La casa del poeta/La sorgente

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La sorgente

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L’amico Il cieco di Gerico

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LA SORGENTE

Il giovane padrone ed il suo vecchio servo Pietro andavano a messa. Era una domenica di luglio, fulgida di azzurro e di verde, d’oro e di rosso: persino le gelide e dure tartarughe, lasciati i loro covi umidi, stridevano d’amore; e le vipere giovani attraversavano rapide i sentieri, a testa alta, con gli occhietti umani lucenti di gioia.

Eppure il vecchio servo brontolava.

— Ammazzali, questi contadini; non sono buoni neppure a schiacciare le vipere ed a mangiarsi, cotte in umido, le squisite tartarughe. Guarda poi, padrone, come il frumento è invaso dai rosolacci e come gli alberi sono pieni di formiche. Questi maledetti villani non sono buoni che a rubare nella divisione della raccolta ed a praticare l’usura nel vendere. Non parliamo poi di questi poltronacci qui, golosi, superbi e libertini. Uno di loro, il più anziano, è stato questa notte con una donna maritata.

A questo punto il padrone, dal quale tutti quelli [p. 198 modifica]maltrattati dalla lingua sciolta del vecchio servo dipendevano, e che stava ad ascoltare distratto, o meglio come in estasi per la visione meravigliosa della natura intorno, si fermò un momento, colpito; ma subito scosse la testa quasi per significare «lascia correre, Pietro, sono cose del mondo», e riprese a camminare.

Poiché i fannulloni, golosi e donnaiuoli, a detta del servo, erano i frati del convento verso il quale i due uomini andavano per ascoltare la messa.

La piccola chiesa era già gremita di popolo; nel bel prato davanti, tutto ombreggiato d’alberi, si attardavano solo alcuni vecchi che nel veder passare i due nuovi venuti si misero la mano sopra le irte sopracciglia gialle per guardare meglio.

Il padrone salutava tutti, mentre Pietro stringeva le labbra per non proseguire nelle sue aspre osservazioni.

La porta della chiesetta era spalancata: si vedeva in alto, sopra la massa bruna punteggiata di viola e di bianco degli uomini e delle donne già tutti inginocchiati, l’altare bianco e scintillante come una tavola apparecchiata: ma il celebrante si faceva aspettare. Quando questi apparve, alto, vestito di bianco, roseo e liscio in [p. 199 modifica]viso come una donna, il padrone, che con Pietro aveva preso posto in un cantuccio in fondo alla chiesa, vide d’un tratto il servo, già inginocchiato, balzare in piedi e andarsene fuori dando qualche gomitata ai vecchi fedeli ritardatari.

Il giovane signore non pensò neppure di seguire il servo e domandargli che cosa succedeva: rimase anzi inginocchiato, sempre più raccolto in sé, ad assistere al divino mistero.

Gregario umilissimo fra gli umili gregarii suoi dipendenti, nessuno di questi lo riconobbe: tanto che, finita la messa, egli rimase ultimo, e quando uscì vide, nel prato, solo, appoggiato ad un albero, il vecchio servo bisbetico che lo aspettava.

— Ebbene, Pietro, che ti è successo?

Pietro lo guardò stupito, quasi esasperato.

— È possibile, — disse, dandogli come al solito del tu, — è mai possibile che tu, con tutta la tua intelligenza, proprio tu non abbia indovinato?

L’altro taceva, interrogandolo solo coi suoi dolci occhi di mandorla fresca.

Pietro tese il braccio, col pugno stretto, verso il convento.

