Le donne di casa Savoia/XXVII. Maria Teresa Luisa di Carignano

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XXVII. Maria Teresa Luisa di Carignano

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XXVII. Maria Teresa Luisa di Carignano
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[p. - modifica] Maria Teresa Luisa di Carignano
Principessa di Lamballe
1749-1793
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XXVII.

MARIA TERESA LUISA DI CARIGNANO

Principessa di Lamballe

n. 1749 — m. 1793



Dai ceppi, dalle lacrime,
Dall’onte invendicate
Sorgea la santa martire
Bella del suo patir,
Dopo aver fatto, o ingrate
Barbare genti, a voi
Luce de’ pensier suoi
Gioie de’ suoi martir.

Gazzoletti



La pace di Aquisgrana donata all’Europa nel 1748, pareva promettere anche all’Italia tranquillità e prosperità, tanto più che le due Corti di Vienna e di Madrid, avevano tutto l’interesse a mantenerla.

Aveva molto contribuito al riordinamento delle condizioni d’Europa la vittoria riportata dai piemontesi sui francesi al colle dell’Assietta, e la risoluzione di Carlo Emanuele III (quel povero Carlino, figlio di Anna Maria, da cui niuno aspettavasi gran che), di ricevere in sposa per suo figlio, Vittorio Amedeo Duca di Savoia, la primogenita delle infanti di Spagna, figlia dell’estinta sua sorella Maria Luisa Gabriella, e sorella del Re Ferdinando VI. [p. 312 modifica]Questo avvenimento, riassunto in una bella epigrafe latina, che Susa conserva nell’atrio superiore del palazzo comunale, ma che al momento era stata scolpita nella pietra al sommo di una porta della città, aveva recato la notizia e la speranza nel regno. Il matrimonio, celebrato a Madrid per procura, era stato confermato il 31 maggio 1750 in Oulx, e Vittorio Amedeo III e Maria Antonietta Ferdinanda furono ivi benedetti dal Cardinale delle Lancie nella Prepositura Ulciese, e, secondo si crede, sotto gli ombrosi rami del tiglio secolare, ornamento del piazzale della or deserta Pieve di S. Lorenzo, di fianco alla croce di pietra, sotto cui la tradizione popolare crede sepolte le ossa dei martiri. Un’altra iscrizione, al sommo della porta di Oulx, ricorda l’avvenimento, e la chiesa parocchiale, memore pur essa, fa mostra anche oggidì dei ricchi paramenti donati dagli sposi, e che servirono alla cerimonia.

Tutti questi dettagli, che ci dà il Regaldi nella sua Dora, io non li ho ripetuti qui se non per meglio delineare l’epoca in cui ebbero luogo, e vedere in quale ambiente di felicità e di pace nacque la donna a cui tutto pareva sorridere nel mondo, e che ebbe invece la sorte più terribile di tutte quelle della sua Casa.

La Corte, sotto il regno di Carlo Emanuele III, si era fatta gaia e pomposa; e ben vi era stata accolta e festeggiata Cristina Enrichetta di Hesse Rhinfelds (sorella della seconda moglie del Re), venuta ivi sposa a Luigi Vittorio di Savoia Carignano. [p. 313 modifica]La linea secondogenita di Casa Savoia, che doveva poi succedere alla primogenita estintasi il 27 aprile 1831 con Carlo Felice, aveva avuto principio nel 1596 da Tommaso, quarto figlio di Carlo Emanuele I e di Caterina di Spagna, ed era ora rappresentata appunto da Luigi Vittorio. Da lui e dalla sua sposa Cristina Enrichetta, nacque, quarta figlia, l’8 settembre 1749, e proprio nel momento in cui celebravasi l’anniversario della fine dell’assedio per parte dei francesi, una bambina, che fu poi Maria Teresa Luisa, Principessa di Lamballe Borbone.

Essa crebbe in quel castello di Racconigi, alle porte di Torino, tante volte trasformato, tante volte cambiato di destinazione, e mosse i primi passi in quel parco e su quei praticelli che avevano veduto crescere e rallegrato ben quattro generazioni, e che ora sorridevano alla quinta. Educata con raffinatezza e cura grandissima nei principi cristiani, nelle dolcezze della famiglia, nel culto del dovere, e udendo sempre ripetersi intorno i doveri che si trae seco una nascita illustre, giammai i diritti, si preparava già inconsciamente quelle risorse che soltanto una profonda istruzione ed una soda educazione possono dare agli infelici, e a dare esempio preclarissimo a quella Francia (che doveva esserle sì fatale), d’una di quelle principesse donne oneste, come essa ne vedeva ben di rado, ma come ancora ne uscivano dalle Corti patriarcali di Germania e del Piemonte.

