La capanna dello zio Tom/Capo XV

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XV. Il nuovo padrone di Tom

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XV. Il nuovo padrone di Tom
Capo XIV Capo XVI
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CAPO XV.


Il nuovo padrone di Tom.


Ora daremo ai nostri lettori qualche breve notizia delle distinte persone con cui dee convivere il nostro modesto eroe.

Agostino Saint-Clare era figlio di un ricco piantatore della Luisiana. La famiglia traeva origine dal Canadà. Di due fratelli, unici figli, somigliantissimi d’indole e di temperamento, l’uno si era stabilito in una fiorente fattoria nel Vermont; l’altro divenne un ricco piantatore nella Luisiana.

La madre di Agostino era una signora francese ugonotta, la cui famiglia, costretta a spatriare, aveva fermato il suo soggiorno nella Luisiana, allorchè vi si stabilirono le prime colonie.

Essendo Agostino di complessione estremamente delicata, siccome era pure la madre, fu per consiglio de’ medici mandato al suo zio nel Vermont, e quivi tenuto per molti anni della sua fanciullezza affinchè egli rinvigorisse mercè d’un più rigido clima.

Nell’infanzia egli era notevole per l’indole oltremodo sensitiva, la quale tenea più della dolcezza femminile, che del vigore proprio al suo sesso.

Ma l’eta involse a poco a poco di più ruvida scorza quella tenerezza di cuore, per modo che soltanto pochi tra’ più avveduti avrebbero potuto riconoscere quanto l’indole di lui discordasse da ciò che ne appariva ad un osservatore volgare. Egli era dotato d’ingegno singolare, tuttochè dimostrasse una manifesta predilezione per l’estetico e l’ideale, e una continua ripugnanza agli interessi ed alle occupazioni della vita reale, che [p. 155 modifica]è il comune risultato dell’equilibrio di tutte le difficoltà. Uscito che egli fu di collegio, s’accese d’una passione romantica, che incatenò fieramente ogni suo pensiero. La sua ora giunse — quell’ora che giunge una volta sola: — sorse la sua stella — quella stella che spesso sorge invano o non lascia che amare memorie, come d’una visione dileguata senza speranza. Per lasciar le figure, egli vide negli stati del Nord una fanciulla d’alto spirito e bella; n’ottenne l’amore, e si fidanzarono. Ma non era scorso gran tempo dacchè egli era tornato alle terre del Sud per provvedere a quanto s’atteneva all’unione sperata, quando le sue lettere gli furono rinviate, e con esse una breve nota del tutore della fanciulla, il quale gli dichiarava che, innanzi che gli giungesse quello scritto, la fanciulla sarebbe andata a marito. Per poco fu che l’amara novella nol traesse di senno. Egli si lusingò, sicome accadde a più altri, che mercè d’uno sforzo disperato potrebbe svellere dal suo cuore quel pensiero che vi si era fitto sì profondamente. Altero e sdegnoso, non potea piegarsi a chiedere spiegazioni, non che a pregare. S’avvolse a un tratto nel turbine d’un’elegante società: nè erano trascorsi più che quindici dì da quella lettera fatale che era l’amante titolare d’una donna tenuta la più bella del tempo, e ne divenne ben tosto il marito. Costei era di forme assai delicate: occhi neri e vivaci: e un centomila dollari di dote. Agostino fu creduto veramente felice.

Gli sposi stavano godendo la loro luna di miele in una splendida villa, sul lago di Pont-Chartrain, ove avevano accolto un brillante cerchio d’amici. Quand’ecco un bel dì vien recata ad Agostino una lettera segnata di caratteri ch’ei conosceva troppo bene. Gli venne consegnata appunto nel momento ch’egli, in mezzo a numeroso crocchio d’amici, s’abbandonava alla foga d’una gaia e vivace conversazione. Non si tosto riconobbe lo scritto, egli si fece pallido a morte: tuttavia seppe serbare contegno e continuò gaiamente a celiare con una signora che gli era vicina. Dopo brevi momenti egli usciva dalla sala. Nella sua stanza, solo, aperse e lesse quella lettera, che al presente non dovea solo tornar vana ed inutile, ma perniciosa. La giovinetta già tanto amata scriveva esponendo diffusamente le persecuzioni ch’essa aveva dovuto sostenere dalla sua famiglia del suo tutore, il quale voleva costringerla a torglierne il figlio in marito; raccontava come aveva aspettato invano più tempo una risposta di Agostino: come ella avea pure scritto di bel nuovo, e inutilmente, sicchè ne era venuta in dubbio ed affanno: come vinta da crudele sospetto ella cadde inferma; come alla fine ella aveva scoperto la frode usata contro entrambi, e riusciva a commettere un foglio a mano fedele. Chiudeano la lettera parole di speranza e di riconoscenza, e promesse d’inestinguibile amore, che al giovine sventurato riuscivano più amare che la morte.

[p. 156 modifica]Egli rispose di presente.

— «Ebbi la vostra: — ma troppo tardi. — lo fui colto all’inganno, e m’appigliai a un partito estremo. Sono ammogliato, e tutto è finito. Non ci resta più che una speranza sola, — la dimenticanza.»

