla cupidità del dominare, vennono in tanta opinione di potenza, che, non solamente a’ principi italiani, ma ai re oltramontani erano in terrore; onde, congiurati quelli contro a di loro, in uno giorno fu tolto loro quello stato che si avevano in molti anni con infinito spendio guadagnato; e benché ne abbiano, in questi nostri ultimi tempi; riacquistato parte, non avendo riacquistata né la reputazione né le forze, a discrezione d’altri, come tutti gli altri principi italiani, vivono.
Era pervenuto al pontificato Benedetto XII, e parendogli avere perduto in tutto la possessione di Italia, e temendo che Lodovico imperadore non se ne facesse signore, deliberò di farsi amici in quella tutti coloro che avevano usurpato le terre che solevono allo imperadore ubbidire, acciò che avessero cagione di temere dello Imperio e di ristrignersi seco alla difesa di Italia; e fece uno decreto che tutti i tiranni di Lombardia possedessero le terre che si avevano usurpate, con giusto titulo. Ma sendo in questa concessione morto il Papa e rifatto Clemente VI, e vedendo lo Imperadore con quanta liberalità il Pontefice aveva donate le terre dello Imperio, per non essere ancora egli meno liberale delle cose d’altri che si fussi stato il Papa, donò a tutti quegli che nelle terre della Chiesa erano tiranni le terre loro, acciò che con la autorità imperiale le possedessero. Per la qual cosa Galeotto Malatesti e i frategli diventorono signori di Rimino, di Pesero e di Fano, Antonio da Montefeltro della Marca e di Urbino, Gentile da Varano di Camerino, Guido di Polenta di Ravenna, Sinibaldo Ordelaffi di Furlì e Cesena, Giovanni Manfredi di Faenza, Lodovico Alidosi di Imola; e oltre a questi in molte altre terre molti altri, in modo che di tutte le terre della Chiesa poche ne rimasono senza principe. La qual cosa infino ad Alessandro VI tenne la Chiesa debole; il quale, ne’ nostri tempi, con la rovina de’ discendenti di costoro, le rendé l’autorità sua. Trovavasi lo Imperadore, quando fece questa concessione, a Trento; e dava nome di volere passare in Italia; donde seguirono guerre assai in Lombardia, per le quali i Visconti si insignorirono di Parma. Nel qual tempo Ruberto re di Napoli morì, e rimasono di lui solo due nipote, nate di Carlo suo figliuolo, il quale più tempo innanzi era morto; e lasciò che la maggiore, chiamata Giovanna, fusse erede del Regno, e che la prendesse per marito Andrea, figliuolo del re di Ungheria, suo nipote. Non stette Andrea con quella molto, che fu fatto da lei morire, e si maritò ad uno altro suo cugino, principe di Taranto, chiamato Lodovico. Ma Lodovico re di Ungheria e fratello di Andrea, per vendicare la morte di quello, venne con gente in Italia, e cacciò la reina Giovanna e il marito del Regno.
In questo tempo seguì a Roma una cosa memorabile, che uno Niccolò di Lorenzo, cancelliere in Campidoglio, cacciò i senatori di Roma, e si fece, sotto titulo di tribuno, capo della republica romana; e quella nella antica forma ridusse, con tanta reputazione di iustizia e di virtù, che non solamente le terre propinque, ma tutta Italia gli mandò ambasciadori; di modo che le antiche provincie, vedendo come Roma era rinata, sollevorono il capo, e alcune mosse da la paura, alcune dalla speranza, l’onoravano. Ma Niccolò, non ostante tanta reputazione, se medesimo ne’ suoi primi principii abbandonò; perché, invilito sotto tanto peso, sanza essere da alcuno cacciato, celatamente si fuggì, e ne andò a trovare Carlo re di Buemia, il quale, per ordine del Papa, in dispregio di Lodovico di Baviera, era stato eletto imperadore. Costui, per gratificarsi il Pontefice, gli mandò Niccolò prigione. Seguì di poi, dopo alcuno tempo, che, ad imitazione di costui, uno Francesco Baroncegli occupò a Roma il tribunato, e ne cacciò i senatori: tanto che il Papa, per il più pronto remedio a reprimerlo, trasse di prigione Niccolò, e lo mandò a Roma, e rendégli l’ufficio del tribuno; tanto che Niccolò riprese lo stato e fece morire Francesco. Ma sendogli diventati nimici i Colonnesi, fu ancora esso, non dopo molto tempo, morto, e restituito l’ufficio ai senatori.
