La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte terza/9. Accampamento a terra

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9.

ACCAMPAMENTO A TERRA


Contrariamente a tutte le previsioni, l'ultima ora della Stella Polare non era ancora suonata.

Quando tutti ormai la piangevano come perduta, fu veduta la valorosa nave alzarsi nuovamente sotto la spinta dei ghiacci che si erano accumulati sui suoi fianchi e navigare lentamente verso la costa.

Camminava coi ghiacci i quali la sorreggevano da tutte le parti, come immensi gavitelli, impedendole di riempirsi d'acqua e di affondare. Essa andò ad incastrarsi fra la riva ed i banchi, dove rimase finalmente bloccata in tale modo, da non avere più speranza di poterla liberare fino al nuovo anno.

Cosa importava? Era salva almeno pel momento e l'equipaggio poteva ancora salvare una infinita quantità di casse, di barili e di oggetti indispensabili che rinchiudeva nella sua stiva e nelle sue cabine.

Intanto furono subito preparati gli attendamenti per porsi al riparo dai primi geli. Non essendo la nave più servibile, era stato deciso di svernare a terra, evitando così le pericolose pressioni.

Per buona ventura, il Duca aveva previsto anche questo caso e aveva dotata la spedizione di vaste tende, capaci di combattere efficacemente i terribili freddi dell'inverno polare. Una soprattutto, misurava otto metri quadrati e doveva diventare, durante i grandi freddi, il quartier generale della spedizione.

Tutti adunque si misero alacremente al lavoro per allestire gli accampamenti. Mentre alcuni marinai vuotavano la nave, che era stata imprigionata a soli duecento metri dalla spiaggia e molto sbandata, altri rizzavano le tende e costruivano, sulla morena, con casse vuote, gli alloggi pei cani, scegliendoli secondo i loro umori e le loro simpatie onde non si mordessero, come pur troppo avevano sempre fatto dal giorno del loro imbarco.

Il primo a prepararsi l'alloggio fu naturalmente il cuoco. Bravo uomo quel canavesano, attivo, intelligente e di umore sempre lieto.

E poi, figuratevi! Era stato bersagliere nel nono reggimento sotto il comando del colonnello Manassi!... Come non poteva essere un uomo allegro?...

La sua abilità poi come cuoco era indiscutibile e aveva soddisfatto tutti. Si ricordava sempre di essere stato il capo ranciere del nono reggimento, un ranciere invidiato da tutti gli altri corpi e segnalato come un cuoco modello.

Aveva subito piantati i suoi fornelli e messe in ordine le sue pentole, proibendo severamente a tutti di mettere i piedi nel suo santuario culinario.

L'attendamento e l'erezione dei magazzini destinati a conservare i viveri, richiesero parecchi giorni, ma finalmente tutto fu pronto. La bandiera italiana fu piantata sulla tenda maggiore, i letti formati da sacconi di pelle d'orso furono disposti in bell'ordine, le stufe collocate a posto e messa in regola perfino la piccola biblioteca, formata esclusivamente di libri marinareschi ed avventurosi. Vi erano però anche le Memorie di Napoleone I.

Erano stati perfino eretti dei gabinetti scientifici per le osservazioni.

All'intorno, la neve era stata spazzata via e la terra spianata alla meglio. Le guide avevano costruito perfino delle stradicciuole.

– Non ci manca che un giardino – disse un giorno Canepa.

S. A. R. prese la palla di rimbalzo.

– Perché non si potrebbe seminare qualche fiore? – chiese a Savoi.

– Si potrebbe tentare, Altezza – rispose la guida.

Ed il brav'uomo, felice di accontentare il Duca, si mise subito all'opera dissodando un pezzo di terra che era meglio esposta al sole e aiutato dal dottor Cavalli, il botanico della spedizione, seminò... con poca speranza di raccogliere.

Assicurata la Stella Polare e disarmatala, e preparato l'accampamento, con tutto il confortabile possibile, gli esploratori, in attesa dei grandi freddi, cominciarono a spingersi verso l'interno per conoscere un po' la terra sulla quale avevano deciso di svernare e anche per dar la caccia alla selvaggina che si mostrava abbastanza numerosa.

Si erano notate tracce di orsi bianchi, di volpi bianche e si erano vedute numerose foche e morse lungo le coste.

Mentre le guide ed i marinai facevano lunghe corse, conducendo con loro anche i cani onde allenarli, S. A. R. e Cagni facevano osservazioni astronomiche, rilevavano le coste e facevano esperimenti di gravità per mezzo delle oscillazioni del pendolo, adoperando quello inventato ultimamente dal colonnello austriaco Sternek e che avevano imparato ad adoperare nei sotterranei del Palazzo Madama di Torino sotto la guida del dottor Amonetti.

Non ostante quelle molteplici occupazioni, non dimenticavano nemmeno essi la caccia, inseguendo le foche e le morse o facendo strage di uccelli marini.

Così catturarono un giorno una foca bellissima sull'orlo d'un banco di ghiaccio, mentre le compagne s'inabissavano precipitosamente.

Orsi bianchi non ne erano ancora comparsi nei dintorni, però le guide ed i marinai avevano scoperte numerose tracce di quei formidabili plantigradi, in direzione del capo Germania, alla base delle montagne che s'innalzano lungo quella costa.

Era quindi da sperarsi e da augurarsi d'incontrarne, somministrando essi una carne eccellente, gradita da tutti i membri della spedizione.

Quegli animali infatti non tardarono a mostrarsi, attirati dall'odore della cucina del bravo Zini.

Un bel giorno ne furono sorpresi alcuni a ronzare in vicinanza dell'accampamento. Erano orsacchiotti dalla pelliccia candida, di statura non molto grossa, pure egualmente pericolosi.

