La casa del poeta/Compagnia

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Compagnia

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Il cieco di Gerico La morte della tortora

[p. 237 modifica] COMPAGNIA

V’è soffrire e soffrire; ma quello del grosso Paolone era, almeno a parer suo, diverso e più pesante di tutti gli altri. Ecco che egli ritornava, dopo quindici anni di volontario e tumultuoso esilio, nella casa dalla quale il tradimento e la vergogna lo avevano fatto fuggire, e la cui porta egli credeva di non riaprire mai più.

Riaprì la porta col movimento istintivo di un tempo, girando la chiave all’inverso, e subito sentì come il tanfo di una tomba dissepolta. Erano l’odore e l’alito umido delle dimore chiuse, da tempo deserte: ma l’uomo non s’impressionò per così poco. Anzi, poiché era già notte e pioveva, provò un senso di sollievo entrando nell’ingresso e deponendovi la sua grossa valigia tutta fiorita di bolli di alberghi stranieri.

Accese una candela stearica, della quale si era già provveduto; entrò nella cucina, subito a destra dell’ingresso, e, pendente sopra la tavola, rivide la lampada, che miracolosamente riuscì [p. 238 modifica]a riaccendere. Tutto intorno era come un tempo: solo, la polvere stendeva un velo funereo sulle cose, e il viso nero e grigio del camino sembrava davvero quello di un morto.

Per il momento l’uomo non pensava a riaccendere il fuoco: d’altronde non faceva freddo. Ma un po’ di calore interno gli occorreva, per farsi coraggio e vincere i fantasmi di quella prima notte, che ostinatamente volevano ricordargli il passato. All’inferno il passato! Egli aveva cinquant’anni, un corpo da atleta, una salute diamantina e molti assegni bancarî in tasca: e voleva ricominciare una vita nuova.

Portò dunque la valigia dentro la cucina, l’aprì e ne trasse fuori un involto e una bottiglia. Mangiare, voleva, e bere, e poi dormire e risvegliarsi come uno che ha sofferto una lunga malattia. Con la carta dell’involto spazzò la polvere della tavola, si servì del fazzoletto per tovaglia, e mangiò. La bottiglia la serbò per ultimo: e vi succhiò dentro, poiché non voleva aprire la credenza d’angolo, dove le stoviglie e i bicchieri gli avrebbero ricordato le cose lontane e belle del passato. All’inferno il passato! Quando la bottiglia fu a metà, stirò le braccia quanto erano lunghe, coi pugni stretti, e digrignò i denti. Cominciava a sentirsi padrone lui, dei fantasmi, e avrebbe voluto prenderli a pugni. Bevette ancora, raccolse in un batuffolo la carta con gli avanzi della cena, tutto buttò in fondo al camino, [p. 239 modifica]come dal finestrino di un treno dopo i pasti di viaggio: e gli sembrò che il camino ardesse, acceso dal calore interno che oramai gli scaldava il cuore.

— Toh, voglio riprendere moglie.

Ma la fiamma si spense: cattiva fiamma di vino forte; e i fantasmi furono addosso all’uomo, tempestandolo di colpi. Egli rivide la moglie e il fratello suo, di lui, Paolone grande forte e buono: li rivide prima nell’atto del tradimento, quando li aveva fatti sorprendere dalla polizia, poi portati via legati, da quella casa, donde lui era immediatamente fuggito, come si fugge da una casa incendiata.

Adesso tutti erano morti: lui solo era vivo e voleva campare un altro mezzo secolo. Tornò a sedersi sotto la lampada e trasse il portafogli nero che pareva idropico, tanto era gonfio. Eppure i lievi biglietti da mille e gli assegni piccoli e graziosi come bigliettini d’amore vi erano collocati stretti e in ordine: il gonfiore era piuttosto prodotto dai fogli da cento lire e da carte di poco valore.

L’uomo passò in revisione il suo avere e se ne sentì ancora una volta soddisfatto: poiché non era, quella che egli teneva in pugno, la fortuna, [p. 240 modifica]come l’avrebbero chiamata gli altri, ma davvero il frutto del suo lungo lavoro, del suo accanimento a ricostruirsi un giorno la stima del prossimo.

— Non sono stato buono a conservarmi l’onore: che almeno si veda che sono stato buono a lavorare — brontolò, ricacciandosi in tasca il suo tesoro.

Uno dei fantasmi sogghignò:

— Lavorare? Ma per chi?

Egli balzò di nuovo in piedi, e l’ombra del suo braccio col pugno chiuso batté come un martello enorme sulla parete.

Adesso bisognava andare a letto: non certamente nella camera nuziale, della quale, del resto, egli diceva a sé stesso di non aver paura, e nemmeno nella stanza terrena lì accanto, dove un tempo c’era un letto; il letto del peccato mortale.

L’uomo si sedé di nuovo sotto la lampada, e reclinò la testa nera.

— Perché sei tornato proprio qui, Paolone? Il mondo è grande, e tu, babbeo, ti sei impuntato a tornartene proprio qui.

Non erano più i fantasmi a stuzzicarlo con queste [p. 241 modifica]domande, ma il suo cuore smarrito. Egli però si rideva del suo cuore: e vi batté sopra il pugno che prima aveva percosso le pareti.

