Le biblioteche popolari in Italia dall'anno 1861 al 1869/Obiezioni e risposte

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Obiezioni e risposte

../Delle Biblioteche per il popolo ../Desiderj e proposte IncludiIntestazione 9 gennaio 2018 75% Da definire

Delle Biblioteche per il popolo Desiderj e proposte
[p. 5 modifica]

Obiezioni e risposte.

Non sono mancate obiezioni contro le biblioteche circolanti.

L’onorevole cav. Galanti, uno dei più benemeriti membri della lega trevigiana che presero a [p. 6 modifica] cuore la causa della educazione popolare non solo, ma quella altresì delle biblioteche popolari, prevenne la immeritata accusa con alcune belle parole che ci piace riferire.

L’operaio, si è detto, non ha tempo nè voglia di leggere; non ha denaro per farsi socio: noi rispondiamo, finito il suo lavoro giornaliero, non trova egli largo tempo pel giuoco? Non consuma nelle taverne talora il frutto d’una settimana di fatiche? Ebbene, diamogli occasione di mutare abitudini; procuriamo che abbandoni lo sdrucciolo periglioso della bisca per entrare nella propria casa; che ad una conversazione o svergognata o scipita anteponga quella della moglie, dei figli, di qualche amico; andando con loro in cerca d’affetti, di conforti; che il libro lo riabiliti in faccia a se stesso, che il danaro sprecato a danno dello spirito e del corpo nella gozzoviglia venga ripartito fra la Cassa del risparmio e la Biblioteca popolare.

Ma gli avversari delle biblioteche circolanti dicono non esser necessario che il popolo divenga tanto dotto; essere più conveniente che egli si occupi de’ suoi mestieri. Prima di tutto, è vero che noi vogliamo fare d’un artiere un scienziato? Quando parliamo di coltura popolare le nostre idee sono relative all’allievo che vogliamo educare: e poi negando al popolo l’Istruzione e la lettura, a quale lavoro lo condannate? a quello della gleba: ma questa è la teoria della servitù perpetua, e noi vogliamo invece convertire il servo in libero. Non si dee paventare la scienza, ma l’ignoranza; la verità è luce e noi vogliamo la luce.

Le obiezioni però continuano ancora ; sia pure, si dice, che nei centri più popolati si [p. 7 modifica] cerchi di largire alla moltitudine il sapere per attenuare gli attriti fra classe e classe, per non avere fra piedi una turba villanamente ignorante, per migliorare, s’è possibile, l’industria; ma vorrete aprire scuole serali, istituire biblioteche e letture nelle campagne? La resistenza di quelle popolazioni paralizzerà i vostri tentativi di bene; la pietra non vi darà mai frumento. Gli oppositori con queste interrogazioni hanno già fatto un passo di ritirata; dalla città si sono ridotti alla villa, ma la nuova trincea non li salverà dall’assalto. — Perchè noi ammetteremo questa differenza nell’impartire il beneficio dell’istruzione fra le popolazioni urbane e le rurali? — per nostro principio dobbiamo avere il bene generale, non guardiamo ad accidenti di fortuna, di luoghi; guardiamo all’uomo. Cerchiamo sradicare l’errore dove si è fitto, diradiamo le tenebre ove si addensano, accresciamo il movimento intellettuale dell’umanità. Se la campagna è renitente alle innovazioni, noi non dobbiamo abbandonarla; in luogo di smettere è nostro dovere raddoppiare lo sforzo per educarla. Le industrie, i commerci non hanno vita solo nella città, da per tutto si manifesta la produzione, lo scambio, e noi dobbiamo colla propagazione de’ savi precetti, coll’ammaestramento perseverante proteggere dovunque queste due grandi manifestazioni di civiltà, questi due elementi di benessere. Agli avversari possiamo citare l’esempio citato dal Macé, che prova vittoriosamente come l’amor del sapere abbia culto anco fra le popolazioni rustiche. In un comunella rurale d’Alsazia si dovette fortificare con spranghe di ferro l’ingresso alla Biblioteca, perchè gli operai di ritorno dal lavoro si [p. 8 modifica] contendevano colla violenza l’accesso del locale. Lo spirito anco meno illuminato ha prepotente bisogno di verità, di scienza. L’abitante del più remoto villaggio d’Italia al pari di quello delle città più animate viene a prestare il suo contingente nell’esercito nazionale e a pagare il suo obolo di contribuente, anch’egli forma parte della cittadinanza italiana, anch’egli è chiamato quale elettore all’urna, educhiamolo dunque colla stessa prodigalità dell’abitante dei grandi centri; oggi il governo non è una privilegiata oligarchia, ma esce dal popolo: allora soltanto si potrà dire d’aver provveduto all’istruzione del popolo quando in ogni comune sorgerà accanto alla chiesa un edificio abbastanza vasto e salubre sul quale ai possa scrivere: Asilo infantile, Scuola elementare, Biblioteca circolante

