La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte prima/7. Una terribile avventura

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Capitolo VII

Una terribile avventura


Si era fatto un profondo silenzio sul castello di prora, silenzio appena rotto dalla brezza, che sibilava attraverso i cordami della nave e da qualche ondata che veniva ad infrangersi contro la carena con sordo fragore.

La Stella Polare, guidata da Cardenti, il quale aveva preso posto presso il pilota, filava sempre nel vasto canale di Hitheren, diretta verso Bejan, il cui fanale non doveva tardare a comparire.

S. A. R. assieme al cav. Cagni, al dott. Cavalli ed al capitano Evensen, stava facendo delle osservazioni astronomiche sulle stelle, che cominciavano ad apparire sulla linea dell’orizzonte, divenuta ormai oscura.

Le quattro guide, quantunque pochissime parole norvegesi avessero imparate durante la navigazione, s’erano strette pure intorno al circolo formato dai marinai, sperando di comprendere qualche cosa della tremenda avventura che stava per narrare il carpentiere. Andresen le aveva avvertite di aprire per bene gli orecchi e si era offerto di tradurre anche qualche cosa.

Ditman, dopo d’aver accesa la sua pipa, con un gesto energico aveva reclamato il più assoluto silenzio.

– Uditemi, – disse poi, – e fremete!...

– Non udite fremere anche le mie pentole?... – interruppe Johannesen. – Andate adagio, altrimenti scoppieranno, e allora noi.... – [p. 60 modifica]

Il carpentiere con uno sguardo bieco gli mozzò la frase, poi cominciò:

– Il mio amico si era imbarcato, circa tre anni or sono, a bordo del Winklump, una delle nostre più piccole baleniere, non stazzando che duecento tonnellate. La comandava il capitano Sanders e la montava un equipaggio di diciotto uomini.

La loro mèta era la costa meridionale della Groenlandia e vi giunsero sul finire della primavera, quando già la maggior parte dei ghiacci si erano sciolti. Degli ice-bergs ve n’erano però ancora in buon numero, e parecchie volte la goletta corse il pericolo di venire urtata malamente da quei colossi.

Erano già giunti all’entrata d’un profondo fjord, quando per un falso colpo di barra, la goletta diede in secco su di un bassofondo sabbioso.

Il danno però non era così grave come dapprima avevano creduto. Con una grande marea si poteva rimettere a galla la nave, però dovevano aspettare otto giorni, cioè la luna nuova. Si rassegnarono quindi ad aspettare il momento favorevole per andarsene in cerca delle balene.

Erano trascorsi solo due giorni, quando un mattino furono svegliati da urla potenti, spaventevoli, che pareva venissero dalla parte del mare.

Il capitano Sanders aveva indovinato subito di che cosa si trattava e si era affrettato ad accorrere sul ponte, dove già lo avevano preceduto i fiocinieri. A circa mezzo miglio, un cetaceo enorme si avvoltolava fra le onde sollevate dalla sua possente coda. Non si trattava d’una balena bensì d’un fisetere, ossia d’un capodoglio, cetacei ben più pericolosi, e che hanno una testa così immensa da eguagliare il terzo del corpo.

Il mostro pareva in preda ad una viva eccitazione; si slanciava più che mezzo fuori delle onde, agitava furiosamente la sua poderosa coda bilobata e la grande natatoia dorsale, apriva la sua smisurata bocca, e quindi la richiudeva con un fracasso assordante.

«Che sia ferito?» chiese il mio amico al capitano Sanders.

«No, è innamorato,» questi rispose. «Siamo in primavera, ed è la stagione degli amori per quei bruti. [p. 61 modifica]

«Lo calmeremo con un paio di ramponi,» disse Mac-Bjorn, il mastro fiociniere.

«Alle baleniere!...» gridò il capitano.

Gli altri, per nulla atterriti dalla collera del fisetere, trascinarono due scialuppe fino all’estremità del banco e le lanciarono in acqua.

Essendo l’equipaggio molto scarso, a bordo della nave arenata non rimase che il capitano Sanders.

Sia che egli presentisse qualche catastrofe o qualcos’altro, vedendo partire i suoi marinai era estremamente commosso.

«Che Iddio vi protegga!...» disse.

Presero rapidamente il largo, sicuri di abbordare il capodoglio, il quale continuava i suoi capitomboli dinanzi al fjord.

Pareva che avesse già scorta la nave arenata sul banco, poiché di quando in quando volgeva la testa in quella direzione e soffiava, con maggior forza, mentre con la coda sollevava vere montagne d’acqua.

Quando i balenieri giunsero a poche centinaia di passi, parve più sorpreso che incollerito, ed invece di prendere il largo mosse verso le scialuppe mostrando l’enorme bocca aperta, una vera voragine che avrebbe potuto contenere le due imbarcazioni assieme agli uomini che le montavano.

