La casa del poeta/Il cieco di Gerico

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Il cieco di Gerico

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IL CIECO DI GERICO

Quando il nobile don Felice Maria Chessa De-Muro previde la terribile disgrazia che doveva accadergli, sparì quasi misteriosamente dalla sua casa e dal suo paese.

Gli amici, e tanto meno i nemici, dovevano sapere che egli temeva di diventare cieco: i primi se ne sarebbero inutilmente addolorati, i secondi ancora più inutilmente rallegrati.

Dunque, partenza. Senza valigia, senza neppure cappotto, col suo vestito alquanto goffo e trasandato di tutti i giorni, il colletto di colore e la cravatta nera un po’ bigia di grasso, ma con le tasche ben fornite di biglietti da mille, dopo aver detto alla vecchia e potente madre che ancora amministrava l’ingente patrimonio del quale era usufruttuaria:

— Oh, mama, vado a Roma per veder di collocare bene il nostro formaggio stagionato; e questa volta, poi, voglio proprio vedere il Papa — si guardò nello specchio grande, cosa che prima non usava mai fare. [p. 204 modifica]

Attraverso le ombre che gli passavano davanti agli occhi, ed erano ardenti come fiamme nere, si vide da capo a piedi; e vedersi e pensare ad una quercia fu tutt’uno per lui. Piuttosto piccolo di statura, robusto senza essere grasso, aveva una grande testa resa enorme dai capelli crespi, di un grigio che tendeva al rosso come appunto la chioma invernale delle querce: e come il picchio nel cavo del tronco di queste, gli pareva che dentro i suoi occhi verdognoli si annidasse e vi battesse incessantemente il becco un uccello divoratore.

Era stato altre volte a Roma, e la conosceva a menadito: ma non era dentro la città ove egli andava.

Scese alla stazione di Portonaccio, ed a piedi s’internò nei dintorni, nelle strade della campagna dove però la città lentamente inonda e sommerge le abitazioni rurali.

Egli non ricordava bene il nome della località ch’era la sua mèta, ma ne ritrovava la strada, dapprima larga, con palazzi in costruzione accanto a casupole nere con scalette esterne e ballatoi cadenti; e fra gli uni e le altre sfondi di verde con note violente di papaveri e macchie [p. 205 modifica]pallide di sambuco; poi assottigliata in un viottolo fra siepi di biancospino e campi di fave piegate sotto il peso dei loro lunghi baccelli cornuti.

Ecco finalmente il lieve groppo, che dall’altra parte si sprofonda in un largo avvallamento, ecco la casetta rossa e la lunga tettoia dove Alessandra Porcheddu, la sua antica serva, da molti anni qui emigrata col marito ed altri compaesani, esercita una rustica trattoria frequentata da carrettieri di passaggio, dagli operai delle nuove costruzioni, e soprattutto dai casari dei dintorni. Anche il marito della donna ed i figli grandicelli lavorano nei caseifici sottostanti; mentre i marmocchi ultimi, scalzi, terrosi e selvatici, giocano fra le ginestre e i canneti sotto il ciglione.

Fu uno di questi bambini, con la testa grossa come quella di don Felice, ma bello rosso e con due occhi di stella, che primo si accorse del forestiero e salì a darne l’annunzio alla madre.

Ella si affacciò all’uscio fumoso della cucina, che comunicava con la tettoia, riparate dalla quale alcune tavole unte e vinose aspettavano gli avventori; e nel riconoscere l’antico padrone si mise a ridere: ma di un riso silenzioso che solo scopriva i grandi denti di madreperla e dorava il suo viso di beduina.

Anche l’uomo, nel rivederla, piccola, rigida e squadrata come un idolo di legno, con tutto [p. 206 modifica]quel cordame di trecce fuligginose che pareva le imprigionasse la testa e non le permettesse di muovere i lineamenti neppure sotto la scossa del riso, si sentì come trasportato nel tempo: le ombre davanti ai suoi occhi si diradarono, ed egli si rivide giovane, poderoso, con la vita al guinzaglio.

— Oh, Lisendra, come andiamo?

— Oh, don Felis, come mai qui?

— Eh, al solito, per affari.

— Come sta donna Mariangela?

— Benone: sembra una ragazza di venti anni e lavora come un servo contadino.

— Dio la conservi cento anni.

— Dio lo voglia: e tuo marito come va?

— Lavora anche lui. È giù coi ragazzi al caseificio. Adesso c’è anche una grande vaccheria, quaggiù, vede, quel caseggiato bianco che sembra una caserma? Lavoro, quindi, ce n’è per tutti. Si metta a sedere, don Felis; che cosa le posso offrire?

— Niente, per adesso: solo vorrei una cosa da te, Lisendra sempre bella. Non hai modo di alloggiarmi? Non voglio andare all’albergo, perché gli alberghi a me danno una melanconia mortale. Oh, selvatici siamo e selvatici resteremo.

La donna rise ancora, con quel suo caratteristico riso quasi di belva, intelligente e barbaro assieme: indovinava che sotto le parole del suo antico padrone si nascondeva un mistero. [p. 207 modifica]

— Alloggio? L’avrei: ma non è degno di lei: è alloggio per carrettieri.

— Tutti siamo carrettieri, nella vita, direbbe mia madre: si va, si va, con un carico più o meno pesante e di valore, e si arriva alla stessa stazione. Oh, fammi vedere subito quest’alloggio.

