La locandiera/Atto III

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Atto III

../Atto II ../Notizia storica IncludiIntestazione 9 luglio 2019 25% Da definire

Atto II Notizia storica
[p. 257 modifica]

ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Camera di Mirandolina con tavolino e biancheria da stirare. Mirandolina, poi Fabrizio.

Mirandolina. Orsù, l’ora del divertimento è passata. Voglio ora badare a’ fatti miei. Prima che questa biancheria si prosciughi del tutto, voglio stirarla. Ehi, Fabrizio.

Fabrizio. Signora.

Mirandolina. Fatemi un piacere. Portatemi il ferro caldo.

Fabrizio. Signora sì. (con serietà, in atto di partire)

Mirandolina. Scusate, se do a voi questo disturbo.

Fabrizio. Niente, signora. Finche io mangio il vostro pane, sono obbligato a servirvi. (vuol partire)

Mirandolina. Fermatevi ; sentite : non siete obbligato a servirmi [p. 258 modifica] in queste cose ; ma so che per me lo fate volentieri, ed io ... basta, non dico altro.

Fabrizio. Per me vi porterei l’acqua colle orecchie. Ma vedo che tutto è gettato via.

Mirandolina. Perchè gettato via ? Sono forse un’ ingrata ?

Fabrizio. Voi non degnate i poveri uomini. Vi piace troppo !a nobiltà.

Mirandolina. Uh povero pazzo ! Se vi potessi dir tutto ! Via, via, andatemi a pigliar il ferro.

Fabrizio. Ma se ho veduto io con questi miei occhi ...

Mirandolina. Andiamo, meno ciarle. Portatemi il ferro.

Fabrizio. Vado, vado, (’) vi servirò, ma per poco. (andando)

Mirandolina. Con questi uomini, più che loro si vuol bene, si fa peggio. (mostrando parlar da sé, ma per esser sentita)

Fabrizio. Che cosa avete detto? (con tenerezza, tornando indietro)

Mirandolina. Via, mi portate questo ferro?

Fabrizio. Sì, ve lo porto. (Non so niente. Ora la mi tira su, ora la mi butta giù. Non so niente). (da sé, parte

SCENA IL

Mirandolina, poi il Servitore del Cavaliere.

Mirandolina. Povero sciocco ! Mi ha da servire a suo marcio dispetto. Mi par di ridere a far che gli uomini facciano a modo mio. E quel caro signor Cavaliere, ch’era tanto nemico delle donne? Ora, se volessi, sarei padrona di fargli fare qualunque bestialità.

Servitore. Signora Mirandolina.

Mirandolina. Che c’è, amico?

Servitore. Il mio padrone la riverisce, e manda a vedere come sta?

Mirandolina. Ditegli che sto benissimo. (I) Nelle edd. Pap., Bctt. ecc., c’è qui un punto (ermo. [p. 259 modifica]

Servitore. Dice così, che beva un poco di questo spirito di me- lissa, che le farà assai bene. (le dà una boccetta d’oro)

Mirandolina. È d’oro questa boccetta ?

Servitore. Sì signora, d’oro, lo so di sicuro.

Mirandolina. Perchè non mi ha dato lo spirito di melissa, quando mi è venuto quell orribile svenimento ?

Servitore. Allora questa boccetta egli non l’aveva.

Mirandolina. Ed ora come l’ha avuta ?

Servitore. Sentite. In confidenza. Mi ha mandato ora a chiamar un orefice, l’ha comprata, e l’ ha pagata dodici zecchini ; e poi mi ha mandato dallo speziale a comprar lo spirito.

Mirandolina. Ah, ah, ah. (ride)

Servitore. Ridete?

Mirandolina. Rido, perchè mi manda il medicamento, dopo che son guarita del male. Servitore, Sarà buono per un’ altra volta.

Mirandolina. Via, ne beverò un poco per preservativo, (beve) Tenete, ringraziatelo. (gli vuol dar la boccetta)

Servitore. ®h! la boccetta è vostra.

Mirandolina. Come mia ?

Servitore. Sì. Il padrone l’ha comprata a posta.

Mirandolina. A posta per me ?

Servitore. Per voi; ma zitto.

Mirandolina. Portategli la sua boccetta, e ditegli che lo ringrazio.

Servitore. Eh via.

Mirandolina. Vi dico che gliela portiate, che non la voglio.

Servitore. Gli volete far quest’ affronto ?

Mirandolina. Meno ciarle. Fate il vostro dovere. Tenete.

Servitore. Non occorr’altro. Gliela porterò. (Oh che donna. Ri- cusa dodici zecchini ! Una simile non l’ho più ritrovata, e du- rerò fatica a trovarla). (parie [p. 260 modifica]

SCENA III.

Mirandolina, poi Fabrizio.

Mirandolina. Uh, è cotto, stracotto e biscottato! Ma siccome quel che ho fatto con lui, non l’ho fatto per interesse, voglio ch’ei confessi la forza delle donne, senza poter dire che sono interessate e venali.

Fabrizio. Ecco qui il ferro. (sostenuto, col ferro da stirare in mano)

Mirandolina. E ben caldo?

Fabrizio. Signora sì, è caldo ; così foss’ io abbruciato.

Mirandolina. Che cosa vi è di nuovo?

Fabrizio. Questo signor Cavaliere manda le ambasciate, manda i regali. Il servitore me l’ha detto.

Mirandolina. Signor sì, mi ha mandato una boccettina d’ oro, ed io gliel’ho rimandata indietro.

Fabrizio. Gliel’ avete rimandata indietro ?

Mirandolina. Sì, domandatelo al servitore medesimo.

Fabrizio. Perchè gliel’ avete rimandata indietro ?

Mirandolina. Perchè... Fabrizio... non dica... Orsù, non par- liéuno altro.

Fabrizio. Cara Mirandolina, compatitemi.

Mirandolina. Via, andate, lasciatemi stirare.

Fabrizio. Io non v’ impedisco di fare ...

Mirandolina. Andatemi a preparare un altro ferro, e quando è caldo, portatelo.

Fabrizio. Sì, vado. Credetemi, che se parlo ...

Mirandolina. Non dite altro. Mi fate venire la rabbia.

