La casa del poeta/Denaro

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Denaro

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Il terzo Tramonti

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DENARO

Era finalmente arrivato, dall’America. Cifra rotonda: cinquanta mila lire.

La piccola vedova andò dunque dal suo parente Merlin, impresario di costruzioni edilizie, per domandargli se aveva da venderle subito un appartamento.

— Nelle due camere al pianterreno, che tu mi hai venduto anni or sono, non ci posso più stare: sono umide e mi hanno fatto venire i dolori reumatici. Eppoi fra poco i ragazzi torneranno, Giuseppe dal servizio militare, Gianni dall’America: abbiamo dunque bisogno di allargarci.

L’uomo ascoltava indifferente: non occorreva ch’ella cercasse quasi di scusare, con la rete di tutte quelle parole, l’incipiente fortuna della sua famiglia.

— Già! Gli affari di Gianni vanno dunque bene.

— Benissimo. Ma il clima non gli va, e quindi conta di tornarsene al più presto: tro [p. 174 modifica]verà da fare anche qui. Giuseppe, poi, riavrà il suo posto alla Banca. Me lo ha assicurato lo stesso direttore, quando ho riscosso il vaglia. Oh, per questo non posso lamentarmi: bravi ragazzi, che, dopo la disgrazia del padre, sono stati la mia consolazione. Allora, Merlin?

Egli pareva adesso preso da un subito calcolo. Abbassò la grossa testa irsuta e si afferrò il largo mento con la mano animalesca di antico manovale. C’era in tutta la sua persona qualche cosa di trogloditico, come se egli fosse sbucato da tutti quei monti di laterizî, dalle dune di pozzolana o meglio ancora dagli scavi intorno.

— Adesso vediamo. La somma l’hai pronta, dunque? Avrei un appartamento di quattro camere e cucina: costa molto di più; ma potrei prelevare le tue due camere. Ti va?

Le andava benissimo.

— Lasciami prima parlare con Giuseppe, che verrà domani in licenza.

— Va bene. E tu, adesso, con chi stai?

— Con chi vuoi che stia? Sola, col pensiero dei miei ragazzi. E tu, che fai? Ho sentito dire che finalmente ti decidi a prender moglie.

Sul viso pietroso di lui si diffuse un’aria giovanile: e con la sua voce grassa cadenzata egli confermò la notizia. La donna insisté:

— Sappiamo che è ricca e brava. Speriamo di conoscerla. Adesso...

Ella voleva dire: adesso che io e i miei ragazzi [p. 175 modifica]non siamo più bisognosi, è sperabile che il parente Merlin, noto per la sua fortuna e la sua spilorceria, non ci sfugga e finga di non conoscerci.

Disse invece, con l’evidente inquietudine di chi ha in casa un tesoro incustodito:

— Adesso bisogna che vada. Tornerò domani con Giuseppe.

Egli l’accompagnò fuori dello spiazzo della costruzione: passo passo l’accompagnò lungo il marciapiede fino allo svolto della strada, poi fino al bar, dove volle offrirle un aperitivo, e, insomma, fino alla casa di lei per vedere in che stato si trovava l’appartamentino.

Era sempre lo stesso uomo, rigido e freddo come un gendarme, con la grossa testa piegata da un lato, per il peso forse dei calcoli e delle preoccupazioni; e lasciava che parlasse tutto lei, dapprima inorgoglita dalle attenzioni di lui, e poi lievemente eccitata dal bicchierino velenoso del bar: e lei parlava, trottolandogli accanto come un cagnolino nero; e sentiva finalmente che il denaro, come in una novellina popolare dei suoi tempi, ha la potenza di animare anche le statue di pietra. [p. 176 modifica]

La sua soddisfazione crebbe, anzi sbocciò in felicità grande, quando verso sera si vide arrivare d’improvviso il figlio Giuseppe.

Anche lui era felice, come del resto lo era stato sempre. Un sorriso d’angelo, rivolto a tutti ed a tutto, gli socchiudeva la lunga bocca sottile, sopra la quale un grande naso fino, dalle narici diafane, si protendeva a fiutare anch’esso di continuo qualche cosa che sapeva di buono. Gli occhi primaverili, poi, azzurri verdi lattei, erano ancora come la madre li aveva veduti al loro primo spalancarsi. E quando egli l’abbracciò, sebbene la stringesse forte con le sue lunghe braccia e le facesse sentire tutta l’asprezza del vestito militare, ella gli disse:

— Va là, mi sembri uno di quei soldatini di carta coi quali giocavi da ragazzo.

Per sembrarlo di più, egli si disarmò: aveva anche la rivoltella, lusso che un regalo del fratello gli aveva permesso; ed essendo carica, la mise sulla mensola alta della credenza; poi girò per la casa, fiutando l’odore del suo passato di ragazzo povero ma contento.

