Le Mille ed una Notti/Lettera del califfo Aaron-al-Raschid al re di Balsora

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Lettera del califfo Aaron-al-Raschid al re di Balsora
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LETTERA


DEL CALIFFO AARON-AL-RASCHID AL RE DI BALSORA.


««Aaron-al-Raschid, figlio di Mahdi, manda questa lettera a Mohammed Zinebi, suo cugino. Appena che Noreddin, figliuolo del visir Khacan, latore di questo foglio, te l’avrà consegnato, e che tu l’avrai letto, spogliati all’istante del manto reale, mettiglielo sulle spalle, e fallo sedere al tuo posto, e non mancare. Addio.»»

«Piegò poi il califfo e sigillò la lettera, e senza palesarne il contenuto a Noreddin: — Prendete,» gli disse, «ed andate ad imbarcarvi subito sur un bastimento che sta per partire fra poco, siccome ne parte uno ogni giorno alla medesima ora; dormirete, imbarcato che vi sarete.» Il giovane prese la lettera, e partì col poco denaro che aveva indosso quando l’usciere Sangiar gli diede la sua borsa; la Bella Persiana, inconsolabile per la di lui partenza, ritiratasi a parte sul sofà, proruppe in amaro pianto. [p. 80 modifica] «Appena Noreddin fu uscito dal salone, che Sceich Ibrahim, il quale, durante tutta quella scena, erasi tenuto in silenzio, guardò il califfo, cui sempre prendeva per un pescatore. — Ascolta, Kerim,» gli disse, «tu sei venuto a portarci qui due pesci che valgono al più venti monete di rame, e per questo ti fu data una borsa ed una schiava; ora, credi tu che tutto questo sia per te? Ti dichiaro, che voglio la schiava per metà. Quanto alla borsa, mostrami cosa contiene; se è argento, ne leverai una pezza per te; ma se è oro, lo piglierò tutto, e ti darò qualche moneta di rame che mi resta nella borsa. —

«Per ben intendere il seguito di questo racconto,» disse qui Schcherazade interrompendosi, «bisogna notare che prima di recar al salone il piatto di pesce cucinato, il califfo aveva incaricato il gran visir Giafar di andare sollecitamente al palazzo onde condurgli quattro camerieri con un abito, e venire ad aspettarlo dall’altro lato del padiglione, finchè battesse le mani ad una delle finestre. Il gran visir aveva eseguito l’ordine, ed egli con Mesrur e coi quattro camerieri, aspettavano al luogo indicato che Aaron desse il segnale.

«Ora torno al mio discorso,» soggiunse la sultana. «Il califfo, sempre sotto il personaggio del pescatore, rispose arditamente al vecchio custode: — Sceich Ibrahim, non so cosa vi sia nella borsa: argento od oro, lo dividerò con voi di buon cuore; quanto poi alla schiava, voglio tenerla per me solo. Se non volete stare alle condizioni che vi propongo, non avrete nulla. —

«Sceich Ibrahim, trasportato di collera per quell’insolenza, come la considerava a suo riguardo in un pescatore, prese una delle porcellane che stavano sulla tavola, e la scagliò nel capo al califfo. Non riescì difficile a questi di schivare la porcellana [p. 81 modifica] gettata da un ubbriaco; e quella, battendo nel muro, andò in mille pezzi. Sceich Ibrahim allora, più furibondo di prima per aver fallito il colpo, prese la candela dalla tavola, alzossi barcollando, e scese per una scaletta segreta in cerca d’un bastone.»