In questo mezzo il Re di Ungheria, cacciata che gli ebbe la regina Giovanna, se ne tornò nel suo regno; ma il Papa, che desiderava piuttosto la Reina propinqua a Roma che quel re, operò in modo che fu contento restituirle il Regno, pure che Lodovico suo marito, contento del titulo di Taranto, non fusse chiamato re. Era venuto l’anno 1350, sì che al Papa parve che il giubileo, ordinato da papa Bonifazio VIII per ogni cento anni, si potesse a cinquanta anni ridurre, e fattolo per decreto, i Romani, per questo benifizio, furono contenti che mandassi a Roma quattro cardinali a riformare lo stato della città, e fare secondo la sua volontà i senatori. Il Papa ancora pronunziò Lodovico di Taranto re di Napoli; donde che la reina Giovanna, per questo benifizio, dette alla Chiesa Avignone, che era di suo patrimonio. Era, in questi tempi, morto Luchino Visconti, donde solo Giovanni arcivescovo di Milano era restato signore; il quale fece molta guerra alla Toscana e a’ suoi vicini, tanto che diventò potentissimo. Dopo la morte del quale rimasono Bernabò e Galeazzo suoi nipoti; ma poco di poi morì Galeazzo, e di lui rimase Giovangaleazzo, il quale si divise con Bernabò quello stato. Era in questi tempi, imperadore Carlo re di Buemia, e pontefice Innocenzio VI, il quale mandò in Italia Egidio cardinale di nazione spagnuolo, il quale con la sua virtù, non solamente in Romagna e in Roma, ma per tutta Italia aveva renduta la reputazione alla Chiesa: recuperò Bologna, che dallo arcivescovo di Milano era stata occupata; constrinse i Romani ad accettare uno senatore forestiero, il quale ciascuno anno vi dovesse dal papa essere mandato; fece onorevoli accordi con i Visconti; roppe e prese Giovanni Auguto inghilese, il quale con quattromila Inghilesi in aiuto de’ Ghibellini militava in Toscana. Onde che succedendo al pontificato Urbano V, poi che gl’intese tante vittorie, deliberò vicitare Italia e Roma, dove ancora venne Carlo imperadore; e dopo pochi mesi Carlo si tornò nel regno, e il Papa in Avignone. Dopo la morte di Urbano, fu creato Gregorio XI; e perché gli era ancora morto il cardinale Egidio, la Italia era tornata nelle sue antiche discordie, causate dai popoli collegati contro ai Visconti, tanto che il Papa mandò prima uno legato in Italia con seimilia Brettoni, di poi venne egli in persona, e ridusse la corte a Roma nel 1376, dopo settantuno anno che la era stata in Francia. Ma seguendo la morte di quello, fu rifatto Urbano VI, e poco di poi, a Fondi, da dieci cardinali che dicevano Urbano non essere bene eletto, fu creato Clemente VII. I Genovesi, in questi tempi, i quali più anni erano vivuti sotto il governo de’ Visconti, si ribellorono; e intra loro e i Viniziani, per Tenedo insula, nacquero guerre importantissime, per le quali si divise tutta Italia; nella quale guerra furono prima vedute le artiglierie, strumento nuovo trovato dai Tedeschi. E benché i Genovesi fussero un tempo superiori, e che più mesi tenessero assediata Vinegia, nondimeno, nel fine della guerra, i Viniziani rimasono superiori, e per mezzo del Pontefice feciono la pace, negli anni 1381.
