Le vite de’ piu eccellenti pittori, scultori, et architettori, 1-2/Introduzione 1

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Architettura, cap. I.

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Proemio di tutta l’opera Introduzione 2
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Vasari - Le vite, 1568 B, v. 1, fregio p 10.jpg

INTRODVZZIONE

DI M. GIORGIO VASARI

PITTORE ARETINO,

Alle tre Arti del Disegno, cioè Architettura, Pittura, & Scoltura,

& prima dell’Architettura,

Delle diuerſe Pietre, che ſeruono a gl’Architetti per gl’ornamenti,

& per le ſtatue alla ſcoltura. Cap. I.


Vasari - Le vite, 1568 B, v. 1, capolettera Q p 10.jpg
Vanto ſia grande l’utile, che ne apporta l’Architettura, non accade a me raccontarlo; per trouarſi molti ſcrittori, i quali diligentiſſimame͂te, & a lungo n’hanno trattato. & per queſto laſciando da vna parte le calcine, le arene, i legnami, i ferramenti, e’l modo del fondare, & tutto quello, che ſi adopera alla fabrica; & l’acque, le regioni, e i ſiti largamente gia deſcritti da Vitruuio, & dal noſtro Leo͂ Batiſta Alberti; ragionerò ſolamente per ſeruizio de’ noſtri artefici, & di qualunque ama di ſaper,e come debbano eſſere vniuerſalmente le fabriche. & quanto di proporzione vnite, & di corpi, per conſeguire quella graziata bellezza, che ſi deſidera, breuemente raccorrò inſieme, tutto quello, che mi parrà neceſſario a queſto propoſito. & accioche piu manifeſtamente appariſca la grandiſſima difficultà del lauorar delle pietre, che ſon duriſſime & forti, ragioneremo diſtintamente, ma con breuità, di ciaſcuna ſorte di quelle, che maneggiano i noſtri artefici. & primieramente del Porfido. Queſto è vna pietra roſſa con minutiſſimi ſchizzi bianchi, condotta nella Italia gia dell’Egitto; doue comunemente ſi crede, che nel cauarla ella ſia piu tenera, che qua͂do ella è ſtata fuori della caua, alla pioggia, al ghiaccio, e al Sole: perche tutte queſte coſe la fanno piu dura, & piu difficile a lauorarla. Di queſta ſe ne veggono infinite opere lauorate, parte con gli ſcarpelli, parte ſegate, & parte con ruote, & con ſmerigli conſumate a poco a poco: come ſe ne vede in diuerſi luoghi diuerſamente piu coſe; cio è, quadri, tondi, & altri pezzi ſpianati, per far pauimenti: & coſi ſtatue per gli edifici; & ancora grandiſſimo numero di colonne & picciole, & grandi, & fontane con teſte di varie maſchere, intagliate con grandiſſima diligenza. Veggonſi anchora hoggi ſepolture con figure di baſſo & mezzo rilieuo, condotte con gran fatica; come al tempio di Baccho fuor di Roma, a ſanta Agneſa, la ſepoltura che e dicono di Santa Goſtanza figliuola di Goſtantino Imperadore; doue ſon dentro molti fanciulli con pampani & vue, che fanno fede della difficultà, c’hebbe chi la lauorò nella durezza di quella pietra. Il medeſimo ſi vede in vn pilo a Santo Ia͂ni Laterano, vicino alla porta ſanta, ch’è ſtoriato; et euui [p. 11 modifica]dentro gran numero di figure. Vedeſi ancora ſulla piazza della Ritonda vna belliſſima caſſa fatta per ſepoltura, laquale è lauorata con grande induſtria & fatica; & è per la ſua forma, di grandiſſima grazia, & di ſomma bellezza, & molto varia dal l’altre. & in caſa di Egidio, & di Fabio Saſſo ne ſoleua eſſere vna figura a ſedere di braccia tre, & mezo condotta à di noſtri con il reſto del altre ſtatue in caſa Farneſe. Nel cortile ancora di caſa la Valle ſopra vna fineſtra vna lupa molto eccellente, & nel lor giardino i due prigioni legati del medeſimo porfido; i quali ſon quattro braccia d’altezza l’uno, lauorati da gli antichi con grandiſſimo giudicio; i quali ſono hoggi lodati ſtraordinariamente da tutte le perſone eccellenti, conoſcendoſi la difficultà, che hanno hauuto a co͂durli per la durezza della pietra. A di noſtri non s’è mai condotto pietre di queſta ſorte a perfezzione alcuna, per hauere gli artefici noſtri perduto il modo del temperare i ferri, & coſi gli altri