Mentre la sultana finiva queste parole, l’aurora che sorgeva, avverti Schahriar esser tempo di alzarsi, per andar a presiedere al consiglio. La notte seguente Scheherazade ripigliò il racconto in codesti sensi:


NOTTE CCXLVIII


— Sire, il califfo approfittò del momento, per battere ad una finestra le mani, e tosto il gran visir, Mesrur ed i quattro camerieri vennero a lui, e quest’ultimi gli ebbero in un momento cavato l’abito da pescatore, e messo l’altro recato per lui. E non avevano ancora finito, occupandosi intorno al califfo, seduto sul trono che stava nel salone, quando Sceich Ibrahim, spronato dall’interesse, entrò con una grossa canna in mano, colla quale promettevasi di trattar a dovere il finto pescatore. Invece d’incontrarlo, vide il suo abito nel mezzo del salone, ed il califfo assiso sul trono, col gran visir e Mesrur ai lati. A quello spettacolo si fermò, dubitando se fosse desto o dormisse. Il califfo si mise a ridere del suo stupore, — Sceich Ibrahim,» gli disse, «che vuoi? cosa cerchi? —

«Il vecchio, il quale non poteva più dubitare che non fosse il califfo in persona, gli si buttò immediatamente a’ piedi, colla faccia e la lunga sua barba contro terra. — Commendatore de’ credenti,» sclamò egli, «il vostro vilissimo schiavo vi ha offeso; egli [p. 82 modifica] implora la vostra clemenza, e vi domanda mille volte perdono.» Siccome in quel momento i camerieri avevano finito di vestirlo, egli, scendendo dal trono, gli disse: — Alzati, ti perdono. —

«Si volse quindi alla Bella Persiana, la quale aveva sospeso il suo dolore allorchè si avvide che il giardino ed il padiglione appartenevano a quel principe, e non a Sceich Ibrahim, come questi avea finto, e ch’era egli medesimo in persona così travestito da pescatore, e: — Bella Persiana,» le disse, «alzatevi e seguitemi. Dopo ciò che vedeste, dovete conoscere chi sia io, e che non sono uomo da prevalermi del donativo fattomi da Noreddin della vostra persona con una generosità senza pari. L’ho mandato a Balsora per esservi re, e vi ci manderò voi pure perchè vi siate regina, appena gli avrò spedite le patenti necessarie al suo innalzamento. Intanto abiterete nel mio palazzo, ove sarete trattata secondo il vostro merito. —

«Tale discorso rassicurò e consolò la Bella Persiana per un lato molto sensibile, e si compensò appieno della sua afflizione, per la gioia di sentire che Noreddin, cui appassionatamente amava, era stato innalzato a sì grande dignità. Il califfo intanto eseguì la parola a lei data, raccomandandola anzi a Zobeide, sua consorte, dopo averle partecipato la determinazione presa riguardo a Noreddin.

«Il ritorno di questi a Balsora fu più felice e sollecito di alcuni giorni, ch’ei non avesso per sua ventura desiderato. Arrivando, non andò a trovare nè parenti, nè amici, ma recossi difilato al palazzo del re, il quale stava allora dando udienza. Ruppe la calca, tenendo la lettera in alto colla mano: gli si fece posto, ed egli la presentò. Il re la ricevette, e leggendola, cambiò di colore. La baciò tre volte, e stava per eseguire l’ordine del califfo, allorchè si avvisò di [p. 83 modifica] mostrarla al visir Sauy, nemico irreconciliabile di Noreddin.

«Questi, il quale aveva riconosciuto il giovane, ed andava meditando fra sè con inquietudine a qual fine fosse venuto, non fu meno del re sorpreso dell’ordine che la lettera conteneva, e siccome non vi era meno interessato, immaginò in un attimo il mezzo di eluderlo. Finse di non averla ben percorsa, e per leggerla una seconda volta, si volse alquanto da parte come per cercare maggior luce: allora, senza che nessuno se ne avvedesse, e senza che ciò apparisse, a meno di guardarvi ben davvicino, lacerò via con destrezza la formola dall’alto della lettera, la quale significava che il califfo voleva essere assolutamente obbedito, e postasela in bocca, l’inghiottì.