Era nata, come abbiamo detto, scisma nella Chiesa; onde che la reina Giovanna favoriva il papa scismatico; per la qual cosa Urbano fece fare contro a di lei la impresa del Regno a Carlo di Durazzo, disceso de’ reali di Napoli; il quale, venuto, le tolse lo stato e si insignorì del Regno; ed ella se ne fuggì in Francia. Il re di Francia, per questo sdegnato, mandò Lodovico d’Angiò in Italia per recuperare il Regno alla Reina, e cacciare Urbano di Roma e insignorirne l’Antipapa. Ma Lodovico, nel mezzo di questa impresa, morì, e le sue genti, rotte, se ne tornorono in Francia. Il Papa, in questo mezzo, se ne andò a Napoli, dove pose in carcere nove cardinali per avere seguitata la parte di Francia e dello Antipapa. Di poi si sdegnò con il Re, perché non volle fare uno suo nipote principe di Capua; e fingendo non se ne curare, lo richiese gli concedesse Nocera per sua abitazione; dove poi si fece forte, e si preparava di privare il Re del Regno. Per la qual cosa il Re vi andò a campo, e il Papa se ne fuggì a Genova, dove fece morire quelli cardinali che aveva prigioni. Di quivi se ne andò a Roma, e per farsi reputazione creò ventinove cardinali. In questo tempo Carlo re di Napoli ne andò in Ungheria, dove fu fatto re, e poco di poi fu morto; e a Napoli lasciò la moglie con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli. In questo tempo ancora Giovangaleazzo Visconti aveva morto Bernabò suo zio e preso tutto lo stato di Milano, e non gli bastando essere diventato duca di tutta la Lombardia, voleva ancora occupare la Toscana; ma quando e’ credeva prenderne il dominio, e di poi coronarsi re di Italia, morì. Ad Urbano VI era succeduto Bonifazio IX. Morì ancora in Avignone l’antipapa Clemente VII, e fu rifatto Benedetto XIII.
Erano in Italia, in questi tempi, soldati assai, inghilesi, tedeschi e brettoni, condotti parte da quelli principi i quali in varii tempi erano venuti in Italia, parte stati mandati dai pontefici quando erano in Avignone. Con questi tutti i principi italiani feciono più tempo le loro guerre, infino che surse Lodovico da Conio romagnolo, il quale fece una compagnia di soldati italiani, intitolata in San Giorgio; la virtù e la disciplina del quale in poco tempo tolse la reputazione alle armi forestiere, e ridussela negli Italiani, de’ quali poi i principi di Italia, nelle guerre che facevano insieme, si valevano. Il Papa, per discordia avuta con i Romani, se ne andò a Scesi; dove stette tanto che venne il giubileo del 1400; nel quale tempo i Romani acciò che tornasse in Roma per utilità di quella città, furono contenti accettare di nuovo uno senatore forestiero mandato da lui, e gli lasciorono fortificare Castel Santo Agnolo, e con queste condizioni ritornato, per fare più ricca la Chiesa, ordinò che ciascuno, nelle vacanze de’ beneficii, pagasse una annata alla Camera. Dopo la morte di Giovan Galeazzo duca di Milano, ancora che lasciasse duoi figliuoli, Giovanmariagnolo e Filippo, quello stato si divise in molte parti; e ne’ travagli che vi seguirono, Giovanmaria fu morto e Filippo stette un tempo rinchiuso nella rocca di Pavia, dove, per fede e virtù di quello castellano si salvò. E intra gli altri che occuporono delle città possedute dal padre loro, fu Guglielmo della Scala, il quale, fuoruscito, si trovava nelle mani di Francesco da Carrara signore di Padova; per il mezzo del quale riprese lo stato di Verona, dove stette poco tempo, perché, per ordine di Francesco, fu avvelenato, e toltogli la città. Per la qual cosa i Vicentini, che sotto le insegne de’ Visconti erano vivuti sicuri, temendo della grandezza del signore di Padova, si dierono a’ Viniziani; mediante i quali i Viniziani presono la guerra contro a di lui, e prima gli tolsono Verona, e di poi Padova.
