La poetessa Saffo al salto di Leucade/Scena lirica

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Scena lirica

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Interlocutori La poetessa Saffo al salto di Leucade
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SCENA LIRICA


Si vede spuntar la Luna dall’Orizzonte. Spiaggia di Mare. Promontorio altissimo di Leucade di Marmo bianco, Tempio di Apollo Leucadio. La Spiaggia è ingombra dei Monumenti di coloro, che perirono nel salto, o ne sortirono felicemente. Iscrizioni sugli uni, e sugli altri. Il più magnifico è quello di Deucalione, che fu il primo ad esporsi al cimento. Antro di Stratonica da un lato.

SAFFO, CORO, e SACERDOTI di APOLLO.

saffo.

Ecco il Tempio bramato: ecco la meta
De’ miei lunghi sospir. Quivi a seconda
Delle voci del Dio,
la vita, o l’amor lasciar degg’io.
Sacri Ministri, ah! secondate amici
I miei prieghi, il mio pianto;
E tu propizio intanto
O Nume feritor volgimi il ciglio;
E vedi innanzi all’ara
Con dimesso sembiante
Un cor trafitto, una infelice amante.
          Oh raggio candido,
               Che splendi, e tremoli,
               A te coi palpiti
               Risponde il cor.

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          Vieni a quest’anima
               La vita a rendere,
               O cara immagine
               Del mio tesor.

Odesi strepito d’Orchestra. S’oscura il Cielo, lampi, e tuoni.

Ahimè! Che sarà mai!
Quai lampi ardenti!
Tuona alla destra
Il vacillante suolo,
E più non mi sostienì:
Misera i In questo di par che rovini
A spavento dell’empio
La Terra, il Monte, il Simulacro, e il Tempio.
coro.
          Taci, che al fine
               Il Dio del Canto
               Col tuo bel pianto
               Si placherà.

Si vede sortire dal Tempio il Sagrificatore, il quale annunzia il seguente oracolo.

O FANCIULLA DI LESBO,
IL FOCO DELL’AMOR, CHE TI CIRCONDA
S’ESTINGUERÀ’ DI LEUCADE NELL’ONDA
saffo.
Che sento! È dunque questo
Il decreto fatale? il divin labbro
La gran sentenza proferi. Si corra
S’obbedisca al suo cenno. Ardita e franca

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Vadasi... Ah non ho cor: nel punto estremo
L’ardir mi manca, impallidisco, e tremo.
     Più non trovo in ciel pietade,
          Più non ho conforto al core.
          Si spietato è il mio dolore,
          Che non so pia lacrimar.
     Sol vi chiedo o giusti Dei,
          Di vedere il caro amante;
          Sul suo volto in quest’istante
          L’alma mia godrà spirar.
Vergognosa viltà! Forse quell’onda
In sen di tanti, e tante
La piaga non sanò?
Spero nel Nume:
A lui m’affido; un nuova ardor già sento,
Vado in braccio al mio fato, e non pavento.
coro.
          Alma più intrepida
               Nò non si dà.
saffo.
          Vista terribile,
               Tu fosti immagine
               Della mia barbara
               Fatalità,
          Dolce speme del mio core,
               Non mi è grave il fato mio;
               Ma il dover lasciarti, oh Dio,
               E’ insoffribile dolor.

[p. 8 modifica]coro.

          Qual costanza, qual’esempio
               Di coraggio, e di valor;

saffo.

          Va crudel, che della morte
               II vederti è più gran pena;
               Più quest’alma non si frena,
               E m’opprime il mio furor.

Mentre la infelice Saffo sospirando si abbandona d’un salto nell’acque sottoposte, il Coro canta la seguente preghiera.

          Dolce armonia soave,
               Consola tu quest’alma;
               Torni la dolce calma
               A serenarle il cor.

Frattanto che il Coro canta, si vede da una Scena trasparente l'Olimpo, e per mano di Apollo apparisce l’Apoteosi di Saffo in premio delle di lei cotanto celebrate Poesie.


FINE.