ſtormenti da condurle. Vero è, che ſe ne va ſegando con lo ſmeriglio rocchi di colonne, & molti pezzi, per accomodarli in iſpartimenti per piani, & coſi in altri varij ornamenti per fabriche; andandolo conſumando a poco a poco con vna ſega di rame ſenza denti tirata dalle braccia di due huomini: laquale con lo ſmeriglio ridotto in poluere, & con l’acqua, che continuamente la tenga molle, finalmente pur lo ricide. & ſe bene ſi ſono in diuerſi tempi prouati molti begli ingegni, per trouare il modo di lauorarlo, che vſarono gli antichi, tutto è ſtato in vano. E Leo͂ Battiſta Alberti, il quale fu il primo, che cominciaſſe a far pruoua di lauorarlo, non però in coſe di molto momento, non truouò, fra molti, che ne miſe in pruoua, alcuna tempera, che faceſſe meglio, che il ſangue di becco, perche ſe bene leuaua poco di quella pietra duriſſima nel lauorarla, e ſfauillaua ſempre fuoco, gli ſerui nondimeno di maniera, che fece fare nella ſoglia della porta principale di ſanta Maria Nouella di Fiorenza, le diciotto lettere antiche, che aſſai grandi, & ben miſurate ſi veggono dalla parte dina͂zi in vn pezzo di porfido; lequali lettere dicono Bernardo Oricellario. E perche il taglio dello ſcarpello non gli faceua gli ſpigoli, nè daua all’opera quel pulimento, e quel fine che le era neceſſario, fece fare vn mulinello a braccia co͂ vn manico a guiſa di ſtidione, che ageuolmente ſi maneggiaua apontandoſi vno il detto manico al petto, e nella inginocchiatura mettendo le mani per girarlo. E nella punta, doue era o ſcarpello, o trapano, hauendo meſſo alcune rotelline di rame, maggiori, & minori, ſecondo il biſogno, quelle imbrattate di ſmeriglio, con leuare a poco a poco, e ſpianare faceuano la pelle, & gli ſpigoli, mentre con la mano ſi giraua deſtramente il detto mulinello. Ma con tutte queſte diligenze, non fece però Leon Batiſta altri lauori: perche era tanto il tempo, che ſi perdeua, che mancando loro l’animo, non ſi miſe altrame͂te mano a ſtatue, vaſi, o altre coſe ſottili. Altri poi, che ſi ſono meſsi a ſpianare pietre, & rapezzar colonne, col medeſimo ſegreto, hanno fatto in queſto modo. Fannoſi per queſto effetto alcune martella graui, & groſſe con le punte d’acciaio temperato fortiſsimamente col ſangue di becco, & lauorato a guiſa di punte di diamanti, con lequali picchiando minutamente in ſul porfido, & ſcantonandolo a poco a poco il meglio, che ſi puo, ſi riduce pur finalmente o a to͂do, o a piano, come piu aggrada all’artefice con fatica, & tempo non picciolo ma no͂ gia a forma di ſtatue; che di queſto non habbiamo la maniera, & ſi gli da il [p. 12 modifica]pulimento co͂ lo ſmeriglio, e col cuoio ſtrofinandolo, che viene di luſtro molto pulitamente lauorato, e finito. & ancorche ogni giorno ſi vadino piu aſſottiglia͂do gl’ingegni humani, e nuoue coſe inueſtigando, nondimeno anco i moderni che in diuerſi tempi hanno, per intagliar’il porfido prouato nuoui modi, diuerſe tempre, & acciai molto ben purgati, hanno come ſi diſſe diſopra, inſino a pochi anni ſono faticato in vano. E pur l’anno 1553. hauendo il ſignor’Aſcanio Colo͂na donato a Papa Giulio III. vna tazza antica di porfido belliſſima larga ſette braccia: il Pontefice, per ornarne la ſua vigna, ordinò, mancandole alcuni pezzi, che la fuſſe reſtaurata: perche mettendoſi mano all’opera, & prouandoſi molte coſe, per conſiglio di Michelagnolo Buonarroti, e d’altri eccellentiſsimi Maeſtri, dopo molta lunghezza di tempo, fu diſperata l’impreſa, maſsimamente non ſi potendo in modo neſſuno ſaluare alcuni canti viui, come il biſogno richiedeua. E Michelagnolo, pur auezzo alla durezza de’ ſaſsi, inſieme con gl’altri ſe ne tolſe giu, ne ſi fece altro. Finalmente, poiche niuna altra coſa in queſti noſtri tempi mancaua alla perfezzione delle noſtr’Arti, che il modo di lauorare perfettamente il porfido, accioche ne anco queſto ſi habbia a diſiderare, ſi è in queſto modo ritrouato. Hauendo