— Quel frataccio era il meno degno di celebrare la messa: è lo sporcaccione che ha passato la notte con una donna maritata. [p. 200 modifica]

Rifecero la strada che conduceva alla casa del padrone, lassù dove la pianura sconfinava con l’azzurro del cielo. Solo una donna, a metà strada, riconobbe il giovane signore ed uscì frettolosa dall’aia della sua fattoria per salutarlo. Era una ricca contadina, già anziana ma ancora fresca, rossa e bruna. Prima di tendere la mano al padrone se l’asciugò col grembiule, sebbene non fosse bagnata, e mentre lui gliela teneva entro la sua candida e quasi incorporea, ella, al solito, cominciò a lamentarsi:

— Tutto a me tocca a fare, nella mia casa e fuori; sono io che dirigo i lavori dei campi e tengo da conto i raccolti; mio marito ed i miei figli lavorano sì, anch’essi, ma pensano anche a spassarsela, a mangiar bene, a vestirsi con lusso, a frequentare le sagre e le fiere, a bere ed a fare all’amore. Io sola non mi prendo nessuno svago: il boccone più scarso e scondito è il mio; le mie vesti sono sempre le stesse. Eppure i miei uomini non riconoscono le mie virtù, anzi mi accusano di avarizia e a volte arrivano a maltrattarmi. Che ho da fare per contentarli?

Il padrone domandò:

— Sei tu contenta di te stessa?

— Oh, questo sì. Quando, la notte, stanca, vado a riposarmi e penso: ho fatto il mio dovere, [p. 201 modifica]e domani ricomincerò, mi pare di entrare nel regno dei cieli.

— Tu lo sei già, Cosima Damiana — egli le disse sorridendo; ed ella rientrò in casa tutta raggiante, come se avesse trovato un ultimo adoratore.

Pietro, si sa, continuava a brontolare: era il suo mestiere.

Oltrepassato il campo della brava contadina, mentre la strada si faceva alquanto erta ed il sole scottante, egli disse:

— Invece che venirci a cantare le sue lodi, avrebbe fatto meglio, quella comare, ad offrirci una limonata. Stavo anzi per chiedergliela, ma ho avuto timore di disturbare la sua avarizia: ed ho fatto male, perché adesso crepo di sete.

— Troveremo qualche sorgente.

— E dove la troveremo, adesso? Non vedi che ci siamo inoltrati nello sterpeto, e tempo ci vuole, prima di rientrare nel coltivato.

— La troveremo, vedrai.

Ma Pietro sbuffava e sudava; nella bocca arida la sua linguaccia rifiutava di muoversi oltre.

Il padrone lo sbirciava, camminando lieve e silenzioso sulla polvere che pareva cenere calda. Quando vide che il servo non ne poteva più si fermò; col bastoncino dorato che teneva in mano aprì la siepe della strada e con gioia il vecchio vide che di là, in un recesso, fra pietre e verdi rovi coperti di rose canine, gorgogliava una fontana. Aprì a forza di braccia la siepe, ed [p. 202 modifica]entrambi penetrarono nel luogo improvvisamente fresco e delizioso: e mentre si piegava e beveva dalla coppa nodosa delle sue mani giunte, il padrone sedette su una pietra e col bastoncino cominciò a segnare parole misteriose sul musco del suolo.

Quando Pietro si fu dissetato, e con le mani bagnate si rinfrescò anche il viso, il padrone gli domandò:

— Sei contento?

— Sono come quella donna quando va a riposare: mi pare di essere nel regno di Dio.

— Dunque quest’acqua è buona; ne convieni? Sì: ed altrettanto buona era la messa, alla quale tu non hai voluto partecipare. Ebbene, Pietro, tu mi darai adesso una soddisfazione: va e cerca la sorgente di questa fontana.

Pietro andò: poco dopo riapparve atterrito ed umiliato.

— Padrone, l’acqua di questa fontana zampilla da un cranio di bestia pieno di vermi.

Il padrone non replicò; ma, scritte sul musco, il servo lesse queste parole:

— Se tu paragonavi la messa all’acqua della quale si ha sete, che t’importava della sorgente?

Poi entrambi, Gesù ed il suo servo Pietro, venuti di persona a verificare come andavano le cose di questo mondo, ripresero a camminare verso la loro casa, lassù dove la terra sconfinava con l’azzurro dell’orizzonte.