Era una camera molto rustica, al pian terreno, dietro la casa, col pavimento sterrato e improntato dalle zampe delle galline e dei piccioni: il letto odorava di stoppia, e il davanzale della finestra, con su una catinella di ferro smaltato, serviva da lavabo.

Eppure piacque a don Felice: forse perché la porta dava su un breve spiazzo erboso e su questo dominava, solitaria, una tavola: seduti davanti a questa ci si poteva credere in piena campagna. L’avvallamento, sotto, era infatti gonfio di canneti, di rovi e di sambuchi, con sfondi di prati di un verde di maiolica; e in lontananza la trina celeste dei monti svaporanti nell’oltremare dell’orizzonte.

Il giorno stesso don Felis andò da un celebre specialista. Freddamente, come si parla ad uno sconosciuto, ma con parole che attanagliavano la verità meglio che quelle di un amico o di [p. 208 modifica]un confessore, l’uomo della scienza interrogò il nuovo cliente.

Erano quasi al buio, e solo la sagoma barbuta del dottore risaltava in un triangolo di luce violetta: ma fossero pure stati nel grande sole del campo di fave di Lisendra, don Felis avrebbe risposto lo stesso, ripagando con la sua, l’indifferenza dell’altro.

— Divertito mi sono, certamente, come del resto ci si può divertire in paesi piccoli come il mio. Ho anche studiato, già, ma dopo la morte di mio padre...

— Mi parli di suo padre.

Su questo punto don Felis non intendeva dare ragguagli. Aggrottò le fiere sopracciglia e rispose secco:

— Mio padre era un galantuomo. Credo non abbia conosciuto altra donna che mia madre. È morto giovane, di carbonchio mal curato. Era un uomo ricco e rispettato.

Poi riprese in tono minore:

— Facevo la seconda liceale quando fui costretto a tornare a casa perché, unico maschio della famiglia, dovevo aiutare mia madre nell’azienda domestica. O, per dire la verità, troncai gli studi perché non avevo voglia di proseguirli. E allora cosa si fa? Si sorvegliano le campagne, si comandano i servi, si lavora anche noi; e l’unico svago sono le donne. Troppo mi sono piaciute, le donne, tanto più che venivano loro da [p. 209 modifica]me. Si abusa, e allora viene il momento della resa dei conti.

Pausa. Ce n’era già forse abbastanza, per le conclusioni dello specialista: ma l’uomo che si confessava, di natura alquanto crudele verso gli altri e verso sé stesso, riprese inesorabile:

— Poi non bastano le donne: gli affari vanno bene, si fa qualche viaggio, ci si diverte e strapazza a modo nostro in città; poi si ritorna a casa e per ammazzare la noia, o meglio il vuoto che comincia a farsi dentro di noi, si gioca. Si piglia gusto anche al gioco: si perde, si vince, si sciupano le notti e la salute. Allora ci si arrabbia, si attacca lite con tutti; viene l’insonnia, la tristezza, la disperazione. Si è, infine, come una ruota uscita dal pernio.

Soddisfatto per la sincerità sobriamente colorita di filosofia e quasi anche di scienza del caratteristico cliente, lo specialista domandò:

— Perché non ha preso moglie?

— Chi gliel’ha detto, che non l’ho presa? Già, l’ho presa, e forse è stata una delle cause del male. Donna santa, venerabile, appunto per la sua santità è stata l’unica donna che non ha corrisposto ai miei bisogni fisici e morali. Fredda e sterile ha vissuto con me venti anni come una statua di ghiaccio, tutta di Dio, mentre io appartenevo sempre più al diavolo. Lo scorso anno è morta, senza accorgersene, come non si era mai accorta di vivere. Eppure la sua scomparsa [p. 210 modifica]mi ha dato il tracollo. Rimorsi, scrupoli, superstizioni: sarà così, ma io, per stordirmi, ho cominciato anche a bere.

Qui lo specialista fece un gesto significativo, come per fermare il disgraziato nella china delle rivelazioni: don Felis però s’era già fermato, sollevando anzi la testa pennuta e scuotendola come l’aquila che si sveglia: poiché il resto dei suoi peccati riguardava lui solo.

Cominciò la cura costosa e dolorosa: iniezioni alla tempia, medicine nauseanti, regime di vita monacale che si succhiava il corpo e l’anima del paziente peggio della malattia stessa.

E questa si aggravava ogni giorno di più. Verso sera don Felis tornava al suo rustico rifugio con l’impressione di aver errato durante la giornata in un labirinto di pietre, fra nembi di polvere i cui residui gli bruciavano e pungevano gli occhi: tornava stanco e avvilito, con un sinistro proposito di morte nel cuore: ma arrivato alla casa di Lisendra provava un senso di refrigerio. Col cadere del sole le ombre dei suoi occhi si diradavano, ed egli rivedeva ancora le linee della realtà.

Era un’umile realtà, che però lo richiamava, così accanto alla città rombante come una grande [p. 211 modifica]macchina di vita, alla pace primitiva del suo paese. Ecco, i bambini giocano ancora con le fave, come lui nella sua prima infanzia: le lunghe e grosse fave a coppia, panciute e cornute, sono i buoi aggiogati che vanno al pascolo o tirano una crocetta di canna che rappresenta l’aratro: con le fave si prepara il desinare, si fabbricano anelli e catene: e uno dei bambini accompagna il gioco degli altri col filo di musica che sgorga da un flauto di avena, di tanto in tanto interrompendo l’opera d’arte per l’esercizio bellico di una fionda di salice che coi suoi proiettili di sasso sbaraglia l’esercito dei gatti che dai dintorni accorrono all’osteria.

