L'Economico/Capitolo XVIII

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Capitolo XVIII

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Senofonte - L'Economico (IV secolo a.C.)
Traduzione di Girolamo Fiorenzi (1825)
Capitolo XVIII
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CAPITOLO XVIII.


Quindi siegue, soggiunsi io, la mietitura; dimmi ora di questa quello che hai ad insegnarmi. Si, disse, se tu non mi darai a divedere di saperne già tutto quello, che ne so io: e già che il grano si abbia a segare tu il sai? E come, risposi, non avrei a saperlo? D’onde adunque incomincieresti a segarlo, o standoti dalla parte donde viene il vento, o vero ponendoti a rimpetto? Non mi porrei già, dissi, a rimpetto del vento perchè parmi che il venire [p. 91 modifica]incontro delle paglie, e delle reste avesse a dar noia agli occhi, e alle mani. Segherestilo poi, disse, vicino alla cima, o radendo la terra? Se il grano avesse il gambo corto, seghereilo, dissi, al basso, perchè la paglia potesse bastarmi: ma se il suo stelo fosse lungo crederei far bene a segarlo nel mezzo, acciocchè quelli che dovranno tritarlo, e spagliarlo, non abbiano a durare maggior fatica per un cosa, che non bisogna, e quel resto dello stelo, che rimane sul campo, bruciandolo, stimo che gioverebbe al terreno, o gittandolo fra il concime, ne accrescerebbe la quantità. Vedi tu, disse, o Socrate, come se’colto col furto in mano, mostrando di per te stesso come circa il mietere, tutto quello già sai che so io medesimo? Può essere, ch’egli sia così, diss’io, ed ora voglio far prova se conosco pure come si abbia a fare il tritamento. Tu già saprai, disse, che si suole tritare il grano co i giumenti. E come non avrei io a saperlo, risposi, e di più so che si dicono egualmente giumenti, i buoi, i muli, e i cavalli. Già tu non pensi, egli disse, che tali bestie sappiano fare altra cosa, se non che calpestare il grano se altri le fa girare all’intorno. E che altro, dissi, potrebbero saper fare coteste bestie? Acciocchè poi calpestino esse quel grano che ne ha bisogno, onde tutto egualmente si vada tritando, a chi, o Socrate, disse, se ne apparterrà la cura? A coloro al certo, diss’io, che al [p. 92 modifica]tritamento sopraintendono: perocchè essi rivolgendo del continuo il grano, e facendo passare sotto i piedi dei giumenti quello che non è per anco ben tritato, egli è chiaro, che tutto egualmente il faranno tritare, e in piccol tempo compiranno questa faccenda. Tutto questo sapendoti, in niuna cosa, o Socrate, mi rimani indietro. E dopo di questo, io dissi, o Iscomaco, non avremo noi a nettare il grano ventilandolo? E non sai tu già, rispose Iscomaco, che se tu cominciassi a spagliare il grano da quella parte dell'aia d'onde viene il vento, la pula ti si spargerebbe per tutta l'aia? Di necessità così avverrebbe, risposi. E quindi, soggiunse, non dovrebbe ancora cadere sopra del grano? Si, diss’io, perchè troppo sarebbe, che la pula avesse a trapassare al di sopra del grano fino alla parte vuota dell'aia. Ma se alcuno, replicò egli, incominciasse a ventilare il grano dalla parte opposta al vento? E’ ben chiato, risposi, che allora la pula si porterebbe tutta nel luogo destinato. Quando poi, seguì a dire, avrai mondato il grano fino al mezzo dell'aia, standosi quello così sparso, continuerai a ventilare il rimanente, ovvero prima di avanzarti più oltre, radunerai il grano già netto in un canto dell'aia, quanto più angustamente potrai? Certo che prima, diss’io, toglierei via quel grano ch’è netto, perchè la pula mi possa liberamente passare per l‘aia già vuota, onde non [p. 93 modifica]abbia poi a nettare il grano due volte. Tu adunque, disse, o Socrate, come si possa prestissimo nettare il grano saprestilo pure insegnare ad un altro. E tutte queste cose, diss‘io, sapendole già da gran tempo, non me n’era giammai avveduto, e vado pure pensando, se io sapessi ancora senza avvedermene fonder metalli, suonare il flauto, o dipingere: perocchè se niuno mi ha insegnato coteste arti, nemmeno l‘agricoltura niuno me l’aveva insegnata: veggo poi che gli uomini apprendono ad esercitare ogni altra arte nel modo medesimo, che fanno gli agricoltori. Ma, replicò Iscomaco, non ti aveva già detto che anche per questo l’agricoltura doveva chiamarsi buonissima, pérchè agevolissima fassi ad apprendere? Ebbene, diss’io, ora conosco, o Iscomaco, che quanto si appartiene al coltivamento dei semi io già sapeva, nè di saperlo mi era avveduto.