Fabrizio. Sto cheto. (EU’ è una testolina bizzarra, ma le voglio bene). (da sé, e parte)

Mirandolina. Anche questa è buona. Mi faccio merito con Fa- brizio d’aver ricusata la boccetta d’oro del Cavaliere. Questo ^^ vuol dir saper vivere, saper fare, saper profittare di tutto, con buona grazia, con pulizia, con un poco di disinvoltura. In materia d’accortezza, non voglio che si dica ch’ io faccio torto al sesso. (va stirando V [p. 261 modifica]

SCENA IV.

Il Cavaliere e detta.

Cavaliere. (Eccola. Non ci volevo venire, e il diavolo mi ci ha strascinato). (da sé, indietro)

Mirandolina. (Eccolo, eccolo), (lo vede colla coda dell’occhio, e stira)

Cavaliere. Mirandolina )

Mirandolina. Oh signor Cavaliere ! Serva umilissima. (stirando)

Cavaliere. Come state ?

Mirandolina. Benissimo per servirla. (stirando senza guardarlo)

Cavaliere. Ho motivo di dolermi di voi.

Mirandolina. Perchè, signore? (guardandolo un poco)

Cavaliere. Perchè avete ricusato una piccola boccettina, che vi ho mandato.

Mirandolina. Che voleva ch’ io ne facessi ? (stirando Cavaliefie. Servirvene nelle occorrenze.

Mirandolina. Per grazia del cielo, non sono soggetta agli sveni- menti. Mi è accaduto oggi quello che non mi è accaduto mai più. (stirando)

Cavaliere. Cara Mirandolina ... non vorrei esser io stato cagione di quel funesto accidente.

Mirandolina. E sì ho timore che ella appunto ne sia stata la causa. (stirando)

Cavaliere. Io ? Davvero ? (con passione)

Mirandolina. Mi ha fatto bere quel maledetto vino di Borgogna, e mi ha fatto male. (stirando con rabbia)

Cavaliere. Come ? Possibile ? (rimane mortificato)

Mirandolina. E così senz’altro. In camera sua non ci vengo mai più. (stirando)

Cavaliere. V intendo. In camera mia non ci verrete più ? Ca- pisco il mistero. Sì, lo capisco. Ma veniteci, cara, che vi chia- merete contenta. (amoroso)

Mirandolina. Questo ferro è poco caldo : ehi ; Fabrizio ? Se l’altro ferro è caldo, portatelo. (forte verso la scena)

Cavaliere. Fatemi questa grazia, tenete questa boccetta. [p. 262 modifica]

Mirandolina. In verità, signor Cavaliere, dei regali io non ne prendo. (con disprezzo, stirando)

Cavaliere. Li avete pur presi dal conte d’Albafiorita.

Mirandolina. Per forza. Per non disgustarlo. (stirando)

Cavaliere. E vorreste fare a me questo torto ? e disgustarmi ?

Mirandolina. Che importa a lei, che una donna la disgusti ? Già le donne non le può vedere.

Cavaliere. Ah, Mirandolina ! ora non posso dire cosi.

Mirandolina. Signor Cavaliere, a che ora fa la luna nuova ?

Cavaliere. Il mio cambiamento non è lunatico. Questo è un pro- digio della vostra bellezza, della vostra grazia.

Mirandolina. Ah, ah, ah. (rìde forte, e stira)

Cavaliere. Ridete?

Mirandolina. Non vuol che rida ? Mi burla, e non vuol ch’ io rida ?

Cavaliere. Eh furbetta ! Vi burlo eh ? Via, prendete questa boc- cetta.

Mirandolina. Grazie, grazie. (stirando)

Cavaliere. Prendetela, o mi farete andare in collera.

Mirandolina. Fabrizio, il ferro. (chiamando forte, con caricatura)

Cavaliere. La prendete, o non la prendete ? (alterato)

Mirandolina. Furia, furia. (Prende la boccetta, e con disprezzo la getta nel paniere della biancheria)

Cavaliere. La gettate cosi?

Mirandolina. Fabrizio. (chiama forte, come sopra

SCENA V.

Fabrizio col ferro, e detti.

Fabrizio. Son qua. (vedendo il Cavaliere s’ingelosisce)

Mirandolina. E caldo bene ? (prende U ferro)

Fabrizio. Signora sì. (sostenuto)

Mirandolina. Che avete, che mi parete turbato ? (a Fabrizio, con tenerezza)

Fabrizio. Niente, padrona, niente. [p. 263 modifica]

Mirandolina. Avete male? (come sopra)

Fabrizio. Datemi V altro ferro, se volete che lo metta nel fuoco.

Mirandolina. In verità, ho paura che abbiate male, (come sopra)

Cavaliere. Via, dategli il ferro, e che se ne vada.

Mirandolina. Gli voglio bene, sa ella? È il mio cameriere fidato. (al Cavaliere)

Cavaliere. (Non posso più). (da sé, smaniando)

Mirandolina. Tenete, caro, scaldatelo. (dà il ferro a Fabrizio)

Fabrizio. Signora padrona ... (con tenerezza)

Mirandolina. Via, via, presto. (lo scaccia)

Fabrizio. (Che vivere è questo? (0 Sento che non posso più). (da sé, e parte

SCENA VI.

Il Cavaliere e Mirandolina.

Cavaliere. Gran finezze, signora, al suo cameriere!

Mirandolina. E per questo, che cosa vorrebbe dire?

Cavaliere. Si vede che ne siete invaghita.

Mirandolina. Io innamorata di un cameriere? Mi fa un bel com- plimento, signore ; non sono di sì cattivo gusto io. Quando vo- lessi amare, non getterei il mio tempo sì malamente, (stirando)

Cavaliere. Voi meritereste l’amore di un re.

Mirandolina. Del re di spade, o del re di cappe? (stirando)

Cavaliere. Parliamo sul serio, Mirandolina, e lasciamo gli scherzi.

Mirandolina. Parli pure, che io Y ascolto. (stirando)

Cavaliere. Non potreste per un poco lasciar di stirare ?

Mirandolina. Oh perdoni! Mi preme allestire questa biancheria per domani.

Cavaliere. Vi preme dunque quella biancheria più di me ?

Mirandolina. Sicuro. (stirando)

Cavaliere. E ancora lo confermate?

Mirandolina. Certo. Perchè di questa biancheria me ne ho da servire, e di lei non posso far capitale di niente. (stirando (1) Pap., Betl. ecc.: Che affannoso vioere è questo l \ [p. 264 modifica]

Cavaliere. Anzi potete dispor di me con autorità,

Mirandolina. Eh, che ella non può vedere le donne.