A cinque anni fu conosciuta ed ammirata dal Duca [p. 314 modifica]di Penthièvre, grande ammiraglio di Francia, ultimo rampollo della discendenza illegittima di Luigi XIV, che viaggiava allora in Italia. Questi fino da quella epoca concepì un desiderio che Luigi XV doveva in seguito, senza saperlo, appagare. Questo Re, che dava a tutti lo spettacolo delle sue vergognose scappate, e l’esempio peggiore ancora di non dissimularle; questo Re, che indeboliva il regno fatto grande dal suo avo, e che ammassava gli uragani di cui fu vittima il suo successore, quando il Duca lo richiese di una sposa di sua scelta per il proprio figlio, forse in memoria di sua madre, la gentile Adelaide, volse lo sguardo sulla intemerata Casa di Savoia. In breve il matrimonio della diciassettenne Maria Teresa Luisa, con Luigi Alessandro di Borbone Principe di Lamballe, gran cacciatore di Francia, fu stabilito. E il giovane principe, che era un precoce vizioso, ne fu contentissimo, appena ebbe veduto il ritratto della bellissima e soave giovinetta. Egli aveva allora diciannove anni.

Il matrimonio ebbe luogo per procura, nella cappella del palazzo reale a Torino, il 17 gennaio 1767; rappresentando lo sposo il principe Vittorio, fratello della fidanzata, in mezzo alla contentezza generale, giacche alla Corte di Torino era stata gradita molto tale unione.

La giovinetta sposa partì lo stesso giorno per la Francia, acclamata e festeggiata, né mai acclamazioni ed auguri riuscirono più infidi di quelli che l’accompagnarono, e che l’accolsero nella nuova sua patria. [p. 315 modifica]A Nangis le vennero incontro il suocero e lo sposo, e Maria Teresa non penò molto a riconoscere in quest’ultimo un giovine paggio dallo sguardo ardente e curioso, che a Montreux, ove aveva cambiato gli equipaggi di suo padre con quelli del suocero, le aveva presentato uno splendido mazzo di fiori. Ma pur troppo, quella premura che tanto la lusingò, e di cui tanto si compiacque il degno di lei suocero, non era che impazienza di scapestrato donnaiolo per assicurarsi della bellezza di lei, e nulla più.

A Nangis, nella cappella del Castello, fu confermato il matrimonio, e il I.° febbraio gli sposi entrarono in Parigi.

Il 5 dello stesso mese, Maria Teresa Luisa fu presentata al Re, alla Regina e alla Corte. Le attrattive innocenti e modeste della vaga giovinetta le conquistarono subito tutti i cuori, e tutti si associarono sinceramente ai voti e alle speranze espresse dai poeti che ne cantarono l’epitalamio, voti e speranze, ahimè! che troppo presto dovevano cadere sfrondati.

Quel matrimonio, fatto, dicesi, con lo scopo di rialzare in Francia i costumi coniugali, non doveva a lungo giustificare tali speranze, a causa dell’educazione del principe, la quale non era, ne più né meno, che quella cui si dava colà a tutti i principi del sangue, e specie a quelli di razza indiretta. Sebbene il Duca di Penthièvre fosse un uomo stimabilissimo, e tale che se tutti i grandi del regno gli avessero somigliato, la grande rivoluzione non sarebbe avvenuta, e [p. 316 modifica]sebbene fosse un’anima candida, tutto carità e famiglia, aveva commesso lo sbaglio di tenere suo figlio ad un regime troppo severo, e nello stesso tempo troppo confidente.

Luigi Alessandro soffocava in quell’atmosfera patriarcale e monacale, e se ne sottraeva con ipocrita furberia. Il matrimonio non era stato per lui che una sosta da una vita di vizio e di avventure, che oramai neppure suo padre ignorava, e nella quale aveva già sacrificata, o almeno compromessa gravemente, la sua salute.

