Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco e Girolamo dai Libri

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Francesco e Girolamo dai Libri

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Falconetto Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco Granacci IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Falconetto Francesco Granacci
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VITA DI FRANCESCO E GIROLAMO DAI LIBRI PITTORI E MINIATORI VERONESI

Francesco Vecchio dai Libri veronese, se bene non si sa in che tempo nascesse a punto, fu alquanto inanzi a Liberale; e fu chiamato dai Libri per l’arte che fece di miniare libri, essendo egli vivuto quando non era ancora stata trovata la stampa e quando poi cominciò a punto a essere messa in uso. Venendogli dunque da tutte le bande libri a miniare, non era per altro cognome nominato che dai Libri, nel miniar de’ quali era eccellentissimo. E ne lavorò assai, perciò che chi faceva la spesa dello scrivere, che era grandissima, gli voleva anco poi ornati più che si poteva di miniature. Miniò dunque costui molti libri di canto da coro che sono in Verona, in San Giorgio, in Santa Maria in Organi et in San Nazzaro, che tutti son belli, ma bellissimo è un libretto, cioè due quadretti che si serrano insieme a uso di libro, nel quale è da un lato un San Girolamo d’opera minutissima e lavorata con molta diligenza, e dall’altro un San Giovanni finto nell’isola di Pathmos et in atto di voler scrivere il suo libro dell’Apocalissi. La quale opera, che fu lasciata al conte Agostino Giusti da suo padre, è oggi in San Lionardo de’ Canonici Regolari, nel qual convento ha parte il padre don Timoteo Giusti, figliuolo di detto Conte. Finalmente avendo Francesco fatte infinite opere a diversi signori, si morì contento e felice; perciò che, oltre la quiete d’animo che gli dava la sua bontà, lasciò un figliuolo chiamato Girolamo tanto grande nell’arte, che lo vide avanti la morte sua molto maggiore che non era egli. Questo Girolamo adunque nacque in Verona l’anno 1472, e d’anni sedici fece in Santa Maria in Organo la tavola della capella de’ Lischi, la quale fu scoperta e messa al suo luogo con tanta maraviglia d’ognuno, che tutta la città corse ad abbracciare e rallegrarsi con Francesco suo padre. È in questa tavola un Deposto di croce con molte figure, e fra molte teste dolenti molto belle e di tutte migliori, una Nostra Donna et un San Benedetto molto commendati da tutti gl’artefici. Vi fece poi un paese et una parte della città di Verona ritratta assai bene di naturale. Inanimito poi Girolamo dalle lodi che si sentiva dare, dipinse con buona pratica in San Polo l’altare della Madonna, e nella chiesa della Scala il quadro della Madonna con Sant’Anna, che è posto fra il San Bastiano et il San Rocco del Moro e del Cavazzuola. Nella chiesa della Vettoria fece l’ancona dell’altar maggiore della famiglia de’ Zoccoli, e vicino a questa, la tavola di Santo Onofrio della famiglia de’ Cipolli, la quale è tenuta, per disegno e colorito, la migliore opera che mai facesse. Dipinse anco in San Lionardo nel Monte, vicino a Verona, la tavola dell’altar maggiore della famiglia de’ Cartieri, la quale è opera grande, con molte figure, e molto stimata da tutti, e sopra tutto vi è un bellissimo paese. Ma una cosa, accaduta molte volte ai giorni nostri, ha fatto tenere quest’opera maravigliosa, e cioè un arbore dipinto da Girolamo in questa tavola, al quale pare che sia appoggiata una gran seggiola, sopra cui posa la Nostra Donna. E perché il detto arbore, che pare un lauro, avanza d’assai con i rami la detta sedia, se gli vede dietro, fra un ramo e l’altro che sono non molto spessi, un’aria tanto chiara e bella, che egli pare veramente un arbore vivo, svelto e naturalissimo. Onde sono stati veduti molte fiate ucelli, entrati per diversi luoghi in chiesa, volare a questo arbore per posarvisi sopra, e massimamente rondini che avevano i nidi nelle travi del tetto et i loro rondinini parimente. E questo affermano aver veduto persone dignissime di fede, come fra gl’altri il padre don Giuseppo Mangiuoli veronese, stato due volte generale di quella Relligione e persona di santa vita, che non affermarebbe per cosa del mondo cosa che verissima non fusse; et il padre don Girolamo Volpini, similmente veronese, e molti altri. Dipinse anco Girolamo in Santa Maria in