Cavaliere. Non mi tormentate più. Vi siete vendicata abbastanza. Stimo voi, stimo le donne che sono della vostra sorte, se pur ve ne sono. Vi stimo, vi amo, e vi domando pietà.

Mirandolina. Sì signore, glielo diremo. (stirando in fretta, si fa cadere un manicotto)

Cavaliere. (Leva di terra d manicotto, e glielo dà) Credetemi ...

Mirandolina. Non s’incomodi.

Cavaliere. Voi meritate di esser servita.

Mirandolina. Ah, ah, ah. (ride forte)

Cavaliere. Ridete?

Mirandolina. Rido, perchè mi burla.

Cavaliere. Mirandolina, non posso più. MlRANIX)LINA. Le vien male?

Cavaliere. Sì, mi sento mancare.

Mirandolina. Tenga il suo spirito di melissa. (gli getta con disprezzo la boccetta)

Cavaliere. Non mi trattate con tanta asprezza. Credetemi, vi amo, ve lo giuro, (vuol prenderle la mano, ed ella col ferro lo scotta) Aimè!

Mirandolina. Perdoni : non V ho fatto apposta.

Cavaliere. Pazienza ! Questo è niente. Mi avete fatto una scot- tatura più grande.

Mirandolina. Dove, signore?

Cavaliere. Nel cuore.

Mirandolina. Fabrizio. (chiama ridendo)

Cavaliere. Per carità, non chiamate colui.

Mirandolina. Me se ho bisogno dell’ altro ferro.

Cavaliere. Aspettate ... (ma no ...) chiamerò il mio servitore.

Mirandolina. Eh! Fabrizio (•)... (vuol chiamar Fabrizio)

Cavaliere. Giuro al cielo, se viene colui, gli spacco la testa.

Mirandolina. Oh, questa è bella! Non mi potrò servire della mia gente? (1) Pap., Bett. ecc.: Eh pensi lei I Fabri... [p. 265 modifica]

Cavaliere. Chiamate un altro; colui non lo posso vedere.

Mirandolina. Mi pare ch’ella si avanzi un poco troppo, signor

Cavaliere. (si scosta dal tavolino col Jerro in mano)

Cavaliere. Compatitemi ... son fuor di me. MlRANIX)LINA. Anderò io in cucina, e sarà contento.

Cavaliere. No, cara, fermatevi.

Mirandolina. E una cosa curiosa questa. (passeggiando)

Cavaliere. Compatitemi. (le va dietro)

Mirandolina. Non posso chiamar chi voglio? (passeggia)

Cavaliere. Lo confesso. Ho gelosia di colui. (le va dietro)

Mirandolina. (Mi vien dietro come un cagnolino). (da sé, passeggiando)

Cavaliere. Questa è la prima volta ch’io provo che cosa sia amore.

Mirandolina. Nessuno mi ha mai comandato. (camminando)

Cavaliere. Non intendo di comandarvi : vi prego. (la segue)

Mirandolina. Che cosa vuole da me? (voltandosi con alterezza)

Cavaliere. Amore, compassione, pietà.

Mirandolina. Un uomo che stamattina non poteva veder le donne, oggi chiede amore e pietà? Non gli abbado, non può essere, non gli credo. (Crepa, schiatta, impara a disprezzar le donne). (da se, e parte

SCENA VII.

Cavaliere solo. Oh maledetto il punto, in cui ho principiato a mirar costei ! Son caduto nel laccio, e non vi è più rimedio. (’) (I) Segue nelle edd. Pap., Bett. ecc.: Nasca quel che sa nascere, di qui non parto senza qualche ristoro alla mia passione. Lo comprerò a qualunque costo, anche a costo della mia Vita medesima, e se Mirandolina, dopo avermi innamorato a tal segno, sarà crudele con me, giuro al cielo, sarò risoluto con lei. [p. 266 modifica]

SCENA VIII.

Il Marchese e detto.

Marchese. Cavaliere, voi mi avete insultato.

Cavaliere. Compatitemi, fu un accidente.

Marchese. Mi maraviglio di voi.

Cavaliere. Finalmente il vaso non vi ha colpito.

Marchese. Una gocciola d’acqua mi ha macchiato il vestito.

Cavaliere. Tomo a dir compatitemi.

Marchese. Questa è una impertinenza.

Cavaliere. Non l’ho fatto apposta. Compatitemi per la terza volta.

Marchese. Voglio soddisfazione.

Cavaliere. Se non volete compatirmi, se volete soddisfazione, son qui, non ho soggezione di voi.

Marchese. Ho paura che questa macchia non voglia andar via; questo è quello che mi fa andare in collera. (cangiandosi)

Cavaliere. Quando un cavaliere vi chiede scusa, che pretendete di più ? (con isdegno)

Marchese. Se non l’avete fatto a malizia, lasciamo cmdare.

Cavaliere. Vi dico, che son capace di darvi qualunque soddi- sfazione.

Marchese. Via, non parliamo altro.

Cavaliere. Cavaliere malnato.

Marchese. Oh questa è bella ! A me è passata la collera, e voi ve la fate venire.

Cavaliere. Ora per l’ appunto mi avete trovato in buona luna.

Marchese. Vi compatisco, so che male avete.

Cavaliere. I fatti vostri io non li ricerco.

Marchese. Signor inimico delle donne, ci siete caduto eh?

Cavaliere. Io? Come?

Marchese. Sì, siete innamorato ...

Cavaliere. Sono il diavolo che vi porti.

Marchese. Che serve nascondersi ? ...

Cavaliere. Lasciatemi stare, che giuro al cielo ve ne farò pentire. (jìarte [p. 267 modifica]

SCENA IX.

Marchese solo. E innamorato, si vergogna, e non vorrebbe che si sapesse. Ma forse non vorrà che si sappia, perchè ha paura di me ; avrà soggezione a dichiararsi per mio rivale. Mi dispiace assaissimo di questa macchia; se sapessi come fare a levarla! Queste donne sogliono avere della terra da levar le macchie, (osserva nel tavolino e nel paniere) Bella questa boccetta ! Che sia d oro o di princisbech? Eh, sarà di princisbech: se fosse d’oro, non la lascierebbero qui ; se vi fosse dell’ acqua della regina, sa- rebbe buona per levar questa macchia, (apre, odora e gusta) E spirito di melissa. Tant’ e tanto sarà buono. Voglio provare.

SCENA X.

Dejanira e detto.

Dejanira. Signor Marchese, che fa qui solo? Non favorisce mai?