Ed il padre, che con la sua immensa carità l’aveva tolto da molti brutti impicci, e credeva ora di averlo redento coll’aiuto dell’angiolo che era entrato a rallegrare la sua casa, lo vide con sommo dolore, dopo appena due mesi di matrimonio, riprendere le sue vergognose abitudini, e giungere fino, dopo una serie di perdoni e di ricadute, a trasfondere nel casto angiolo un male che mai avrebbe dovuto colpirla, e a toglierle buona parte dei suoi diamanti per farne dono ad una amica.

Tanti eccessi non potevano durare a lungo impunemente, e la robusta costituzione di Luigi Alessandro ne fu finalmente doma. Nè scienza di medici, nè cure affettuose di famiglia valsero più contro la ruina. Maria Teresa, dimenticando, nell’eroismo della pietà e del perdono, l’affronto sofferto, spiegò in questa circostanza tutta l’ingenua tenerezza di cui era capace il suo buon cuore pur di salvare quel grande colpevole al [p. 317 modifica]padre desolato, ma inutilmente! Egli morì il 7 maggio 1768 alle otto e mezzo di mattina, nel castello di Luciennes presso Versailles, in età di venti anni e otto mesi.

Maria Teresa, vedova a diciotto anni, pianse lo sposo come se egli se lo fosse meritato; e trovandosi quindi, per quella morte, priva dei piaceri e dei doveri della sua età, non appena avvenuta si ritirò nel convento di Sant’Antonio per raccogliersi, ed assuefarsi ad una perdita che cambiava così impensatamente la sua posizione, e la lasciava straniera e senza appoggio nella nuova patria e nella nuova famiglia. Ma il Duca di Penthièvre e sua figlia (che fu più tardi la Duchessa d’Orléans), che l’amavano oramai come una figlia ed una sorella, non vollero che vi si rinchiudesse per sempre.

Allora, in grazia delle loro preghiere, e della affettuosa violenza, consentì ad uscire da quel ritiro, e si stabilì con essi, almeno pel tempo del lutto; poi, cedendo alla reciproca attrazione, rimase per tutta la vita presso il suocero, prendendo una determinazione che ne delinea mirabilmente il carattere. Essa volle che tutta la sua vita fosse consacrata ad addolcire quella di lui, provando in questa abnegazione tutto il conforto di cui aveva bisogno quell’anima, desiderosa di consacrarsi a qualcuno, e che più tardi doveva spingerla al suo fatale destino.

La famiglia di Penthièvre, composta del padre, della figlia, e della giovine vedova, passò a Rambouillet i primi mesi del lutto, in quel silenzioso e severo [p. 318 modifica]asilo di pace, ove il Duca tanto e sì spesso erasi compiaciuto di soggiornare, vendendo intanto all’asta il malaugurato possesso di Luciennes, fra le cui mura era morto l’ultimo rampollo della famiglia.

Ma a diciotto anni il dolore non è, ne può essere, inconsolabile, e Maria di Lamballe, come fu chiamata, allegra per natura quanto amorosa, finì per riprendere il suo buon umore, e sotto le folte ombre del parco di Rambouillet tornò a risuonare il riso di lei, argentino e squillante, unito a quello della giovine cognata. Il buon Duca, severo e pio soltanto per se stesso, pensando che sua figlia, presto o tardi doveva collocarsi, e confortato dalla promessa della nuora che non sarebbe perciò rimasto solo al mondo, giacché essa non lo avrebbe mai lasciato, pensò di non rendere a quella cara e giovane esistenza troppo grave il dolore che si imponeva, e comprò a Passy, a due passi da Parigi, una nuova residenza, ove le due signore potessero trovarsi con più comodo in una società distinta, e innocentemente divertirsi.

E la Principessa di Lamballe, che tanto presto doveva diventare il tipo della malinconia, a causa dei dolori e delle malattie che le sovrastarono, non era allora mesta che a fugaci intervalli, e si abbandonava con slancio infantile al ballo e al riso, tanto che il buon Duca soleva spesso domandarle:

— Maria, pazzerella, quante quadriglie hai ballato oggi?

Intanto il 24 giugno 1768, era morta Maria Lec[p. 319 modifica]zinska, la Regina che in mezzo al lusso e agli scandali della Corte, conduceva vita oscura e ritirata. Il Re Luigi XV vedovo ora due volte, dacché la Pompadour era morta nel 1764, dava campo a pensare agli amici ed ai cortigiani, o di ammogliarlo nuovamente, o di dargli un’altra favorita.

