La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte terza/8. La baia di Teplitz

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8.

LA BAIA DI TEPLITZ


L'immensa ed impenetrabile barriera di ghiaccio che aveva arrestato tante spedizioni anche molto più al sud, stava di fronte alla Stella Polare, risoluta a non aprirsi dinanzi alla sua prora.

Erano ghiacci vecchi, forse ghiacci eterni mai sciolti dai tiepidi raggi della breve estate: erano masse enormi, bastioni colossali dalle fronti smisurate, montagne di forme strane, piramidi, cupole semisfondate, guglie, comignoli, punte acute: una vera selva di ostacoli assolutamente inattaccabili, resistenti all'assalto del ferro, dell'acciaio e alle formidabili esplosioni delle mine.

Era insomma il caos polare, il principio dell'immensa calotta di ghiaccio che da migliaia di secoli forse, tiene prigioniero il polo.

Non un canale su quelle immense distese di ghiacci, nemmeno un semplice crepaccio.

Il cielo, al di sopra di quei banchi senza limiti, di quegli ice-fields, biancheggiava stranamente pel riflesso di quelle masse enormi. Era l'ice-blink che scintillava in tutta la sua purezza, luce strana, abbagliante, che nemmeno i pesanti nebbioni possono offuscare completamente.

In alto volteggiavano pochi uccelli marini. Andavano, tornavano, s'alzavano o s'abbassavano senza mai dare uno strido, come se anche la loro voce si fosse gelata. Sui banchi invece poche macchie brune, che spiccavano vivamente su quel candore, indicavano delle foche.

Stavano accanto ai loro buchi, aperti pazientemente da esse per potersi tuffare e quindi venire a respirare.

– È finita – aveva detto il capitano Evensen. – Per di qui non si passa.

– E dove trovare una baia? – fu chiesto dai membri della spedizione.

– Se S. A. R. vuole un consiglio, gli direi di tornare verso il sud e cercare rifugio nella baia di Teplitz – rispose il capitano. – Forse è la migliore, né saprei davvero trovarne altre che facciano per noi. D'altronde la Stella Polare ha avuto persino troppa fortuna, ed ha toccato una latitudine che io temevo di non raggiungere. Signori, ritorniamo prima che i ghiacci ci blocchino qui.

Il consiglio del vecchio lupo di mare fu accolto all'unanimità, avendo tutti somma fiducia nella sua esperienza. D'altronde ogni passaggio era chiuso e non rimaneva che di tornare indietro e senza perdere tempo.

Poteva avvenire un movimento fra i ghiacci che rinchiudesse la Stella Polare e forse per sempre.

Prima però di decidersi, la nave percorse un lungo tratto di quella fronte massiccia, con la speranza di trovare più lontano qualche passaggio, poi, veduto che non vi era alcuna probabilità, S. A. R. diede il comando di mettere la prora verso il sud-est.

Anche il ritorno però non era facile.

Un movimento era avvenuto anche più al sud, ed i ghiacci si erano accumulati verso l'est rendendo la navigazione penosa.

Ad ogni istante la Stella Polare doveva prendere la rincorsa e lavorare di sperone per aprirsi il passo.

I cozzi si succedevano incessantemente mandando di frequente i marinai a gambe all'aria e facendo urlare spaventosamente i cani. Le costole della nave tremavano, scricchiolavano e gli alberi oscillavano fino alla scassa.

Fortunatamente il tempo si manteneva, se non bello, almeno calmo. Il cielo era coperto, però le nebbie non scendevano a coprire il mare.

Il freddo invece era aumentato, toccando talvolta i 7°, ma nessuno se ne lagnava di certo. Erano rose in confronto ai terribili freddi dell'inverno polare.

Fu ai primi di settembre che la nave poté giungere, dopo una traversata molto faticosa, nella baia di Teplitz.

Questa baia si apre sulle coste occidentali della Terra del Principe Rodolfo, a 81° 45' di latitudine, ed è una delle più ampie che si trovano in quell'immenso arcipelago chiamato di Francesco Giuseppe.

L'ancoraggio vi era buono, ma non era escluso il pericolo che i ghiacci potessero entrare, bloccando completamente la nave.

Al largo ve n'erano già moltissimi, di dimensioni notevoli, i quali, spinti dal vento e dalla corrente, accennavano già a stringersi verso la costa.