Marchese. Oh signora Contessa. Veniva or ora per riverirla.

Dejanira. Che cosa stava facendo?

Marchese. Vi dirò. Io sono amantissimo della pulizia. Voleva le- vare questa piccola macchia.

Dejanira. Con che, signore?

Marchese. Con questo spirito di melissa.

Dejanira. Oh perdoni, lo spirito di melissa non serve, anzi fa- rebbe venire la macchia più grande.

Marchese. Dunque, come ho da fare?

Dejanira. Ho io un segreto per cavar le macchie.

Marchese. Mi farete piacere a insegnarmelo.

Dejanira. Volentieri. M’impegno con uno scudo far andar via quella macchia, che non si vedrà nemmeno dove sia stata.

Marchese. Vi vuole uno scudo?

Dejanira. Sì signore, vi pare una grande spesa?

Marchese. E meglio provare lo spirito di melissa.

Dejanira. Favorisca: è buono quello spirito? [p. 268 modifica]

Marchese. Prezioso, sentite. (le dà la boccetta)

Dejanira. Oh, io ne so fare del meglio. (assaggiandolo)

Marchese. Sapete fare degli spiriti?

Dejanira. Si signore, mi diletto di tutto.

Marchese. Brava, damina, brava. Così mi piace.

Dejanira. Sarà d’oro questa boccetta?

Marchese. Non volete? E oro sicuro. (Non conosce Toro dal princisbech). (da sé)

Dejanira. E^ sua, signor Marchese?

Marchese. E mia, e vostra se comandate.

Dejanira. Obbligatissima alle sue grazie. (la mette via)

Marchese. Eh! so che scherzate.

Dejanira. Come ? Non me l’ ha esibita )

Marchese. Non è cosa da vostra pari. E una bagattella. Vi ser- virò di cosa migliore, se ne avete voglia.

Dejanira. Oh, mi maraviglio. E anche troppo. La ringrazio, si- gnor Marchese.

Marchese. Sentite. In confidenza. Non è oro. E princisbech.

Dejanira. Tanto meglio. La stimo più che se fosse oro. E poi, quel che viene dalle sue mani, è tutto prezioso.

Marchese. Basta. Non so che dire : servitevi, se vi degnate. (Pa- zienza ! Bisognerà pagarla a Mirandolina. Che cosa può valere ? Un filippo?) (da sé)

Dejanira. Il signor Marchese è un cavalier generoso.

Marchese. Mi vergogno a regalar queste bagattelle. Vorrei che quella boccetta fosse d oro.

Dejanira. In verità, pare propriamente oro. (la tira fuori, e la osserva) Ognuno s ingannerebbe.

Marchese. E vero, chi non ha pratica dell’ oro, s’ inganna ; ma io Io conosco subito.

Dejanira. Anche al peso par che sia oro.

Marchese. E pur non è vero.

Dejanira. Voglio faria vedere alla mia compagna.

Marchese. Sentite, signora Contessa, non la fate vedere a Mi- randolina. E una ciarliera. Non so se mi capite. [p. 269 modifica]

Dejanira. Intendo benissimo. La fo vedere solamente ad Ortensia.

Marchese. Alla Baronessa?

Dejanira. Sì, sì, alla Baronessa. (ridendo parte

SCENA XI.

Il Marchese, poi il Servitore del Cavaliere.

Marchese. Credo che se ne rida, perchè mi ha levato con quel bel garbo la boccettina. Tant’era se fosse stata d’oro. Manco male, che con poco l’ aggiusterò. Se Mirandolina vonà la sua boccetta, gliela pagherò, quando ne avrò.

Servitore. (Cerca sul tavolino) Dove diamine sarà questa boccetta?

Marchese. Che cosa cercate, galantuomo?

Servitore. Cerco una boccettina di spirito di melissa. La signora Mirandolina la vorrebbe. Dice che l’ha lasciata qui, ma non la ritrovo.

Marchese. Era una boccettina di princisbech?

Servitore. No signore, era d’oro.

Marchese. D’oro ?

Servitore. Certo che era d’ oro. L’ ho veduta comprar io per dodici zecchini. (cerca)

Marchese. (Oh povero me !) (da se) Ma come lasciar così una boc- cetta d’ oro ?

Servitore. Se Tè scordata, ma io non la trovo.

Marchese. Mi pare ancora impossibile che fosse d’oro.

Servitore. Era oro, gli dico. L’ha forse veduta V. E. ?

Marchese. Io ?... Non ho veduto niente.

Servitore. Basta. Le dirò che non la trovo. Suo danno. Doveva mettersela in tasca. (parte

SCENA Xll.

Il Marchese, poi il Conte.

Marchese. Oh povero marchese di Forlipopoli ! Ho donata una boccetta d’ oro, che vai dodici zecchini, e l’ ho donata per princisbech. Come ho da regolarmi in un caso di tanta im- [p. 270 modifica] portanza ? Se ricupero la boccetta dalla Contessa, mi fo ri- dicolo presso di lei ; se Mirandolina viene a scoprire ch’ io r abbia avuta, è in pericolo il mio decoro, Son cavaliere. Devo pagarla. Ma non ho danari.

Conte. Che dite, signor Marchese, della bellissima novità?

Marchese. Di qual novità?

Conte. Il cavaliere selvatico, il disprezzator delle donne, è inna- morato di Mirandolina.

Marchese. L’ ho caro. Conosca suo malgrado il merito di que- sta donna ; veda che io non m’ invaghisco di chi non merita ; e peni e crepi per gastigo della sua impertinenza.

Conte. Ma se Mirandolina gli corrisponde ?

Marchese. Ciò non può essere. Ella non farà a me questo torto. Sa chi sono. Sa cosa ho fatto per lei.

Conte. Io ho fatto per essa assai più di voi. Ma tutto è gettato. Mirandolina coltiva il cavaliere di Ripaf ratta, ha usato verso di lui quelle attenzioni che non ha praticato ne a voi, ne a me ; e vedesi che colle donne più che si sa, meno si merita, e che burlandosi esse di chi le adora, corrono dietro a chi le disprezza.

Marchese. Se ciò fosse vero ... ma non può essere.

Conte. Perchè non può essere?

Marchese. Vorreste mettere il Cavaliere a confronto di me?