Ma altre obiezioni vengono mosse: e dove trovate i danari, si dice, per l’istituzione di queste biblioteche? — La spesa che ci vuole è di poco rilievo.

A Prato si cominciò con setto amici che pagavano 30 centesimi al mese e un sol libro di 50 pagine, e in poco tempo si trovò 300 e più soci, 4000 volumi e 1000 lire l’anno di rendita! — Scrive il Macè che la biblioteca di Beblenheim la quale contiene 1000 volumi ha i suoi armadi in un corridoio della scuola e per molto tempo i libri son rimasti sopra una panca dova i primi lettori si sono affrettati a cercarli. — Un catalogo col numero progressivo dei libri, il nome del donatore, il loro prezzo, l’indicazione dell’edizione, e altro registro per la distribuzione, ecco tatto ciò che necessita per aprire la biblioteca.

Nè si può dire che fra noi manchino buoni [p. 9 modifica] libri finché l’Italia vanti i Manzoni, i Grossi, i D’Azeglio, i Carcano, i Tommasèo, i Dall’Ongaro, i Mantegazza, i Cantù, i Nievo, ecc. ecc., e donne come la Percoto, la Ferracci, la Colombini, la Salvo, la Codemo per non ricordare cento altre personalità viventi o i titoli in lungo ordine di buoni libri or ora pubblicatisi dal Treves, dal Barbèra, ecc.: certo non si potrà formare una vera letteratura popolare, nè si potrà sperare che editori si diano a stampar libri tecnici popolari finché non sorgano le istituzioni che debbono usarne e debbon farne richiesta; colla parte nutritiva ci vogliono i corpi digestivi, ed è uno dei più elementari fatti economici che ci avverte non prodursi una merce se non vi è chi la richiede, che l’offerta sta in ragione della domanda, la produzione dunque intellettuale crescerà in proporzione dei così detti consumatori d’idee. E nemmeno vale l’opporre come apparentemente potrebbe sembrare vero, che abbiamo ancora molti analfabeti e che ci bisognano le scuole. — Se abbiamo degli analfabeti abbiamo ancora molti alfabeti, e le scuole sono già parecchie1: ora a che serviranno le scuole e il saper leggere al popolo, se non avrà nulla da leggere? il complemento della scuola primaria è dunque la Biblioteca popolare: la prima è la chiave e la seconda è la casa: avendo la chiave senza la casa non si può dir davvero d’essere alloggiati; così ci ha detto il Macé.

Del resto la lettura in comune giova anco agli analfabeti, e non è infrequente il caso che una [p. 10 modifica] letture ascoltata, un libro capitato fra le mani di adulti analfabeti ne abbia scosso l’inerzia, fatti arrossire di non saper leggere e mandatili alla scuola!

Ecco come l'una istituzione è all’altra complemento e sorella.


Note

  1. Ricordiamo che la spaventevole cifra dei 17 milioni d’analfabeti, che sempre a caso si sente citare, si riferisce al censimento del 1861, e che in questi 8 anni certo qualcosa si e fatto.