Comunque fosse, quel rifugio fu salutato con vero entusiasmo da tutti. Quella continua lotta contro i ghiacci che durava già cinque settimane aveva stancato assai e marinai e ufficiali; tutti desideravano un po' di riposo sulla terraferma.

Erano d'altronde giunti ad una latitudine molto elevata, ossia a soli otto gradi dal polo, trovandosi quella baia a 81° 43' di latitudine nord e a 38° di longitudine est.

– Otto gradi! – aveva esclamato il bollente Cardenti. – Una corsa per un marinaio!...

– Nemmanco – aveva soggiunto Canepa. – Una semplice passeggiata!...

Ancorata solidamente la nave, la quale doveva servire da quartier generale, italiani e norvegesi fecero subito i preparativi di svernamento per passare alla meno peggio la lunga notte polare, già non molto lontana.

I naviganti che svernano in quelle fredde latitudini, prima che i grandi geli sopravvengano, devono prendere delle misure eccezionali dettate dall'esperienza dei primi esploratori polari.

Ordinariamente si comincia innanzi tutto a trasportare a terra i canotti e una buona parte di viveri, per evitare il pericolo di rimanere privi degli uni e degli altri, nel caso che la nave venga fracassata dalle pressioni, pericolo molto probabile in quelle regioni.

Prese queste prime precauzioni, si prepara la nave. Le vele vengono staccate e rinchiuse nei magazzini, le antenne e gli alberetti calati, le cime degli alberi bene avviluppate, poi si copre la tolda, da prora a poppa, con un tetto di tavole, si rizzano delle pareti di legno, turando le fessure con carta incatramata, in modo da formare una specie di salone destinato per le passeggiate.

Si lasciano alcune finestre per la luce e per la ventilazione della nave.

Ciò fatto si raschia e si lava con acqua di calce la stiva la quale ordinariamente viene convertita in sala comune, adattando al di sotto del boccaporto maestro una stufa col tubo molto ricurvo per avere meno dispersione di calore con sotto un barile destinato a raccogliere la neve sciolta ed avere sempre acqua.

Si turano infine tutte le aperture e sul ponte si sparge cenere o sabbia le quali non tardano ad incrostarsi.

Disgraziatamente all'equipaggio della Stella Polare doveva mancare il tempo di prendere quelle misure. La nave si era appena ancorata quando fu dato il segnale di pericolo.

I ghiacci si avanzavano verso la costa, minacciando di bloccare anche la baia.

Erano massi enormi, di aspetto imponente e pauroso, i quali cappeggiavano sotto l'urto delle onde, mosse dal vento del nord.

– Temo per la nostra nave – disse il primo macchinista al tenente Querini, a cui si era legato d'una calda amicizia.

– Che quei ghiacci vengano ad assediarci?

– Sì, signor tenente. Se non m'inganno vi è qualche corrente che viene a rompersi su queste coste.

– La nave è solida e opporrà un serio ostacolo – rispose il tenente.

– Siamo stati perfino troppo fortunati finora, signore. La nostra buona stella potrebbe stancarsi di proteggerci. Guardate come si muovono quei ghiacci. S'avanzano a vista d'occhio.

– Signori! – gridò Evensen in quel momento. – Quei banchi ci faranno passare un brutto momento.

Quel primo giorno però passò relativamente tranquillo. L'indomani invece i ghiacci si addossarono alla costa tanto velocemente che in poche ore tutta la baia ne fu piena.

La Stella Polare, immobilizzata sulle sue ancore, si vide a poco a poco mancare intorno lo spazio finché fu completamente rinserrata.

Alla notte le prime pressioni si fecero udire. La nave, serrata da ogni parte, crepitava sotto le strette dei ghiacci. Un fremito sonoro la scuoteva dalla chiglia alla sommità degli alberi, mentre i banchi detonavano cupamente.

Il ghiaccio si alzava gradatamente attorno alla nave, spostandola violentemente. Sotto le formidabili strette, schizzava fuori, per modo di dire, dai blocchi, i quali s'accavallavano confusamente innalzandosi otto e perfino dodici metri.

I bordi erano parecchi metri più sotto e v'era il pericolo che quei massi, non ostante gli sforzi dell'equipaggio il quale adoperava disperatamente i buttafuori, crollassero sul ponte.

