Le piacevoli notti/Notte VIII/Favola VII

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Favola IV*

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FAVOLA IV.


Bernardo mercatante genovese vende il vino con acqua, e per volontà divina perde la metà di danari.


La favola raccontata da questa mia amorevole sorella mi riduce a memoria quello che intervenne ad un mercatante genovese, il quale, vendendo il vino con acqua, perse e danari e quasi di doglia volse morire.

In Genova, città preclara e molto dedita a mercatanzie, trovavasi un Bernardo della famiglia Fulgosa, uomo avaro e dedito alli contratti illiciti. Costui deliberò condurre in Fiandra una nave carica di ottimo vino del monte Folisco per venderlo ivi gran prezzo. Partitosi adunque un giorno con buona ventura del porto di Genova, e prosperamente solcando, giunse nelle parti di Fiandra, dove, gettate l’ancore, fermò la nave; e sceso in terra, accompagnò il vino con [p. 119 modifica]altrettanta acqua, sì che d’una botte di vino ne fece due. Il che fatto, levò le ancore; e veleggiando con buono e prosperevole vento, giunse nel porto di Fiandra. E perchè ivi era gran penuria di vino, gli abitatori comprorono il detto vino a gran prezzo. Laonde il mercatante, empiuti duo gran sacchetti de scuti d’oro, e grandemente allegrandosi, di Fiandra si partì, ritornando verso la patria sua. Bernardo, poichè fu bonamente discosto da Fiandra, ritrovandosi in mezzo al mare, pose quei danari sopra una tavola, e cominciò a noverargli; i quai, contati, ripose ne’ due sacchetti, e strettamente legolli. Fatto questo, ecco ch’una simia, ch’era nella nave, si sciolse dalla catena, e saltò sopra; e tratti dalla tavola e duo sacchetti, rattamente ascese l’arboro della nave, e entrò nella gabbia, e cominciò trar fuori i dinari di sacchetti, non altrimenti che annoverargli volesse. Il mercatante, temendo di perseguirla, over di farla seguitare, acciò che adiratasi non gettasse gli scudi nel mare, stava di mala voglia tutto addolorato, e quasi era per rendere lo spirito; nè sapeva che consiglio prendere, o di andare a lei o di rimanersi. E stando in questo dubbioso pericolo, parvegli finalmente esser il meglio sottoporsi alla volontà dell’animale. Ma la simia, slegati li sacchetti e traendo fuori gli scudi e riponendogli dentro, poi che gli ebbe maneggiati un gran pezzo, ripostigli ne’ sacchetti e legatigli, uno sacchetto ne trasse nel mare e l’altro al mercatante su la nave, come significar volesse che quelli danari ch’erano stati gettati nel mare, s’erano acquistati per l’acqua posta nel vino, e gli altri dati al mercatante, erano quelli del vino: e così l’acqua ebbe il prezzo dell’acqua, e Bernardo del vino. Onde vedendo egli ciò esser intervenuto per volontà divina, si racquetò: pensando che le cose di malacquisto [p. 120 modifica]non sono beni duraturi, e se aviene che le goda il patrone, non le gode l’erede.

Ingeniosa fu la favola d’Arianna raccontata; e da tutti fu laudata molto. Indi, avuto il segno dalla Signora che con l’enimma seguisse, in tal maniera disse:

Quando penso ch’io son sì ben fornita
     Di denti e della lingua, e son senz’ossa,
E ch’in luogo mi son sì stabilita,
     Che masticar nè ragionar non possa,
Sempre vi sarà dura la mia vita.
     Per me m’accuso, e a dirvi mi son mossa
Ch’a mezzo ho un bucco, e chi talor mi ficca:
     Ma tosto ho chi me’l tragge, e fuor li picca.

Questo enimma diede molto che dire; non però fu da alcuno inteso, salvo da Isabella; la quale disse altro non significare, se non la serratura: la quale ha denti e lingua, ma non ha ossa, nè può mangiare; e chi la ficca è la chiave, che spesse volte apre la cassa; e chi la tragge fuori della serratura, la picca a qualche chiodo.

Fine delle due novelle aggiunte nelle edizioni 1556 e posteriori.




il fine della ottava notte.