L'Argentina vista come è/Le basi dell'oligarchia Argentina

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Le basi dell'oligarchia Argentina

../Le nostre lettere dall'Argentina — Continuando ../Il Governo in azione IncludiIntestazione 1 dicembre 2018 100% Da definire

Le nostre lettere dall'Argentina — Continuando Il Governo in azione
[p. 55 modifica]

LE BASI

DELL’OLIGARCHIA ARGENTINA.
1


Sotto grandi titoli, una mattina, non è molto, i giornali argentini avevano delle notizie di questo genere:

«San Martin, ore nove. — Un gruppo di Casaristas ha aperto il fuoco sugli avversari. La polizia, agli ordini di un commissario, rispose al fuoco. Gli assalitori si ritirarono lasciando dei feriti. A Lamadrid v’è stato un vivo scambio di fucilate.»

«Chivilcoy. — I membri dei seggi hanno dato di piglio alle armi, vi è stato un nutrito scambio di fucilate, aumentato con l’intervento della polizia. I feriti sono molti. Il fuoco durò per ben dieci minuti.»

«Pila. — Un gruppo d’Ugartisti ha attaccato il Municipio e la Commisseria. La polizia respinse l’attacco. Vi sono feriti gravi. Si spararono moltissimi colpi di remington.»

«San Fernando. — Un forte gruppo d’individui fece fuoco lungo il canale in direzione della piazza. La polizia rispose al fuoco respingendo l’attacco.»

Se si parlasse di Boeri, invece che di Casaristas e di «Polizia del Capo», invece che di semplice polizia, tutti, leggendo tali notizie, penserebbero che la guerra nell’Africa Australe non è mai stata più attiva di così. [p. 56 modifica] Ma siccome non si trattava che di elezioni (parziali, per fortuna) nella provincia di Buenos Aires, nessuno si è commosso, ed una parte della stampa ha persino colto l’occasione per gridare, con legittima soddisfazione, che: «... in queste elezioni si è provato il progresso morale del popolo, il quale pacificamente è accorso alle urne a compire il più sacro dei suoi doveri, senza che si verificassero i deplorevoli fatti dei passati Comizî...»

Ringraziamo il buon Dio di averci tenuti lontani dai passati Comizî, e di averci così permesso di vedere tanto progresso morale. Il quale appare però seriamente pregiudicato dai risultati che delle suddette elezioni (parziali, per fortuna) dà il più autorevole giornale, la Nacion.

In un paese, San Nicolas, votano centoventi persone e si trovano mille e duecento voti. A Barracas al Sur compaiono mille voti prima della formazione del seggio. A Lomas de Zamora quattrocento elettori producono mille e duecento voti. In tre seggi non c’è stato concorso, ma hanno tuttavia figurato tremila e duecento voti. In altri quattro seggi è avvenuto lo stesso miracolo. A Patagones una persona ha contato ventidue elettori concorrenti alle urne: voti mille e centocinquantatre. Infine si calcola a trentamila la somma dei voti fraudolenti in queste elezioni (parziali, per fortuna). Il Pais — giornale pellegrinista — rimprovera alla Nacion — che è mitrista — queste oziose inchieste, rammentandole che i mitristi, in certe altre elezioni, crearono a Buenos Aires un vero ateliér con sedici scritturali per la fabbricazione di registri elettorali falsi, in base ai quali stabilirono il loro trionfo. Queste sono cose, del resto, consuetudinarie. Una Commissione, che per incarico d’un Comité Demòcrata, ha voluto rivedere alcune liste elettorali a Buenos Aires, ha trovato che in un seggio il falso ammontava al 47%, in un altro al 58%, in uno al 79% e nel resto del distretto [p. 57 modifica] al 45%. I giornali El Tiempo e la Prensa, che pubblicano l’inchiesta, ne offrono tutte le prove. Ma chi bada a queste piccolezze?

Questa profonda e radicata immoralità rivela molto più di una semplice stranezza di costumi politici: le sue cause sono gravissime, e le sue conseguenze hanno un’influenza disastrosa sull’intera vita della nazione argentina.



Spieghiamoci. Laggiù la politica è una professione. È la professione naturale del «figlio del paese», la quale gli offre il modo di vivere — con uno splendore relativo ai di lui mezzi intellettuali e alla sua viveza — fornendogli una rendita sotto forma di stipendio per un impiego qualsiasi, oppure facilitandogli guadagni d’ogni genere per via d’influenze. Così si vedono degli impiegati che non hanno la necessità d’andare all’ufficio, ed altri che non sanno precisamente in che cosa il loro impiego consista.

Perciò la lotta politica non è altro che la lotta di gente che vuole degli impieghi per diritto di nascita contro gente che non se li vuol lasciar sfuggire, in nome dello stesso diritto. È una «lotta per la vita»; e trattandosi della vita si capisce che ci si... ammazzi, qualche volta. «La vera lotta elettorale è oggi, come sempre, circoscritta alle rivalità di clientele ristrette, per non dire di pochi uomini, aggruppati in due fazioni avverse per la impossibilità di mettere tutti contemporaneamente il muso nella stessa mangiatoia» — scriveva il 31 del marzo passato la Patria degli Italiani.