Conte. Non l’ avete veduta voi stesso sedere alla di lui tavola ? Con noi ha praticato mai un atto di simile confidenza ? A lui biancheria distinta. Servito in tavola prima di tutti. Le pie- tanze gliele fa ella colle sue mani. I servidori vedono tutto, e parlano. Fabrizio freme di gelosia. E poi quello svenimento, vero o fìnto che fosse, non è segno manifesto d amore ?

Marchese. Come! (’) A lui si fanno gl’intingoli saporiti, e a me carnaccia di bue, e minestra di riso lungo ? Sì, è vero, questo è uno strapazzo al mio grado, alla mia condizione.

Conte. Ed io che ho speso tanto per lei ? (I) Segue nelle edd. Pap., Bett. ecc.: Al Caoalier biancheria da tavola nuova, e a me salviette con tante eli buche ? A lui si fanno ecc. [p. 271 modifica]

Marchese. Ed io che la regalava continusunente ? Le ho fino^ dato da hgre^3i quel mio vino di Cipro così prezioso. II Ca- valiere non avrà fatto con costei una minima parte di quello che abbiamo fatto noi.

Conte. Non dubitate, che anch’egli l’ha regalata.

Marchese. Sì ? Che cosa le ha donato ?

Conte. Una boccettina d’oro con dello spirito di melissa.

Marchese. (Oimè !) (da se) Come lo avete saputo ?

Conte. Il di lui servidore l’ha detto al mio.

Marchese. (Sempre peggio. Entro in un impegno col CavcJiere).

Conte. Vedo che costei è un’ ingrata ; voglio assolutamente la- sciarla. Voglio partire or ora da questa locanda indegna.

Marchese. Sì, fate bene, andate.

Conte. E voi che siete un cavaliere di tanta riputazione, dovreste partire con me.

Marchese. Ma ... dove dovrei andare ?

Conte. Vi troverò io un alloggio. Lasciate pensare a me.

Marchese. Quest’alloggio ... sarà per esempio ...

Conte. Andremo in casa d’un mio paesano. Non ispenderemo nulla.

Marchese. Basta, siete tanto mio amico, che non posso dirvi di no.

Conte. Andiamo, e vendichiamoci di questa femmina sconoscente.

Marchese. Sì, andiamo. (Ma ! Come sarà poi della boccetta ? Son cavaliere, non posso fare una mal’ azione). (da sé)

Conte. Non vi pentite, signor Marchese, andiamo via di qui. Fa- temi questo piacere, e poi comandatemi dove posso, che vi servirò.

Marchese. Vi dirò. In confidenza, ma che nessuno lo sappia. Il mio fattore mi ritarda qualche volta le mie rimesse ...

Conte. Le avete forse da dar qualche cosa ?

Marchese. Sì, dodici zecchini.

Conte. Dodici zecchini ? Bisogna che sia dei mesi, che non pa- gate.

Marchese. Così è, le devo dodici zecchini. Non posso di qua partire senza pagarla. Se voi mi faceste il piacere ...

Conte. Volentieri. Eccovi dodici zecchini. (tira fuori la borsa [p. 272 modifica]

Marchese. Aspettate. Ora che mi ricordo, sono tredici. (Voglio rendere il suo zecchino anche al Cavaliere).

Conte. Dodici o tredici è lo stesso per me. Tenete.

Marchese. Ve li renderò quanto prima.

Conte. Servitevi quanto vi piace. Danari a me non me ne man- Ccino ; e per vendicarmi di costei, spenderei mille doppie.

Marchese. Sì, veramente è un’ingrata. Ho speso tanto per lei, e mi tratta così. ^-^— ■ -^

Conte. Voglio rovinare la sua locanda. Ho fatto andar via anche quelle due commedianti.

Marchese. Dove sono le commedianti?

Conte. Erano qui : Ortensia e Dejanira.

Marchese. Come ! Non sono dame ?

Conte. No. Sono due comiche. Sono arrivati i loro compagni, e la favola è terminata.

Marchese. (La mia boccetta !) (da sé) Dove sono alloggiate ?

Conte. In una casa vicino al teatro.

Marchese. (Vado subito a ricuperare la mia boccetta). (parte)

Conte. Con costei mi voglio vendicar così. Il Cavaliere poi, che ha saputo fìngere per tradirmi, in altra maniera me ne ren- derà conto. (parte

SCENA XIII.

Camera con tre porte. Mirandolina sola. Oh meschina me ! Sono nel brutto impegno ! Se il Cavaliere mi arriva, sto fresca. Si è indiavolato maledettamente. Non vorrei che il diavolo lo tentasse di venir qui. Voglio chiudere questa porta, (serra la porta da dove a-venuta) Ora principio quasi a pen- tirmi di quel che ho fatto. E vero che mi sono asseii diver- tita nel farmi correr dietro a tal segno un superbo, un disprez- zator delle donne ; ma ora che il satiro è sulle furie, vedo in pericolo la mia riputazione e la mia vita medesima. Qui mi convien risolvere qualche cosa di grande. Son sola, non [p. 273 modifica] ho nessuno dal cuore che mi difenda. Non ci sarebbe altri che quel buon uomo di Fabrizio, che in un tal caso mi po- tesse giovare. Gli prometterò di sposarlo ... Ma ... prometti, prometti, si stancherà di credermi ... Sarebbe quasi meglio eh io lo sposassi davvero. Finalmente con un tal matrimonio posso sperar di mettere al coperto il mio interesse e la mia riputazione, senza pregiudicare alla mia libertà..

SCENA XIV.

Il Cavaliere di dentro, e detta; poi Fabrizio. Il Cavaliere batte per di dentro alla porta.

Mirandolina. Battono a questa porta: chi sarà mai? (s’accosta)

Cavaliere. Mirandolina. (di dentro)

Mirandolina. (L’amico è qui). (da sé)

Cavaliere. Mirandolina, apritemi. (come sopra)

Mirandolina. (Aprirgli ? Non sono si gonza). Che comanda, si- gnor Cavaliere?

Cavaliere. Apritemi. (dì dentro)

Mirandolina. Favorisca andare nella sua camera, e mi aspetti, che or ora sono da lei.

Cavaliere. Perchè non volete aprirmi ? (come sopra MlFlANDOLlNA. Arrivano de’ forestieri. Mi faccia questa grazia, vada, che or ora sono da lei.