l’anno 1555 il ſignor Duca Coſimo co͂dotto dal ſuo palazzo, e giardino de’ Pitti, vna belliſſima acqua nel cortile del ſuo principale palazzo di Firenze, per farui vna fonte di ſtraordinaria bellezza, trouati fra i ſuoi rottami alcuni pezzi di Porfido aſſai grandi, ordinò, che di quelli ſi faceſſe vna tazza col ſuo piede per la detta fonte; & per ageuolar’ al maeſtro il modo di lauorar’il porfido, fece di non ſo che herbe ſtillar’vn’acqua di tanta virtu, che ſpegnendoui dentro i ferri bolle͂ti fa loro vna tempera duriſsima. Con queſto ſegreto adunque, ſecondo’l diſegno fatto da me, conduſſe Franceſco del TADDA intagliator da Fieſole la tazza della detta fonte, che è larga due braccia, e mezzo di diametro, & inſieme il ſuo piede, in quel modo, che hoggi ella ſi vede nel detto palazzo. Il Tadda, parendogli, che il ſegreto dategli dal Duca fuſſe rariſsimo, ſi miſe a far proua d’intagliar’alcuna coſa, egli riuſci coſi bene, che in poco tempo ha fatto in tre ouati di mezzo rilieuo grandi quanto il naturale il ritratto d’eſſo S. Duca Cosimo, quello della Ducheſſa Leonora, & vna teſta di Gieſu Chriſto con tanta perfezzione, che i capegli, e le barbe, che ſono dificiliſsimi nell’intaglio, ſono condotti di maniera, che gl’antichi non ſtanno punto meglio. Di queſte opere ragionando il S. Duca con Michelagnolo, qua͂do S. Ecc. fu in Roma; no͂ voleua creder’il Buonarroto, che coſi fuſſe. perche hauendo io d’ordine del Duca mandata la teſta del Criſto a Roma, fu veduta con molta marauiglia da Michelagnolo, il quale la lodò aſſai, & ſi rallegrò molto di veder ne’ te͂pi noſtri la Scultura arrichita di queſto rariſsimo dono, cotanto in vano inſino a hoggi diſiderato. Ha finito vltimamente il Tadda la teſta di Coſimo vecchio de’ Medici in vno ouato, come i detti diſopra, & ha fatto, & fa continuamente molte altre ſomiglianti opere. Reſtami a dire del porfido, che ᵱ eſſerſi hoggi ſmarrite le caue di quello, è per cio neceſſario ſeruirſi di ſpoglie, & di frammenti antichi, e di rocchi di colonne, & altri pezzi: & che però biſogna a chi lo lauora auuertire ſe ha hauuto il fuoco: percioche quando l’ha hauuto, ſe bene non perde in tutto il color’, ne ſi disfa, manca non dimeno pure aſſai di quella viuezza, che è ſua propria, & non piglia mai coſi bene il pulimento, [p. 13 modifica]come quando non l’ha hauuto, & che è peggio, quello che ha hauuto il fuoco ſi ſchianta facilmente quando ſi lauora. E da ſapere ancora, quanto alla natura del porfido, che meſſo nella fornace, non ſi cuoce, e non laſcia interamente cuocer le pietre, che gli ſono intorno, anzi quanto a ſe incrudeliſce, come ne dimoſtrano le due colonne, che i Piſani l’anno 1117. donarono a’ Fiorentini, dopo l’acquiſto di Maiolica, le quali ſono hoggi alla porta principale del te͂pio di ſan Giouanni, non molto bene pulite, e ſenza colore per hauere hauuto il fuoco, come nelle ſue ſtorie racconta Giouan Villani. Succede al Porfido il Serpentino, il quale è pietra di color verde ſcuretta alquanto, con alcune crocette dentro giallette & lunghe per tutta la pietra; dellaquale nel medeſimo modo ſi vagliano gli artefici, per far colonne & piani per pauimenti per le fabriche, ma di queſta ſorte non s’è mai veduto figure lauorate, ma ſi bene infinito numero di baſe per le colonne, & piedi di tauole, & altri lauori piu materiali. Perche queſta ſorte di pietra ſi ſchianta anchor che ſia dura piu che’l porfido; & rieſce a lauorarla piu dolce, & men faticoſa che’l porfido; & cauaſi in Egitto, & nella Grecia, e la ſua ſaldezza ne’ pezzi non è molto grande. Concioſia, che di Serpentino no͂ ſi è mai veduto opera alcuna in maggior pezzo di braccia tre per ogni verſo, e ſono ſtate tauole, e pezzi di pauimenti. ſi è trouato ancora qualche colonna, ma non molto groſſa, ne larga. E ſimilmente alcune maſchere, e menſole lauorate, ma figure non mai. queſta pietra ſi lauora nel medeſimo modo, che ſi lauora il porfido.