«Dopo una tanta nequizia, Sauy si volse al re, e restituendogli la lettera, gli chiese sottovoce: — Ebbene, o sire, qual è l’intenzione di vostra maestà? — Di fare ciò che il califfo mi comanda,» rispose il re. — Guardatevene bene, o sire,» rispose il malvagio visir; «è bensi la scrittura del califfo, ma vi manca la formola.» Il re l’aveva benissimo notata, ma nel turbamento in cui trovavasi, s’immaginò, quando più non la vide, d’essersi ingannato.

«— Sire,» continuò il visir, - «non è a dubitare che il califfo non abbia concessa questa lettera a Noreddin, sulle lagnanze ch’egli sarà andato a fargli contro vostra maestà e contro me, per isbarazzarsi di lui: ma non ha inteso che voi eseguiate quanto essa contiene. Inoltre, è da considerare che non ha mandato un espresso colla patente, senza di che questa è inutile. Non si depone un re, come la maestà vostra, senza tale formalità: un altro allora, al pari di Noreddin, potrebbe venire egualmente con una falsa lettera; ciò non si è mai praticato. Sire, vostra maestà può riposare tranquilla sulla mia parola, e prendo su me tutto il male che ne può accadere. —

[p. 84 modifica]«II re Zinebi si lasciò persuadere, ed abbandonò Noreddin alla discrezione del visir Sauy, il quale lo condusse sotto buona scorta alla propria casa; giunto colà, lo fece bastonare ben bene finchè rimase come morto, ed in tale stato trasferire in prigione, ove comandò che fosse messo nel luogo più oscuro e profondo, con ordine al carceriere di non dargli che pane ed acqua.

«Quando Noreddin, affranto dai colpi, fu tornato in sè, e si vide nella prigione, mandò grida lamentevoli, deplorando la misera sua sorte. — Ah! pescatore,» sclamava, «come m’ingannasti, e quanto sono stato facile a crederti! Poteva mai aspettarmi un destino sì crudele dopo il bene che ti feci? Ma pure Dio ti benedica; io non posso credere che la tua intenzione fosse sì maligna, e porterò pazienza sino alla fine de’ miei guai. —

«L’afflitto Noreddin rimase dieci giorni intieri in quello stato, ed il visir Sauy non dimenticò d’avervelo fatto mettere; risoluto di privarlo di vita ignominiosamente, pure non osò d’intraprenderlo di propria autorità. Per riuscire nel suo pernicioso disegno, caricò parecchi schiavi di ricchi donativi, ed andato a presentarsi al re alla loro testa: — Sire,» gli disse con rea malizia, «ecco ciò che il nuovo re supplica vostra maestà di voler aggradire all’atto del suo avvenimento al trono. —

«Comprese il re ciò che Sauy voleva fargli intendere. — E che!» sclamò; «quello sciagurato vive ancora? Credeva che già tu lo avessi fatto morire. — Sire,» rispose Sauy, «non tocca a me il togliere alcuno di vita; tocca a vostra maestà. — Va,» replicò il re, «fagli troncare la testa; te ne do il permesso. — Sire,» disse allora il visir, «sono infinitamente grato alla maestà vostra della giustizia che mi rende. Ma siccome Noreddin mi ha [p. 85 modifica]fatto pubblicamente l’oltraggio ch’ella non ignora, le domando per grazia di permettere che il supplizio venga eseguito davanti al palazzo, e che i banditori vadano ad annunziarlo per tutta la città, affinchè niuno ignori che l’offesa fattami da lui, sarà pienamente riparata.» Accordogli il re quanto domandava, ed i banditori, facendo il loro dovere, sparsero una generale tristezza in tutta la città, poichè la memoria ancor recente delle virtù del padre faceva udire con indignazione che si volesse suppliziare con tanta ignominia il figliuolo, ad istigazione e per malignità del visir Sauy.