Allora Lisendra, con un recipiente in mano, si affaccia alla porta della cucina, e manda via dalla tettoia i bambini per riguardo dei clienti che arrivano.

I clienti che arrivano hanno, del resto, poche pretese: rozzi e bonari, forse anch’essi in origine prepotenti e istintivi, sono adesso ammansiti dal lungo lavoro e dalla vita dura. Sono carrettieri rossi e calvi, che abbandonano per un quarto d’ora, davanti all’osteria campestre, i loro lunghi veicoli turchini dal mantice dipinto e istoriato, ed i cavalli con le nappe rosse alle orecchie come pendenti di corallo; stanchi muratori che fabbricano le case nuove in mezzo ai sambuchi; e infine i casari, per lo più giovani, del colore incerto degli emigranti che perdono il [p. 212 modifica]carattere natio senza acquistare quello del nuovo paese.

Alcuni parlavano ancora il dialetto di don Felis, ed egli li ascoltava con un senso di nostalgia, come definitivamente esulato anche lui dalla sua terra, alla quale non sapeva se la vita gli avrebbe concesso di ritornare; se poi essi cominciavano a canticchiare o se uno di loro suonava la fisarmonica, egli cadeva in una specie di sogno.

Mai aveva provato una cosa simile; e questo ripiegarsi sul vuoto del suo passato lo riconduceva quasi nella profondità del passato stesso, all’illusione di potersi sollevare e ricominciare una nuova vita.

I casari erano gli ultimi ad andarsene. Allora Lisendra dava da mangiare alla sua famiglia raccolta intorno alla tavola della cucina, e preparava la cena per don Felis.

Egli adesso sedeva davanti alla sua tavola sullo spiazzo sopra l’avvallamento. La tovaglia pulita era per lui, il bicchiere di cristallo, le posate di stagno, tutto per lui; un lume ad acetilene inondava con la sua luce lilla il crepuscolo verd’azzurro, e l’odore agreste della mentuccia e [p. 213 modifica]del sambuco dava l’illusione di trovarsi in cima ad una collina.

Don Felis mangiava la frittata di piselli, alla quale Lisendra doveva aver mischiato dello zucchero perché sembrava un dolce; beveva la fredda e melanconica acqua Lancisiana, e di tanto in tanto sollevava la forchetta come un tridente, minacciando qualcuno nascosto nell’ombra.

Era il suo stesso fantasma che egli minacciava e irrideva.

— Oh, don Felis, a questo ti sei ridotto, a nutrirti di pisellini come gli uccelli, e bere il vino bianco naturale; tu che masticavi la carne cruda e bevevi l’acquavite nella tazza grande. Va, va al diavolo: vattene via di qui, miserabile; va ad impiccarti al fico, nel cortile di casa tua. Perché continui a fare questa vita, quando tu stesso sai che non c’è speranza di miglioramento?

Una sera che il lume, per desiderio di lui, non era stato acceso, poiché il crepuscolo sfolgorante dava alle cose come una luce loro propria, mentre egli si disperava e discuteva col suo fantasma, una strana figura apparve nel sentieruolo che s’inerpicava sulla china dell’avvallamento.

Saliva su piano piano, tastando la terra e i cespugli intorno con un lungo bastone, come fanno i ciechi: dal vestito marrone stretto alla [p. 214 modifica]vita sembrava un frate; ma la testa era avvolta in un fazzoletto che pareva un cappuccio bianco; tanto che, arrivata all’orlo del ciglione, alta sullo sfondo rosa e arancione del cielo, la grande figura diede a don Felis l’impressione di una guglia di monte con la cima profilata di neve.

— È una donna: è una suora cieca. Come diavolo ha fatto ad arrampicarsi fin quassù? — egli si domandò.

E gli parve che un senso di mistero lo avvolgesse; o piuttosto ebbe una raccapricciante sensazione fisica, come se un ragno gli sfiorasse il viso tessendovi su la sua tela bigia.

La suora si avanzava dritta verso la tavola, e chiamava sottovoce:

— Alessandra? Alessandra?

Rispose don Felis:

— Lisendra è di là, nella cucina. Che volete?

Ma la suora non ebbe il tempo di rispondergli che già Lisendra era apparsa e col suo riso muto tentava di persuadere l’uomo a non impressionarsi per l’insolita apparizione.

— Sono qui, sora Cetta: come mai è arrivata fin qui, sola?

La suora, che era una donna ancora possente, e nella linea dritta e dura ricordava a don Felis [p. 215 modifica]la madre lontana, agitò il bastone e mosse le palpebre sul vuoto azzurrognolo degli occhi.

— Non sono sola, figlietta mia; l’angelo mi accompagna.

Il forestiero sorrise beffardo.

— Già, come Tobia, già!

— Proprio così — rispose la donna, tendendo la mano come per afferrare l’invisibile compagno e presentarlo agli increduli.

Lisendra a sua volta la prese per il braccio e tentò di portarsela via, di là, nella casa; ma la suora resisteva, e d’altronde don Felis la invitava a restare.

— Porta una sedia, Lisé, ed anche un mezzo litro di quello buono. Posso offrirvelo, suora Cetta? O l’hanno proibito pure a voi?

La suora gli si accostò, fino a toccarlo, guidata dal suono delle parole di lui: e gli parlò in modo strano, piegandosi, con accento sommesso di confidenza.

— E chi può proibirmelo? I dottori? I dottori non sanno nulla; e il vino è santo: è il sangue di Cristo.

— Oh, va benissimo! Adesso c’intendiamo proprio. Qua la mano. Lisendra, portane un litro, di quello rosso di Marino: vero sangue santissimo.

Così la cieca sedette alla tavola dello straniero; ed egli non si pentì del suo invito, poiché Lisendra disse: [p. 216 modifica]

— Questa suora Cetta può raccontargliene, don Felis! È la zia del padrone della vaccheria. Adesso sta in casa con lui e con la famiglia, ma ha girato tutto il mondo. Anche nelle terre dei selvaggi e di quelli che si mangiano gli uomini, è stata.

— E che diavolo cercavate laggiù?

La cieca toccava il bicchiere che egli le colmava; lo accarezzava con la punta sensibile delle dita, e pareva ne sentisse salire il vino, perché quando fu pieno lo accostò alle narici e lo odorò come un vaso di fiori. Il suo viso levigato e bianco di statua si colorì lievemente, quasi riflettendo il colore granato del vino, le labbra si aprirono ad un sorriso giovanile. Però non bevette subito. Rimise il bicchiere sulla tavola e riprese il suo parlare sommesso.

— Cercavo appunto il diavolo, per cacciarlo via di laggiù.

Lisendra spiegò:

— È stata suora Missionaria. E i barbari l’hanno accecata.

Allora don Felis sentì di nuovo il ragno misterioso coprirgli il viso con un velo di pallore. [p. 217 modifica]

La cieca bevette; poi raccontò:

— Fin da bambina ho desiderato di servire Dio, non solo con la preghiera ma con l’azione. A venti anni ero già suora e già in viaggio con Missioni. Dapprima si andò nel Canadà; ma là fu quasi una villeggiatura; il paese è bello, il clima mite, la gente buona. Poi ci si internò nell’America del Sud, dove si cominciò a patire, per le malattie e il pericolo dei selvaggi: eppure nulla ci accadde laggiù, mentre le sofferenze grandi ci aspettavano, anni dopo, in un paese che parrebbe civile e quindi favorevole all’opera nostra: voglio dire la Cina.

La Cina ha appena due milioni di cattolici fra 450 milioni di pagani. La Chiesa cattolica tende quindi a intensificare la propaganda; ed i Missionari non solo vi sono tollerati ma possono, al contrario di altri stranieri, risiedere nell’interno, acquistare terreni, fondare scuole.

Eravamo partite in tre, coi padri delle Missioni d’Oriente, ai quali ci proponevamo di essere più serve che altro: in viaggio una delle mie compagne si ammalò: dovette fermarsi a Tien-tsin, e l’altra compagna rimase per assisterla. Io sola dunque proseguii coi padri, verso la Cina settentrionale, fin quasi sotto la Grande [p. 218 modifica]Muraglia. Si scelse un centro di popolazione assolutamente pagana, in un piccolo villaggio presso un affluente del Fiume Giallo.

La regione è abitata solo da contadini, laboriosi, sobri, tranquilli, ma eccessivamente superstiziosi. Dapprima le cose nostre parvero andar bene. Il nostro Superiore era un francese, padre Victor, un uomo alto e forte come un gigante, energico e infervorato fino al punto che di lui si raccontava scherzando questa storiella: una volta, preso dai cannibali e legato al palo per essere arrostito vivo, si accorse che due ragazzetti dei selvaggi litigavano fra di loro e si azzuffavano. Allora egli si rivolse a loro e disse con dolcezza: — Fate da bravi, ragazzi: se farete da bravi, anche per voi ci sarà un bocconcino di quest’arrosto.

Egli conosceva la lingua del paese, ed al suo primo sermone accorse tutta la popolazione dei dintorni: però più che altro fu per curiosità, ed anzi quei piccoli paesani gialli e sornioni pareva si beffassero della nostra fede.

Tuttavia i più poveri cominciarono a mandare i bambini alla nostra Scuola, perché si dava loro una minestra e dei vestiti; ed i più abbienti ci tolleravano. [p. 219 modifica]

Si viveva in una costruzione in legno, con una piccola chiesa che serviva anche da scuola e, nei tempi cattivi, da refettorio. Nei giorni buoni si mangiava all’aperto: io funzionavo da cuoca, da serva, da maestra, da lavandaia e sarta. Mai ero stata così felice; e tentavo di apprendere la lingua del luogo per rendermi più utile.

Il clima non ci favoriva. Spesso soffiavano venti terribili, dei quali qui non si può avere una lontana idea. Durante uno di questi cicloni la nostra fragile stazione crollò e molte assi furono portate via dal vento. Eppure un miracolo accadde: padre Victor, ispirato come l’angelo della tempesta, ci raccolse intorno a sé, in mezzo alle rovine, e intonò la preghiera.

Ebbene, i contadini anche i più pagani accorsero in nostro aiuto; portarono assi e tronchi, non solo, ma anche viveri; in breve la Casa risorse più solida di prima.

Dopo soli tre mesi di propaganda, già avevamo molti neofiti e qualche convertito; fra gli altri un vecchio contadino ricco, che si diceva fosse stato un brigante. Lo chiamavano appunto Pe-lang (Lupo bianco) in ricordo di questo famoso condottiero di bande brigantesche. Il fatto è che non si sapeva come egli avesse accumulato le sue ricchezze e comprato i suoi vasti terreni: ed i figli e i nipoti erano tutti tipi violenti, superstiziosi, avidi di denaro.

Pe-lang venne da noi, in principio, per superstizione: [p. 220 modifica]poiché i nostri padri, e io stessa in persona, godevamo fama di fattucchieri e si diceva che possedevamo unguenti miracolosi. L’antico brigante soffriva d’artrite; camminava con le stampelle ed era tutto gonfio alle estremità: venne dunque in cerca della salute del corpo, e non di quella dell’anima.

Alcune fregagioni che io gli feci, le cure interne suggerite da padre Victor, e sopratutto un certo regime di vita, lo ridussero subito in migliori condizioni di salute. Egli credette al miracolo; si fece neofita e volle frequentare la scuola coi bambini; inoltre cominciò a portare larghe offerte alla nostra Casa.

Tutte queste cose ci inimicarono i suoi numerosi parenti; e così cominciarono le persecuzioni. Si tentò di bruciare la nostra Casa, si sparsero voci calunniose sul conto nostro, ci sobillarono contro la popolazione già favorevole a noi. Poi i membri più giovani e potenti della famiglia di Pe-lang, ricostruirono una vera banda brigantesca; portarono lontano il vecchio e fecero sparire anche due dei nostri padri.

Padre Victor fece a tempo a ricorrere alle autorità locali, e riprendere il vecchio ed i nostri fratelli: ma la protezione ufficiale non valse a salvarci del tutto.

Io fui presa specialmente di mira; si disse che ero l’amante dei padri, che fabbricavo veleni, che avevo ammaliato il vecchio. Padre Victor [p. 221 modifica]pensò di allontanarmi dal luogo, ma la mia ferma volontà vinse. Servire Dio in pace è troppo felice cosa, e non ha merito presso il Signore: bisogna servirlo nel dolore, fra le ingiustizie, le umiliazioni, i pericoli.

Qui la suora si fermò, e poiché aveva raccontato le ultime vicende con voce eguale, monotona, come parlando fra di sé e per sé sola, si riscosse e parve guardarsi attorno.

Era già quasi notte. Lisendra, che andava e veniva, e ascoltava i brani del racconto come i bambini una fiaba che già sanno a memoria, fece per accendere la lampada ad acetilene. Ma don Felis la fermò, e con una voce che voleva essere come al solito beffarda, ma velata da una commossa tristezza, disse:

— Lascia stare: tanto ci vediamo lo stesso: bevete, bevete, suora Cetta: il bicchiere e la bocca li trovate?

Le ricolmò il bicchiere, e bevette anche lui: anzi volle che bevesse anche Lisendra.

— Salute.

— Salute a tutti.

— E così — riprese la cieca — io continuai a fare il mio dovere. Mi occupavo specialmente del vecchio Pe-lang, al quale mi ero affezionata, [p. 222 modifica]e di altri malati che venivano a farsi curare da noi. Il vecchio era maltrattato dai suoi, ma non rinnegava la nuova fede: rinunziò ai suoi beni in favore dei figli, e venne a stare con noi, anche perché la sua artrite non gli permetteva quasi più di muoversi. E il miracolo consisteva in questo: che egli non sperava più di guarire; ma più soffriva più credeva nel nostro Dio di luce e di amore.

Lo si ospitò in una specie d’infermeria che avevamo messo su alla meglio; e lo si nutrì e medicò a nostre spese. E allora fu peggio: l’odio d’interesse della parentela si cambiò in una specie di gelosia. Tentarono in tutti i modi di strapparcelo, e poiché non ci riuscirono, ricombinarono la banda armata che una notte assalì la nostra Casa.

Che notte! Il vecchio piangeva e si raccomandava a me come un bambino: ed io tentai di difenderlo, con la mia stessa persona, interponendomi fra lui ed i briganti. Uno di questi, già anziano, ma più cattivo dei giovani, giallo e crudele come una iena, mi si aggrappò addosso e mi buttò sugli occhi un liquido velenoso.

Vidi subito nero e rosso, come se una fiamma viva avesse preso posto nei miei occhi. Capii di che si trattava e svenni. La natura umana aveva vinto in me. Dopo, però, mi risollevai, con la palma del martirio in mano.

Fu una lunga infermità, dalla quale sono uscita [p. 223 modifica]completamente cieca: tuttavia restai con i padri, finché essi rimasero nelle Missioni d’Oriente; e la mia presenza parve anzi giovare alla nostra causa.

Le donne specialmente accorrevano per vedermi, poiché s’era sparsa la voce che toccando i miei occhi esse potevano guarire dei loro mali.

Lisendra, che si era indugiata ad ascoltare l’ultima parte del racconto, si protese quasi anelando verso l’antico padrone, e senza volerlo imitò la voce della suora. Disse:

— Anche qui. Il mio bambino piccolo, che aveva un tracoma ribelle ad ogni cura, lo ha guarito suora Cetta. Proprio così.

La cieca scosse la testa, non incredula, ma umile.

— È la fede, che salva.