Piu tenera poi di queſta è il Cipollaccio, Pietra che ſi caua in diuerſi luoghi; il quale è di color verde acerbo, & gialletto, & ha dentro alcune macchie nere quadre, picciole & grandi, & coſi bianche alquanto groſſette, & ſi veggono di queſta ſorte in piu luoghi colonne groſſe, & ſottili, & porte, & altri ornamenti; ma non figure. Di queſta pietra è vna fonte in Roma in Beluedere cioè vna nicchia in vn canto del giardino doue ſono le ſtatue del Nilo, e del Teuere la quale nicchia fece far papa Clemente ſettimo col diſegno di Michelagnolo, per ornamento d’un fiume antico, accio in queſto campo fatto a guiſa di ſcogli, appariſce, come veramente fa, molto bello. Di queſta pietra ſi fanno ancora, ſegandola, tauole, tondi, ouati, & altre coſe ſimili, che in pauimenti, e altre forme piane fanno con l’altre pietre belliſsima accompagnatura, e molto vago componimento. Queſta piglia il pulimento come il porfido, & il ſerpentino; & ancora ſi ſega come l’altre ſorti di pietra dette di ſopra, e ſe ne trouano in Roma infiniti pezzi ſotterrati nelle ruine, che giornalmente vengono a luce, & delle coſe antiche ſe ne ſono fatte opere moderne, porte, & altre ſorti d’ornamenti; che fanno doue elle ſi mettono ornamento, & grandiſsima bellezza. Ecci vn’altra pietra chiamata Miſchio dalla meſcolanza di diuerſe pietre congelate inſieme, & fatto tutt’vna dal tempo, & dalla crudezza dell’acque. & di queſta ſorte ſe ne troua copioſamente in diuerſi luoghi, come ne’ monti di Verona, in quelli di Carrara, & in quei di Prato in Thoſcana, & ne’ monti dell’Imprunetta nel contado di Firenze. Ma i piu begli, & migliori ſi ſono trouati, non ha molto, a ſan Giuſto a Monterantoli, lontano da Fiorenza cinque miglia & di queſti me n’ha fatto il S. Duca Coſimo ornare tutte le ſtanze nuoue del palazzo in porte, e camini, che ſono riuſciti molto belli; E ᵱ lo giardino de’ Pitti ſe ne ſono dal medeſimo luogo cauate colonne di braccia [p. 14 modifica]ſette belliſsime. Et io reſto marauigliato, che in queſta pietra ſi ſia trouata tanta ſaldezza. Queſta Pietra, perche tiene d’albereſe piglia belliſsimo pulimento, e trae in colore di paonazzo roſsigno, macchiato di uene bianche, & giallicce. Ma le piu fini ſono nella Grecia, & nell’Egitto, doue ſono molto piu duri, che i noſtri Italiani, & di queſta ragion pietra ſe ne troua di tanti colori, quanto la natura lor madre s’è di continuo dilettata & diletta di condurre a perfetione. Di queſti ſi fatti miſchi ſe ne veggono in Roma ne’ tempi noſtri opere antiche, & moderne, come colonne, vaſi, fontane, ornamenti di porte, & diuerſe incroſtature per gli edifici, & molti pezzi ne’ pauimenti. Se ne vede diuerſe ſorti di piu colori, chi tira al giallo, & al roſſo, alcuni al bianco & al nero, altri albigio & al bianco pezzato di roſſo, & venato di piu colori: coſi certi roſſi verdi neri, & bianchi, che ſono orie͂tali. e di queſta ſorte pietra n’ha vn pilo antichiſſimo largo braccia quattro e mezzo il Signor Duca al ſuo Giardino de’ Pitti, che è coſa rariſſima, per eſſer come s’è detto orie͂tale di miſchio billiſſimo, e molto duro a lauorarſi. E cotali pietre ſono tutte di ſpecie piu dura, & piu bella di colore, & piu fine, come ne fanno fede hoggi due colonne di braccia dodici di altezza nella entrata di San Pietro di Roma, lequali reggono le prime nauate, & vna n’è da vna banda. l’altra dall’altra. Di queſta ſorte quella ch’è ne’ monti di Verona, è molto piu tenera che l’orientale infinitamente, & ne cauano in queſto luogo d’una ſorte, ch’è roſſiccia, & tira in color ceciato, & queſte ſorti ſi lauorano tutte bene a’ giorni noſtri con le tempere & co’ ferri, ſi come le pietre noſtrali, & ſe ne fa & fineſtre, & colonne, & fontane, & pauimenti, & ſtipidi per le porte, & cornici, come ne rende teſtimonanza la Lombardia, anzi tutta la Italia.