— La nostra fortuna non mi meraviglia, — diceva con calma alla madre, — e poi è appena cominciata. Io lo sapevo già che si sarebbe stati contenti. Siamo gente buona, che lavora, che fa il proprio [p. 177 modifica]dovere. Dio ci ha portato via il babbo, ma non ci ha lasciato orfani: perché Dio è sempre il padre della gente per bene.

Questi discorsi non meravigliavano la madre, neppure a sentirli in bocca a quel palo di suo figlio vestito da granatiere: erano l’eco dei suoi insegnamenti, il fiore spuntato dalla sua lunga pazienza, dalla sua religione di madre.

Serata felice fu quella per loro due, accompagnati, nella quiete della piccola casa, dall’ombra luminosa del figlio lontano. La stanzetta da pranzo, che di giorno era grigia e triste per la luce bassa del cortile interno del palazzone popolare, rischiarata adesso dal globo lunare della lampada elettrica, sembrava un’altra. Arabeschi d’oro risaltavano sulla carta verdastra delle pareti: sull’ottomana dello stesso colore, che alla notte serviva da letto, mazzi di peonie e di tulipani inverosimili si offrivano, con la gioia sfacciata dei loro colori, a chi li guardava. Un po’ d’oro e fiorellini più miti sorridevano anche attraverso il cristallo della credenza, sull’orlo delle tazzine da caffè, sulla pancia scintillante della zuppiera, sul cappuccio del bricco per il latte: tutto pulito, in ordine, in solitudine.

Madre e figlio, intorno alla tavola ovale, parlavano senza sosta: di Gianni, del suo commercio di frutta secche, dei suoi progetti, dell’avvenire. La parola "denaro" sbocciava come il lieto motivo di tutto il loro discorso, ma senza risonanze [p. 178 modifica]avide, anzi con devoto rispetto, come la parola "salute" in casa di gente che è stata a lungo inferma.

— Non saremo mai ricchi come quell’arpia dello zio Merlin, ma...

La madre intervenne, convinta.

— Non parlare così di lui; oggi, con me, è stato come un fratello.

— Oggi! Perché calcolerà di fare un bel guadagno alle nostre spalle. Ma che sia stato mai capace di mandare un piccolo vaglia a questo disgraziato granatiere che ha bisogno di due razioni di pagnotta!

— Non importa, Geppe: d’ora in avanti tutto andrà meglio.

E con questa certezza nel cuore, madre e figlio si disposero a passare la notte: lei nella camera da letto che era a destra del piccolo ingresso, lui nella stanza da pranzo. Preparò da sé il letto, ma prima di coricarsi, poiché non aveva voglia di uscire, lesse e rilesse una rivista illustrata, dalle cui pagine una mezza dozzina di belle artiste cinematografiche, una più smorfiosa dell’altra, invano tentavano di toglierlo dalla sua casta soddisfazione di ragazzo finalmente ricco. [p. 179 modifica]

Quando le attrici svenevoli, i grandi avvenimenti mondiali, i costumi delle bestie, le caricature, i motti per ridere, le sciarade e le "figure da ricomporsi" furono passati e ripassati in rivista, egli sbadigliò e se ne andò a letto: e subito, come un sacco di sabbia nel mare, cadde in un sonno profondo.

Ma aveva mangiato troppo, quella sera, e sogni brutti non tardarono a tormentarlo. Ecco, è tornato in caserma: ha nascosto, nella cassetta militare, il bel volumetto dei cinquanta biglietti da mille consegnatogli dalla madre; ma i commilitoni lo sanno e tentano di rubarglielo. Ad ogni modo c’è anche la madre, che si è nascosta nella camerata e veglia: e quando un soldato nudo, tutto peloso, striscia fino alla cassetta e introduce un uncino nella serratura, ella grida:

— Geppe mio!

La sua voce muore strozzata, e Giuseppe si sveglia, freddo di terrore: vede un barlume sulla vetrata del suo uscio e indovina subito la verità. I ladri sono in casa.

D’un salto prese la rivoltella e fu nell’ingresso. Un mostro nero, armato e mascherato, era nella camera della madre: frugava nel cassettone, con le spalle all’uscio aperto, e fece appena a tempo [p. 180 modifica]a voltarsi che Giuseppe lo colpì alla testa. Cadde bocconi e non si mosse più.

Solo allora il giovine vide la madre imbavagliata, nel letto disfatto. Gli occhi di lei erano aperti, vivi, ma traboccanti di uno spavento senza fine.

— Non ti muovere — egli disse, dopo essersi assicurato ch’ella non era ferita. — Bisogna prima avvertire la Questura.

E la baciò, per rianimarla e rianimarsi. Ma il gelo col quale le cose terribili e inesplicabili della vita incrinano per sempre il cuore dell’uomo, tornò a colpirli, quando l’agente della Questura, volto in qua il morto, che giaceva nel suo sangue come l’ubriaco nel vino vomitato, gli spiccicò dal viso la pelle nera-rossastra della bautta, e madre e figlio riconobbero in lui l’impresario Merlin.