L'Economico/Capitolo XIX

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Capitolo XIX

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Senofonte - L'Economico (IV secolo a.C.)
Traduzione di Girolamo Fiorenzi (1825)
Capitolo XIX
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CAPITOLO XIX.


Ma, soggiunsi, il piantare degli arbori non è pure una parte dell’agricoltura? Lo è, disse Iscomaco. Perchè adunque avviene, che io sappia la coltivazione dei semi, e che non sappia quella degli arbori? E non la sai tu? disse Iscomaco. E come, risposi, l’avrei a sapere io, il quale non conosco, nè [p. 94 modifica]in quale terreno si abbia a piantare ciascun albero, nè di quanta larghezza sia d‘uopo di apparecchiargli la fossa, nè a quanta lunghezza il giovane virgulto si debba sotterrare, nè dappoichè sia posto in terra come si abbia a governare perchè bene si appigli. Or via, disse Iscomaco, apprendi quello, che tu non sai; quali fosse però cavinsi pe’ maiuoli delle viti, credo che lo avrai veduto? E molte volte, rispos’io. Nè hai veduto mai alcuna di esse più profonda di tre piedi? Mai ne ho veduto alcuna, diss’io, nemmeno più profonda di due piedi e mezzo. E quanto alla larghezza ne hai vedute maggiori di tre piedi? Nemmeno, diss’io, ne ho vedute più larghe di due piedi. Ora rispondimi, o Socrate, anche a questo. Meno profonda di un piede ne hai tu veduta niuna? No veramente, e neppure ne ho veduta alcuna che avesse minor profondità di un piede, e mezzo, perocchè verrebbero a schiantarsi i magliuoli della vite nel cavargli all’intorno la terra, se cotanto presso allu superficie fossero piantati. Questo adunque, disse, o Socrate, molto bene hai veduto, che non si cavano le fosse per le viti, nè più profonde di due piedi e mezzo, nè più strette di un piede e mezzo. Ciò non è possibile di non averlo veduto, diss‘io, essendo cosa cotanto manifesta. Sai tu poi conoscere, disse, riguardandovi quale terra sia secca, quale umida? Secca mi pare, dissi, che sia quella che si trova [p. 95 modifica]vicino al Licabeto e ogni altra a quella simigliante; umida poi quella intorno alla palude Falerica, o altra a quella simigliante. In quale di queste due terre, disse, caveresti la fossa più profonda per piantarvi i magliuoli, nella secca o nell’umida? Nella secca senza alcun dubbio, perchè, dissi, scavando, profondamente nella terra umida vi troveresti l’acqua, e tu non potresti già piantare nell’acqua. Parmi che tu dica ansai bene: e cavate che sieno le fosse in quale tempo si abbia a piantare i magliuoli nell‘una, e nell’altra terra già tu lo sai? Benissimo, risposi io. Tu adunque volendo, che cotesti magliuoli prestamente si appiglino, forse che gittandogli sotto di quella terra, che è già stata cavata, pensi, che le radici del sermento più presto muoveranno verso quella parte dove la terra sia bene assottigliata, o pure verso la terra dura, e non mossa? Egli è manifesto, diss’io, che più presto muoveranno da quella parte, dove la terra è già lavorata, che dove è dura. Si avrà dunque a gittare alquanto di terra assottigliata al di sotto de’magliuoli che avrai posti? E come farne di meno? diss’io. Se tu ponessi, o Socrate, tutto il magliuolo dritto in modo, che riguardasse il cielo, stimeresti, che in tal guisa piuttosto avesse a mettere un maggior numero di radici, che se lo ponessi disteso nella fossa già cavata, ripiegandolo poi allo in su in modo che si stesse come un gamma [p. 96 modifica]supino? Appunto in cotesta maniera, perchè così più gemme rimarrebbero sotto terra, e io veggo, che sopra terra i magliuoli germogliano dalle gemme, e quelle gemme altresì che stanno sotto terra penso che facciano lo stesso: quindi avendo più radici sotto terra, mi è avviso, che la novella pianta più presto, e con più di vigore dovrà germogliare. Anche di queste cose veggo, che tu ne dai, o Socrate, quel medesimo giudizio che ne darei