Trouaſi vn’altra ſorte di pietra duriſſima molto piu ruuida, & picchiata di neri & bianchi, & tal volta di roſſi, dal tiglio, & dalla grana di quella, comunemente detta Granito. Della quale ſi truoua nello Egitto ſaldezze grandiſſime, & da cauarne altezze incerdibili, come hoggi ſi veggono in Roma negli Obeliſchi, Aguglie, Piramidi, colonne, & in que’ grandiſſimi vaſi de’ bagni, che habbiamo a San Piero in vincola, & a San Saluatore del Lauro; & a San Marco, & in colonne quaſi infinite, che per la durezza, & ſaldezza loro non hanno temuto fuoco, ne ferro. & il tempo iſteſſo, che tutte le coſe caccia a terra, non ſolamente non le ha diſtrutte, ma ne pur cangiato loro il colore. & per queſta cagione gli Egittij ſe ne ſeruiuano per i loro morti, ſcriuendo in queſte Aguglie, co i caratteri loro ſtrani la vita de grandi, per mantener la memoria della nobiltà & virtù di quegli. Veniuane d’Egitto medeſimamente d’una altra ragione bigio, il quale trae piu in verdiccio, i neri & i picchiati bia͂chi, molto duro certamente, ma non ſi, che i noſtri ſcarpellini per la fabricha di San Pietro non habbiano delle ſpoglie, che hanno trouato, meſſe in opera, fatto ſi, che con le tempere de’ ferri, che ci ſono al preſente, hanno ridotto le colonne, & l’altre coſe a quella ſottigliezza ch’hanno voluto, & datoli belliſſimo pulimento come al porfido. Di queſto granito bigio è dotata la Italia in molte parti, ma le maggiori ſaldezze, che ſi trouino, ſono nell’iſola dell’Elba, doue i Romani tennero di continuo huomini a cauare infinito numero di queſta pietra. & di queſta ſorte ne ſono parte le colonne del portico della Rito͂da, lequali ſon molto belle, & di grandezza ſtraordinaria, & vedeſi, che [p. 15 modifica]nella caua, quando ſi taglia, è piu tenero aſſai, che quando è ſtato cauato, & che vi ſi lauora con piu facilità. Vero è che biſogna per la maggior parte lauorarlo con martelline, che habbiano la punta, come quelle del Porfido, & nelle gradine vna dentatura tagliente dall’altro lato. D’un pezzo della qual ſorte pietra che era ſtaccato dal maſſo, n’ha cauato il Duca Coſimo vna Tazza tonda di larghezza di braccia dodici, per ogni verſo, & vna Tauola della medeſima lunghezza, per lo palazzo, e giardino de’ Pitti. Cauaſi del medeſimo Egitto, & di alcuni luoghi di Grecia anchora certa ſorte di pietra nera detta Paragone, laquale ha queſto nome, perche volendo ſaggiar l’oro s’arruota ſu quella pietra, & ſi conoſce il colore, & per queſto paragonandoui ſu vien detto Paragone. Di queſta è vn altra ſpecie di grana, & di vn altro colore, ᵱche no͂ ha il nero morato affatto, & non è gentile: che ne fecero gli antichi alcune di quelle ſphingi, & altri animali, come in Roma in diuerſi luoghi ſi uede, & di maggior ſaldezza vna figura in Parione d’uno Hermaphrodito accompagnata da vn’altra ſtatua di Porfido belliſſima. Laqual pietra è dura a intagliarſi, ma è bella ſtraordinariamente, & piglia vn luſtro mirabile. Di queſta medeſima ſorte ſe ne troua anchora in Thoſcana ne’ monti di Prato, vicino a Fiorenza a x. miglia, & coſi ne’ monti di Carrara, della quale alle ſepolture moderne ſe ne veggono molte caſſe, & dipoſiti per i morti, come nel Carmine di Fiorenza alla capella maggiore, doue è la ſepoltura di Piero Soderini (ſe bene non vi è dentro) di queſta pietra: & vn padiglione ſimilmente di paragon di Prato tanto ben lauorato, & coſi luſtra͂te, che pare vn Raſo di ſeta, & non vn ſaſſo intagliato, e lauorato. Coſi ancora nella incroſtatura di fuori del tempio di Santa Maria del Fiore di Fiorenza, per tutto lo edificio è vna altra ſorte di marmo nero, & marmo roſſo, che tutto ſi lauora in vn medeſimo modo. Cauaſi alcuna ſorte di marmi in Grecia, e in tutte le parti d’Oriente, che ſon bianchi, & gialleggiano, & traſpaiono molto, iquali erano adoperati da gli antichi per bagni, & per ſtuffe, & per tutti que’ luoghi, doue il vento poteſſe offendere gli habitatori. E hoggi ſe ne veggono ancora alcune fineſtre nella tribuna di San Miniato a monte, luogo de’ monaci di Monte Oliueto in ſu le porte di Firenza, che rendono chiarezza, & no͂ vento. & con queſta inuentione riparauano al freddo, & faceuano lume alle habitationi loro. In queſte caue medeſime cauauano altri marmi ſenza vene, ma del medeſimo colore, del quale eglino faceuano le piu nobili ſtatue. Queſti marmi di tiglio & di grana erano finiſſimi, & ſe ne ſeruiuano anchora tutti quegli, che intagliauano capitegli, ornamenti, & altre coſe di marmo per l’architettura: & vi era͂ ſaldezze grandiſſime di pezzi, come appare ne’ giganti di monte Cauallo di Roma, & nel Nilo di Beluedere, e in tutte le piu degne, e celebrate ſtatue. & ſi conoſcono eſſer Greche, oltra il marmo, alla maniera delle teſte, & alla acconciatura del capo, & a i naſi delle figure, iquali ſono dall’appiccatura delle ciglia alquanto quadri fino alle nare del naſo. & queſto ſi lauora coi ferri ordinarij, & co i trapani, & ſi gli dà il luſtro con la pomice & col geſſo di Tripoli col cuoio, & ſtruffoli di paglia.