«Questi intanto andò in persona alla prigione, accompagnato da una ventina di schiavi, ministri della sua crudeltà. Gli fu condotto Noreddin, ed ei lo fece mettere sur un ronzino senza sella; quando il giovane videsi abbandonato nelle mani del suo nimico: — Tu trionfi,» gli disse, «ed abusi del tuo potere; ma io confido nella verità di queste parole d’uno de’ nostri libri: «Voi giudicate ingiustamente, e in breve sarete voi medesimo giudicato.» —

«Il visir Sauy, che trionfava veramente in sè medesimo: — Come, insolente,» gridò, «osi insultarmi ancora? Va, te lo perdono; checchè accada, avrò avuto il contento di vederti tagliata la testa agli occhi di tutta Balsora. Tu devi sapere ancora ciò che dice un altro de’ nostri libri: «Che importa di morire la domane della morte del nostro nimico?» —

«Quel ministro, implacabile nel suo odio e nell’inimicizia sua, circondato da una parte de’ suoi satelliti armati, fecesi condurre davanti Noreddin dagli altri, e s’avviò verso il palazzo. Il popolo fu sul punto di scagliarsi contro il visir, e l’avrebbe lapidato se qualcuno dato ne avesse l’esempio. Quando ebbero condotto il paziente fino alla piazza del palazzo, alla vista dell’appartamento reale, Sauy lo lasciò in [p. 86 modifica] mano al carnefice, e si recò presso al re, che già trovavasi nel suo gabinetto, onde pascere la vista insieme al sanguinoso spettacolo che si preparava.

«La guardia del re e gli schiavi del visir Sauy, che facevano un gran circolo intorno a Noreddin, provarono non poca pena a contenere il popolaccio, che faceva tutti gli sforzi possibili, ma inutilmente; per isforzarli, romperli, e liberarlo. Il carnefice si avvicinò a lui, e gli disse: — Signore, vi supplico a perdonarmi la vostra morte: io non sono che uno schiavo, e non posso dispensarmi dal fare il mio dovere: a meno che non abbiate bisogno di qualche cosa, mettetevi, di grazia, in pronto; il re sta per comandarmi di ferire.

«— In un momento sì crudele, non vi sarebbe qualche persona caritatevole,» disse il desolato Noreddin, volgendo la testa a destra ed a manca, «che volesse farmi la grazia di portarmi un po’ d’acqua per estinguere l’ardente mia sete?» Se ne recò un vaso sull’istante, cui si fece passare di mano in mano fino a lui. Il visir Sauy, che si avvide di quel ritardo, gridò al carnefice, dalla finestra del gabinetto del re dove trovavasi: — Che aspetti? Colpisci..... —

— Se lo permettete, sire,» disse Scheherazade, «vi dirò domani in qual modo Noreddin sfuggisse alla morte che lo minacciava.»


NOTTE CCXLIX


— Sire, a quelle barbare parole, piene d’inumanità, tutta la piazza rimbombò di vive imprecazioni contro Sauy; il re, geloso della sua autorità, non approvò quell’ardire alla propria presenza, dimostrandolo col [p. 87 modifica] gridare che si attendesse. E n’ebbe egli un’altra ragione: che in quel momento, alzando gli occhi verso una strada larga che gli stava rimpetto e sboccava sulla piazza, vide in mezzo ad essa una torma di cavalieri che accorreva a briglia sciolta. — Visir,» disse egli a Sauy, «che cosa vuol dir ciò? Guarda...» Il crudele, il quale s’insospettì di quello che poteva essere, sollecitò il re a dare il segnale al carnefice. — No,» rispose questi, «voglio prima sapere chi sono quei cavalieri.» Era il gran visir Giafar col suo seguito, che veniva da Bagdad in persona per ordine del califfo.

«Onde sapere il motivo della venuta di questo ministro a Balsora, osserveremo che dopo la partenza di Noreddin colla lettera del califfo, non erasi questi ricordato alla domane, e nemmeno per più giorni, di mandar un corriere colla patente, di cui aveva parlato alla Bella Persiana. Stava un dì nel palazzo interno, ch’era quello delle donne, e nel passare davanti ad un appartamento, udendo una bellissima voce, si fermò, ed appena ebbe intese alcune parole, esprimenti i dolori dell’assenza, chiese ad un officiale degli eunuchi, che lo seguiva, chi fosse la donna che colà dimorava. L’officiale rispose ch’era la schiava del giovane signore da lui mandato a Balsora per esservi re in luogo di Mohammed Zinebi.

