La Luce

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Giuseppe Muratori

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LA LUCE


POEMETTO


DI


GIUSEPPE MURATORI


FOSSANESE


Sul punto oriental, d’un volo ardito,
Al principio de’ tempi, anzi che sciolte
L’informe fosse impermeabil caos,
Su cui le immense veleggiava ancora
Ali covanti il creatore soffio,
Del multiforme armonico sistema
Principio eterno, trasportarmi io sento,
E di repente alla purissim’aura
Dall’agili potenze entro allo spirto
Vivi scoppian pensier, color loquaci,
Che, di fiocchetti in guisa elettro-ardenti,
S’incalzano fra loro, e impazienti
Chieggon l’opra Febea, prole dell’estro.
     Ecco si asside di mia mente in cima
Dolce-ridente, e liberale in viso
Il genio di natura, e di celeste
Luce l’irradia, onde maggior la rende

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Che penetrando i suoi profondi arcani
Delle bell’opre sue, l’opra più bella
Già scuopre, e canta la corporea luce.
     Dall’immenso di Dio profondo abisso
Uscio la voce del voler sovrano:
Sorgi, o luce, tuonò la gran parola:
Sentilla il cieco caos: versò dal seno,
Modificando la materia informe,
Sottil, liquido, elastico elemento
I spazj ad occupar del voto immenso.
Un seguace l’investe urtar continuo,
Che la vibrante globolosa polve
In candide trasforma onde di luce,
Candide sì, che in lor candor racchiudono
La bella dei color prole settemplice.
Vide il Signor la luce, e sen compiacque,
Ed essa intanto i rettilinei raggi
Esercitando per gli eterei campi
Seco ne trae sull’orizzonte d’oro
D’una parte del globo ampio terracqueo
Il primo die, mentre atra tenebrìa
Sull’altra in cono decrescente abbuia,
Che con perenne succession de’ giorni
Reggan la ferie su le vie dell’anno,
Onde s’alterni la sudor-grondante
Fatica industre col riposo caro,
Che ansando attragge lo spirabil sonno.

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     O nuova, o cara, o bella, anzi sorgente
D’ogni vaghezza, e della man di Dio
Opra prima perfetta, immagin vera
Dell’essenza purissima divina,
Presta, vivace, indefettibil Luce,
Io ti saluto, ti vagheggio, e ammiro!
     Tu lo tramesso smisurato spazio
Con rapida incredibile prestezza
Scorrendo, annodi co’ celesti lumi
E’l nostro globo armonico commercio;
Tu nel profondo de’ nostr’occhi apporti
Con certa legge, e impronti le compiute
E variotinte delle cose forme,
Per te la selva, per te ’l prato veste
Sua verde gioventù, per te la biada
Spica s’inaura, e l’umidosa vite
Arrubina i suoi parti, o gl’imbiondisce.
     L’origin prima, e la primiera al mondo
Apparizion della visibil luce
Ricercano i miei carmi; allor che pria
L’inerte, tenebroso eter stagnante
Dal soffio creator sentì l’impulso,
Che con l’azion del propagato moto
Rapidissimamente a vibrar spinse.
Ma il rapido primier lucido instante
L’antica avria seguito eterna notte
Pel moto alfin dal reagir cessante,

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Dove riscosso ognor l’igneo vapore
Al perpetuo oscillar per nuovi impulsi
Dal moto avvivator non fosse astretto.
     Il moto sol con multiforme azione
Dell’inerte materia il destin regge:
Governator degli elementi, e delle
Oziose, informi, inanimate cose,
Cui volve, e frena con invitte leggi
Equilibrando le discordi essenze,
L’opposte forze, e per secreto ordito
D’effetti, e cause rispondente intreccio,
Impenetrabil all’uman talento,
Al vasto generale ordin conduce
Fido ministro della causa prima.
Con armonica azione esso rotando
Va le celesti sfere, esso le nubi
In alto leva, e per gli aerei campi
Le vibra or gonfie di benigna pioggia,
Or minaccianti folgori, e tempeste,
Esso del cor dalle irritate fibre
Il caldo getta globoloso sangue,
Che serpeggiando si dirama, e fugge
Per le arterie pulsanti, e per le vene
Divergenti ritorna al core, e intanto
Co’ sughi espressi, e i ben discreti umori
Innaffia, e stende la flessibil carne,
Svolge, e dilata i modellati membri.

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E il minerale, e il vegetabil regno
Tutta in fin la natura, opra è del moto.
     Ma il supremo Motor, che l’ammirando
Con infinita provvidenza, ed arte
Tien delle cose magistero, agli alti
Consigli suoi ubbidienti, e pronte
L’opportune dispon cause seconde.
Onde mirando ad eternar la luce
L’ignito Sol creò: librollo in centro
Al girante in ellittici sentieri
Planetario settemplice sistema;
Colla efficace sua voce lo scosse
Con rapido intestino movimento,
E disse: o Sole a te il vibrar commetto
L’etereo stagno della morta luce,
Sarà tua cura di alternar costante
Il chiaro giorno con la notte negra
Degli emisferi su i varianti aspetti.
Si disse, e’l Sole intorno a se girando
Al prescritto dover fido risponde;
Onde le genti cieche in mille templi
Con sacro culto il venerar qual Dio,
Ed oggi ancor tra’ barbari concenti
Offrongli voti i regni dell’aurora,
L’illividito abitator del polo,
E’l Peruvian sull’ingemmata valle.
     Or tu ristorator Genio sublime

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Della bella del ver filosofia
Che dall’antica di Cambridge Stoa
Con calcolante analisi svelasti
Alla senile, ignota avita scuola
La dominante di natura legge,
Che le centrali colle impresse forze
Degli erranti pianeti intorno ai fissi
In regolata proporzion temprando
Tiene isolati, ed inconcussi i mondi
Rotanti in lor girevole concento;
Tu della luce, che le ignote vie
Con piè maestro misurando hai corse
Stampando orme di numeri segnate:
Tu mi guida per gli ottici sentieri,
Ond’io tratteggi coi color di Pindo
I vari modi, onde la bianca luce
Si dirige, trasforma, e si colora.
     Dalla centro-solar massa infocata
Rapidamente i rettilinei raggi
A illuminare la mondana sfera
Muovono divergenti; innanzi ad essi
Fugge l’umida notte, e il negro velo
Seco trascina a ottenebrar l’opposta
Emisferica faccia della terra.
     Al primiero arrivar dei precorrenti
Raggi, ministri di sbiadata luce
Dell’allegro mattin foriera amica

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Il riposato contadin dal sonno
Sorge dal fianco della fida sposa
A salutare il faticoso giorno:
La sonante officina il fabbro schiude:
E all’interrotto meditar ritorna
Fra i mesti della Dea Pallade studj
Il figlio del saper; entro ai cenobj
Di ruvide vestiti atre cocolle
I solitarj a salmeggiar concorrono
Al Fattor della luce inni di laude.
     L’ognor crescente intanto, e vivo lume
Della natura il vasto campo scende
Ad occupar, e di se stesso il veste;
Per ogni dove si diffonde, e sferza,
Si ripiega, s’insinua, penetra
Per tortuose, e per dirette vie
A visitare i tenebrosi spechi,
Da spiragli sottil spruzza per entro
Alle superbe addormentate stanze
A risvegliar sulle oziose piume
Gl’impigriti del sonno inerti figli.
     Sulla faccia dei corpi egli si spazia
Percuote in mille guise, e in mille guise
Vien ripercosso; e la riflessa luce
Da opaco corpo ribalzando indietro
Con elastico più, ricca ne riede
Di prezioso furto, e nell’opposto

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Organ visivo fidamente il pinge.
Che se le permeabili sostanze
Pei rettilinei pori investe, e vibra
L’eter stagnante, e luminoso il rende,
E oltrepassa la luce, onde traspare
Irradiato il retroposto oggetto.
     Se poi obliqua permeando a un altro
Mezzo, che varia densitade opponga,
Frangesi allora, e dal cammin devia,
Talchè spezzato al vogator nell’onda
Il remo appare, e all’occhio di triquetro
Cristallo armato godesi l’imago
Di trasferir, dove non è, l’oggetto.
     Ma chi ad uno ad un tutti potria
Dell’agile adombrar luce gli scherzi,
Onde i rifratti, e i ben riflessi stami
Coi multiformi lucidi cristalli
L’accorto Sofo a suoi piacer maneggia
E or chiama a giorno le invisibil cose
Or in aria sospende degli obbietti
L’immagin vive, or nella negra stanza
Fa che si pinga con vaghezza estrema
Di vive, e molli, e degradanti tinte
Quanto di bello la natura schiude,
Cammina ivi il pastor, sbruca l’armento,
L’ombre secondan l’agitate piante,
Facil sboccia il ranuncolo foglioso

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Per le dipinte de’ giardini aiuole,
A cui d’intorno circuendo scorre
Il risplendente tremulo ruscello,
Mentre per entro colle trepid’ale
Aleggiando frascheggia il zefiretto,
E tutti spiega gli alti suoi segreti
Il sommo pittoresco magistero,
E donde vengon que’ color si varj,
I quai disposti con mirabil arte
All’occhio fanno sì leggiadra scena?
Bella per essi la di lince ingombra,
E di proporzion geometrìa,
Bella colei dalla purpurea faccia,
Che per balze s’aggira inospitali
L’erbe indagando, e poi le segna in carta,
Onde addottrina l’Esculapie scuole,
Bella la scarna, e d’uman sangue lorda
Pietosamente acerba notomìa,
Senza i color a che varrebber mai
L’avvivante scalpello, il grave maglio
E l’opre dei Vitruvj memorande?
E tu, sovra d’ogn’altra, arte divina,
Tu pure orba d’onor n’andresti ignota,
Che sola puoi dal prezioso seno
Della luce moltiplice ritrarre
I fin colori, onde natura è bella,
E in rozze tele con pennello industre

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Per man diretto dal fatal disegno
Dolce stendendo armonizzate tinte
Mille forme animare, e mille idee.
O te beata, deh perdona all’estro
Che alla patria mi volge, e te m’addita,
Figlia dall’occhio nero, a cui d’intorno
Si aggiran liete, e liberali in atto
L’arti gentili, e a piena mano in grembo
I vezzi proprij, e la natìa beltate
Ti versan tutta, onde a’ femminei studj
Dell’ago aracneo, o del volubil fuso
L’opre intrecci del morbido pastello,
E i fiori di un giardin, di un rivo l’onde,
Di una pianta dipingi i freschi rami
Ad emular la Veneta Rosalba,
Che in nuovi modi ingentilìo quest’arte
Di pelsina armato refrangendo stringo
Il bianco raggio a dimostrar l’eletta
De’ suoi sette color prole novella,
E intendo come ad essi soli è dato
Di varie tinte co’ riflessi varii
Tinger il vario delle cose aspetto,
Così, qualora all’adirato nume
La lieta di Taumante amabil figlia
Iride bella il mansueto volto
Di cara annunziator letizia mostra,
Donde le viene venustà sì bella?

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Chi di zona la cinge sì lucente?
Chi l’oro sfuma, e ’l crocco acanto sparge,
E lo zafiro spruzza, ed il ciano,
E l’infiòra di mammole, e l’ingemma
Di smeraldi, e l’estremo lembo arrossa
Di vaga rosa? Le pendenti gocce
Liquide sfere son di sciolta nube,
Dove i lucidi strali obbliquo-entranti
E da doppia spezzati refrazione
Fanno apparir entro a nembosa pioggia
L’arco celeste di color sì vario?
Palpiti solo, e per timore ammuti
L’indotto vulgo, cui l’oscuro annera
De’ pregiudizi ammanto, se per l’aria
Rimira fiammeggiar ardente lampa,
Volare il drago, saltellar la capra,
O, donde acuto il livido rovaio
Freme, di luce rosseggiar, che brilla
Perenne sul zodiaco sentiero.
     Ma di quai pregi assai non è più ricca
Quella, che dentro folgoreggia e aggira
Allo tuo spirto illuminante luce?
Essa l’eterno avviva immenso giorno
Di deifica vita, essa agli eletti
Spirti celesti encomiator perenni
Dell’infinita maestà di Dio
Le voci detta, ond’alto eccheggian sempre

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Le immense volte dell’empireo regno,
Essa disecca l’infedele sugo,
Che offusca l’alme, gl’intelletti ingombra
E ne’ bramosi cuori il pretto versa
Balsamo di virtù, che sbramar suole
D’ogni bell’alma la laudevol sete;
Onde tu ’l mondo, e suoi fallaci inviti,
E le lusinghe allettatrici infide
De’ ciechi sensi, e la volubil gioia
Sprezzar potresti, O te beata appieno
Che l’alta gloria di Colei imiti
Che sola incontro all’empio duce Assiro
Riportò chiara, e singolar vittoria,
E di Rachele, e Debbora, colonne
D’alma fortezza in Israel famose.