È chiaro che questa politica di speculazione vive della ricchezza pubblica come di una preda legittimamente conquistata, invece di esserne la tutrice vigile [p. 58 modifica] e sapiente. Ora, la ricchezza è prodotta dal lavoro; il lavoro è in massima parte straniero; è quindi precisamente a danno degli stranieri che si alimenta l’enorme pianta parassitaria della politica, che ha più ramificazioni d’un’intera foresta di baobab.

Gli stranieri si vedono completamente esclusi dalla cosa pubblica. Il paese risulta nettamente diviso in dominatori e in dominati. Questo non sarebbe un gran male, se una tale politica non avesse logicamente la più perniciosa delle influenze su tutte le amministrazioni pubbliche — nelle quali si sazia — e, quel che è peggio, sulla giustizia; di modo che i dominati si trovano esposti — privi delle armi del diritto politico — a tutte le violenze, ai soprusi, agl’inganni, alla ingiustizia senza limiti.

Come si vede, la politica argentina, per quanto in sè stessa priva d’interesse per noi, assume una importanza capitale in quanto serve a spiegare e illustrare la situazione dei nostri connazionali laggiù. E permettetemi di parlarvene a lungo. Del resto, l’argomento non è noioso: avvengono nella politica di questo paese delle cose tanto strane!...



La lotta politica ristretta alle persone, animata da bassi interessi, isolata nei varî centri provinciali, prende spesso alimento dagli odî personali, e diviene di una brutalità selvaggia. Si combatte con tutte le armi, con la frode, con la corruzione e col terrore. Da una parte l’arbitrio, dall’altra la violenza. Avvicinandosi un Comizio, i crimini politici diventano cosa di tutti i giorni, specialmente nelle provincie interne. La cronaca registra giornalmente minaccie a mano armata, arresti e [p. 59 modifica] condanne arbitrarie eseguiti contro gli oppositori, persecuzioni poliziesche, maltrattamenti, ferimenti, assassinî. A prestar piena fede ai giornali i più diffusi vi sarebbe da inorridire. Dai luoghi desolati dalle elezioni arrivano loro notizie di treni assaltati dalla polizia per arrestare gli avversarî del Governo che vi viaggiano, di prigionieri posti alla tortura dei ceppi, di spedizioni di soldati armati di remingtons inviati in tutti i dipartimenti di una provincia con l’ordine di non lasciarsi sfuggire l’opportunità di fucilare gli avversarî (Prensa 11 e 12 febbraio).

Certo è che in questi periodi di fermento politico la vita pubblica si svolge sotto il più tirannico dei regimi. In certe provincie è un vero regime del terrore. I giornali di opposizione sono talvolta assaltati, le macchine spezzate, i redattori minacciati di morte, come è avvenuto a Chacabuco e durante le ultime elezioni di San Juan. La mancanza di giustizia rende possibile ogni violenza. Durante queste elezioni, che hanno fatto versare tanto sangue, la polizia ha assassinato nel suo stesso domicilio il direttore del giornale El Censor, colpevole di reato d’opposizione. Questi delitti hanno fatto sfuggire al più autorevole giornale argentino una frase caratteristica: «Dalla frode e dalla tranquilla esploitation delle posizioni ufficiali non è ammissibile che si passi al regime del terrore, alla legge del pugnale e della corda» (Nacion, 8 gennaio). Pare che la frode e la tranquilla esploitation siano... ammissibili!

Intanto si procede alla formazione delle liste elettorali. Mancando uno stato civile in regola, le iscrizioni si fanno volta per volta, alla domenica a mattina, nell’atrio delle chiese parrocchiali, dove il registro è depositato sopra un tavolo fra due vigilantes che sonnecchiano e i membri d’un Comitato. Gli elettori iscrivendosi dichiarano a quale partito appartengono. Lo scopo di questa usanza è chiaro: le sole iscrizioni [p. 60 modifica] bastano a dare la più ampia idea della situazione, e le manovre poi si possono fare a ragion veduta. Se il partito «legale» è un po’ deboluccio, si rinforza con un po’ di nomi. Se alle elezioni non si presentano gli elettori, si fanno figurare gl’iscritti come votanti. Nel marzo passato, nelle elezioni di Santiago de l’Estero, a Quebrachos concorsero alle urne il giudice di pace, il commissario di polizia e suo figlio e vi lasciarono.... mille e tanti voti. Il falso diventa usuale. Non c’è controllo: i giudici si guardano bene dall’ascoltare i reclami di illegalità perchè essi stessi nascono quasi sempre dall’illegalità.