— Toh, voglio proprio dormire in camera nostra.

Fu di nuovo in piedi, sentì fuori uno scroscio di pioggia e rabbrividì come un bambino. Ma c’era rimedio anche a quello: riaprì la valigia e ne trasse la fiaschetta del cognac.

La loro camera era al piano di sopra: ancor prima di aprire l’uscio, egli la rivide, grande, rustica, ma pulita come la sala di un palazzo, col pavimento di mattoni rossi spruzzato d’acqua, il letto soffice di piumini che odoravano ancora di uccello.

E anche adesso aprì con l’istintivo far silenzioso di un tempo. Ella è là che dorme il sonno d’oro delle notti dopo le lunghe giornate di fatica; dorme rannicchiata, coi pugni stretti accanto al viso; un sonno fondo e innocente che non bisogna turbare...

Il tanfo di chiuso, di umido, l’odore delle piume andate a male, lo tolse dal suo vaneggiamento: fu per ridiscendere, ma ancora una volta si fece coraggio: avanzò, con la stearica che gli [p. 242 modifica]pioveva lagrime ardenti sulle dita; e sul cassettone vide il candeliere del quale si ricordava bene; ma non poté infilarvi la candela, perché un grumo di roba nera ne otturava il vasetto. Tentò di sciogliere il grumo e riuscì ad attaccarvi la stearica; ma questa tentennava e piangeva di qua e di là, sciogliendosi rapidamente.

Così era il riattaccarsi dell’uomo al suo passato.

Adesso, prima di ficcarsi a letto, si trattava di mettere al sicuro i denari e gli assegni. Nella sua vita errante egli non si era fidato mai: sotto il guanciale aveva sempre messo il portafogli, ma sgombro di valori.

Ricordò che nel cassettone c’era un ripostiglio, un vuoto in fondo al primo cassetto: lo ritrovò subito, vi mise il suo tesoro, chiuse, e nascose la chiavetta in alto, sopra la cimasa dell’uscio. Prima che un ladro riuscisse a trovare il ripostiglio ce ne voleva!

E andò a letto, dalla sua parte, coprendosi fin sopra gli occhi. La stanchezza, la certezza di essere finalmente bene o male arrivato, e sopratutto lo stordimento del cognac, lo immersero subito in una specie di narcosi che rassomigliava alla morte. [p. 243 modifica]

Il suo risveglio fu appunto come quello di un narcotizzato: privo del senso della realtà. Dapprima gli parve di viaggiare ancora, sdraiato nella cuccetta di un transatlantico del quale non si sentiva che la velocità; poi d’improvviso ricordò: e l’odore della camera chiusa, del letto muffito, gli diede l’impressione di essere sepolto vivo. I fantasmi, adesso, ebbero buon gioco su di lui, tutti: i più cattivi ricordi, le cose nere, le angoscie più lontane, e il dolore, la vergogna, il pentimento del suo ritorno.

— Si può sapere che sei tornato a fare, grosso Paolone? Si può sapere, sì. Sei tornato perché hai la schiena forte, ma il cuore debole; e sei tornato perché non sei mai partito: la tua casa, il tuo passato, la compagnia di un tempo te li sei portati appresso, sulle spalle, come dentro un sacco, e hai lavorato con l’illusione che, ritornando qui e deponendo il sacco, tutto sarebbe ritornato a posto.

— È vero, è vero — egli disse col suo vocione di tamburo. — Già, anche la compagnia!

Al suono della sua voce gli parve che il silenzio si facesse più intenso intorno a lui e la solitudine più feroce. [p. 244 modifica]

Ma dopo un momento i piccoli rumori che, al primo svegliarsi, egli non aveva percepito, si sentirono di nuovo: erano lievi fruscìi, un rotolare come di palline, un rosicchiare di tarli. Egli stette un po’ ad ascoltare: poi balzò su atterrito.

— I topi!

Riaccese la candela e tirò fuori il cassetto. Quasi tutti i biglietti e gli assegni erano scomparsi. Imprecando e sudando tirò il secondo, il terzo cassetto: in fondo, nell’angolo del vuoto del mobile, vide una specie di nido, fatto di minuscoli brandelli di carta bianca e colorata, e in mezzo, accovacciati, immobili, due topolini grigi i cui occhi lucidi lo fissavano quasi severi. Erano due sposini, certamente, che avevano fatto il dover loro a fabbricarsi quella notte il nido col tesoro di lui, e non sapevano perché egli li disturbava così.

Ed egli ricordò la prima sera delle sue nozze e gli venne voglia di piangere: rise, invece, ma i topolini non si mossero, quasi consci che egli non era capace di far male neppure a loro.

— Che bella compagnia — egli disse infatti, e si sentì tutto allegro. [p. 245 modifica]

Ma non era un’allegria da pazzo, la sua: era uno zampillo di gioia vera che gli scaturiva dal più profondo dell’essere, dove realmente germogliava un senso di vita nuova.

Fece un cenno di saluto ai topi, raccolse il poco che essi avevano risparmiato, ritornò giù nella cucina e richiuse la valigia.

E ripartì, per lavorare ancora, ma libero adesso della compagnia dei ricordi inutili. [p. 246 modifica]