Scheggioni ne cadevano in gran numero, rimbalzando per la coperta e minacciando di ferire l'equipaggio. Lo spettacolo era bello ed insieme terribile. Fortunatamente la nave, invece di lasciarsi stringere sfuggiva a quelle morse sollevandosi.

Succedevano però, di quando in quando, dei momenti di calma. I ghiacci, come se si stancassero, riprendevano per un po' di tempo la loro immobilità, poi tornavano ad agitarsi, ad incurvarsi, a frantumarsi.

Qua e là s'aprivano dei crepacci che dopo pochi momenti si rinchiudevano violentemente, facendo schizzare alta l'acqua marina.

Allora si udivano rombi sonori come se dei carri carichi di lastre di metallo corressero sfrenatamente sui campi di ghiaccio.

Poi nuova sosta, quindi zuffolìi, scricchiolìi, boati, detonazioni e nuovo movimento dei ghiacci. Le piramidi, le colonne, le guglie si formavano dovunque per poi sfasciarsi fragorosamente.

Quantunque il pericolo che correva la Stella Polare fosse grave, tutti gli uomini conservavano un sangue freddo ammirabile. Gli italiani anzi guardavano quello spettacolo più con curiosità che con apprensione.

S. A. R., il capitano Cagni e Querini davano comandi con voce tranquilla, come se non avessero fatto altro che navigare in quei mari, destando l'ammirazione dello stesso capitano Evensen.

Intanto la Stella Polare, sollevata dai ghiacci, continuava a spostarsi, inclinandosi a poco a poco su di un fianco. Tremava tutta ed i puntali si curvavano sotto le poderose strette, mentre la tolda s'inarcava.

Sui suoi fianchi i ghiacci continuavano ad accumularsi, ora innalzandosi ed ora abbassandosi. Vi fu anzi un momento in cui raggiunsero l'altezza di dodici metri!...

Guai se quelle masse fossero precipitate in coperta!... Già l'equipaggio, spaventato, aveva abbandonato i suoi posti, gettando i buttafuori non ostante le grida tranquillanti del Duca e dei suoi ufficiali.

Quando le pressioni finalmente cessarono ed i ghiacci cominciarono a riaprirsi, la Stella Polare si trovava così rovesciata su di un fianco da non permettere all'equipaggio di tenersi in piedi.

Un enorme blocco s'era incastrato sotto la chiglia e teneva la nave sollevata, impedendole di riprendere la sua posizione normale.

– Bisogna farlo saltare – aveva detto S. A. R.

– Sì – aveva risposto il capitano Evensen. – La nostra nave non può rimanere così inclinata. Una nuova pressione potrebbe succedere e guastarci le murate ed il fasciame.

Polvere e dinamite non ne mancavano a bordo. Si trattava di scavare semplicemente una mina nel banco di ghiaccio e di farla scoppiare.

Alcuni marinai, sotto il comando d'un ufficiale, furono incaricati di fare le mine e di farle scoppiare.

La dinamite ebbe ben presto ragione del banco. Sgretolato dalla forza dell'esplosione, s'abbassò bruscamente, permettendo così alla nave di riprendere il primitivo appiombo.

Non era però finita. Pareva che per la Stella Polare dovesse suonare la sua ultima ora. Si sarebbe detto che i ghiacci del polo volevano punirla di essersi inoltrata tanto verso il settentrione.

L'indomani nuove pressioni si manifestarono fra i banchi col solito accompagnamento di boati, di fischi, di muggiti e di detonazioni assordanti.

L'8 settembre, alle sei e mezzo, mentre il cuoco stava accendendo il fornello, un urto formidabile, tremendo, scuoté la Stella Polare facendo accorrere sul ponte comandanti, ufficiali, marinai e guide.

Un enorme banco di ghiaccio aveva urtato la nave con tale impeto, da farla traballare.

Subito le pressioni ricominciarono con forza estrema. I ghiacci si strinsero addosso alla nave, scrollandola furiosamente.

I fianchi scricchiolano sotto le crescenti strette, i puntali s'incurvano, la tolda minaccia di spezzarsi. Alcuni madieri cedono e s'aprono.

Un grido formidabile s'alza:

– La nave fa acqua!...

Pur troppo la notizia era vera. Le pressioni avevano sfondato alcune tavole alla linea di galleggiamento e l'acqua entrava a torrenti inondando la stiva e la sala delle macchine.