E rivolgendosi allo straniero, che, dopo le prime domande, taceva e pareva disinteressarsi del racconto, riprese:

— Lei ricorderà certamente l’episodio del cieco di Gerico.

No, don Felis non lo ricordava: dopo la prima fanciullezza non aveva più letto libri sacri, e non andava in chiesa se non per vedere le belle [p. 224 modifica]donne, e per non farsi criticare come un eretico. Ma si vergognò di dirlo.

Il cieco di Gerico? Chi era? Certo, uno della Bibbia: e un po’ per curiosità, un po’ perché nonostante la sua voluta incredulità, il parlare della donna, sommesso e nudo, eppure vibrante di una musicalità interiore, gli ricordava cose lontane, confuse, appunto della sua prima fanciullezza, quando nella bella stagione la madre lo conduceva alle feste religiose campestri, e le cerimonie sacre erano colorite dal suono sensuale della fisarmonica, che rodeva intorno la chiesetta poggiata sul prato verde e richiamava la gente alla festa grande della natura, disse con degnazione:

— Sentiamo se anche voi ricordate bene la storia del cieco di Gerico.

— È nel Vangelo di San Marco. Quando Gesù usciva di Gerico, coi suoi discepoli, e grande moltitudine, un certo figliuol di Timeo, Bartimeo il cieco, sedeva presso della strada, mendicando.

Ed avendo udito che colui che passava era Gesù il Nazzareno, prese a gridare, e a dire: «Gesù, Figliuol di Davide, abbi pietà di me». E molti lo sgridavano, acciocché tacesse: ma egli vieppiù gridava: «Figliuol di Davide, abbi pietà di me».

E Gesù, fermatosi, disse che lo si chiamasse. Chiamarono dunque il cieco, dicendogli: «Sta di buon umore, levati, egli ti chiama». [p. 225 modifica]

Ed egli, gettatosi d’addosso la sua veste, si levò e venne a Gesù. E Gesù gli fece motto e disse:

«Che vuoi ch’io ti faccia?».

E il cieco gli disse:

«Rabbi, ch’io ricoveri la vista».

E Gesù gli disse:

«Va, la tua fede ti ha salvato».

E in quello stante egli ricoverò la vista, e seguitò Gesù per la via.

Richiamata dai bambini, ancora una volta Lisendra s’era staccata a malincuore dalla tavola di don Felis, lasciando soli i suoi ospiti.

Allora la cieca disse:

— La buona Lisendra se n’è andata. È lei che mi ha fatto venire qui: è lei che, ieri, scesa giù da noi, mi ha raccontato di una persona alla quale vuole molto bene fin da bambina e che adesso si trova qui, malata, e per la quale ha chiesto aiuto. Io risposi: verrò; e se riesco a venire da sola, se il Signore mi guiderà, vuol dire che potrò fare il miracolo. Ed ecco che son venuta, don Felice.

Ella pronunziò queste ultime parole con una voce diversa da quella di prima; voce calda, commossa, [p. 226 modifica]appassionata, come se le sue fossero parole d’amore profondo e quasi carnale.

Tanto che l’uomo rabbrividì fino alle midolla e vide le cose, nella penombra già opaca, tingersi di rosso e d’oro come al tramonto: un attimo, ed egli si riprese, come uno che vuol vincere una seduzione pericolosa: lo spirito violento e ironico che sonnecchiava da qualche tempo in lui, si sollevò con un’estrema volontà di dominio.

Egli non voleva miracoli: non ci credeva: non ci aveva creduto nei tempi felici, e tanto meno ci credeva adesso che la fatalità lo afferrava per i capelli e gli posava sugli occhi la sua mano inesorabile. La nostra vita è quella che è: e l’unico mezzo per vincere il dolore è di calpestarlo col disprezzo della vita: una volta morti, tutto finisce con noi.

La forza malefica che dentro lo agitava, lo spinse anche a tentare di distruggere la fede della donna. Domandò:

— Chi è quel disgraziato imbecille che crede ancora ai miracoli?

— Io ancora non lo so di preciso. Deve rivelarsi da sé.

— Ma se voi siete una veggente dovete pescarvelo da voi. Sarei curioso di vedervi all’opera.

L’altra tacque, anzi volse il viso in là, verso l’orizzonte ancora glauco, e parve allontanarsi col pensiero. [p. 227 modifica]

Egli la fissava, coi suoi piccoli occhi di cinghiale, e provava, suo malgrado, un senso di allucinazione: gli pareva che un’aureola bianca circondasse il viso scuro di lei; ma quel profilo di sfinge, duro sullo sfondo ambiguo della notte, non gli era nuovo: era quello della moglie morta.

Antiche superstizioni affiorarono al suo pensiero, come meduse dalla profondità alla superficie del mare: egli le ricacciò in fondo. Sua moglie era morta, e i morti non ritornano, sopratutto se non hanno amato in vita.

Eppure un tremito, se non di fede, di speranza terrena, tornò a serpeggiargli nel sangue, quando la cieca si rivolse e disse:

— Il malato è lei, don Felice.

Egli batté il bicchiere sulla tavola e imprecò come i carrettieri dell’osteria.

— Mannaggia al vino. Adesso mi spiego tutto. È quella pettegola di Lisendra che ha spiato i fatti miei e li è venuti a spifferare a voi. Adesso mi sentirà.

La cieca tese la mano, per cercare quella di lui, per calmarlo.