Sono nelle montagne di Carrara, nella Carfagniana vicino a i monti di Luni, molte ſorti di marmi, come marmi neri, & alcuni che traggono in bigio, & altri che ſono miſchiati di roſſo, & alcuni altri, che ſon con vene bigie, [p. 16 modifica]che ſono croſta ſopra a marmi bianchi; perche non ſon purgati, anzi offeſi dal tempo, dall’acqua, & dalla terra, piglian quel colore. Cauanſi anchora altre ſpecie di marmi, che ſon chiamati Cipollini, & Saligni, & Campanini, & miſchiati, & per lo piu vna ſorte di marmi bianchiſſimi, & lattati, che ſono gentili, e in tutta perfezzione per far le figure. & vi s’è trouato da cauare ſaldezze grandiſſime, & ſe n’è cauato anchora a giorni noſtri pezzi di noue braccia per far giganti; & d’un medeſimo ſaſſo, ancora ſene ſono cauati a’ tempi noſtri due, l’uno fu il Dauitte, che fece Michelagnolo Buonarroto, il quale è alla porta del palazzo del Duca di Fiorenza, e l’altro l’Ercole, e Cacco, che di mano del Baudinello ſono all’altro lato della medeſima porta. Vn’altro pezzo ne fu cauato pochi anni ſono di braccia noue, perche il detto Baccio Bandinello ne faceſſe vn Nettuno, per la fonte che il Duca fa fare in piazza. Ma eſſendo morto il Ba͂dinello è ſtato dato poi all’Amma͂nato ſcultore Ecce. perche ne faccia ſimilmente vn Nettuno. Ma di tutti queſti marmi quelli della caua detta del Poluaccio, ch’è nel medeſimo luogo, ſono co͂ ma͂co macchie, e ſmerigli, e ſenza que’ nodi, e noccioli, che il piu delle volte ſogliono eſſer nella grandezza de’ marmi, e recar no͂ piccola difficultà achi gli lauora, e bruttezza nell’opere, finiti che ſono le ſtatue. Si ſono ancora dalle caue di ſerrauezza in quel di Pietraſanta hauute colonne della medeſima altezza, come ſi puo vedere vna di molte, che haueuano a eſſere nella facciata di San Lorenzo di Firenze, quale è hoggi abbozzata fuor della porta di detta Chieſa: doue l’altre ſono parte alla caua rimaſe, & parte alla marina. Ma tornando alle caue di Pietra Santa dico che in quelle s’eſſercitarono tutti gli antichi: & altri marmi, che queſti non adoperarono per fare que’ maeſtri, che furon ſi eccellenti, le loro ſtatue; eſſercitandoſi di co͂tinuo, me͂tre ſi cauauono le lor pietre ᵱ far le loro ſtatue, in fare ne’ ſaſſi medeſimi delle caue bozze di figure: come anchora hoggi ſe ne veggono le veſtigia di molte in quel luogo. Di queſta ſorte adunque cauano hoggi i moderni le loro ſtatue, & non ſolo per il ſeruitio della Italia; ma ſe ne manda in Francia, in Inghilterra, in Hiſpagna, e in Portogallo; come appare hoggi per la ſepoltura fatta in Napoli da Giouan da Nola ſcultore eccelente a Don Pietro di Toledo Vicerè di quel regno; che tutti i marmi gli furon donati & condotti in Napoli dal Signor Duca Cosimo de Medici. Queſta ſorte di marmi ha in ſe ſaldezze maggiori, & piu paſtoſi & morbide a lauorarla, & ſe le da belliſſimo pulimento, piu ch’adaltra ſorte di marmo. Vero è, che ſi viene tal volta a ſcontrarſi in alcune vene domandate da gli ſcultori ſmerigli, iquali ſogliono rompere i ferri. Queſti marmi ſi abbozzano con vna ſorte di ferri chiamati ſubbie, che hanno la punta a guiſa di pali a facce & piu