Così ebbe fine il romanzo e l’ideale della vita di Saint-Clare: ma rimase la realtà — la realtà simile ad una spiaggia nuda, fangosa, uniforme, poichè il riflusso della marea ne ritirò l’onde azzurrine ingemmate di tremula luce, popolate di fugaci barchette, sparse di bianco-alati navigli, armoniose d’aure e di flutti che scherzano insieme, e di remi che si tuffano in cadenza.

Ne’ romanzi gli amanti non durano agli affanni d’un amore deluso: il loro cuore si frange; muoiono, e tutto è finito. Questo mezzo d’uscir d’impiccio torna assai comodo. Ma nel mondo reale non ci è dato di morire nè anco allora che ci è tolto tutto ciò che facea brillante e cara la vita. Ci troviamo avvolti in una operosa vicenda di cose: bisogna mangiare, bere vestirsi, passeggiare, render visite, comperare, vendere, conversare, leggere, fare tutto ciò che comunemente chiamasi vivere. Il dolore non tolse la vita ad Agostino.

Se la sposa fosse stata fornita di que’ pregi di mente e di cuore che s’incontrano talvolta nel bel sesso, avrebbe potuto rannodare i fili spezzati deIl’esistenza di Agostino e formarne un tessuto di luce; ma ella non sapeva pur sospettare che fossero spezzati. Maria Saint-Clare era, come abbiam detto, leggiadra della persona; avea occhi neri e vivaci, ed era ricca di centomila dollari; ma certo niuna di queste cose può dar refrigerio ad un animo che dolora. Allorch’ella trovava Agostino pallido come la morte, steso sopra un sofà, e lo udiva accagionare del suo mal essere un’improvvisa emicrania, gli raccomandava di fiutare del corno di cervo. E poichè il pallore e l’emicrania duravano più giorni, più settimane, Maria si restringeva a dire, ch’ella non avrebbe mai creduto che Agostino fosse così malaticcio, — ch’egli parea soggetto al mal di capo, — che ella era perciò assai disgraziata, poichè non potea essere accompagnata da lui a’ convegni brillanti; e che doveva parere a tutti cosa strana, che ella fosse sempre così sola, benchè maritata di recente.

Agostino aveva assai caro, che la moglie fosse di sì poco avvedimento, ma appena le dolcezze e le feste della luna di miele furono trascorse, egli si avvide, che qualunque tiranno domestico è mite al paragone di donna giovane e bella, avvezza da fanciulla ad esser idolatrata e compiaciuta d’ogni desiderio, Maria non avea sortito dalla natura nè forti affetti, nè sensitività squisita: e quel poco che ne avea sortito era sommerso in un egoismo smisurato, tanto più difficile a correggersi, quanto meno ella era conscia a sè stessa di tal vizio. Ella non pregiava, non vedea che sè [p. 157 modifica]stessa. Circondata insino da fanciulla di domestici solleciti di prevenire e compiacerle ogni capriccio, non avea mai avuto per il pensiero, che costoro avessero un sentimento, un diritto alla sua benevolenza. Il padre di lei, a cui ella era unica figlia, non le avea mai negato nulla di quanto è compreso nel cerchio dell’umano potere. Entrò nel mondo pregiata di beltà e di ricchezze, corteggiata, vagheggiata; sì che tenne felicissimo tra tutti gli uomini Sain-Clare, che l’avea ottenuta in isposa.

È al tutto falsa l’opinione di coloro i quali stimano che una donna senza cuore poco si curi di essere amata. Avviene anzi il contrario: quanto l’egoismo la rende meno degna di amore, tanto più la fa esigente e gelosa. E però quando Agostino si rimase di prodigarle tutte quelle delicate testimonianze di affetto che sogliono gli amanti, la trovò simile ad orgogliosa sultana, ferma a rivendicare ogni suo dritto verso il proprio schiavo, e pertinace a conseguire l’intento con le lagrime, con le querele, coi rimproveri. Agostino, naturalmente buono e condiscendente, cercò mitigarla condoni e lusinghe; e quando Maria divenne madre di una bella bambina, sentì svegliarsi in cuore per lo sposo un sentimento che somigliava a tenerezza.

La madre di Saint-Clare era stata donna d’ottimo cuore e di mente elevata. Sperò che ella riviverebbe nella nipote, e questa nominò da lei. La moglie, a cui non isfuggì quell’intenzione, ne ingelosì fortemente. La viva tenerezza di Saint-Clare per la piccola Evangelina le ingenerò diffidenza e sospetto, parendole che le fosse tolto e prodigato ad altri gran parte d’un bene che richiedeva per sè. La sua salute divenne assai cagionevole. L’inazione continua del corpo e dello spirito, il mal umore, lo stato di debolezza che suol conseguitare al parto, trasformarono rapidamente la giovine florida e bella in donna pallida e sfiorita, travagliata di mille malattie imaginarie, e inclinata a tenersi infelicissima. A udirla, i suoi mali erano senza numero: tra questi, l’emicrania la travagliava principalmente, e ne traeva cagione di chiudersi nel suo appartamento tre dì almeno la settimana. Perciò la casa, di cui doveano aver cura i soli schiavi, era disordinata, negletta, disabitata, poco rispondente al desiderio di Saint-Clare. Ma lo addolorava anzi tutto la salute dell’unica figlia, che di complessione estremamente delicata avrebbe avuto bisogno di tutte le cure d’una madre: egli tremava pensando che un dì o l’altro la sua diletta Evangelina potrebbe cader vittima dell’indifferenza. Travagliato da questi timori l’avea recata seco in un viaggio a Vermont, e avea indotto la sua cugina, miss Ofelia, a tornarsene seco negli Stati del Sud e fermarvi il suo soggiorno. Egli era di ritorno dal suo viaggio quando la prima volta lo abbiamo fatto conoscere ai nostri lettori.