— Lisendra le vuol bene. Le vuol bene fin da bambina — ripeté; e la sua voce era sempre sommessa e ardente, quasi complice, come quella [p. 228 modifica]di un’attrice che s’investe fino al cuore della passione di un’altra donna. Ma questo finì d’irritare l’uomo.

— Da bambina? Ma brava! Ah, già, ricordo: Alessandra Porcheddu aveva dodici anni quando prese parte al branco dei nostri servi. Era bellina, alta già, fresca e acerba come una noce verde. Io ho tentato di possederla. Ella ha gridato; poi è andata a raccontare tutto a mia madre: la quale ha preso a proteggerla, l’ha salvata dalle mie granfie e, appena l’età lo ha permesso, l’ha fatta sposare con un servo pastore. I due sposi hanno poi emigrato e adesso vivono qui. Fino allo scorso anno io ho sempre tentato invano di aver Lisendra: per questo forse mi vuol bene? Per questo? — egli insisté brutalmente.

— Forse anche per questo.

— Sarà, ma io, reverendissima madre, io non ci credo. Credo piuttosto ad una speculazione. Il forestiero è qui, il micco è qui. Si sa che ha bisogno di un miracolo, e si tenta di combinarglielo. Egli tirerà fuori il portafoglio, e farà delle offerte vistose, che in apparenza saranno per qualche chiesa, o per le Missioni, ma che in realtà andranno in tasca ai santi e ai loro sensali. Ma io non sono Pe-lang, reverendissima madre; io non sono stato mai un brigante; e se Dio ha da aiutarmi lo faccia direttamente.

La donna non rispose, non si sdegnò; solo [p. 229 modifica]tornò a rivolgersi verso l’orizzonte e si fece il segno della croce.

Allora egli, infuriato, non contro di lei, ma contro lo spirito maligno che per la sua bocca aveva parlato in quel modo, si alzò e andò a chiudersi nella sua camera.

Chiuse anche la finestra e al buio, tastoni, si sdraiò sul duro giaciglio che, nonostante le coperte e le lenzuola pulite, a lui pareva odorasse ancora del sudore dei carrettieri e degli scavatori di pozzolana.

Era arrabbiato e voleva calmarsi. Il suo sdegno adesso si riversava tutto su Lisendra che era andata a raccontare ad estranei la disgrazia di lui. La notizia si sarebbe certo presto diffusa, fra gli emigrati, dapprima, e, trasmessa poi da questi, anche laggiù nel paese natio. Che soddisfazione per la gente che non gli voleva bene! — Esultate pure, servi maltrattati, debitori poveri e ricchi, egualmente spremuti con usura crudele, vicini di proprietà sopraffatti con prepotenza, donne sedotte e abbandonate, figli bastardi rinnegati: e chi più ne ha ne metta.

A dire il vero, egli si compiaceva d’esagerare, sulla quantità dei suoi nemici: era come un guerriero che con la fantasia moltiplica il numero [p. 230 modifica]degli avversari, per darsi importanza e valore.

In fondo gli dispiaceva sopratutto per la madre: vecchia amazzone, ancora piena di coraggio, appunto per questo ella era una donna sensibilissima: la notizia della disgrazia di lui poteva stroncarla come un colpo dato a tradimento.

E più che altro, quel pensiero placò gl’istinti belluini di lui. A poco a poco riprese piena coscienza di sé: riaprì gli occhi che aveva chiuso come la finestra contro lo splendore infinito delle stelle, e gli parve di vedere il profilo argenteo della suora sospeso nel buio della camera.

Forse aveva fatto male a respingere l’aiuto, sia pure strano, che la sorte gli offriva: non si sa mai nulla, del nostro destino, e quando una porta si apre bisogna almeno affacciarvisi.

E Lisendra? Anche l’antica serva adesso gli appariva diversa, spogliata della sua dura scorza corporea; Lisendra che gli voleva bene, sì, — ed egli lo sapeva, — di un amore quasi animalesco, simile a quello del cane per il padrone; amore che però si sollevava sopra gl’interessi e le sensualità umane, e quindi nuovo per lui che era vissuto solo per la carne, il denaro, l’orgoglio e le vane apparenze della vita.

Lisendra! Egli la rivede come quel giorno che gli è sgusciata di mano, fresca e pieghevole, nella sua compattezza, come una giovane spigola [p. 231 modifica]che sfugge alla rete: e la purezza e l’istinto di libertà di spirito di lei, lo riconciliano con sé stesso.

Ed anche per riguardo a lei gli dispiacque di aver trattato male la suora.

Ma c’era tempo per riparare. Domani, pensò, andrò giù nella vaccheria, cercherò di lei, fingerò di credere. Potessi credere davvero! Potessi!

E già quest’anelito di desiderio diffuse dentro di lui un senso di luce.

Fuori, davanti alla sua finestra, si sentiva solo l’indefinibile alito della notte, che pareva salisse dalla bassura con l’odore dei sambuchi e il fruscìo dei canneti: dall’altra parte, invece, risonava un insolito chiasso. Sotto la tettoia una comitiva di operai mangiava, beveva e discuteva: d’un tratto parve anzi accendersi una rissa: urli bestiali s’incrociarono nella quiete della sera, accompagnati da un coro di voci che tentavano di rappacificare i contendenti.