Tra coloro che volevano ridurlo a vita conveniente, eravi sua figlia, Madama Adelaide, la quale aveva posto gli occhi sopra la Lamballe per seconda moglie del padre. E se essa fosse stata secondata da una donna di una virtù più pieghevole, o di un’ambizione decisa, forse una seconda volta Luigi avrebbe avuto al suo fianco sul trono l’amabilità e la bontà. Ma la Lamballe invece, in questa decisiva occorrenza, forse in seguito a scrupoli eccessivi, diè prova di un disinteresse che somigliava di molto all’indifferenza; e tutto il progetto di Madama cadde, con gran consolazione dei falsi amici del Re, che videro delinearsi il loro tornaconto nel successo della Du Barry. Una Regina resta, una favorita si congeda.

Il 16 maggio 1770, il Delfino sposava Maria Antonietta d’Austria, e questa auspicata unione innalzava: all’apice le speranze della Francia. La Lamballe era allora assente dalla Corte, e viaggiava con la cognata, sposa da poco al Duca d’Orléans, nei vasti possessi delle due famiglie. Ma del resto, tanto la Principessa che suo suocero, non comparivano alla Corte se non in quelle occasioni solenni, nelle quali la loro assenza sarebbe apparsa una dimostrazione ostile. Tutto il loro [p. 320 modifica]tempo essi lo passavano tranquillamente, ora a Rambouillet, ora a Crecy, qualche volta a Passy, facendo molto bene e molte elemosine, desiderando di farsi dimenticare da una Corte che aveva veduto il trionfo della Du Barry, e di dimenticarla.

Appena però la Delfina vide la Lamballe, provò simpatia per essa. In seguito poi, specie in occasione dei matrimoni del conte di Provenza nel 1771, e del conte d’Artois nel 1773, fratelli del Delfino, che sposarono due parenti della medesima, Giuseppina e Maria Teresa, figlie del Re di Piemonte Vittorio Amedeo III, durante le feste nelle quali essa dovè naturalmente porsi in vista, come introduttrice alla Corte delle due principesse Sabaude, la simpatia divenne amicizia vera e propria. Ciò la fece salire assai d’influenza, tanto più che a quelle due unioni essa non fu estranea, avendogliele il Re di Piemonte raccomandate, dicesi, al momento della sua partenza dall’Italia.

Il 30 maggio 1774, colpito da vaiolo, moriva a settantacinque anni Luigi XV.

Ricevendo tale notizia, il Delfino ventenne, che saliva sul trono di Francia col nome di Luigi XVI, scoppiò in pianto, e cadendo in ginocchio, esclamò:

— Mio Dio! che disgrazia il regnare per me! — Egli accoppiava i migliori costumi ad una grande bontà, e ad intenzioni ardite e generose; ma ad una completa inesperienza degli affari, congiungeva del pari una grande indecisione. E pur troppo non ci fu mai principe che come lui avesse bisogno di forza e di [p. 321 modifica]perseveranza. Egli trovò, prendendo le redini dello Stato, le finanze in disordine, il potere avvilito, la pubblica opinione esigente e fremente contro gli abusi, e i corpi privilegiati collegati a non volere alcuna riforma. E da tutto ciò all’abisso, non vi era che un passo.

Maria Antonietta, salendo al trono giovanissima, straniera, in mezzo ad una Corte indignata dall’abolizione dell’etichetta, ad una famiglia gelosa, e ad una nazione mal prevenuta, sentì il bisogno di un’amica sincera e leale, e dopo qualche legame effimero si fermò alla Lamballe, con la quale, ad onta di qualche nube ammassata dall’intrigo, mai più si sciolse, anzi fu l’unica amicizia sua duratura, quella, si può dire, che caratterizzò la sua vita intima. E la Principessa di Lamballe non chiese mai nulla alla Regina, ne per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e Maria Antonietta si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse.

La bellezza della Principessa, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l’anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.

Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acu[p. 322 modifica]to ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d’accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d’avorio, quelle labbra di porpora, quell’ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi.