Or che le cupole e i campanili della Nuova-Orleans ci sorgono innanzi, è opportuno il dare qualche distinta notizia di miss Ofelia.

[p. 158 modifica]Chiunque ha viaggiato per gli Stati della Nuova Inghilterra ricorda senza dubbio di aver osservato in qualche recente villaggio parecchie vaste fattorie, precedute da una corte assai decente, erbosa, e ombreggiata dal denso fogliame dell’acero: ei ricorda non meno l’aria d’ordine, di calma, di costante riposo che quivi spira per tutto. Nulla v’ha di smarrito, nulla di inordinato: non un picciol tronco che sporga fuor della siepe, non una pagliuzza sull’erboso tappeto. Vaghi cespugli di fior di lilla crescono sotto le finestre. L’interno della casa si divide in ampie stanze, onde ogni attività pare sbandita, ove tutto e per sempre occupa rigorosamente il suo luogo, ove tutte le cure che si appartengono al governo della casa s’adempiono colla precisione del vecchio orologio che è là collocato in un angolo. Nella stanza ove suol raccogliersi la famiglia è una rispettabile antica libreria munita d’invetriata, ove la Storia antica di Rollin, il Paradiso perduto di Milton, il Corso del Pellegrino di Bunyan, la Bibbia di Famiglia di Scott, e molti altri libri, ugualmente gravi e pregevoli, stanno ritti l’un accanto altro in ordine maestoso.

In casa non v’è domestico: la padrona, coperto il capo di una cuffia bianca come la neve, cogli occhiali sul naso, ogni dì dopo il meriggio siede in mezzo alle figliuole intente a cucire, come se nè ella, nè queste avessero in che altro occuparsi. Esse han già compiuto il loro lavoro in un’ora del mattino, già da loro dimenticata: e in qualunque ora vi rechiate a visitarlo lo troverete compiuto. Il vecchio pavimento della cucina è sì pulito, che pare non abbia mai avuto pur una macchia; le tavole, le seggiole, le stoviglie sono sempre ordinate e riposte al luogo loro; eppure quivi s’apprestano ogni dì tre pasti, e spesso quattro, vi stette la famiglia occupata a lavare, a stirare le biancherie; e nel silenzio, in guisa veramente misteriosa, vi si apprestarono non poche libbre di formaggio e di burro.

In una fattoria di questa guisa, in una casa e famiglia siffatta, miss Ofelia era tranquillamente vissuta quarantacinque anni, o in quel torno, allorchè il cugino la invitò a venir seco.

Tuttocchè primogenita di numerosa famiglia, era stata fin allora tenuta dal padre e dalla madre siccome una fanciulla, e la proposta di lasciarla recarsi alla Nuova-Orleans parve strana e assai grave. Il vecchio padre da’ bianchi capelli tolse dalla libreria l’Atlante di Morse, per considerare attentamente la longitudine e latitudine di città sì lontana, e prese a leggere i viaggi di Flint nel Sud-Ovest per avere un’idea della natura di quel paese.

La buona madre chiese ansiosamente se Orleans non fosse per avventura una città di costumi assai guasti: e aggiunse che le parea la stessa cosa che recarsi all’Isole Sandwich, o a qualsivoglia altra contrada che fosse abitata da pagani.

[p. 159 modifica]Ben tosto si seppe in casa il ministro, e in casa il medico, e nel negozio di mode di miss Peabody, che miss Ofelia Saint-Clare parlava di recarsi alla Nuova-Orleans con suo cugino, epperò l’intero villaggio prese un tale progetto a materia di mille cicalecci.

Il ministro che parteggiava caldamente per l’abolizine della schiavitù, temeva che forse tal viaggio potesse incoraggiare alcun poco quei del Sud a durare nel loro sistema. Il dottore invece, che stava per l’opposto partito, era d’avviso che miss Ofelia dovesse porre ad effetto il proprio disegno per dimostrare a quei della Nuova-Orleans che essi infine nello Stato di Vermont non aveano mala voce. Egli era di opinione che gli abitanti del Sud avesser bisogno d’essere incoraggiati. Quando poi si seppe comunemente che miss Ofelia aveva stabilito di partire, essa per lo spazio di quindici dì fu solennemente invitata a prendere il thè da tutti gli amici e vicini, e i progetti di lei furono lungamente discussi ed esaminati. Miss Moseley, ch’era stata chiamata a lavorare pel corredo di miss Ofelia, stupiva che si fossero fatte tante compre. Si sapea di buon luogo, che il signor Sinclare (così storpiavasi nel vicinato il cognome di Agostino) avea dato cinquanta dollari alla cugina, e dettole che si comperasse ciò che più le pareva opportuno; e che già erano state mandate da Boston per lei, oltre un cappello, due vesti di seta. Se poi tanto sfoggio fosse lodevole o no, se ne disputava diversamente, e l’opinion pubblica era divisa: alcuni affermavano che non v’era da ridire, e che per grande che fosse la spesa, non dovendosi fare più che una volta, non si potea biasimare; altri per contrario, sostenevano pertinacemente, che sarebbe stato assai miglior consiglio il mandare que’ cinquanta dollari alla società delle missioni. Ma in una cosa s’accordavano tutti, cioè nel dire che non si era mai veduto un ombrellino più grazioso di quello che era giunto recentemente da Nuova-Jork, e che una delle vesti di seta era veramente bellissima, checchè si dovesse giudicare di chi se l’era procacciata. Correvano altresì voci d’una pezzuola ornata di merletto; si aggiungea pure da alcuni che gli angoli n’erano ricamati; ma quest’ultima affermazione non era confortata di testimonianze sicure, ed e tuttora materia di contrarie sentenze.