Cavaliere. Vado : se non venite, povera voi. (parte)

Mirandolina. Se non venite, povera voi ! Povera me, se vi an- dassi. La cosa va sempre peggio. Rimediamoci, se si può. E andato via? (guarda al buco della chiave) Sì, sì, è andato. Mi aspetta in camera, ma non vi vado. Ehi? Fabrizio, (ad un’altra porta) Sarebbe bella che ora Fabrizio si vendicasse di me, e non volesse... Oh, non vi è pericolo. Ho io certe manierine, (0 certe smorfìette, che bisogna che caschino, se fossero di ma- cigno. Fabrizio. (chiama ad un’altra porta (!) Pap., Bett. ecc., aggiungono : certe occhiatine. t [p. 274 modifica]

Fabrizio. Avete chiamato ?

Mirandolina. Venite qui; voglio farvi una confidenza.

Fabrizio. Son qui.

Mirandolina. Sappiate che il cavaliere di Ripafratta si è sco- perto innamorato di me.

Fabrizio. Eh, me ne son accorto.

Mirandolina. Sì ) Ve ne siete accorto ? Io in verità non me ne sono mai avveduta.

Fabrizio. Povera semplice! Non ve ne siete accorta! Non avete veduto, quando stiravate col ferro, le smorfie che vi faceva? La gelosia che aveva di me?

Mirandolina. Io che opero senza malizia, prendo le cose con indifferenza. Basta ; ora mi ha dette certe parole, che in ve- rità, Fabrizio, mi hanno fatto arrossire.

Fabrizio. Vedete: questo vuol dire perchè siete una giovane sola, senza padre, senza madre, senza nessuno. Se foste maritata, non anderebbe così.

Mirandolina. Orsù, capisco che dite bene; ho pensato di ma- ritarmi.

Fabrizio. Ricordatevi di vostro padre.

Mirandolina. Sì, me ne ricordo.

SCENA XV.

Il Cavaliere di dentro e detti. Il Cavaliere batte alla porta dove era prima.

Mirandolina. Picchiano. > (a Fabrizio)

Fabrizio. Chi è che picchia ? (forte verso la porta)

Cavaliere. Apritemi. (di dentro)

Mirandolina. Il Cavaliere. (a Fabrizio)

Fabrizio. Che cosa vuole? (s’accosta per aprirgli)

Mirandolina. Aspettate ch’io parta.

Fabrizio. Di che avete timore ?

Mirandolina. Caro Fabrizio, non so, ho paura della mia onestà. (parte [p. 275 modifica]

Fabrizio. Non dubitate, io vi difenderò.

Cavaliere. Apritemi, giuro al cielo. (di dentro)

Fabrizio. Che comanda, signore ? Che strepiti sono questi ? In una locanda onorata non si fa così.

Cavaliere. Apri questa porta. (si sente che la sforza)

Fabrizio. Cospetto del diavolo ! Non vorrei precipitare. Uomini, chi è di là ? Non ci è nessuno ? SGENA XVI. Il Marchese ed il Conte dalla porta di mezzo, e detti.

Conte. Che e’ è ? (sulla porta)

Marchese. Che rumore è questo ? (sulla porta)

Fabrizio. Signori, li prego : il signor cavaliere di Ripafratta vuole sforzar quella porta. (piano, che il Cavaliere non senta)

Cavaliere. Aprimi, o la getto abbasso. (di dentro)

Marchese. Che sia diventato pazzo ? Andiamo via. (al Conte)

Conte. Apritegli, (a Fabrizio) Ho volontà per appunto di parlar con lui.

Fabrizio. Aprirò ; ma le supplico ...

Conte. Non dubitate. Siamo qui noi.

Marchese. (Se vedo niente niente, me la colgo). (da sé (Fabrizio apre, ed entra il Cavaliere)

Cavaliere. Giuro al cielo, dov’è ?

Fabrizio. Chi cerca, signore ?

Cavaliere. Mirandolina dov’ è ?

Fabrizio. Io non Io so.

Marchese. (L’ha con Mirandolina. Non è niente). (da sé)

Cavaliere. Scellerata, la troverò. (s’ incammina, e scopre il Conte e il Marchese)

Conte. Con chi l’avete ? (al Cavaliere)

Marchese. Cavaliere, noi siamo amici.

Cavaliere. (Oimè ! Non vorrei per tutto l’oro del mondo che nota fosse questa mia debolezza). (da sé)

Fabrizio. Che cosa vuole, signore, dalla padrona ? [p. 276 modifica]

Cavaliere. A te non devo rendere questi conti. Quando comando, voglio esser servito. Pago i miei denari per questo, e giuro al cielo, ella avrà che fare con me.

Fabrizio. V. S. paga i suoi denari per essere servito nelle cose lecite e oneste : ma non ha poi da pretendere, la mi per- doni, che una donna onorata ...

Cavaliere. Che dici tu ? Che sai tu ? Tu non entri ne’ fatti miei. So io quel che ho ordinato a colei.

Fabrizio. Le ha ordinato di venire nella sua camera.

Cavaliere. Va via, briccone, che ti rompo il cranio.

Fabrizio. Mi maraviglio di lei.

Marchese. Zitto. (a Fabrizio)

Conte. Andate via. (a Fabrizio)

Cavaliere. Vattene via di qui. (a Fabrizio)

Fabrizio. Dico, signore ... (riscaldandosi)

Marchese. Via. ) n ■ .■

 ... > Ilo cacciano vta

Conte. Via. j

Fabrizio. (Corpo di bacco ! Ho proprio voglia di precipitare). (da sé, e parte

SCENA XVII.

Il Cavaliere, il Marchese ed il Conte.

Cavaliere. (Indegna ! Farmi aspettar nella camera). (da sé)

Marchese. (Che diamine ha ?) (piano al Conte)

Conte. (Non lo vedete ? E innamorato di Mirandolina).

Cavaliere. (E si trattiene con Fabrizio ? E parla seco di ma- trimonio ?) (da sé)

Conte. (Ora è il tempo di vendicarmi), (da sé) Signor Cavaliere, non conviene ridersi delle altrui debolezze, quando si ha un cuor fragile come il vostro.

Cavaliere. Di che intendete voi di parlare ?

Conte. So da che provengono le vostre smanie.

Cavaliere. Intendete voi di che parli ? (alterato al Marchese)

Marchese. Amico, io non so niente. [p. 277 modifica]

Conte. Parlo di voi, che col pretesto di non poter soffrire le donne, avete tentato rapirmi il cuore di Mirandolina, eh era già mia conquista.

Cavaliere. Io ? (alterato verso il Marchese)

Marchese. Io non parlo.