Il signor Stökken si era precipitato sul ponte, gridando:

– Alle pompe!... I fuochi delle caldaie stanno per spegnersi!...

Il momento era terribile: la Stella Polare stava per affondare.

In mezzo alla confusione cagionata da quella catastrofe inattesa, il Duca, Cagni, Evensen, Querini e lo stesso dottor Cavalli non avevano, per buona fortuna, perduto il loro sangue freddo.

– Alle pompe: marinai!... – aveva comandato S. A. R. con voce energica. – Le guide e gli altri nella stiva a salvare il carico!...

Non vi era un momento da esitare: l'avarìa poteva essere grave e causare la perdita della nave. Era quindi cosa urgente portare a terra quante provvigioni si potevano e soprattutto i cani, se non si voleva troncare d'un sol colpo la futura marcia verso il polo.

Mentre alcuni marinai forzavano la porta della camera comune per sfuggire all'acqua che invadeva rapidamente la cabina, e altri si precipitavano alle pompe, le guide con Cardenti e Canepa s'erano precipitate nella stiva per gettar fuori il carico.

Tutti lavoravano febbrilmente: ufficiali e marinai. Perfino S. A. R. e Cagni non rimanevano inoperosi, gettando sul ghiaccio le casse che venivano portate in coperta.

L'acqua intanto continuava ad entrare in gran copia. Cadeva con sordo fragore nella stiva, gorgogliando cupamente e disperdendosi per la cala.

I fuochi delle caldaie erano stati già spenti ed il personale di macchina aveva abbandonato il posto precipitandosi alle pompe.

Alcuni marinai correvano affannosamente sui banchi, portando frettolosamente a terra le casse che venivano gettate dalla coperta della nave. I cani erano già stati liberati e si erano rifugiati sulla costa, galoppando disperatamente in mezzo alle nevi.

E tuttociò in mezzo al fracasso assordante dei ghiacci, ai rombi, alle detonazioni, al moto convulsivo dei banchi, ad un continuo pericolo soprattutto per le guide e pei marinai italiani che si trovavano nella stiva mentre la nave affondava sotto i loro piedi.

I comandi s'incrociavano, ma senza confusione: S. A. R., il capitano Cagni ed il capitano Evensen conservavano sempre una calma ammirabile, che dava lena e coraggio alla ciurma.

Ad un tratto un avvenimento inatteso, insperato, successe. Un banco s'era nuovamente cacciato sotto la nave, sollevandola gradatamente. Era la salvezza, poiché la Stella Polare, senza quel felice avvenimento, si poteva considerare come totalmente perduta.

– Non affondiamo più! – aveva esclamato Stökken, il quale era disceso nella sala della macchina per constatare il progresso dell'acqua.

La notizia era così straordinaria che dapprima non fu creduta. Ben presto però tutti dovettero arrendersi all'evidenza dei fatti.

Non solo la Stella Polare si era rialzata, ma veniva anche spinta verso la costa dal movimento dei ghiacci.

– Ecco una fortuna inaspettata!... – esclamò il tenente Querini. – Siete ben certo, signor Stökken, che l'acqua non aumenta.

– Anzi sfugge dall'apertura, signore – rispose il macchinista. – Tuttavia non dobbiamo abbandonare le pompe né crearci illusioni troppo ottimiste. La nave può scivolare sul banco e fare ancora acqua.

Ed infatti poche ore dopo la Stella Polare tornava ad abbassarsi, imbarcando nuovamente acqua.

Per ventiquattro ore gli esploratori lavorarono alle pompe con accanimento, con la speranza di poter salvare la nave, mentre alcuni di loro continuavano a portare a terra viveri, armi, coperte, tende ed istrumenti, passando di banco in banco.

Finalmente fu dato l'ordine di abbandonare la nave.

Era la domenica.

La Stella Polare, dopo d'aver vittoriosamente vinti i ghiacci, pareva ormai irremissibilmente destinata a soccombere.

Fu con vero dolore che ufficiali e marinai diedero un addio alla valorosa nave.

S. A. R. scese per l'ultimo col capitano Cagni e con Evensen.

Era pallido e aveva il cuore stretto e non meno commossi erano gli altri.

Un'ora dopo, italiani e norvegesi si accampavano sulla desolata costa della baia di Teplitz.