Organi, dove fece la prima opera sua, in una delle portelle dell’organo (avendo l’altra dipinta Francesco Morone suo compagno), due Sante dalla parte di fuori, e nel didentro un presepio. E dopo fece la tavola, che è riscontro alla sua prima, dove è una natività del Signore, pastori e paesi et alberi bellissimi. Ma sopra tutto sono vivi e naturali due conigli, lavorati con tanta diligenza che si vede, non che altro, in loro la divisione de’ peli. Un’altra tavola dipinse alla capella de’ Buonalivi con una Nostra Donna a sedere in mezzo, due altre figure e certi Angeli a basso che cantano. All’altare poi del Sagramento, nell’ornamento fatto da fra’ Giovanni da Verona, dipinse il medesimo tre quadretti piccoli che sono miniati. In quel di mezzo è un Deposto di croce con due Angioletti, et in quei dalle bande sono dipinti sei martiri, tre per ciascun quadro, ginocchioni verso il Sagramento; i corpi de’ quali Santi sono riposti in quel proprio altare, e sono i primi tre Canzio, Canziano e Cancianello, i quali furono nipoti di Diocliziano imperatore, gl’altri tre sono Proto, Grisogono et Anastasio, martirizzati ad Aquas Gradatas, appresso ad Aquileia. E sono tutte queste figure miniate e bellissime, per essere valuto in questa professione Girolamo sopra tutti gl’altri dell’età sua in Lombardia e nello stato di Vinezia. Miniò Girolamo molti libri ai monaci di Montescaglioso nel regno di Napoli, alcuni a Santa Giustina di Padoa, e molti altri alla Badia di Praia sul padoano, et alcuni ancora a Candiana, monasterio molto ricco de’ Canonici Regolari di San Salvatore; nel qual luogo andò in persona a lavorare, il che non volle mai fare in altro luogo, e stando quivi imparò allora i primi principii di miniare don Giulio Clovio, che era frate in quel luogo, il quale è poi riuscito il maggiore in questa arte che oggidì viva in Italia. Miniò Girolamo a Candiana una carta d’un Chirie, che è cosa rarissima; et ai medesimi la prima carta d’un salterio da coro; et in Verona molte cose per Santa Maria in Organo et ai frati di S. Giorgio. Medesimamente ai monaci negri di San Nazario, fece in Verona alcun’altri minii bellissimi. Ma quella che avanzò tutte l’altre opere di costui, che furono divine, fu una carta dove è fatto di minio il Paradiso terrestre con Adamo et Eva, cacciati dall’Angelo che è loro dietro con la spada in mano. Né si potria dire quanto sia grande e bella la varietà degl’alberi che sono in quest’opera, i frutti, i fiori, gl’animali, gl’uccelli e l’altre cose tutte. La quale stupenda opera fece fare don Giorgio Cacciamale bergamasco, allora priore in San Giorgio di Verona, il quale, oltre a molte altre cortesie che usò a Girolamo, gli donò sessanta scudi d’oro. Quest’opera dal detto padre fu poi donata in Roma a un cardinale, allora protettore di quella Relligione, il quale mostrandola in Roma a molti signori, fu tenuta la migliore opera di minio che mai fusse insin allora stata veduta. Facea Girolamo i fiori con tanta diligenza, e così veri, belli e naturali, che parevano ai riguardanti veri. E contrafaceva camei piccoli et altre pietre e gioie intagliate di maniera che non si poteva veder cosa più simile, né più minuta. E fra le figurine sue se ne veggiono alcune, come in camei et altre pietre finte, che non sono più grandi che una piccola formica, e si vede nondimeno in loro tutte le membra e tutti i muscoli tanto bene, che a pena si può credere da chi non gli vede. Diceva Girolamo, nell’ultima sua vecchiezza, che allora sapea più che mai avesse saputo in quest’arte e dove aveano ad andare tutte le botte, ma che poi nel maneggiar il pennello gl’andavano a contrario, perché non lo serviva più né l’occhio, né la mano. Morì Girolamo l’anno 1555 a due dì di luglio d’età d’anni ottantatré e fu sepolto in San Nazario nelle sepolture della Compagnia di San Biagio. Fu costui persona molto da bene, né mai ebbe lite né travaglio con persona alcuna, e fu di vita molto innocente. Ebbe fra gl’altri un figliuolo chiamato Francesco, il quale imparò l’arte da lui e fece, essendo anco giovinetto, miracoli nel miniare, in tanto che Girolamo affermava di quell’età non aver saputo tanto quanto il figliuolo sapeva. Ma gli fu costui sviato da un fratello della madre il quale, essendo assai ricco e non avendo figliuoli, se lo tirò appresso, facendolo attendere in Vicenza alla cura d’una fornace di vetri che facea fare. Nel