Miss Ofelia, qual voi la vedete al presente, vi sta ritta innanzi vestita d’una lucida veste di tela di color bruno. Ella è alta della persona, di forme quadre e angolose: il suo volto e magro assai, di lineamenti duri ed acuti; le labbra sono compresse come di chi sia avvezzo a formarsi sopra ogni oggetto un’opinione ferma e ricisa; gli occhi neri e vivaci si volgono intorno con moto irrequieto, e par ch’ella ricerchi per tutto se v’abbia cosa che debba essere posta in ordine. Tutti i suoi movimenti sono ruvidi, pronti ed energici; ella parla rado e breve, ma le sue parole vanno [p. 160 modifica]diritte allo scopo. In tutte le sue abitudini ella è una personificazione dell’ordine, dell’accuratezza, del metodo; è puntuale come un orologio, inesorabile come una locomotiva: ogni indole contraria alla sua la muove a sdegno e a profondo disprezzo. Il massimo dei peccati, il sommo dei mali è a suo giudizio la leggerezza, parola per lei gravissima, e d’uso frequente. La dimostrazione di un supremo disprezzo è riposta da lei nel pronunciare energicamente la voce «disordine.» Ella sdegna tutti coloro che non muovono diritti ad uno scopo determinato e prefisso. Tutti coloro che o nulla fanno, o non conoscono distintamente ciò che vogliono farsi, o non tengono la via più diritta a giungere al loro disegno, erano per lei oggetto di disprezzo; disprezzo il quale, anzichè con le parole, solea dimostrarsi dal volto e dal suo contegno, come s’ella sdegnasse di profferir parola.

Quanto s’appartiene alla cultura della mente, ella ha uno spirito attivo, chiaro, vigoroso; conosce assai bene la storia e gli antichi classici inglesi; pensa fortemente, ma il suo pensiero è ristretto entro a certi angusti confini. I suoi dogmi teologici sono tutti numerati distintamente, contrassegnati, disposti in ordine, come i fardellini nella sua valigia. Ella ne avea un numero prefisso che non dovea mai essere accresciuto. Si dica lo stesso delle sue idee rispetto alla più parte delle materie che s’attengono alla vita pratica, come, a cagione d’esempio, rispetto all’economia domestica in tutti i suoi rami, o alle varie attinenze politiche del suo villaggio nativo. La base poi di tutto il sentimento più profondo e più vasto d’ogni altro, è quello del dovere, sentimento che domina e assorbe ogni di lei facoltà, come suol avvenire nelle donne della Nuova-Inghilterra. Questo è, per così dire, lo strato di granito che scende più profondo, e sorge altresì alla cima delle più alte montagne.

Miss Ofelia è schiava cieca del dovere. Tostochè fosse certa che la via del dovere, siccome era usa a dire, volgeva piuttosto a questa parte che a quella, nè l’acqua, nè il fuoco avrebbero potuto più smuoverla. Ella sarebbe andata a gittarsi in un pozzo, si sarebbe avanzata incontro alla bocca di un cannone pronto ad avventare la morte, tanto solo che avesse avuto certezza che là metteva la via del dovere. Ella s’era formata del dovere un ideale così alto, così sterminato, così minuto, così poco condiscendente alla fragilità umana, ch’ella non lo raggiungeva giammai, tuttochè vi si adoperasse con tutto l’ardore. Epperò ella era travagliata costantemente dal sentimento della sua debolezza, e la sua religione avea un non so che di severo e di malinconico.

Ma come mai potrà miss Ofelia durarla a lungo con Agostino Saint-Clare, gaio, leggero, scettico, non metodico, non positivo, che si farà gioco liberamente di molte abitudini ed opinioni che a lei sono sì care?

[p. 161 modifica]A dir vero ella lo amava. Quando era fanciullo gli insegnava il catechismo, gli racconciava gli abiti, gli pettinava i capelli, dirigeva i primi suoi passi nel cammino della vita. E poichè il cuor di lei nutriva un’af- Agostino Saint-Claire. Capo XIV.


fezione sincera per Agostino, questi, siccome spesso accade, ne avea monopolizzato per sè una gran parte, e non avea dovuto durare lunga fatica a persuaderle che la via del dovere metteva per lei alla Nuova-Orleans, ch’ella vi si dovea recare per vegliare all’educazione di Evangelina, e [p. 162 modifica]salvare ogni cosa dalla ruina e dal naufragio a cui s’andava incontro rapidamente per le continue infermità di Maria. L’idea di porsi al governo d’una casa di cui nessuno si prendea pensiero, la commosse vivamente: oltrecchè avea posto amore a quella cara fanciulletta: e quantunque ella pensasse che Agostino tenesse assai del pagano, pure lo amava, rideva agli scherzi di lui, ne dissimulava i difetti con una indulgenza, che a chiunque li conosceva ambedue, sarebbe sembrata veramente maravigliosa.