Il fiociniere Mac-Bjorn che si trovava nella prima baleniera, si mise a gridare ai compagni:

«State in guardia!... Sta per caricarci!...»

Non aveva ancora finita la frase che il fisetere si precipitava addosso ai balenieri con slancio irresistibile, mandando contemporaneamente un urlo così acuto, da poter essere udito a due miglia di distanza.

I mastri delle baleniere che si tenevano in guardia, furono pronti a virare di bordo per gettarsi al largo, non ostante le montagne d’acqua che percorrevano il mare.

Il capodoglio passò fra le scialuppe con la rapidità d’un lampo, ma il fiociniere Mac-Bjorn non si perdette d’animo e gli scagliò contro il rampone, il quale s’infisse profondamente in una parte ricca di tendini e di carne.

Il cetaceo, sentendosi ferito, s’inabissò bruscamente, poi subito [p. 62 modifica]riapparve mandando urla così spaventevoli da far rizzare i capelli allo stesso Sanders, il quale, ritto sul banco, seguiva ansiosamente le diverse fasi della caccia.

I balenieri continuavano a prendere il largo onde evitare gli assalti del mostro, però la loro situazione diventava di momento in momento gravissima, poichè l’enorme cetaceo si gettava in tutte le direzioni con furore estremo, cercando di stritolarli.

Tutto d’un tratto si trovò dinanzi alla seconda baleniera, la quale non aveva avuto il tempo di evitare l’incontro in causa delle violentissime ondate.

Il mostro l’assalì con impeto terribile, poi voltandosi le vibrò un tale colpo di coda da lanciarla in aria sfracellata.

Furono veduti gli uomini che la montavano roteare un istante nello spazio; poi precipitare negli abissi del mare.

La coda del gigante li aveva uccisi sul colpo!...

– Che forza!... – esclamò Hansen, il velaio di Laurvik.

– La lotta non era però ancora finita; – riprese il carpentiere. – Il capodoglio, che portava sempre il rampone, infisso profondamente nel fianco, si scagliò addosso alla seconda baleniera.

I balenieri erano terrorizzati dalla sventura toccata ai loro compagni, nondimeno il mastro potè evitare l’urto, mentre Mac-Bjorn lanciava contro il furibondo animale un secondo rampone, ferendolo in prossimità della testa.

Subito virarono di bordo tentando di giungere al banco sul quale il povero capitano si trovava, impotente a portare ai suoi marinai qualsiasi soccorso.

Per alcuni minuti parve che il capodoglio non pensasse che al proprio dolore, il quale doveva aumentare di minuto in minuto, in causa delle continue scosse che faceva subire ai due ramponi.

Ad un tratto tornò di nuovo alla carica. La scialuppa procedeva a stento, superando faticosamente le onde che l’assalivano da tutte le parti.

Mac-Bjorn aveva afferrata una terza lancia, ma era pallido e pareva che avesse perduta ogni fiducia.

«Ragazzi,» egli disse, «se Iddio non ci protegge, anche per noi è finita!...» [p. 64 modifica] Famiglia di Lapponi. [p. 65 modifica]Tre Lapponi. [p. 67 modifica]

Il capodoglio non era che a mezza gomena e procedeva con rapidità fulminea, con la bocca immensa aperta, mostrando i suoi denti conici e massicci.

Con un ultimo colpo di coda fu addosso e afferrò con le potenti mascelle la baleniera, fracassandola di colpo!...

Uomini e rottami sparvero in quell’ampia caverna, la quale si chiuse con un sordo scricchiolio. Due uomini erano però miracolosamente sfuggiti alla stretta mortale: il mio amico Norkel e Mac-Bjorn.

– Che emozione tremenda!... – esclamò Anton Torgrinsen, il secondo macchinista, che era giunto in tempo per udire la fine di quell’avventura.

– Altro che tremenda! – disse il carpentiere.

Dopo quel formidabile colpo di denti, il fisetere s’inabissò e non riapparve a galla che ad una grande distanza.

Si seppe solamente più tardi che era andato a morire a quindici miglia dal fjord, presso una piccola baia, dove l’aveva trovato un baleniere danese. Fra le mascelle convulsivamente strette, i balenieri avevano trovato degli avanzi umani e parecchie tavole della scialuppa!...

Norkel e Mac-Bjorn, miracolosamente scampati alla strage, quantunque inebetiti dal terrore e addolorati per la morte di tanti bravi camerati, raggiunsero a nuoto il banco su cui si trovava il capitano che piangeva come un ragazzo.

Rimasero colà fino alla grande marea, poi, rimessa a galla la nave, si misero alla vela per raggiungere le coste dell’Islanda.