che, avendo speso Francesco i migliori anni, morta la moglie del zio, cascò da ogni speranza e si trovò aver perso il tempo, perché presa colui un’altra moglie n’ebbe figliuoli. E così non fu altrimenti Francesco, sì come s’avea pensato, erede del zio. Per che rimessosi all’arte dopo sei anni et imparato qualche cosa, si diede a lavorare, e, fra l’altre cose, fece una palla grande di diametro quattro piedi, vota dentro e coperto il difuori, che era di legno, con colla di nervi di bue, temperata in modo che era fortissima, né si poteva temere in parte alcuna di rottura o d’altro danno. Dopo, essendo questa palla, la quale dovea servire per una sfera terrestre, benissimo compartita e misurata, con ordine e presenza del Fracastoro e del Beroldi, medici ambidue e cosmografi et astrologi rarissimi, si dovea colorire da Francesco per Messer Andrea Navagero, gentiluomo viniziano e dottissimo poeta et oratore, il quale volea farne dono al re Francesco di Francia, al quale dovea per la sua republica andar oratore. Ma il Navagero, essendo a pena arrivato in Francia in sulle poste, si morì, e quest’opera rimase imperfetta, la quale sarebbe stata cosa rarissima, come condotta da Francesco e col consiglio e parere di due sì grand’uomini. Rimase dunque imperfetta, e, che fu peggio, quello che era fatto ricevette non so che guastamento in assenza di Francesco. Tuttavia così guasta la comperò Messer Bartolomeo Lonichi, che non ha mai voluto compiacerne alcuno ancor che ne sia stato ricerco con grandissimi preghi e prezzo. N’aveva fatto Francesco innanzi a questa due altre minori, l’una delle quali è in mano del Mazzanti arciprete del Duomo di Verona, e l’altra ebbe il conte Raimondo dalla Torre, et oggi l’ha il conte Giovambatista suo figliuolo che la tiene carissima; perché anco questa fu fatta con le misure et assistenza del Fracastoro, il quale fu molto familiare amico del conte Raimondo. Francesco finalmente, increscendogli la tanta diligenza che ricercano i minii, si diede alla pittura et all’architettura, nelle quali riuscì peritissimo, e fece molte cose in Vinezia et in Padoa. Era in quel tempo il vescovo di Tornai, fiamingo nobilissimo e ricchissimo, venuto in Italia per dare opera alle lettere, vedere queste provincie et apparare le creanze e modi di vivere di qua. Per che trovandosi costui in Padoa e dilettandosi molto di fabricare, come invaghito del modo di fabricare italiano, si risolvé di portare nelle sue parti la maniera delle fabriche nostre. E per poter ciò fare più comodamente, conosciuto il valore di Francesco, se lo tirò appresso con onorato stipendio per condurlo in Fiandra, dove avevano in animo di voler fare molte cose onorate. Ma venuto il tempo di partire e già avendo fatto disegnare le maggiori e migliori e più famose fabriche di qua, il poverello Francesco si morì, essendo giovane e di bonissima speranza, lasciando il suo padrone, per la sua morte, molto dolente. Lasciò Francesco un solo fratello, nel quale, essendo prete, rimane estinta la famiglia dai Libri, nella quale sono stati successivamente tre uomini in questa professione molto eccellenti. Et altri discepoli non sono rimasi di loro che tenghino viva quest’arte, eccetto don Giulio Clovio sopra detto, il quale l’apprese come abbian detto da Girolamo quando lavorava a Candiana, essendo lì frate, et il quale l’ha poi inalzata a quel supremo grado al quale pochissimi sono arrivati, e niuno l’ha trapassato già mai. Io sapeva bene alcune cose dei sopra detti eccellenti e nobili artefici veronesi, ma tutto quello che n’ho raccontato non arei già saputo interamente, se la molta bontà e diligenza del reverendo e dottissimo fra’ Marco de’ Medici, veronese et uomo pratichissimo in tutte le più nobili arti e scienzie, et insieme il Danese Cataneo da Carrara eccellentissimo scultore, e miei amicissimi, non me n’avessero dato quell’intero e perfetto ragguaglio che di sopra, come ho saputo il meglio, ho scritto a utile e commodo di chi leggerà queste nostre vite: nelle quali mi sono stati e sono di grande aiuto le cortesie di molti amici, che per compiacermi e giovare al mondo, si sono in ricercar questa cosa affaticati. E questo sia il fine delle vite dei detti veronesi, di ciascuno de’ quali non ho potuto avere i ritratti, essendomi questa piena notizia non prima venuta alle mani, che quando mi sono poco meno che alla fine dell’opera ritrovato.