In questo mezzo Bonifazio papa morì, e fu eletto Innocenzio VII; al quale il popolo di Roma supplicò che dovesse rendergli le fortezze e restituirgli la sua libertà; a che il Papa non volle acconsentire; donde che il popolo chiamò in suo aiuto Ladislao re di Napoli. Di poi, nato intra loro accordo, il Papa se ne tornò a Roma, che per paura del popolo se ne era fuggito a Viterbo dove aveva fatto Lodovico suo nipote conte della Marca. Morì di poi, e fu creato Gregorio XII, con obligo che dovesse renunziare al papato, qualunche volta ancora l’Antipapa renunziasse. E per conforto de’ cardinali, per fare pruova se la Chiesa si poteva riunire, Benedetto antipapa venne a Porto Venere, e Gregorio a Lucca, dove praticorono cose assai e non ne conclusono alcuna, di modo che i cardinali dell’uno e dell’altro papa gli abbandonorono, e dei papi, Benedetto se ne andò in Ispagna e Gregorio a Rimini. I cardinali dall’altra parte, con il favore di Baldassare Cossa cardinale e legato di Bologna, ordinorono uno concilio a Pisa dove creorono Alessandro V, il quale, subito, scomunicò il re Ladislao e investì di quel regno Luigi d’Angiò; e insieme con i Fiorentini, Genovesi e Viniziani, e con Baldassare Cossa legato, assaltorono Ladislao, e gli tolsono Roma. Ma nello ardore di questa guerra morì Alessandro, e fu creato papa Baldassare Cossa, che si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui partì da Bologna, dove fu creato, e ne andò a Roma, dove trovò Luigi d’Angiò, che era venuto con la armata di Provenza; e venuti alla zuffa con Ladislao, lo ruppono. Ma per difetto de’ condottieri non poterono seguire la vittoria; in modo che il Re, dopo poco tempo, riprese le forze, e riprese Roma; e il Papa se ne fuggì a Bologna, e Luigi in Provenza. E pensando il Papa in che modo potesse diminuire la potenza di Ladislao, operò che Sigismondo re di Ungheria fusse eletto imperadore e lo confortò a venire in Italia, e con quello si abboccò a Mantova; e convennono di fare uno concilio generale, nel quale si riunisse la Chiesa; la quale, unita, facilmente potrebbe opporsi alle forze de’ suoi nemici.
Erano, in quel tempo, tre papi, Gregorio, Benedetto e Giovanni; i quali tenevano la Chiesa debile e sanza reputazione. Fu eletto il luogo del concilio Gostanza, città della Magna, fuora della intenzione di papa Giovanni; e benché fusse, per la morte del re Ladislao, spenta la cagione che fece al Papa muovere la pratica del concilio, nondimeno, per essersi obligato, non potette rifiutare lo andarvi; e condotto a Gostanza, dopo non molti mesi, cognoscendo tardi lo errore suo, tentò di fuggirsi; per la qual cosa fu messo in carcere, e constretto rifiutare il papato. Gregorio, uno degli antipapi ancora, per uno suo mandato, rinunziò; e Benedetto, l’altro antipapa, non volendo rinunziare, fu condennato per eretico. Alla fine, abbandonato dai suoi cardinali, fu constretto ancora egli a rinunziare; e il Concilio creò pontefice Otto, di casa Colonna, chiamato di poi papa Martino V. E così la Chiesa si unì, dopo quaranta anni che l’era stata in più pontefici divisa.
Trovavasi, in questi tempi, come abbiamo detto, Filippo Visconti nella rocca di Pavia; ma venendo a morte Fazino Cane, il quale ne’ travagli di Lombardia si era insignorito di Vercelli, Alessandria, Novara e Tortona, e aveva ragunate assai ricchezze, non avendo figliuoli, lasciò erede degli stati suoi Beatrice sua moglie, e ordinò con i suoi amici operassero in modo che la si maritasse a Filippo. Per il quale matrimonio diventato Filippo potente, riacquistò Milano e tutto lo stato di Lombardia. Di poi, per essere grato de’ benefizi grandi, come sono quasi sempre tutti i principi, accusò Beatrice sua moglie di stupro, e la fece morire. Diventato pertanto potentissimo, cominciò a pensare alle guerre di Toscana, per seguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre.
Aveva Ladislao re di Napoli, morendo, lasciato a Giovanna sua sirocchia, oltre al Regno, uno grande esercito, capitanato dai principali condottieri di Italia, intra i primi de’ quali era Sforza da Cotignuola reputato, secondo quelle armi, valoroso. La Reina, per fuggire qualche infamia di tenersi uno Pandolfello, il quale aveva allevato, tolse per marito Iacopo della Marcia, francioso, di stirpe regale, con queste condizioni, che fussi contento di essere chiamato principe di Taranto, e lasciasse a lei il titolo e il governo del Regno. Ma i soldati, subito che gli arrivò in Napoli, lo chiamorono re; in modo che intra il marito e la moglie nacquono discordie grandi, e più volte superorono l’uno l’altro; pure, in ultimo, rimase la Reina in istato; la quale diventò poi nimica del Pontefice, onde che Sforza, per condurla in necessità, e che l’avesse a gittarsegli in grembo, rinunziò, fuora di sua opinione, al suo soldo. Per la qual cosa quella si trovò in un tratto disarmata; e non avendo altri rimedi, ricorse per gli aiuti ad Alfonso re di Ragona e di Sicilia, e lo adottò in figliuolo, e soldò Braccio da Montone, il quale era quanto Sforza nelle armi reputato, e inimico del Papa per avergli occupata Perugia e alcune altre terre della Chiesa. Seguì di poi la pace intra lei e il Papa, ma il re Alfonso, perché dubitava che ella non trattasse lui come il marito, cercava cautamente insignorirsi delle fortezze; ma quella, che era astuta, lo prevenne, e si fece forte nella rocca di Napoli. Crescendo adunque intra l’una e l’altro i sospetti, vennono alle armi; e la Reina, con lo aiuto di Sforza, il quale ritornò a’ suoi soldi, superò Alfonso, e cacciollo di Napoli, e lo privò della adozione, e adottò Lodovico d’Angiò: donde nacque di nuovo guerra intra Braccio, che aveva seguitate le parti di Alfonso, e Sforza, che favoriva la Reina. Nel trattare della qual guerra, passando Sforza il fiume di Pescara, affogò; in modo che la Reina di nuovo rimase disarmata; e sarebbe stata cacciata del Regno, se da Filippo Visconti duca di Milano non fusse stata aiutata; il quale constrinse Alfonso a tornarsene in Aragona. Ma Braccio, non sbigottito per essersi abbandonato Alfonso, seguitò di fare la impresa contro alla Reina; e avendo assediata l’Aquila, il Papa, non giudicando a proposito della Chiesa la grandezza di Braccio, prese a’ suoi soldi Francesco figliuolo di Sforza; il quale andò a trovare Braccio a l’Aquila, dove lo ammazzò e ruppe. Rimase, della parte di Braccio, Oddo suo figliuolo; al quale fu tolta da il Papa Perugia, e lasciato nello stato di Montone. Ma fu, poco di poi, morto, combattendo in Romagna per i Fiorentini; tale che, di quelli che militavono con Braccio, Niccolò Piccino rimase di più riputazione.
Ma perché noi siamo venuti, colla narrazione nostra, propinqui a quelli tempi che io disegnai; perché quanto ne è rimaso a trattare non importa, in maggiore parte, altro che le guerre che ebbono i Fiorentini e i Viniziani con Filippo duca di Milano, le quali si narreranno dove particularmente di Firenze tratteremo; io non voglio procedere più avanti: solo ridurrò brevemente a memoria in quali termini la Italia, e con i principi e con le armi, in quelli tempi dove noi scrivendo siamo arrivati, si trovava. Degli stati principali, la reina Giovanna II teneva il regno di Napoli; la Marca, il Patrimonio e Romagna, parte delle loro terre ubbidivano alla Chiesa, parte erano dai loro vicari o tiranni occupate: come Ferrara, Modona e Reggio da quelli da Esti; Faenza da e Manfredi; Imola dagli Alidosi; Furlì dagli Ordelaffi; Rimino e Pesero dai Malatesti, e Camerino da quelli da Varano. Della Lombardia parte ubbidiva al duca Filippo, parte a’ Viniziani; perché tutti quelli che tenevano stati particulari in quella erano stati spenti, eccetto che la casa di Gonzaga, la quale signoreggiava in Mantova. Della Toscana erano la maggiore parte signori i Fiorentini: Lucca solo e Siena con le loro leggi vivevano; Lucca sotto i Guinigi, Siena era libera. I Genovesi, sendo ora liberi ora servi o de’ Reali di Francia o de’ Visconti, inonorati vivevano, e intra gli minori potentati si connumeravono. Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati: il duca Filippo, stando rinchiuso per le camere e non si lasciando vedere, per i suoi commissari le sue guerre governava; i Viniziani, come ei si volsono alla terra, si trassono di dosso quelle armi che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l’altrui governo amministravano gli eserciti loro; il Papa per non gli stare bene le armi in dosso sendo religioso, e la reina Giovanna di Napoli per essere femina, facevono per necessità quello che gli altri per mala elezione fatto avevano; i Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perché, avendo per le spesse divisioni spenta la nobilità, e restando quella republica nelle mani d’uomini nutricati nella mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri. Erano adunque le armi di Italia in mano o de’ minori principi o di uomini senza stato; perché i minori principi, non mossi da alcuna gloria, ma per vivere o più ricchi o più sicuri, se le vestivano; quegli altri, per essere nutricati in quelle da piccoli, non sapendo fare altra arte, cercavono in esse, con avere o con potenza, onorarsi. Intra questi erano allora i più nominati: il Carmignuola, Francesco Sforza, Niccolò Piccino allievo di Braccio, Agnolo della Pergola, Lorenzo di Micheletto Attenduli, il Tartaglia, Giacopaccio, Ceccolino da Perugia, Niccolò da Tolentino, Guido Torello, Antonio dal Ponte ad Era, e molti altri simili. Con questi erano quelli signori, de’ quali ho di sopra parlato, ai quali si aggiugnevano i Baroni di Roma Orsini e Colonnesi con altri signori e gentiluomini del Regno e di Lombardia, i quali, stando in sulla guerra avevano fatto come una lega ed intelligenza insieme, e ridottala in arte, con la quale in modo si temporeggiavano, che il più delle volte di quelli che facevano guerra l’una parte e l’altra perdeva. Ed in fine la ridussero in tanta viltà, che ogni mediocre capitano, nel quale fusse alcuna ombra dell’antica virtù rinata, gli avrebbe con ammirazione di tutta Italia, la quale per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi adunque oziosi principi, e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria; alla quale prima che io discenda mi è necessario, secondo che nel principio promisi, tornare a raccontare dell’origine di Firenze, e fare a ciascuno largamente intendere quale era lo stato di quella città in questi tempi, e per quali mezzi tra tanti travagli, che per mille anni erano in Italia accaduti, vi era pervenuta.