Ma i nostri lettori potranno fra breve conoscere più distintamente per se stessi l’indole di miss Ofelia. Giunta ora al termine del suo viaggio, essa è circondata da un confuso ammasso di sacchi da notte di varie dimensioni, di scatole, di casse, ciascuna delle quali contiene qualche oggetto per cui è estremamente sollecita. Grave e con atti di grande attenzione ella sta ordinando, chiudendo e legando ogni cosa.

— «Orsù, Eva, avete voi esaminato se abbiate smarrito nulla? Oh, certo, non ve ne siete dato alcun pensiero; — i fanciulli sono così sbadati! Vediamo: là è il sacco da notte variegato, e la scatola turchina con entro il vostro miglior cappellino; — e due; il mio cofano di caoutchouc — e tre; la mia scatola da lavoro — quattro; l’altra di cartone — cinque; quella ove sono i miei collaretti — sei; la valigia — sette. Che avete voi fatto del vostro ombrello? Datemelo ch’io lo fasci di carta e lo leghi al mio.»

— «Che? non ce ne andiamo diritti a casa? a che giova tutta questa vostra fatica?»

— «A mantenere pulita e in buon essere ogni cosa. Bisogna averne cura, chi vuole che non si sciupino. — Che è del vostro ditale?»

— «Veramente non so.»

— «Sempre senza giudicio! Or bene, esaminerà da un capo all’altro la vostra scatola da lavoro. Un ditale, la cera, due cucchiai, le forbici, un coltello, — sta bene. — Che facevate dunque, mia cara, quando viaggiavate sola con vostro padre? son certa che molti oggetti vi andavano smarriti.»

— «Senza dubbio; ma appena ci soffermavamo in qualche luogo, il papà mi comperava sempre più di quello ch’io avea smarrito.»

— «Misericordia! che vezzo!»

— «Un vezzo assai comodo, mia zia.»

— «È una leggerezza imperdonabile» soggiunse miss Ofelia.

— «Or che faremo? — disse Eva. — Questa valigia è cosi piena che sarà impossibile il chiuderla.»

— «Eppure si dee chiudere» riprese la zia con tuono imperioso e solenne; quindi si diede a comprimere a tutta forza ciò che v’era entro, e s’affaticava di chiuderla, ma la valigia rimaneva ancora schiusa un cotal poco.

[p. 163 modifica]— «Montate qui, Eva — disse Ofelia coraggiosamente. — Ciò che si è fatto una volta dee potersi far nuovamente. La valigia fu chiusa e chiusa a chiave, non vi è che ridire.»

E la valigia, intimidita senza dubbio da un decreto così riciso, cedette; il lucchetto cominciò a cigolare: ella lo serrò a chiave, e la chiave poi fu intascata trionfalmente.

— «Or eccoci pronte. Ov’è vostro padre? Parmi omai tempo di far trasportare questi bagagli. Osservate attentamente se vi fosse fatto di vederlo.»

— «Sì, è laggiù nella stanza degli uomini, e toglie la buccia ad un arancio.»

— «Egli, certo, non sa che siamo presso ad approdare — disse la zia. — Non sarebbe meglio che correste a dirglielo?»

— «Il papà non ha mai fretta — disse Eva; — oltrecche non siamo ancora giunti allo sbarcatoio. Oh affacciatevi qui, zia. Vedete, quella e la nostra casa, là su quell’altura, in capo a quella contrada.»

Il piroscafo intanto cominciava a mandare un sordo fragore come un mostro affaticato, e s’apriva un passaggio tra i molti battelli ancorati. Eva tutta lieta andava accennando col dito le cupole, i campanili, i varii monumenti per cui riconosceva la sua terra natale.

— «Sì, sì, bellissimi — disse miss Ofelia. — Ma diamine! il battello si arresta. Ov’e vostro padre?»

E frattanto cominciava il solito frastuono che non si disgiunge mai dallo sbarco: domestici che correvano confusamente da tutte le parti; facchini che afferravano sacchi, valigie e scatole; donne che ansiose chiamavano i loro bimbi; e una turba compatta che si precipitava alla tavola per cui s’aveva a discendere.

Miss Ofelia «a guisa di leon quando si posa» si assise sulla valigia di cui aveva trionfato pocanzi; dispose in ordine di battaglia tutti gli oggetti che le appartenevano, e parea pronta a difenderli sino all’estremo.

— «Ch’io prenda la vostra valigia, signora?»

— «Ch’io porti le vostre bagaglie?»

— «Vogliono, le mie signore, ch’io tolga queste scatole?»

