La casa del poeta/L’amico

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L’amico

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Tramonti La sorgente

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L’AMICO

L’amico aveva portato a casa un cane. Per quanto la tenesse forte al guinzaglio, la bestia irritata, ansante, rossa e tornita nei fianchi come un leone, mise subito la casa in subbuglio. Il primo a salvarsi fu il gattino di due mesi, allegro e felice come uno sposo: si rifugiò in una cameretta in fondo al corridoio, dove poco dopo lo raggiunse, chiudendo l’uscio a chiave, la donna che conviveva col nuovo padrone del cane. E ansava anche lei, con gli occhi neri brillanti nel viso grigio; poiché l’amico, alle sue proteste di non voler in casa la bestiaccia, le aveva dato uno spintone, dicendole che poteva andarsene via lei.

— A questo punto siamo arrivati. Ma davvero! Dopo che da tanti anni sono io il suo cane, la sua serva e il suo zimbello. Ma io te l’avveleno, quella belva, osto!

Sebbene mascherata, la bestemmia, in quella bocca appassita e ormai rassegnata, spaventò i santini e le madonnine, le palme benedette e i [p. 190 modifica]fiori di carta che, con lo sfondo verde umido della piccola finestra munita d’inferriata, davano alla cameretta un colore di oratorio campestre. Anche il gattino, spaurito, saltò in grembo alla donna, ed ella si consolò e si confidò con lui.

— Glielo avveleno, vedrai; poi mi avveleno io. Così non può durare. Oh, oh, oh, oh...

Ella singhiozzava, sul gomitolo di seta nera del gattino, e il gattino, da par suo, ritornato contento e birbante, le graffiò il mento.

— Ah, mascalzone, va giù: tutti così, in questa casa, ingrati e traditori.

Ma il suo sdegno cadde subito, anzi si accese in gioia, poiché l’amico bussava all’uscio.

— Mina, ragazza, — diceva la sua voce di fagotto, — smettila con le tue scempiaggini. Ho fame.

Al sentirsi chiamare ragazza dall’uomo che aveva dieci anni meno di lei, Mina balzò agile, aprì e fu nuovamente sotto il completo dominio di lui.

Anche il cane s’era accucciato da padrone davanti al camino; anzi, nel veder la donna, si sollevò e ringhiò; ma ad un cenno dell’uomo tornò a mettersi giù, con la testa sulle zampe.

Piegata sul fuoco per finir di preparare la cena, Mina provava un senso di paura quasi angosciosa: le pareva di aver accanto davvero una belva maligna, dalla quale esalasse un ardore di pericolo più grande di quello del fuoco. Invano [p. 191 modifica]l’uomo, seduto davanti alla tavola già apparecchiata, tentava di rassicurarla.

— È il cane del mio collega, il fattore Brighenti, che me lo ha regalato perché lui ha preso un cane da caccia, che con questo qui, gelosi l’uno dell’altro, non smettevano di azzannarsi. Questo però è una brava bestia.

La donna non rispondeva; rispondeva però il cane, con un tremito ed un lieve ansare di gioia.

— Vedi, capisce che si parla di lui: è più intelligente e buono di certe creature battezzate.

— Egli parla di me — pensava la donna, ma non apriva bocca. Non sapeva perché, la presenza del cane le dava un senso d’incubo, quasi di terrore: quindi, le parole dell’uomo, mentre lei lo serviva a tavola, la turbarono maggiormente.

— Adesso gli darai da mangiare: così farete amicizia. Su, Leo.

Il cane volse la testa severa verso la donna e parve scrutarne le intenzioni; poi, ai richiami insistenti del padrone, si alzò e sbadigliò. Era, il suo arrendersi, un modo umile e quasi tenero di dar ragione all’uomo che gli voleva bene: quella che non si arrendeva era la donna; anzi ella sentiva aumentare la sua pena ostile; poiché non era più paura, la sua, non dispetto, neppure odio, ma una passione più inumana e tormentosa: era gelosa del cane, come questo del suo compagno. [p. 192 modifica]

L’amico insisteva, versandosi da bere nel boccale di smalto giallo:

— Va là, scempia, dàgli da mangiare: non vedi che ha fame? Subito qui, Leo.

Al comando, la donna buttò un osso per terra: il cane lo annusò, ma non lo prese.

— Daglielo con la mano.

Ella obbedì: la bestia addentò l’osso, poi lo lasciò ricadere per terra.

— Eppure ha fame. Prendi, stupido.

Adesso, sì, il cane prende con slancio ed avida gioia tutto quello che l’uomo gli butta a volo.

— Vedi? Vedi? Da te, cretina, non prenderà mai niente, perché sei una ipocrita, falsa e maligna. Va via di qui — romba la voce di fagotto.