Inseguiti dai marinai e dalle guide furono lesti a prendere il largo, riguadagnando i banchi di ghiaccio, ma la fame non doveva tardare ad attirarli.

Intanto il freddo aumentava sensibilmente e le giornate si accorciavano con rapidità, annunciando la terribile notte polare. Frequenti nebbioni piombavano sulla baia di Teplitz, accompagnati da venti furiosi, rigidissimi, che facevano screpolare la pelle del viso e delle mani.

– L'autunno se ne va rapidamente – disse un giorno il macchinista al tenente Querini. – Le furiose nevicate non tarderanno a rovesciarsi su questi luoghi e ci imprigioneranno nelle nostre tende.

Ed infatti non tardarono a succedersi, fugando gli ultimi uccelli marini. Gli altri erano già emigrati in stormi immensi verso il sud, in cerca d'un clima più mite e del mare libero, non potendo più pescare fra quegli immensi campi di ghiaccio.

La neve, poco dopo che era caduta si solidificava, non tanto però da poter provare le slitte, ma sufficientemente per provare gli sky così tanto vantati dai norvegesi.

S. A. R. ne aveva acquistati parecchi in Norvegia, quindi diede ordine di metterli alla prova, non essendo cosa facile addestrarsi a quei pattini.

Le guide, sulle quali molto si contava per la futura marcia al polo, furono le prime a metterli alla prova sotto la direzione dei marinai norvegesi, poi si addestrarono S. A. R. ed i suoi ufficiali.

Questi sky sono pattini di legno molto lunghi, piatti nella parte inferiore, a punta ricurva sul davanti e un po' arrotondati di dietro.

Sono larghi dieci o dodici centimetri e in lunghezza misurano dai sei agli otto piedi, secondo l'altezza dell'uomo che deve portarli.

Hanno dei legacci dinanzi e di dietro per assicurare i piedi e talvolta sono foderati di pelle, come quelli usati dai siberiani.

Non è però cosa facile adoperare questi strani pattini. I norvegesi cominciano da piccini e se ne servono in modo meraviglioso; per coloro che cominciano ad adoperarli la prima volta, la faccenda è seria e lunga.

Innanzi tutto è necessario abituarsi a tenere gli sky sempre vicini ed in direzione parallela se non si vuole urtarli nella parte posteriore, poi tenerli sempre aderenti alla neve e non sollevarli, dovendosi scivolare e non camminare, poi dare al corpo un movimento particolare che non s'acquista se non con una lunga pratica.

Con questi sky i norvegesi fanno delle corse straordinarie, raggiungendo delle velocità sorprendenti. Sorpassano facilmente le alci e le renne e perfino le lepri, che uccidono con una bastonata.

Le montagne più aspre non sono d'ostacolo per loro. Le salgono con facilità sorprendente e le discendono a precipizio, balzando di dirupo in dirupo.

Si sono veduti dei montanari fare dei salti di quindici e perfino di venti metri, cadendo in piedi sui loro lunghi sky.

Degli esploratori polari, solo il Nansen ne aveva fatto la prova e con buon successo, tanto nel suo primo viaggio in Groenlandia, quanto nella sua corsa al nord della Terra di Francesco Giuseppe, ed aveva consigliato il Duca a prenderne con sé.

La scuola degli sky fu però dura da principio, malgrado le istruzioni dei marinai norvegesi. I capitomboli si succedevano ai capitomboli, con grande divertimento dei maestri e con grande collera degli scolari; pure con la pazienza tutti riuscirono, bene o male, a servirsene, ma dobbiamo dire che le guide preferivano camminare con le loro gambe.

Pur continuando a esercitarsi cogli sky, italiani e norvegesi non trascuravano la caccia per provvedersi di carne fresca e di grasso di foca e di morsa, prima che l'inverno rendesse impossibili le corse attraverso le nevi ed i ghiacci.

Gli orsi erano tornati a mostrarsi nei pressi dell'accampamento assieme a numerose volpi, le quali s'avvicinavano audacemente alle tende per disputarsi ingordamente gli avanzi della cucina.

Gl'italiani ed i norvegesi ricorrevano a tutte le astuzie per mandare qualche buona palla nella testa degli orsi, e sovente riuscivano ad abbatterne.

Anche il Duca prendeva parte attiva alla caccia assieme ai suoi ufficiali, ed essendo un abilissimo tiratore, quasi mai mancava ai suoi colpi.

Un giorno anzi che s'era allontanato dall'accampamento in compagnia di due guide e d'un marinaio norvegese, riusciva a ucciderne tre in pochi minuti.

Quella splendida cattura però poco mancò non costasse la vita ai suoi compagni di caccia.

S. A. R. dopo abbattute le fiere era ritornato all'accampamento a chiamare altri uomini perché aiutassero le guide a trascinare gli orsi nelle tende.

Mentre i suoi compagni attendevano il suo ritorno, un quarto orso, di statura enorme, era improvvisamente comparso dietro un rialzo del terreno, mettendosi poi a correre addosso ai cacciatori.

Il pericolo era grave, poiché i tre uomini non avevano che un solo fucile.

Il norvegese, spaventato, se l'era data a gambe fuggendo in direzione dell'accampamento, ma i due italiani erano rimasti fermi al loro posto.

– Mira bene – disse colui che non aveva il fucile. – Se sbagli, la morte è sicura.

Il suo compagno fortunatamente non era un uomo impressionabile e sapeva maneggiar bene il fucile. Mira attentamente, e a venti metri fa fuoco, abbattendo di colpo la fiera.

Come si disse, era uno dei più grossi, e S. A. R. fu lieto di quella nuova cattura, ma lo fu maggiormente il cuoco, il quale con quella carne regalò alla spedizione dei piatti squisiti.