Questa pioggia di domande cadeva senza sosta da ogni lato sopra miss Ofelia. La quale standosi ritta come un piuolo, in fiero atteggiamento, brandiva il suo involto d’ombrelle, e rispondeva con tale risolutezza, che era atta a sbigottire un vetturino. E di tempo in tempo volgendosi maravigliata ad Evangelina: «Ma ov’e mai, diceva, ov’e vostro padre? Egli non può esser caduto nell’acqua; tuttavia bisogna ben dire che gli sia incolto qualche sinistro.» E mentre cominciava già a temere seriamente per lui, ecco farsi innanzi Saint-Clare mostrando negli atti e nel passo [p. 164 modifica]l’usata indolenza. Il quale porgendo uno spicchio d’arancio ad Evangelina, disse:

— «Ebbene, cugina Vermont, siete pronta, non è vero?»

— «È quasi un’ora ch’io son pronta e vi attendo — rispose miss Ofelia. — V’assicuro che cominciava a stare in ansieta per voi.»

— «La carrozza ci attende, e la folla è finalmente sgombrata, sicchè potremo andarcene in modo decente e cristiano senza urtoni e senza esser pigiati. — Qua, vetturino, prendete tutte queste cose.»

— «Andrò a vegliare che tutto sia collocato sulla carrozza a dovere» disse Ofelia.

— «Oibò! è inutile affatto. Non ve ne date pensiero.»

— «A ogni modo io porterò questo, questo e questo» disse Ofelia, dando di piglio ad un sacco e a tre scatole.

— «Ma, cara cugina, voi volete recar tra noi tutti i costumi delle Montagne Verdi! Bisogna che vi pieghiate un poco ai nostri. Se vi sobbarcate a questo carico, vi avranno per una cameriera. Date ogni cosa a costui: porterà tutto colla stessa precauzione che se fossero uova.»

Miss Ofelia vide con dolore il cugino rapirle tutti i suoi tesori; nè fu tranquilla che quando li rivide sulla carrozza collocati discretamente.

— «Ov’è Tom?» chiese Evangelina.

— «Egli è sulla cassetta, mia cara — rispose Saint-Clare. — Io lo presenterò a tua madre come offerta propiziatoria per quell’ubbriaco che ultimamente fece dar la volta alla carrozza.»

— «Oh! Tom sarà un cocchiere eccellente; io lo so — disse Evangelina. — Egli non si ubbriacherà mai.»

La carrozza si arrestò innanzi a un’antica casa fabbricata secondo quella bizzarra mistura di stile, in parte spagnuolo e in parte francese, di cui durano ancora i saggi qua e là nella Nuova-Orleans.

Era un grande edifizio quadrato, all’uso moresco, nel cui mezzo s’apriva una corte, a cui s’entrava per un’ampia porta ad arco. L’interno della corte era stato evidentemente architettato in guisa da appagare un’imaginazione pittoresca e voluttuosa. Vaste gallerie s’aprivano a’ quattro lati, le quali per gli archi moreschi, per le svelte colonne, pei graziosi ornamenti recavano il pensiero, come in sogno, a quel tempo in cui dominava nella Spagna la fantasia orientale. Nel bel mezzo della corte zampillava in alto una fontana, le cui acque d’argento ricadevano su ampio bacino di candido marmo, e intorno a questo correva un vago orlo di odorose viole. Entro a quel pelaghetto, limpido come cristallo, guizzavano pesci d’oro e d’argento a gran numero, che riempievano le bell’acque di tremole scintille, e rendevano imagine di gemme viventi. Attorno alla fonte girava un sentiero formato di pietre a più colori, connesse in [p. 165 modifica]fantastiche forme: e questo sentiero era circondato di zolle d’un’erbetta così fina, e fitta per modo, che pareva un velluto di verde colore: quindi una spaziosa via, destinata alle carrozze, rasentava i portici da ogni lato. Due melaranci di non comune grandezza spandevano intorno il soave profumo dei loro fiori, e allegravano d’ombre deliziose quel vago recinto. Erano disposti in ordine fra le aiuole molti vasi di marmo rabescati, che contenevano le più belle piante dei tropici. Ampii melagrani dalle lucide foglie, dai fiori colorati a fiamma; arabi gelsomini sparsi le scure foglie di stelle d’argento; rosai bianchi e vermigli curvi sotto al peso dei loro fiori; gelsomini a color d’oro e verbene odorose confondevano insieme le loro tinte e le soavi fragranze, mentre qua e là qualche antico e misterioso aloè sorgeva con le sue foglie bizzarre e massicce, simile a vecchio incantatore, e parea che guardasse alteramente dintorno quelle fragili piante, a cui un breve giro di stagione dovea togliere il soave profumo e la vita.

Da tutti gli archi delle gallerie pendevano cortine di ricche stoffe orientali, che poteano calarsi a talento per rimuovere i raggi del sole. In breve, l’aspetto di quel soggiorno era splendido oltre modo e romantico.

Quando la carrozza entrò nella corte, Evangelina, impaziente per gioia, parea un uccello pronto a sfuggire di gabbia.

— «Oh! non è bella, amabile, la mia diletta casa? — diss’ella a miss Ofelia. — Non è bella?»

— «Sì, è bella — rispose miss Ofelia scendendo; — ma, a dir vero, parmi che tenga un po’ del pagano.»

Tom scese dalla carrozza, e movea intorno lo sguardo riposato, pieno di gioia tranquilla.

È uopo ricordare, che il negro appartiene alle più splendide e superbe contrade del mondo, ed ha in cuore una passione profonda per tutto ciò che è ricco, splendido, imaginoso; passione a cui si abbandona senza ritegno per modo, ch’ei desta il riso della razza bianca assai più fredda e corretta.