groſſi & ſottili; & di poi ſeguitano con ſcarpelli detti calcagniuoli; iquali nel mezzo del taglio hanno vna tacca, & coſi con piu ſottili di mano in mano, che habbiano piu tacche, & gli intaccano quando ſono arruotati con vno altro ſcarpello. & queſta ſorte di ferri chiamano gradine, perche con eſſe vanno gradinando & riducendo a fine le lor figure; doue poi con lime di ferro diritte & torte vanno leuando le gradine, che ſon reſtate nel marmo: & coſi poi con la pomice arrotando a poco a poco gli fanno la pelle che vogliono & tutti gli ſtrafori che fanno, per non intronare il marmo gli fanno con trapani di minore & maggior grandezza, & di peſo di dodici [p. 17 modifica]libre l’uno, & qualche volta venti; che di queſti ne hanno di piu ſorte, per far maggiori & minori buche, & gli ſeruon queſti per finire ogni ſorte di lauoro, & condurlo a perfettione. De’ marmi bianchi venati di bigio gli ſcultori & gli architetti ne fanno ornamenti per porte, & colonne per diuerſe caſe: ſeruonſene per pauimenti, & per incroſtatura nelle lor fabriche; & gli adoperano a diuerſe ſorti di coſe: ſimilmente fanno di tutti i marmi miſchiati. I marmi Cipollini ſono vn’altra ſpecie di grana, & colore differente, & di queſta ſorte n’è anchora altroue che a Carrara; & queſti il piu pendono in verdiccio: & ſon pieni di vene, che ſeruono per diuerſe coſe, & non per figure. Quegli che gli ſcultori chiamano Saligni, che tengono di congelatione di pietra, per eſſerui que’luſtri ch’appariſcono nel ſale, & traſpaiono alqua͂to; è fatica aſſai a farne le figure: perche hanno la grana della pietra ruuida & groſſa: & perche ne’ tempi humidi gocciano acqua di continuo, o vero ſudano. Quegli, che ſi dimandano Campanini, ſon quella ſorte di marmi, che ſuonano quando ſi lauorano; & hanno vn certo ſuono piu acuto degli altri, queſti ſon duri, & ſi ſchiantano piu facilmente, che l’altre ſorti ſudette; & ſi cauano a Pietraſanta. A Serauezza ancora in piu luoghi, & a Campiglia ſi cauano alcuni marmi, che ſono per la maggior parte boniſsimi per lauoro di quadro, e ragioneuoli ancora alcuna volta per ſtatue, & in quel di Piſa, al mo͂te a s. Giuliano, ſi caua ſimilme͂te vna ſorte di marmo bianco, che tiene d’albereſe, e di queſti è incroſtato di fuori il Duomo, & il campoſanto di Piſa, oltre a molti altri ornamenti che ſi veggono in quella città fatti del medeſimo. & ᵱche gia ſi conduceuano i detti marmi del monte a S. Giuliano in Piſa co͂ qualche incommodo, & ſpeſa: Hoggi hauendo il Duca Coſimo, coſi per ſanare il paeſe, come per ageuolare il condurre i detti marmi, & altre pietre, che ſi cauano di que’ monti, meſſo in canale diritto il fiume d’Oſoli, & altre molte acque, che ſorgeano in que’ piani con danno del paeſe; ſi potranno ageuolmente per lo detto canale condurre i marmi, o lauorati, o in altro modo con piccioliſsima ſpeſa, & con grandiſsimo vtile di quella città, che è poco meno, che tornata nella priſtina grandezza, mercè del detto S. Duca Coſimo, che non ha cura, che maggiormente lo prema, che d’aggrandire, & rifar quella Città, che era aſſai mal condotta innanzi, che ne fuſſe ſua Eccel. Signore.
