La secchia rapita (1930)/Dichiarazioni di Gaspare Salviani alla Secchia rapita/Canto secondo

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Canto secondo

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Dichiarazioni di Gaspare Salviani alla Secchia rapita - Canto primo Dichiarazioni di Gaspare Salviani alla Secchia rapita - Canto terzo

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CANTO SECONDO

S. 7, v. 3: Questo Rarabone, che ’l poeta finge qui per autore della sua famiglia, non si sa che veramente fosse allora capo di banca; ma si trova però nelle croniche di quella cittá scritto fra gli anziani e conservatori di essa ventott’anni appresso.

S. 11, v. 2: Equivoca e scherza sopra il nome di Marcello, che in Venezia è una moneta da dodici soldi.

S. 13, v. 3: Il dottor Camillo Baldi fu principal lettore dello Studio di Bologna, e amico del poeta; e avea le sue possessioni a Grevalcore terra palustre; dove, alle prime rane che si veggono, sogliono i modanesi motteggiare che quei di Grevalcore non possono piú perir di quell’anno, perché quivi ne nascono e se ne mangiano assai.

S. 13, v. 7: Veramente Appiano Alessandrino, descrivendo il luogo dove Pausa console fu ucciso dalle genti di Marc’Antonio, pare che additi le valli di Grevalcore; dove tanto gli uomini quanto le rane nascono verdi e gialli.

S. 27, v. 6: Veggansi l’istorie di quei tempi, e troverassi che i modanesi, i parmegiani e i cremonesi erano sempre uniti in lega.

S. 28, v. 1: Finge il poeta che la Fama porti gli avisi e le gazzette de’ menanti d’Italia alla corte di Giove.

S. 33, v. 4: Intende delle maremme di Siena, i cui cervelli hanno fama d’avere occulta intelligenza con questa dea.

S. 35, v. 8: Le meretrici invecchiate e dismesse sogliono per l’ordinario applicarsi a cosí fatti lavori.

S. 36, v. 2: Rappresenta certe mogli indiavolate e traverse, che sempre aggiustano tutte le faccende loro a disgustare il marito. S’egli ha forestieri, esse vogliono fare il bucato; se vuol mangiar per tempo, esse vanno all’ultima messa; s’egli ha bisogno di loro, vanno a lavarsi il capo: altre non si mettono mai ad intrecciarsi i capegli, se non quando si vuole andare a tavola, per farsi aspettare un pezzo: strebbiatrici, insolenti, picchiapetti.

S. 36, v. 8: È galanteria, che s’usa nelle corti di Roma, acciò che i servidori non s’imbriachino. Sono di quei benefici non ricercati, che sogliono usare i moderni caritativi.

S. 43, v. 1: Il signor Guglielmo Moons, agente del serenissimo elettor di Colonia, paragonò questo luogo con quelli d’Omero [p. 239 modifica] e di Vergilio; ma non gli parvero da competere: ma io so che ’l poeta non ebbe intenzione di concorrer con essi.

S. 43, v. 7: Chi non intende il poeta, legga le veridiche istorie di Luciano, dove tratta delle battaglie seguite tra Endimione e Fetonte ne’ campi della Luna.

S. 44, v. 2: Dante disse [Inf. xviii, 61]: «Tra Savna e ’l Ren dove si dice sipa».

S. 45, v. 8: Saturno, pianeta maligno, che agli uomini co’ suoi influssi sempre minaccia danni, risponde qui conforme alla sua natura. E Marte applaude alla sua risposta, per esser anch’egli pianeta di mala qualitá.

S. 46, v. 7: Parla astrologicamente: perciò che, se la stella di Marte è mirata d’aspetto opposto o quadrato da quella di Venere, a’ suoi cattivi influssi vien scemato il vigore.

S. 50, v. 1: A Modana si fanno e s’adoprano le maschere piú che in cittá del mondo; e ’l carnevale vi sono continue danze e tornei e giostre e bagordi. E quivi parimenti sono trebbiani dolcissimi ed altri vini in copia grande.

S. 30, v. 8: Allude al proverbio far la barba di stoppa; e motteggia le statue degli dèi de’ gentili ch’avevano la barba d’oro: onde Dionisio tiranno la levò ad Esculapio, dicendo ch’era indecenza che ’l figlio avesse la barba e ’l padre, ch’era Apollo, fosse sbarbato.

S. 37, v. 8: Piú modestamente non si poteva dichiarare l’oscenitá, né con piú acutezza schernire il gentilesimo. Alcuni si credettero d’imitar questi dileggiamenti degli dèi de’ gentili, e diedono nelle seccagini e nelle freddezze: «Ma ognun del suo saper par che s’appaghi».

S. 60, v. 1: La plebe di Bologna suol essere astutissima: aggiuntovi poi l’esser oste e l’esser guerzo, affina la tristizia a ventiquattro carati.

S. 63, v. 2: Chiama il poeta fetente Modana per rispetto delle sue strade lorde, dominate piú dalla dea Merdarola che dal dio Febo. Un altro poeta disse:

     Modana è una cittá di Lombardia
Tra ’l Panaro e la Secchia in un pantano,
Dove si smerda ogni fedel cristiano
Che s’abbatte a passar per quella via.

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I modanesi sogliono con tutto ciò dire che la cittá loro ha due strade per tutto: una per gli uomini e l’altra per le bestie; intendendo che i portici, che sono in tutte le contrade, servano per gli uomini.

S. 65, v. 3: Bacco non poteva chiamar gente piú sua affezionata e divota, né invitarla in luogo dove fosse meglio trattata; perciò che a Modana ci sono bonissimi vini, e in tanta quantitá che si vende a tre giuli il barile: onde si può dire che quivi sia la regia di Bacco, e la terra di promissione de’ tedeschi.

S. 65, v. 7: Questi è il primo santo che venga dopo le vendemmie; e suole essere la sua festa destinata ad assaggiare i vini nuovi. Oltre di ciò Gregorio turonese fra’ miracoli di questo santo conta alcune moltiplicazioni di vino; sí che per tutti questi rispetti i tedeschi deono avere in venerazione particolare questo gran santo.