Saint-Clare, che amava estremamente il bello e il poetico, sorrise udendo l’osservazione di miss Ofelia; e volto a Tom, il quale con volto radiante di ammirazione stava riguardando, gli disse:

— «Che te ne pare, Tom, ti torna?»

— «Sì, padrone; bella assai.»

Queste parole erano dette mentre si traevano giù le valigie e si pagava il cocchiere, e mentre una folla di servi d’ogni età e statura, uomini, donne e fanciulli venivano correndo traverso le gallerie per veder giungere il padrone.

Il primo tra loro era un giovane mulatto, personaggio evidentemente [p. 166 modifica]assai distinto, che, vestito all’ultima moda, agitava graziosamente un fazzoletto di tela finissima, profumato. Questo personaggio s’era adoperato a tutto potere di respingere all’opppsta parte tutto il gregge dei domestici.

— «Indietro tutti! Arrossisco per voi — sclamò con voce autorevole. — Volete voi intromettervi nelle relazioni domestiche del padrone appena egli giunge?»

A queste frasi eleganti, pronunziate con molta gravità, vergognosi si ritrassero alla rinfusa ad una rispettosa distanza, tranne due robusti facchini, che presero a trasportare i bagagli.

Mercè le sistematiche disposizioni date da Adolfo, allorchè Saint-Clare, pagati i facchini, si volse indietro, non ebbe di rincontro che lo stesso Adolfo, notevole pel suo abito di satin, la sua catenella d’oro, i calzoni bianchi, e per la squisita gentilezza de’ suoi modi.

— «Ah! sei tu, Adolfo? — disse il padrone, stringendogli la mano: — come stai?» E intanto Adolfo andava sciorinando con molta fluidità un discorso estemporaneo preparato con molta cura da quindici giorni.

— «Bene, bene assai — disse Saint-Clare colla solita aria di noncuranza e di scherzo; — è composto a maraviglia. Bada che il bagaglio sia collocato a suo luogo. Aspettatemi qui tutti; ritorno subito.»

E così dicendo, egli condusse Ofelia in una vasta sala di ricevimento che metteva sulla galleria. Intanto Evangelina, vispa come un uccello, correva verso un piccolo gabinetto che s’apriva pure sulla galleria.

Una donna alta, pallida, dagli occhi neri, sorse alquanto dal canapè su cui giaceva.

— «Mamma!», disse Evangelina in una specie di rapimento, gettandosele al collo e baciandola a più riprese.

— «Basta! Bada che tu non mi faccia tornare l’emicrania» disse la madre, poichè l’ebbe baciata languidamente.

Sopraggiunse Saint-Clare; abbracciò la moglie in modo veramente ortodosso e maritale, e quindi le presentò sua cugina. Maria alzò gli occhi verso la cugina, fissandola con una certa curiosità, e l’accolse con languida cortesia.

Una turba di servi s’accalcava allora alla porta, e fra loro una mulatta d’età matura, di rispettabile aspetto, che, tremante di gioia e di aspettazione, si faceva innanzi la prima.

— «Oh! ecco Mammy!» gridò Evangelina; e volandole tra le braccia, la baciò più e più volte.

Costei non disse già che le si facea venir l’emicrania; anzi stringeva teneramente la ranciulletta, e rideva e gridava in guisa da far dubitare del suo senno. Staccatasi da lei, Evangelina corse dall’uno all’altro, dando strette di mano e baci: del che miss Ofelia, come poi affermò, ebbe a sentirsi rivoltato lo stomaco.

[p. 167 modifica]— «In fede mia — disse miss Ofelia — voi abitanti del Sud fate certe cose a cui non saprei in verun modo piegarmi.»

— «Di grazia, che mai?» chiese Saint-Clare.

— «Io certo sono cortese con tutti; e tolga il cielo ch’io volessi far male ad alcuno. Ma quanto a baciare...»

— «I Negri? — disse Saint-Clare. — Non sapreste piegarvici, è vero?»

— «Appunto. Come mai essa può farlo?»

Saint-Clare sorrise e uscì dalla stanza.

— «Olà, qui tutti: Mammy, Gimmy, Polly, Sukey; siete contenti di rivedere il padrone? Badate ai ragazzi — aggiunse egli, inciampando in un piccolo negro che trascinavasi carpone. — Se per disgrazia pongo i piedi sopra ad alcuno, avvertitemene.»

Gli schiavi ridevano di tutto cuore, e colmavano di benedizioni il padrone, mentre Saint-Clare distribuiva fra loro alcune piccole monete.

— «Orsù, ora andatevene come buoni ragazzi.»

E tutti si difilarono verso la porta, e riuscirono in una vasta galleria, ove furono seguiti da Evangelina, che portava un sacco ch’ella avea riempiuto di noci, di mele, di confetti, di nastri, di pizzi, di ninnoli d’ogni maniera, raccolti da lei durante il suo viaggio.

Allorchè Saint-Clare si volse per uscire, gli venne per avventura veduto Tom, il quale stava in disparte assai a disagio, reggendosi ora su’ l’un de’ piedi, ora sull’altro; mentre Adolfo, indolentemente appoggiato al muro in capo alla scala, lo esaminava con un cannocchialino da teatro in un contegno da disgradarne il dandy più grazioso.