Ed ella si ritrasse smarrita, ricordando che infatti aveva stabilito di avvelenare il cane; ma non ebbe neppure la forza di ritirarsi ancora nella cameretta delle madonnine. Sentiva che una sola parola e un solo atto di dispetto avrebbero esasperato l’uomo fino alla violenza: si piegò quindi nell’angolo del camino, cercando di nascondersi: poiché le pareva che anche le cose intorno la respingessero e la ripudiassero. Il quadro dominante schiacciava la sua piccola figura, torbida fra la zona rossa del fuoco e il chiarore [p. 193 modifica]verde-viola della finestra, sul cui sfondo giganteggiava la sagoma dell’uomo massiccio e biondo, col cane fulvo ai piedi e il boccale d’oro in mano.

Il peggio fu quando egli se ne andò, senza salutarla, senza neppure raccomandarle la bestia: la quale d’altronde, avendo compreso che non aveva più nulla da temere, si accucciò sotto la tavola e rimise la testa sulle zampe.

Pareva dormisse: ad ogni buon fine, la donna sparecchiò e rimise tutto a posto camminando in punta di piedi: e si sentiva peggio che sola, in compagnia del cane; con un’acerba tristezza in cuore, per la luna cremisi d’autunno che pendeva come un frutto misterioso tra il fogliame della finestra, per la lontana risata di una ragazza, che doveva essere in compagnia di un uomo.

— Oh, ridi pure, ragazza: verrà anche per te il giorno dell’abbandono, quando la tua vita sarà come un campo mietuto, senza una sola spiga lasciata dal tuo padrone.

Questo pensiero non bastava però a confortarla: anzi, ella chiuse con dispetto la finestra e tornò davanti al camino. Ed ecco, mentre stava piegata a coprire il fuoco, si sentì tirare la sottana: rabbrividì, credendo fosse il cane; poi si rallegrò infantilmente, accorgendosi che il gattino rassicurato dalla quiete della casa e dal silenzio di Leo, era tornato in cucina e riprendeva a trastullarsi. [p. 194 modifica]

— Ah, birba, sei qui? Ma non vedi chi c’è?

Sì, lo vedeva bene, chi c’era, il gattino spavaldo; ma non aveva paura. Aumentata la sua allegria dalle penombre della sera, scappò di mano alla donna e saltò fino alla parete in fondo alla cucina; andando incontro alla sua ombra, con la quale si mise a scherzare.

Mina tremava per lui: come lui agile e silenziosa corse per riprenderlo, e non le riuscì: non solo, ma lo spensierato folletto parve schernirla, saltando sulla tavola, poi qua e là sulle sedie e infine di nuovo nel corridoio.

Ella fu ripresa da uno struggimento di gelosia: sentiva che il gatto, da lei salvato dal fosso e allevato come un bambino, sarebbe diventato più amico del cane che suo: e il cane ne avrebbe accettato l’amicizia.

Sedette di nuovo sulla pietra del camino, ed ebbe l’impressione che la cenere ammucchiatavi dentro fosse quella della sua vita: non una scintilla più doveva scaturirne. L’uomo al quale ella aveva dato tutto la scacciava; neppure le bestie le volevano più bene. D’altra parte, che fare? Non sapeva dove andare, non aveva un’anima amica: credeva ancora in Dio per non pensare ad uccidersi; anzi, al ricordo di chi tutto vede e tutto pesa, si piegò di nuovo rassegnata.

— Vuol dire che comincia anche per me il purgatorio: sia fatta la tua volontà, o Signore.

E le parve di voler bene anche al cane. Dopo tutto [p. 195 modifica]era una bestia necessaria in casa, adesso che il padrone stava fuori quasi tutta la notte, e lei, spesso, aveva paura dei ladri.

— Quando verrà l’inverno ci faremo buona compagnia. Allora si riavvicinerà anche quel mascalzone del gatto. Anzi bisogna che ti prepari la ciotola per bere, povero Leo.

E lo fece. Ed ecco, nel sollevarsi vide che una fiammella celeste, una specie di fuoco fatuo, sgorgava da un foràmine della cenere; tornò al suo posto per ricoprirla, ma non lo fece subito; gli occhi le si incantarono nel guardarla; il tempo passò: di nuovo ella sentì qualche cosa di vivo al suo fianco, di nuovo fu avvinta da un laccio di sogno; ma come diverso dal primo! Il cane aveva lasciato il suo posto di soggezione per tornare davanti al camino. Ella tese la mano, per toccarlo, timidamente, come un cieco che cerca un sostegno: il cane gliela leccò. Allora ella sentì davvero mancarle il respiro; perché quello che succedeva nel suo cuore, riaperto all’amore che dà e riceve e non ha limiti nei regni della natura, era un mistero ch’ella non poteva e forse nessuno sa spiegarsi, ma che le ridonava il senso della giovinezza. [p. 196 modifica]