Conte. Voltatevi a me, a me rispondete. Vi vergognate forse d’aver mal proceduto ?

Cavaliere. Io mi vergogno d’ascoltarvi più oltre, senza dirvi che voi mentite.

Conte. A me una mentita?

Marchese. (La cosa va peggiorando). (da se)

Cavaliere. Con qual fondamento potete voi dire ) ... (Il Conte non sa ciò che si dica). (al Marchese, irato)

Marchese. Ma io non me ne voglio impicciare.

Conte. Voi siete un mentitore.

Marchese. Vado via. (vuol partire)

Cavaliere. Fermatevi. (lo trattiene per forza)

Conte. E mi renderete conto ...

Cavaliere. Sì, vi renderò conto Datemi la vostra spada. (al Marchese)

Marchese. Eh via, acquietatevi tutti due. Caro Conte, cosa im- porta a voi che il Cavaliere ami Mirandolina ? ...

Cavaliere. Io l’amo ? Non è vero ; mente chi lo dice.

Marchese. Mente ? La mentita non viene a me. Non sono io che lo dico.

Cavaliere. Chi dunque ?

Conte. Io lo dico e lo sostengo, e non ho soggezione di voi.

Cavaliere. Datemi quella spada. (al Marchese)

Marchese. No, dico.

Cavaliere. Siete ancora voi mio nemico ?

Marchese. Io sono amico di tutti.

Conte. Azioni indegne son queste. (’)

Cavaliere. Ah giuro al Cielo! (leva la spada al Marchese, la quale esce col fodero (I) Pap., Bett. ecc., aggiungono: Azioni da IraJilori, da gente infame. [p. 278 modifica]

Marchese. Non mi perdete il rispetto. (al Cavaliere)

Cavaliere. Se vi chiamate offeso, darò soddisfazione anche a voi. (al Marchese)

Marchese. Via ; siete troppo caldo. (Mi dispiace ...). (da se, rammaricandosi)

Conte. Io voglio soddisfazione. (si mette in guardia)

Cavaliere. Ve la darò. (vuol levar il fodero, e non può)

Marchese. Quella spada non vi conosce ...

Cavaliere. Oh maladetta ! (sforza per cavarlo)

Marchese. Cavaliere, non farete niente ...

Conte. Non ho più sofferenza.

Cavaliere. Eccola, (cava la spada, e vede essere mezza lama) Che è questo ?

Marchese. Mi avete rotta la spada.

Cavaliere. Il resto dov’è ? Nel fodero non v’ è niente.

Marchese. Sì, è vero ; Y ho rotta nell’ ultimo duello ; non me ne ricordavo.

Cavaliere. Lasciatemi provveder d’una spada. (al Conte)

Conte. Giuro al cielo, non mi fuggirete di mano.

Cavaliere. Che fuggire ? Ho cuore di farvi fronte anche con questo pezzo di lama.

Marchese. E lama di Spagna, non ha paura.

Conte. Non tanta bravura, signor gradasso.

Cavaliere. Sì, con questa lama. (s’avventa verso il Conte)

Conte. Indietro. (si pone in difesa

SCENA XVIII.

Mirandolina, Fabrizio e detti

Fabrizio. Alto, alto, padroni.

Mirandolina. Alto, signori miei, alto.

Cavaliere. (Ah maladetta!) (vedendo Mirandolina)

Mirandolina. Povera me! Colle spade?

Marchese. Vedete ? Per causa vostra.

Mirandolina. Come per causa mia ? [p. 279 modifica]

Conte. Eccolo lì il signor Cavaliere. E innamorato di voi.

Cavaliere. Io innamorato ? Non è vero ; mentite.

Mirandolina. Il signor Cavaliere innamorato di me? Oh no, signor Conte, ella s’inganna. Posso assicurarla, che certamente s’inganna.

Conte. Eh, che siete voi pur d’accordo ...

Marchese. Si sa, si vede ...

Cavaliere. Che si sa ? Che si vede ? (alterato, verso il Marchese)

Marchese. Dico, che quando è, si sa .... Quando non è, non si vede.

Mirandolina. Il signor Cavaliere innamorato di me ? Egli lo nega, e negandolo in presenza mia, mi mortifica, mi avvilisce, e mi fa conoscere la sua costanza e la mia debolezza. Confesso il vero, che se riuscito mi fosse d’innamorarlo, avrei creduto di fare la maggior prodezza del mondo. Un uomo che non può vedere le donne, che le disprezza, che le ha in mal concetto, non si può sperare d’ irmamorarlo. Signori miei, io sono una donna schietta e sincera : quando devo dir, dico, e non posso celare la verità. Ho tentato d’ innamorare il signor Cavaliere, ma non ho fatto niente. E vero, signore ? Ho fatto, ho fatto, e non ho fatto niente. (al Cavaliere)

Cavaliere. (Ah 1 Non posso parlare). (da sé)

Conte. Lo vedete? Si confonde. (a Mirarìdolina)

Marchese. Non ha coraggio di dir di no. (a Mirandolina)

Cavaliere. Voi non sapete quel che vi dite, (al Marchese, irato)

Marchese. E sempre l’ avete con me. (al Cavaliere, dolcemente)

Mirandolina. Oh, il signor Cavaliere non s’ innamora. Conosce r arte. Sa la furberia delle donne : alle parole non crede ; delle lagrime non si fida. Degli svenimenti poi se ne ride.

Cavaliere. Sono dunque finte le lagrime delle donne, sono men- daci gli svenimenti?

Mirandolina. Come ! Non lo sa, o finge di non saperlo ?

Cavaliere. Giuro al cielo ! Una tal finzione meriterebbe uno stile nel cuore.

Mirandolina. Signor Cavaliere, non si riscaldi, perchè questi si- gnori diranno ch’ è innamorato davvero. [p. 280 modifica]

Conte. Sì, lo è, non Io può nascondere.

Marchese. Si vede negli occhi.

Cavaliere. No, non lo sono. (irato al Marchese)

Marchese. E sempre con me.

Mirandolina. No signore, non è innamorato. Lo dico, lo sostengo, e sono pronta a provarlo.

Cavaliere. (Non posso più), (da se) Conte, ad altro tempo mi tro- verete provveduto di spada, (getta via la mezza spada del Marchese)

Marchese. Ehi! la guardia costa denari. (la prende di terra)

Mirandolina. Si fermi, signor Cavaliere, qui ci va della sua ri- putazione. Questi signori credono ch’ ella sia innamorato ; bi- sogna disingannarli.

Cavaliere. Non vi è questo bisogno.

Mirandolina. Oh sì, signore, (i) Si trattenga un momento.

Cavaliere. (Che far intende costei ?) (da sé)

Mirandolina. Signori, il più certo segno d’amore è quello della gelosia, e chi non sente la gelosia, certamente non ama. Se il signor Cavaliere mi amasse, non potrebbe sofhire ch’ io fossi d’ un altro, ma egli lo soffrirà, e vedranno ...

Cavaliere. Di chi volete voi essere?

Mirandolina. Di quello a cui mi ha destinato mio padre.

Fabrizio. Parlate forse di me? (a Mirandolina)

Mirandolina. Sì, caro Fabrizio, a voi in presenza di questi ca- valieri vo’ dar la mano di sposa.

Cavaliere. (Oimè ! Con colui ? non ho cuor di soffrirlo). (da sé, smaniando)

Conte. (Se sposa Fabrizio, non ama il Cavaliere), (da sé) Sì, spo- satevi, e vi prometto trecento scudi. Marchese, Mirandolina, è meglio un ovo oggi, che una gallina domani. Sposatevi ora, e vi do subito dodici zecchini.

Mirandolina. Grazie, signori, non ho bisogno di dote. Sono una povera donna senza grazia, senza brio, incapace d’ innamorar persone di merito. Ma Fabrizio mi vuol bene, ed io in que- sto punto alla presenza loro lo sposo ... (1) Pap., Bett. ecc., aggiungono : vi i. [p. 281 modifica]

Cavaliere. Sì, maladetta, sposati a chi tu vuoi. So che tu m’in- gannasti, so che trionfi dentro di te medesima d’avermi avvilito, e vedo sin dove vuoi cimentare la mia tolleranza. Meriteresti che io pagassi gl’inganni tuoi con un pugnale nel seno ; meri- teresti ch’ io ti strappassi il cuore, e lo recassi in mostra alle femmine lusinghiere, alle femmine ingannatrici. Ma ciò sarebbe un doppiamente avvilirmi. Fuggo dagli occhi tuoi : maledico le tue lusinghe, le tue lagrime, le tue finzioni ; tu mi hai fatto conoscere qual infausto potere abbia sopra di noi il tuo sesso, e mi hai fatto a costo mio imparare, che per vincerlo non basta no disprezzarlo, ma ci conviene fuggirlo. (parte

SCENA XIX.

Mirandolina, il Conte, il Marchese e Fabrizio.

Conte. Dica ora di non essere innamorato.

Marchese. Se mi dà un’ altra mentita, da cavaliere lo sfido.

Mirandolina. Zitto, signori, zitto. E andato via, e se non torna, e se la cosa passa così, posso dire di essere fortunata. Pur troppo, poverino, mi è riuscito d’ innamorarlo, e mi son messa ad un brutto rischio. No ne vo’ saper altro. Fabrizio, vien qui, caro, dammi la mano.

Fabrizio. La mano? Piano un poco, signora. Vi dilettate d’innamorar la gente in questa maniera, e credete ch’io vi voglia sposare?

Mirandolina. Eh via, pazzo ! E stato uno scherzo, una bizzarria, un puntiglio. Ero fanciulla, non avevo nessuno che mi coman- dasse. Quando sarò maritata, so io quel che farò.

Fabrizio. Che cosa farete?

SCENA ULTIMA.

Il Servitore del Cavaliere e detti.

Servitore. Signora padrona, prima di partire son venuto a rive- rirvi.

Mirandolina. Andate via? / [p. 282 modifica]

Servitore. Sì. Il padrone va alla posta. Fa attaccare : mi aspetta colla roba, e ce ne andiamo a Livorno.

Mirandolina. Compatite, se non vi ho fatto ...

Servitore. Non ho tempo da trattenermi. Vi ringrazio, e vi rive- risco, (parte)

Mirandolina. Grazie al cielo, è partito. Mi resta qualche rimorso; certamente è partito con poco gusto. Di questi spassi non me ne cavo mai più.

Conte. Mirandolina, fanciulla o maritata che siate, sarò lo stesso per voi.

Marchese. Fate pur capitale della mia protezione.

Mirandolina. Signori miei, ora che mi marito, non voglio protet- tori, non voglio spasimati, non voglio regali. Sinora mi sono divertita, e ho fatto male, e mi sono arrischiata troppo, e non lo voglio fare mai più. Questi è mio marito ...

Fabrizio. Ma piano, signora ...

Mirandolina. Che piano! Che cosa c’è? Che difficoltà ci sono? Andiamo. Datemi quella mano,

Fabrizio. Vorrei che facessimo prima i nostri patti.

Mirandolina. Che patti ? Il patto è questo : o dammi la mano, o vattene al tuo paese.

Fabrizio. Vi darò la mano ... ma poi ...

Mirandolina. Ma poi, sì, caro, sarò tutta tua; non dubitare di me, ti amerò sempre, sarai l’anima mia.

Fabrizio. Tenete, cara, non posso più. (/e dà la mano)

Mirandolina. (Anche questa è fatta). (da sé)

Conte. Mirandolina, voi siete una gran donna, voi avete l’abilità di condur gli uomini dove volete.

Marchese. Certamente la vostra maniera obbliga infinitamente.

Mirandolina. Se è vero ch’io possa sperar grazie da lor signori, una ne chiedo loro per ultimo.

Conte. Dite pure.

Marchese. Pariate.

Fabrizio. (Che cosa mai adesso domanderà ?) (da sé)

Mirandolina. Le supplico per atto di grazia, a provvedersi d’un’ al- tra locanda. [p. 283 modifica]

Fabrizio. (Brava ; ora vedo che la mi vuol bene). (da se)

Conte. Sì, vi capisco e vi lodo. Me n’ anderò, ma dovunque io sia, assicuratevi della mia stima.

Marchese. Ditemi : avete voi perduta una boccettina d’oro ?

Mirandolina. Sì signore.

Marchese. Eccola qui. L’ho io ritrovata, e ve la rendo. Partirò per compiacervi, ma in ogni luogo fate pur capitale della mia protezione.

Mirandolina. Queste espressioni mi saran care, nei limiti della convenienza e dell’ onestà. Cambiando stato, voglio cambiar costume ; e lor signori ancora profittino di quanto hanno ve- duto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locan- diera. Fine della Commedia.

[p. 284 modifica]