io. Accumuleresti poi, seguitò, soltanto la terra intorno alla pianticella, o anche ben bene ve la calcheresti? Certamente, risposi, che ve la calcherei, altrimenti ben so che la terra solamente accumulata diverrebbe fangosa per le pioggie, e il sole l’asciugherebbe sino al fondo, il perchè vi sarebbe rischio che le giovani pianticelle per le pioggie venissero infradiciate dall’umidità, e per la siccità venissero a seccarsi, poichè per non essere la terra bastantemente assodata, il calore penetrerebbe fino alle radici. Adunque anche circa il piantare le viti, tu sai, disse, tutto quello, che so io. E così pure, diss’io, dovrà piantarsi anche il fico? Si, a mio credere, disse Iscomaco, e ancora ogni altro albero fruttifero, poichè di ciò che si conviene alla piantagione della vite, qual cosa rifiuteresti nelle altre piantagioni? L’olivo poi come lo avremo a piantare, o Iscomaco? Mel domandi, disse, per far prova di me, sapendotelo già meglio di ogni [p. 97 modifica]altro: e che agli olivi si cavino le fosse più profonde certo tu il vedi, poichè queste per lo più cavansi presso alle strade: vedi pure come a tutte le piante nel vivaio è stato già formato il piede, vedi come la cima di ogni pianta s’impiastriccia di loto, e come tutte quante hanno al di sopra una copritura. Coteste cose, diss’io, le veggo. E vedendole, soggiunse, quale di esse non sapresti fare anche tu? forse non sapresti, o Socrate, diss’egli, come avessi a porre un coccio sopra quel lato, che si mette nelle cime? Si nel vero, risposi, o Iscomaco, che non ignoro come si abbiano a fare tutte coteste cose che hai dette; ma io ora torno a considerare fra me medesimo, perchè, quando tu mi addimandavi così alla rinfusa, se sapeva come si avessero a porre gli alberi, ti diceva di no; poichè parevami di non saperti dir nulla di quello che si richiedesse a convenevolmente piantarli. Allorchè però tu incominci a interrogarmi partitamente sopra di ciascuna cosa, io ti rispondo, siccome tu dici, per guisa, che dimostro già di sapere tutto quello che sai tu, il quale sei riputato spertissimo agricoltore: forse, che, o Iscomaco lo interrogare si è egli una maniera di ammaestramento? perchè conducendomi in prima a dire le cose che io so, e ad esse simiglianti dimostrandomi poscia esser quelle che mi pensava di non sapere, mi persuadi, cred’io, che quelle [p. 98 modifica]ancora io sapeva. Ma domandandoti io, disse Iscomaco, circa all’argento se sia buono, o no; ti potrei io persuadere, che tu sappi discernere l’argento buono dal falso? Ed anche col domandarti di coloro che suonano il flauto, non ti potrei già far credere di saperlo suonare: così intorno a’ pittori, e ad altri artefici. Forse anche il potresti, diss’io, poichè dell‘agricoltura mi hai persuaso di esserne esperto, quantunque io sappia che niuno mi ha mai insegnato una tale arte. Non è egli così, o Socrate, come ti vai immaginando: ma io ti aveva già detto, essere l’agricoltura un’arte cotanto amica, e dimestica agli uomini, che al solo vederla praticare, o udirne pur ragionare, a dirittura ti vien fatto di apprenderla. Troppo più cose poi, che io non ti ho detto insegna l’agricoltura a chiunque con diligenza la esercita. Per esempio la vite col salire sopra gli alberi tosto che ne abbia alcuno vicino, t’insegna che si conviene tenerla diritta con alcun sostegno: e spandendo poi i pampini mentre sono ancora teneri i suoi grappoli, ti mostra, che si conviene in quel tempo tenerla ombreggiata: quando sia poi giunto il tempo, che il sole abbia a raddolcire le uve, gittando le foglie, t’insegna a spogliarla dei pampini perchè quelle uve maturansi nell’autunno, e se per aver essa molto nutrimento ti dimostri alcuni de’ suoi grappoli già maturi, ed altri ne abbia ancora [p. 99 modifica]acerbi, insegnati di venirli raccogliendo, come si fa dei fichi, che colgonsi di mano in mano quelli che divengono maturi.