E la cosa sarebbe andata a finir male se d’improvviso una voce risonante, che veniva su dall’avvallamento sotto la camera di don Felis, non avesse chiamato:

— Lisendra? Lisendra? È lassù la zia? [p. 232 modifica]

Lisendra corse sul breve spiazzo dove la suora stava ancora appoggiata alla tavola.

— È qui, è qui.

Era Lisendra che rispondeva: ma fu anche suo il grido acuto che seguì e che, per la sua vibrazione speciale, fece tacere il chiasso sotto la tettoia: grido significativo, come di uno che, in pericolo di morte, domanda soccorso pur sapendo di non ottenerlo.

Don Felis balzò come una palla di gomma, spinto da una violenza misteriosa che lo sbatté contro la finestra: ma ebbe paura di riaprire le imposte.

Sentì fuori gli uomini che dalla tettoia correvano dietro la casa e circondavano Lisendra e la suora.

— È morta.

— Ma che ha fatto?

Sgorgarono i più disparati commenti; il marito di Lisendra, mentre lei sola taceva, si affannava a raccontare l’arrivo strano della cieca e il suo indugiarsi alla tavola del forestiero; allora don Felis fu costretto ad aprire la finestra per difendersi.

— Ma io l’ho lasciata lì tranquilla a finire di bere il suo vino.

Lisendra aveva acceso il lume, e la luce lilla dell’acetilene illuminava sinistramente il quadro: i visi degli operai avvinazzati vi apparivano rossi e violenti, in contrasto con la macchia bianca [p. 233 modifica]della testa della morta, piegata sul braccio appoggiato alla tavola come se ella dormisse.

Un uomo balzò su, lungo e grigio, dall’ombra sotto lo spiazzo, e la sua voce parve lampeggiare.

— Zia? Zia Concetta? Ma che è successo? Ma perché?

Quel perché, gridato sul corpo della suora, e diretto a lei quasi con la certezza esasperata di ottenere risposta, colpì in pieno don Felis. Perché la donna era morta? Egli lo sapeva: egli solo poteva rispondere: ma non trovava le parole.

Adesso la donna giace sul lettuccio duro e bianco come un sarcofago, lo stesso sul quale il corpo di lui si è, fino a quella sera, disteso come un tronco morto trasportato dalla corrente nel fondo fangoso di un fiume.

Un cero simile a un giunco con un fiore giallo in cima, acceso dalla pietà di Lisendra, illumina il viso d’avorio della morta: al tremolìo della fiammella le grandi palpebre, abbassate sul vuoto degli occhi, par che si muovano, e danno un’aria di sonno infantile a quel viso composto e raccolto nel suo cappuccio di neve.

In fondo alla cameretta don Felis, seduto grave e pesante, ma non piegato né avvilito, guarda la misteriosa figura, e si accorge che la donna era [p. 234 modifica]giovane ancora: le mani sono lunghe e belle, i piedi piccoli; le linee del corpo, sotto le pieghe del vestito fratesco, si rivelano possenti e statuarie.

È una bellissima morta: una di quelle figure classicamente funebri che si vedono sulle tombe di lusso, nei reparti aristocratici dei cimiteri moderni.

Non ispira quindi pietà, ma piuttosto un senso di ammirazione: è il mistero stesso del riposo; la vita che si ferma e si eterna nel sonno della morte, o meglio la creatura umana che arrivata al limite della sua strada non si atterrisce, ma si piega e si distende sulla soglia dell’eternità.

Don Felis la guarda, e dopo il suo primo stordimento ritrova anche lui un senso di pace, quasi di gioia.

Gli sembra di essere ritornato studente, quando i libri e le figure stampate gli spiegavano tante cose. La luce dell’intelligenza, non ancora ottenebrata dalle passioni, dai vizi e dagli errori, s’è riaccesa in lui, al riflesso del piccolo cero.

— Si aspetta il medico — egli pensa — e dopo di lui, se Dio vuole, verrà anche un pretore. Ma forse basterà il medico: egli dichiarerà che questa donna è morta di paralisi al cuore. Anche il nipote di lei ha detto che la poveretta soffriva di asma. Se però venisse anche il pretore affermerebbe che il cuore della suora ha cessato di funzionare per lo spavento che le ha destato l’anima mia mostruosa. Ella, che ha vinto le [p. 235 modifica]persecuzioni pagane, non ha saputo resistere alla ferocia di un cristiano.

— Ma la verità è un’altra, don Felis Maria Chessa De-Muro, — gli dice un’altra voce, che non è più quella dello studente, ma del bambino anteriore a questo, — la verità è che suora Cetta ha offerto a Dio l’unica cosa che ancora le rimaneva: la vita; come voleva offrirla fra i selvaggi e gli infedeli, perché un raggio di luce scendesse su di te. Ed è sceso: ecco, è il filo che ti riunisce a Dio. E lei, che vede tutto, adesso, ed è lì viva e forte davanti a te, ne sente gaudio e gloria.

Poi mentre di fuori si sentiva la voce del padrone della vaccheria, che era andato in cerca del medico, e ritornando con questi gli spiegava ancora come la zia, uscita di casa all’insaputa di tutti, sola e senza guida era arrivata all’osteria di Lisendra, don Felis si alzò, si accostò alla morta e ne sfiorò con le dita gli occhi.

Ma per semplice formalità. Poiché il miracolo era già avvenuto, e la luce rinasceva davvero dentro di lui, in cerchi sempre più vasti, come l’aurora nei cieli. [p. 236 modifica]