«— Ah! povero Noreddin, figliuolo di Khacan,» sclamò tosto il califfo, «come ti ho dimenticato! Presto,» soggiunse, «chiamatemi immediatamente il gran visir.» Giunse il ministro, ed il califfo: «Giafar,» gli disse, «non mi sono ricordato di mandare la patente per far riconoscere Noreddin re di Balsora. Non c’è tempo di spedirla: monta a cavallo con alcuni de’ tuoi, e va tu stesso a Balsora in tutta fretta. Se Noreddin non è più al mondo, e l’abbiano fatto morire, fa impiccare il visir Sauy: se non è morto, conducimelo tosto col re e col suo visir. — [p. 88 modifica]«Giafar non si prese se non il tempo che abbisognava per salire a cavallo, e partì subito con buon numero d’officiali della sua casa, giungendo a Balsora nel modo e nel tempo che abbiamo detto. Quando entrò nella piazza, tutti si scostarono per fargli largo, gridando: «Grazia per Noreddin;» ed egli entrò nel palazzo col medesimo treno fino al piè della scala.

«Il re di Balsora, il quale avea riconosciuto il primo ministro del califfo, gli andò incontro, e lo ricevette all’ingresso dell’appartamento. Il gran visir domandò prima di tutto se Noreddin vivesse ancora, ed in tal caso, lo si facesse subito venire. Rispose il re che vivea, e diede ordine perchè gli fosse condotto; e siccome comparve poco dopo, ma legato strettamente, lo fece sciogliere e mettere in libertà, e comandò d’impadronirsi del visir Sauy, e legarlo colle medesime ritorte.

«Il gran visir Giafar dormì una sola notte a Balsora, e ne ripartì il giorno successivo, conducendo con lui, secondo l’ordine avuto, Sauy, il re di Balsora e Noreddin. Giunto a Bagdad, si presentò al califfo, e resogli conto del suo viaggio, e particolarmente dello stato in cui aveva trovato Noreddin, ed il trattamento usatogli pel consiglio e l’animosità di Sauy, il califfo propose al giovine di tagliare egli medesimo la testa al suo nemico. — Commendatore de’ credenti,» rispose Noreddin, «per quanto male questo iniquo uomo m’abbia fatto, e per quanto abbia procurato di farne al defunto mio padre, mi stimerei il più infame di tutti gli uomini, se mi lordassi le mani nel suo sangue.» Il califfo lodò assai la sua generosità, e lo fece giustiziare per mano del carnefice.

«Aaron-al-Raschid volle rimandare il giovane a Balsora per regnarvi: ma questi lo supplicò di volernelo dispensare. — Commendatore de’ credenti,» soggiunse, «la città di Balsora mi sarà d’or innanzi [p. 89 modifica] in tanta avversione, dopo ciò che colà mi è accaduto, che oso supplicare vostra maestà a volermi permettere di mantenere il giuramento da me fatto, di non tornarvi mai più in vita mia. Metterò tutta la mia gloria a rendergli i miei servigi presso la sua persona, se avesse la bontà di accordarmene la grazia.» Lo accolse il califfo nel novero de’ suoi più intimi cortigiani, gli restituì la Bella Persiana, e lo colmò di onori, vivendo insieme fino alla morte, con tutta la felicità cui sapessero desiderare.

«Riguardo al re di Balsora, il califfo si contentò di avergli fatto conoscere quanto dovesse andar guardingo nella scelta che faceva de’ suoi visiri, e lo rimandò nel suo regno.»

— Sorella,» disse Dinarzade, «il giorno non è ancora comparso, e se tu volessi cominciare un altro racconto, sono persuasa che il sultano, nostro signore e padrone, non vi s’opporrebbe.» Schahriar avendo dato il proprio consenso, Schcherazade prese la parola, e narrò la seguente novella: