La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte prima/1. Laurvik

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Parte prima Parte prima - 2. La Stella Polare

1.

LAURVIK


Sulle coste meridionali della Norvegia, di fronte allo Skager-Rak, che bagna contemporaneamente le spiagge settentrionali della Danimarca, si apre una piccola baia che dai norvegesi fu chiamata di Larvik o di Laurvik. Essa è situata fra il profondo fjord di Helgeraa e quello amplissimo di Christiania, e la città che sorge a metà della baia è capoluogo della contea, quantunque non conti che un numero molto limitato di persone, appena dodicimila.

Nessuna notorietà, nessuna fama di qualsiasi genere l'aveva fatta conoscere prima. Era molto se si sapeva in Europa che esistesse; tutt'al più si sapeva che era un porticino di mare, perduto fra i fjords norvegesi.

Fu Nansen, il fortunato navigatore polare, che tutto d'un colpo la rese celebre, poiché fu in uno di quei modesti cantieri che fu fabbricata, dall'ingegnere Archer, la nave che condusse o meglio che trascinò, per tre lunghi anni, l'audace esploratore dei mari artici.

Fu infatti costruito, varato ed armato a Laurvik quel capolavoro dell'ingegneria navale, che mercé le sue forme speciali, seppe resistere per tanto tempo alle tremende pressioni dei ghiacci.

Il Fram fece conoscere Laurvik all'Europa, anzi, possiamo dire, al mondo intero.

Verso i primi di giugno del 1899, presso una delle calate della baia s'accalcava una folla di marinai, di pescatori ed anche di popolani, intenti ad osservare una nave che pareva affrettasse gli ultimi preparativi della partenza.

Quel legno non aveva, almeno in apparenza, alcunché di straordinario per attirare l'attenzione di tante persone. A Laurvik ben altre navi, anche molto più belle e più grosse s'erano vedute entrare, caricare e uscire senza che avessero destata alcuna curiosità.

Era un tre-alberi, simile a quelli che usano i pescatori di balene, costruito interamente in legno, con una macchina che non doveva sviluppare una forza soverchia, e che di notevole non aveva che un grande sviluppo di vele.

Sul coronamento però portava un nome che dopo d'aver fatto battere il cuore a tanti italiani, produceva ora una viva emozione nei cuori dei norvegesi


«LA STELLA POLARE».


Quel nome era ormai diventato popolare anche nella tranquilla Laurvik; forse quanto quello della nave di Nansen.

La voce che quella nave stava per slanciarsi fra i nebbioni della regione polare e le montagne di ghiaccio di quella gelida regione, si era sparsa rapida, scuotendo anche i freddi temperamenti dei buoni norvegesi.

Sulla coperta e intorno alla nave ferveva un lavoro febbrile, che accresceva la curiosità dei marinai, dei pescatori e dei borghesi accalcati sulla gettata. Ad ogni istante casse di dimensioni enormi, mucchi di cassette, di barili, ammassi di pellicce, sacchi, attrezzi di ricambio, pali, traverse ed oggetti informi venivano issati a bordo per scomparire subito nelle viscere della nave.

L'equipaggio composto per la maggior parte di norvegesi, lavorava con un ardore insolito, stimolato dalla voce di alcuni ufficiali che dall'aspetto e dai tratti del volto parevano appartenere ad una razza ben diversa dalla scandinava.

Sul ponte di comando, un giovanotto dall'aspetto ardito, dai lineamenti energici non ostante la sua gioventù, con baffetti e occhi neri, sorvegliava attentamente il carico, marcando ogni cassa, ogni barile, ogni oggetto che veniva issato in coperta.

Gli occhi dei curiosi, più che sulla nave e sui marinai, erano appunto fissi su quel giovane comandante. Dei dialoghi vivaci s'incrociavano specialmente fra i marini, suscitando dei rumorosi e degli svariati commenti:

– Vi dico io, – diceva un vecchio mastro d'equipaggio, dall'aspetto fiero e dai capelli ormai bianchi, – che quel giovane principe farà molta strada. Ve lo dice papà Nerike, il più vecchio ice-master1 della Norvegia.

– Sì, – rispose un pezzo di gigante dagli occhi azzurri e dai capelli biondi, che portava un grosso gabbano di tela cerata, e che calzava pesanti stivali di mare, – quel giovane andrà lontano. Se non riuscirà a superare il nostro Nansen, non rimarrà molto indietro. Vivaddio!... Ci vuole un bel fegato per tentare, alla sua età, una esplorazione polare.

– Specialmente quando si è principe di sangue reale e si ha dinanzi una splendida carriera – riprese papà Nerike.

– E che non mancano tutti gli agi della vita – aggiunse il marinaio gigante.

– E soddisfazioni – seguitò un borghese panciuto che portava degli occhiali d'oro.

– E come è stata organizzata la spedizione!... – esclamò il mastro. – Io ho assistito a quella di Nansen; ebbene, vi posso dire che mai navigante polare è riuscito a completarla come ha fatto quel giovane principe. Domandate un po' al mio amico Andresen che fa parte dell'equipaggio, cosa ne dice. Per mille balene!... Con una nave così bene equipaggiata e approvvigionata mi sarei sentito anch'io il desiderio di seguire quell'audace giovanotto, malgrado le mie sessantasette primavere.

– Ah!... – esclamò il gigante. – Tu hai parlato con Andresen?...

– Sì, Norum.

– È stato imbarcato come primo nostromo, è vero?

– E con una paga splendida. Il principe è generoso come un lord, mio caro.

– E che cosa ti ha raccontato?

– Che a Christiania la Stella Polare imbarcherà tanti viveri da poter nutrire l'equipaggio per due anni. M'ha detto che non mancheranno nemmeno gl'istrumenti musicali e che vi sono perfino dei fonografi.

– Dunque la Stella Polare non completerà qui il suo carico?

– No, amico Norum. La nave quest'oggi lascerà Laurvik.

– E non tornerà più? – chiesero parecchi marinai e pescatori con una certa emozione.

– Farà poi una breve comparsa, così almeno mi ha detto Andresen – disse mastro Nerike.

– Faremo al principe una splendida accoglienza – disse il gigante. – Giammai urrah più formidabile sarà uscito dal mio petto.

– E poi andrà direttamente verso il polo? – chiese un giovane pescatore, con un certo tremito nella voce.

– Uh!... Come corri, tu, Sodermann – disse mastro Nerike. – Credi tu che sia così facile andare al polo? Il nostro Nansen ha impiegato tre lunghi anni per compiere il suo viaggio, e come tu sai non ha potuto giungere a quel dannato polo. Se le mie informazioni sono esatte, la Stella Polare per quest'anno non si spingerà molto innanzi. Si fermerà ad Arcangelo per ultimare le sue provviste e per imbarcare centoquaranta cani, poi muoverà direttamente verso la Terra di Francesco Giuseppe, dove probabilmente svernerà. Non sarà che l'anno venturo che il principe si slancerà risolutamente verso il nord.

– Con la nave? – chiesero il giovane pescatore e il marinaio gigante.

– No, amici, il principe non seguirà la tattica di Nansen. Ormai sembra assodato che le navi non possono oltrepassare l'immensa barriera di ghiaccio che circonda il polo. Lascerà la Stella in qualche sicura baia della Terra di Francesco Giuseppe, nei pressi del capo Flora, a quanto sembra, poi andrà innanzi colle slitte e coi cani.

– Purché il cholera non colga quegli animali! Tu sai, papà Nerike, che i cani polari vanno soggetti ad un'epidemia terribile che in breve li distrugge.

– Ed allora il principe andrà innanzi a piedi, a piccole tappe. Non è uomo di arrestarsi, ve lo dico io, e così lo ha detto pure il nostro Nansen.

In quell'istante un marinaio che veniva dall'interno della città, fendette impetuosamente la folla accalcata sulla gettata, gridando:

– Largo!... Largo!... Ho fretta!...

Udendo quella voce, mastro Nerike si era vivamente voltato. L'uomo che fendeva la folla era un giovanotto di vent'anni, solidamente piantato, con braccia muscolose, spalle ampie, un vero tipo di marinaio nordico.

– Andresen!... – esclamò il mastro. – Quali nuove rechi adunque?

– Si parte, papà Nerike – rispose il primo nostromo della Stella Polare.

– Andate a Christiania?

– Sì, ad imbarcare le rimanenti provviste.

– E salperete?...

– Il 12, se tutto andrà bene.

– Desideriamo rivedervi a Laurvik prima che abbandoniate definitivamente le acque dello Skager-Rak. Dirai a S. A. R. che noi vogliamo alzare tre urrah in suo onore.

– Saremo qui il 19.

– Addio Andresen! – esclamò papà Nerike con una certa commozione. – Vuoteremo un'altra bottiglia assieme. Non si sa mai se si può tornare vivi dai ghiacci del polo.

– Torneremo, mastro Nerike – disse il nostromo con un sorriso. – Tutti abbiamo piena confidenza nel Duca. Amici, arrivederci presto!...

Strinse rapidamente la mano ai più vicini, e salì lestamente a bordo.

La Stella Polare aveva allora ultimato il suo carico, e l'equipaggio stava ritirando i cavi che erano stati gettati a terra. Il pilota era già salito sul cassero per guidarla nel tortuoso fjord di Christiania.

S. A. R. ed i suoi ufficiali davano gli ultimi ordini con quella calma che già gli abitanti di Laurvik avevano ammirata, mentre dalla ciminiera, situata fra l'albero maestro e quello di mezzana, uscivano getti di fumo nerissimo misto a qualche scoria.

– Molla tutto!... – si udì gridare dal pilota.

Papà Nerike si era voltato verso la folla.

– Amici! – gridò. – Tre urrah in onore del principe e della Stella Polare!

Tre urrah formidabili s'alzano fra gli spettatori, rimbombando d'eco in eco sulle due sponde della baia e fra i boschi di pini e di abeti che s'arrampicano su per le collinette.

La bandiera italiana che sventola a poppa, senza la corona reale, viene ammainata per tre volte, e la Stella Polare si allarga dalla gettata e scende maestosamente verso le cupe acque dello Skager-Rak, mentre dalla riva si sventolano i fazzoletti e si gettano in aria i berretti.

Urrah per i valorosi che vanno al polo!... – urla un'ultima volta papà Nerike con voce rimbombante.

La sua voce non giunge più a bordo della nave. Essa è già in mare e fila lungo le alte e ripide coste della Norvegia meridionale colla prora volta verso il profondo fjord di Christiania.


Note

  1. Pilota dei ghiacci.