Tre settimane dopo giungevano nella capitale dell’isola, stremati dalle lunghe veglie e dalle faticose manovre.

– Basta, – disse in quel momento Andresen, alzandosi. – Ecco laggiù il faro di Bejan. Usciremo nel Frö Meer. –

La Stella Polare stava per lasciare i canali interni ed uscire al largo, non essendovi passaggi riparati dall’isola di Hitteren a quelle di Vitken. Le isole non mancano anche su quel tratto di costa, però sono tutte piccolissime e così lontane le une dalle altre da non offrire alcun riparo alle navi che si tengono in vista delle spiagge.

La navigazione, per un certo tratto, riesce egualmente facile in [p. 68 modifica]causa delle numerose isolette di Frö, le quali formano, oltre l’isola grande di Föien, una specie di barriera che si spinge fino all’altezza di Stoksund.

Non ostante quella barriera, nel piccolo mare di Frö correvano ondate un po’ forti, avventate dal mare del Nord e che le isole a malapena riuscivano a rompere. Erano però un nonnulla per la vecchia Giasone, buona veliera e abituata ai formidabili colpi di mare dell’oceano Artico.

La traversata del piccolo mare di Frö si compiè felicemente, quantunque le guide alpine si fossero trovate a disagio con quelle larghe ondate che sollevavano la nave da tribordo a babordo.

L’indomani la Stella Polare navigava in pieno mare, lungo le coste di Trondhjem, diretta alle isole Vitken.

Il tempo era sempre splendido e pochissime nuvolette si vedevano sorgere dal mare del Nord.

– Un tempo propizio a noi ed anche alle LL. AA. RR. i principi di Napoli, – disse il capitano Evensen all’ingegnere. – Se non si guasta giungeranno felicemente allo Spitzbergen1.

– Sono parecchi giorni che si trovano in viaggio?

– Dal 19 giugno. Hanno lasciato Trondhjem lo stesso giorno.

– A bordo d’un legno italiano? – chiese l’ingegnere.

– No, d’un yacht inglese che hanno noleggiato, il Taurus.

– E andranno molto lontani?

– Fino allo Spitzbergen.

– Una gita di piacere?

– E di caccia, signor Stökken. S. A. il duca mi ha detto che il Principe di Napoli è un valentissimo cacciatore.

– Allora andranno a cacciare le renne. [p. 69 modifica]

– Certamente, – rispose il capitano.

– Bell’idea di andare a caccia nelle terre polari.

– Questi principi italiani hanno buon sangue nelle vene, signor Stökken. Nè il mare nè i pericoli fanno loro paura.

– E sembra che nemmeno la principessa abbia paura nè dei ghiacci nè degli orsi bianchi.

– Un’altra buona schiatta, signor Stökken. È figlia del principe Nikita del Montenegro, il più valoroso soldato dell’Europa intera.

– Noi però andremo ben più lontani.

– La nostra non è una gita di piacere, bensì una vera spedizione.

– Lo si spera. La stagione promette bene e dopo Arcangelo faremo una buona corsa fino alla Terra di Francesco Giuseppe.

– Ditemi, capitano, credete possibile che si trovino delle tracce della spedizione di Andrée?... –

Il capitano si era arrestato guardando fisso l’ingegnere, poi, dopo alcuni istanti, disse:

– Siete anche voi uno di coloro che credono alla possibilità che Andrée sia ancora vivo?...

– Ve ne sono tanti in Norvegia, compreso il fratello dell’esploratore.

– Conoscete tutti i particolari della spedizione?

– Vagamente. In quell’epoca io mi trovavo molto lontano dalla Norvegia. –

Il capitano Evensen guardò il mare e le coste norvegesi che si delineavano, un po’ confusamente, verso oriente, poi prendendo sotto il braccio l’ingegnere, gli disse:

– Ascoltatemi e poi giudicherete se vi è qualche probabilità che Andrée sia vivo e che possiamo trovarlo sulla Terra di Francesco Giuseppe. –



Note

  1. Le LL. MM. i Reali d’Italia, allora Principe e Principessa di Napoli, avevano preceduto il Duca degli Abruzzi nell’oceano Artico, a bordo del yacht inglese Taurus. Essi approdarono nell’Eisfiord, per dare la caccia alle renne. Il loro primo incontro con esseri umani fu triste, avendo trovato dei norvegesi affetti da scorbuto, i quali avevano passato colà l’inverno.
    Le loro cacce furono abbondanti: uccisero molte oche, molte renne e delle foche, alcune delle quali furono dipoi imbalsamate dal signor Bainotti di Torino. Avevano anche divisato di andare a visitare la casa che aveva ricoverato il pallone di Andrée, ma l’accavallarsi dei ghiacci li decisero a ritornare.