In quanto al morale della Principessa, ecco come ce lo dipingono M.rs de Goncourt, nella Histoire de Marie Antoinette: «L’anima della Principessa di Lamballe aveva la serenità del suo volto. Era tenera, carezzevole, sempre eguale, sempre pronta al sacrifizio, sottomessa fino nelle più piccole cose, disinteressata sopratutto. Dimenticando il suo titolo di Principessa, non dimenticava mai il rango della Regina. Nuora di un principe devoto, era sovranamente pia. Non vedendo il male, né volendo crederlo, si foggiava a sua immagine le cose e il mondo, cacciando ogni cattivo pensiero con la carità delle sue illusioni, e la sua conversazione teneva e cullava la Regina come nella pace e nella dolcezza di un bel clima. La sua stessa beneficenza, quella beneficenza infaticabile dei Penthièvre, che non respingeva mai gli sventurati, e fino quel suo parlare italiano nel quale erano state allevate la voce e l’immaginazione della Regina, tutto era un legame fra la Principessa di Lamballe e Maria Antonietta».

Anzi, In Regina, nel suo perdonabile egoismo, accortasi che l’amica preferiva alla Corte la vita ritirata presso il suocero, cercò, fra le attribuzioni che erano [p. 323 modifica]a sua disposizione, una carica che fosse un legame ed una ricompensa per colei che essa voleva in suo intero possesso a Versailles, e ristabilì per lei il posto di Sopraintendente della Casa della Regina.

Grata e riconoscente, la Principessa accettò senza inorgoglirsi l’alta carica, e mai in seguito si lamentò, neppure vedendosi trascurata. E sempre, più che potè, ella visse ritiratissima quando la Corte di Francia era in auge, ma si ricordò di essere l’amica di Maria Antonietta nel momento della sventura, costante e gelosa nelle sue affezioni. «Amica delle ore terribili — dice un altro suo biografo — e compagna dei grandi infortuni, ella che poteva avere un asilo sicuro nella sua propria famiglia in Piemonte», o rimanere in Inghilterra ove la fiducia della Regina l’aveva inviata, e il di lei affetto quindi voleva trattenerla, «venne a gettarsi in bocca alla tigre, ostia immacolata» al momento della rivoluzione.

Quando il 20 giugno 1792 il popolaccio invase le Tuileries, la Regina voleva affrontare le picche dei sanculotti, gridando: «Il mio posto è presso il Re!» «Il vostro posto, o madama, è presso i vostri figli» le disse una voce amica, con accento commosso: era la voce della Lamballe.

Più tardi, dopo la terribile giornata del 10 agosto 1793, venne arrestata e chiusa al Tempio con la famiglia reale e pochi fedeli, ma dopo appena otto giorni tutti furono fatti uscire, tranne i Capeto, per essere interrogati dal tribunale. [p. 324 modifica]Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 agosto, fu poi rinchiusa nella prigione della Forza ed ivi stette fino al 3 settembre in una incertezza mortale. Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l’eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti — essa rispose — il secondo non lo posso fare, perchè non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le susurrò una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perchè Casa Savoia non pronunzia falsi giuramenti.

Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo.

E quella povera testa, vanamente richiesta coi suoi resti contaminati che più non fu dato rintracciare, dall’infelice suo suocero, fu fatta inumare dal Comitato permanente, nel Cimitero dei trovatelli, vicino alla sezione del comitato stesso; e quando finalmente il 19 dicembre 1816, la duchessa d’Orléans potè inaugurare a Vernon un monumento espiatorio ai morti oltraggiati della sua famiglia, solo gli avanzi di Maria Teresa Luisa mancarono all’appello.

Maria Teresa Luisa, che dissero di carattere originale perchè in lei la tristezza e la vivacità si alternavano, ebbe il coraggio di mettere questa originalità [p. 325 modifica]anche nella sua condotta e nella sua vita. Essa fu seria in mezzo ad una Corte frivola, sincera in mezzo ad una società che aveva esaurita ogni arte della menzogna, ingenua in un tempo in cui era bello non esserlo, onesta infine, in un’epoca di completa corruzione. Fu modello di pietà filiale e di virtù coniugale; spinse fino all’eroismo il sentimento della fedeltà, visse per la sua famiglia, e morì per non aver voluto abbandonare la sua Regina, ne bestemmiare il suo Re.

Maria Teresa Luisa di Savoia Carignano, non solo onora la famiglia regale da cui è uscita, ma anche il sesso tutto cui appartiene, e niuna donna può ripercorrere senza lacrime, la storia della sua commovente vita e della sua tragica morte!