E si viene alle elezioni. Qui entrano in scena i caudillos, uomini che, per il prestigio della criminalità, godono di ascendenti sulla parte infima della popolazione criolla, la quale forma quasi esclusivamente la massa elettorale. Il caudillo porta in campo le sue forze al servizio di questo o quel partito, come un capitano di ventura. Queste forze vengono dalla campagna, dalla prateria, spesso semiselvaggie, gauchos, ignoranti sempre, che considerano le elezioni come un carnevale, un’epoca di godimento e d’impunità (se stanno dalla parte governativa). Arrivano nelle città ostentando il loro armamento di rivoltelle e di coltelli intorno alla cintura, e incomincia il terrore dei pacifici cittadini. Tipi sinistri percorrono a cavallo le vie, insultano i passanti, spingono la cavalcatura sui marciapiedi e talvolta nei negozî. Spesso si fermano a mangiare e bere nelle fondas, poi non pagano, bastonano chi protesta e se ne vanno gridando: Viva el Gobernador! — il grido che è il sesamo apriti della circostanza. [p. 61 modifica]

È poco tempo che Santa Fè, Rosario e tutte le città della provincia, come più recentemente San Juan, hanno attraversato un periodo elettorale con il relativo accompagnamento di morti e di feriti. Le scene che si sono svolte in questi luoghi non sembrano dei nostri tempi. I negozî si chiudono, la gente per bene si tappa in casa con le provvigioni, come per un assedio in regola; e l’illusione è perfetta quando — e non di rado — si sentono echeggiare attraverso le imposte serrate i colpi delle armi da fuoco. La Prensa ha riportato da un giornale di San Juan questa descrizione d’ambiente: «Le famiglie non escono per nessun motivo, nessuno si mostra per le piazze, e ad ogni momento si aspetta di sentire il rumore d’una scarica che ponga termine alla vita d’un cittadino, o il galoppo d’uno squadrone di polizia che sciaboli senza pietà. Non si domanda che resultato ebbe questa o quella elezione, ma quanti morti si ebbero. Da ogni parte si parla di domicilî che saranno assaltati. Le versioni sono fondate perchè abbiamo visto il popolo indifeso sciabolato per le vie di pieno giorno e assassinare miseramente e vigliaccamente...» È certo che in queste descrizioni, che potrei riportare a sazietà, vi è di quell’esagerazione che è propria di queste riscaldate fantasie ispano-americane; ma non molta. I crimini esistono. Non vi è forse che Buenos Aires dove tali miserie siano meno visibili, perchè si perdono nella vastità e nel cosmopolitismo.

In prossimità dei seggi elettorali si vedono talvolta dei veri bivacchi di questi gauchos armati, accoccolati intorno ai barili della caña e all’arrosto che si va cuocendo all’aria aperta, il tradizionale asado electoral. Questi bravi elettori si aggruppano a seconda dei partiti nei posti prestabiliti di fronte al sagrato della parrocchia — dove si tiene l’elezione — in attesa d’essere chiamati ad esprimere i voti della coscienza del popolo. [p. 62 modifica]

L’appello viene fatto partito per partito. Si comincia dal partito governativo, il quale in caso di dubbia riuscita adopera tre sistemi di guerra che si potrebbero chiamare: il pacifico, il semi-pacifico e il bellicoso. Il primo è semplicissimo; si fa l’appello tanto lentamente che giunge l’ora stabilita per la chiusura prima che gli avversarî — che votano dopo — abbiano avuto il tempo di votare.

Il secondo consiste nel sollevare degli incidenti ad ogni voto avversario, domandando la prova della personalità. L’adito è aperto all’arbitrio; si fanno votare dei partitarî due o tre volte, si stabiliscono officine di falsificazioni, si fa di tutto.

Quando ciò non basta per assicurare la vittoria, entrano in campo i remingtons della polizia che circonda le urne e che sta appostata persino sui tetti delle case vicine. È il sistema bellicoso. Nelle recenti elezioni di San Juan, intorno ad un’urna sono caduti sei morti e venti feriti. Questo non ha impedito al vice-governatore di scrivere un rapporto dove diceva: «Le elezioni si sono svolte tranquillamente e in completo ordine in tutti i Comizî; solamente in Pocito...., ecc.!» Oh! una cosa da nulla!

All’inganno d’un partito risponde, naturalmente, l’inganno dell’altro, alla frode la frode, e alla violenza la violenza. Il resultato è la più mostruosa mistificazione della volontà popolare.



Su queste elezioni poggia l’oligarchia che strema le forze dell’Argentina e ne prostra le promettenti energie. Dalle elezioni nasce la piovra governativa, e viceversa: come la storia dell’uovo e della gallina. È un circolo [p. 63 modifica] chiuso, la cui anacronica esistenza è spiegata dalla esclusione della vita politica di quella grande parte della popolazione che più lavora, produce e paga, la quale avrebbe precisamente il più grande interesse ad una politica onesta; alludo agli stranieri.

Con questa straordinaria organizzazione, elettorale viene a mancare completamente il controllo del popolo nel complesso organismo governativo. Una macchina senza regolatore.

Appurate così le origini della disorganizzazione, vedremo prossimamente fino dove ne arrivano le ineluttabili e disastrose conseguenze.




Note

  1. Dal Corriere della Sera del 25 maggio 1902.