— «Ah, mariuolo! — disse Agostino, facendogli smettere il cannocchiale; — tratti così il tuo compagno?.... Mi pare, Adolfo — soggiunse, mettendogli il dito sopra il bel corpetto di raso — mi pare che sia il mio.»

— «Oh! — rispose Adolfo — era tutto macchiato di vino; e ho compreso che un gentiluomo, come voi siete, l’avrebbe smesso indubitatamente. Questo corpetto non disdice ad un povero negro come son io.»

E Adolfo scosse il capo, e si pose graziosamente le dita tra’ capelli profumati.

— «Lo credi? — disse Saint-Clare sbadatamente. — Or vado a presentare Tom alla sua padrona; quindi tu lo condurrai in cucina. Bada bene di non pigliargli campo addosso colle tue smancerie. Egli vale assai più che due mariuoli tuoi pari.»

— «Il mio padrone ama sempre scherzare — disse Adolfo ridendo: — m’è caro di vederlo così di buon umore.»

— «Vien qui, Tom» disse Saint-Clare.

Tom entrò nel salone. Egli osservava maravigliato i finissimi tappeti, la ricchezza degli specchi, de’ quadri, delle statue, degli arazzi. Era [p. 168 modifica]attonito, come la regina Saba innanzi a Salomone. Parea che non ardisse por piede su quel pavimento.

— «Guardate, Maria — disse Saint-Clare a sua moglie. — Vi ho condotto alfine un cocchiere eccellente. Quanto è nero, altrettanto è sobrio. Vi condurrà così adagio, se lo bramate, come una comitiva funerale. Aprite gli occhi, e guardatelo. Non potrete più dire ch’io, quando son lungi, non penso a voi.»

Maria aperse gli occhi e li fissò in faccia a Tom.

— «Pongo pegno ch’egli si ubbriaca come gli altri.»

— «M’hanno assicurato ch’egli è sobrio e pio.»

— «Desidero che sia così; ma ne ho poca speranza.»

— «Adolfo — riprese Saint-Clare — mostra a Tom la scala che scende alla cucina: e ricordati di ciò ch’io ti ho detto.»

Adolfo si mosse innanzi graziosamente, e Tom a passo grave gli tenne dietro.

— «Egli è un vero mastodonte» disse Maria.

— «Orsù, mia cara — disse Saint-Clare, sedendosi sopra una seggiola accanto al sofà: — siate graziosa, e consolate il vostro amico di qualche dolce parola.»

— «Siete stato assente quindici dì più che il tempo prefisso» disse Maria, facendo le smorfie.

— «Ma ve ne ho scritte le cagioni.»

— «Quanto era fredda e laconica la vostra lettera!»

— «Mia cara, il corriere era sul partire, e bisognava ch’io fossi breve, o che non vi scrivessi affatto.»

— «Sempre così! non vi mancano mai pretesti per allungare i viaggi ed accorciare le lettere!»

— «Guardate — aggiunse Saint-Clare, traendosi di tasca un elegante astuccio di velluto ed aprendolo. — Questo è un dono che vi ho recato da Nuova-Jork. È un ritratto al dagherotipo nitido e delicato quanto un’incisione; e rappresenta Evangelina e il padre di lei stretti per mano.»

Maria guardò il ritratto, dando manifesti segni di scontento.

— «Chi vi ritrasse in una posizione così sguaiata?»

— «Sia pure! La posizione può essere oggetto di pareri diversi. Ma che dite voi della somiglianza?»

— «Se non vi curate del mio parere in un caso, non ve ne curerete, credo, in un altro» disse Maria, chiudendo l’astuccio.

«Il malanno che ti colga! — disse Agostino mentalmente; e ad alta voce: — or via, non mi fate bambinerie. Che ne dite della somiglianza?»

— «Mostrate veramente poco giudizio — rispose Maria, — volendo ch’io badi a queste cose. Sapete che fui tormentata tutto il dì dall’ [p. 169 modifica]emicrania; e dacchè siete giunto c’è in questa casa un frastuono, che ne sono sbalordita.»

— «Siete solita a soffrire di mal di capo, signora?» chiese miss Ofelia, sorgendo improvvisamente dal fondo di un seggiolone su cui era seduta, tutta intenta a far l’inventario dei mobili e a calcolarne il valore.

— «Sì — rispose Maria; — e per me è un vero martirio.»

— «Il decotto di ginepro è un rimedio eccellente, per quanto mi disse la moglie del diacono Abramo Perry; e l’autorità di lei in questa materia è di gran peso.»

— «Or bene; io farò cogliere i primi grani di ginepro che matureranno nel nostro giardino, e ne faremo la prova — disse Saint-Clare, dando gravemente la stratta al cordoncino d’un campanello. — Ma voi, cugina, dovete essere stanca del viaggio, e aver bisogno di riposo. Adolfo, di’ a Mammy che venga.»

La decente mulatta, ch’Evangelina avea abbracciata così teneramente, subito entrò. Ella avea in capo un gran turbante rosso e giallo, regalatole dalla fanciulla, e dalla stessa acconciatole in testa.

— «Mammy — disse Saint-Clare — affido questa signora alle vostre cure. Essa è stanca, e ha bisogno di riposo. Conducetela alla sua stanza, e fate che nulla le manchi.»

E miss Ofelia si allontanò, preceduta da Mammy.