Cauaſi vn altra ſorte di pietra chiamata Treuertino, il quale ſerue molto per edificare, & fare anchora intagli di diuerſe ragioni; che per Italia in molti luoghi ſe ne va cauando, come in quel di Lucca, & a Piſa, & in quel di Siena da diuerſe bande, ma le maggiori ſaldezze, & le migliori pietre, cio è quelle che ſon piu gentili, ſi cauano in ſul fiume del Teuerone a Tigoli, ch’è tutta ſpecie di congelatione d’acque, & di terra, che per la crudezza, & freddezza ſua non ſolo congela, & petrifica la terra, ma i ceppi, i rami, & le fronde de gli alberi. & per l’acqua, che riman dentro, non ſi potendo finire di aſciugare, quando elle ſon ſotto l’acqua, vi rimangono i pori della pietra cauati, che pare ſpugnoſa, & buccheraticcia egualmente di dentro, & di fuori. Gli antichi di queſta ſorte pietra fecero le piu mirabili fabriche, & edifici che faceſſero; come ſono i Coliſei, & l’Erario da San Coſmo & Damiano, & molti altri edifici, & ne metteuano ne’ fondamenti delle lor fabriche infinito numero; & lauorandoli non furon molto curioſi di farli finire, ma ſe ne ſeruiuano [p. 18 modifica]rusticamente. Et queſto forſe faceuano perche hanno in ſe vna certa grandezza, & ſuperbia. Ma ne’ giorni noſtri s’è trouato chi gli ha lauorati ſottiliſſimamente, come ſi vide gia in quel tempio tondo, che cominciarono, & non finirono ſaluo che tutto il baſamento, in ſulla piazza di San Luigi i Franceſi in Roma, il quale fu condotto da vn Franceſe chiamato Maeſtro Gian; che ſtudiò l’arte dello intaglio in Roma, & diuenne tanto raro, che fece il principio di queſta opera; laquale poteua ſtare al paragone di quante coſe eccellenti antiche, & moderne, che ſi ſian viſte d’intaglio di tal pietra, per hauer ſtraforato sfere di aſtrologi, & alcune Salamandre nel fuoco impreſe reali, & in altre, libri aperti con le carte lauorati con diligenza, trofei, & maſchere, lequali rendono doue ſono teſtimonio della eccellenza, & bontà da poter lauorarſi quella pietra ſimile al marmo, anchor che ſia ruſtica. & recaſi in ſe vna gratia per tutto, vedendo quella ſpugnoſità de’ buchi vnitamente, che fa bel vedere. ilqual principio di tempio, eſſendo imperfetto fu leuato dalla Nazione fra͂zeſe, e le dette pietre & altri lauori di quello, poſti nella faciata della Chieſa di ſan Luigi, & parte in alcune capelle, doue ſtanno molto bene accomodate, e rieſcono belliſſimi. Queſta ſorte di pietra è boniſſima per le muraglie hauendo ſotto ſquadratola o ſcorniciata; perche ſi puo incroſtarla di ſtucco, con coprirla con eſſo, & intagliarui cio ch’altri vuole: come fecero gli antichi nelle entrate publiche del Culiſeo, & in molti altri luoghi: & come ha fatto a’ giorni noſtri Antonio da San Gallo nella ſala del palazzo del papa dinanzi alla capella, doue ha incroſtato di treuertini con ſtucco, con vari intagli eccellentiſſimamente. Ma piu d’ogni altro Maeſtro ha nobilitata queſta pietra Michelangelo Buonaroti nell’ornamento del cortile di caſa Farneſe, hauendoui con marauiglioſo giudizio fatto d’eſſa pietra far fineſtre, Maſchere, Me͂ſole, e tante altre ſimili bizzarie, lauorate tutte come ſi fa il Marmo, che non ſi puo veder alcuno altro ſimile ornamento piu bello: E ſe queſte coſe ſon rare; è ſtupendiſſimo il cornicione maggiore del medeſimo palazzo nella faciata dinanzi, non ſi potendo alcuna coſa ne piu bella, ne piu Magnifica diſiderare. Della medeſima pietra ha fatto ſimilmente Michilagnolo nel di fuori della fabrica di ſan Piero, certi tabernacoli grandi. e dentro la cornici che gira intorno alla tribuna, con tanta pulitezza, che non ſi ſcorgendo in alcun luogo le commettiture puo conoſcer ognuno ageuolmente quanto poſſiamo ſeruirci di queſta ſorte pietra. Ma quello, che trapaſſa ogni marauiglia, è che hauendo fatto di queſta pietra la volta d’una delle tre tribune del medeſimo S. Pietro ſono commeſſi i pezzi di maniera, che non ſolo viene collegata beniſſimo la fabrica, con vari ſorti di commettiture, Ma pare a vederla da terra tutta lauorata d’un pezzo. Ecci vn’altra ſorte di Pietre che tendono al nero; & non ſeruono a gli Architettori ſe no͂ a laſtricare tetti. Queſte ſono laſtre ſottili, p(ro)dotte a ſuolo a ſuolo dal tempo & dalla natura, per ſeruizio degli huomini, che ne fanno anchora pile, murandole talmente inſieme che elle commettino l’una nel altra, & le empiono d’olio ſecondo la capacità de’ corpi di quelle, & ſicuriſſimamente ve lo conſeruano. Naſcono queſte nella riuiera di Genoua, in vn luogo detto Lauagna. e ſe ne cauano pezzi lunghi x. braccia, e i Pittori ſe ne ſeruono, a lauorarui ſu le pitture a olio; perche elle vi ſi conſeruano ſu molto piu lungamente, che nelle altre coſe; come al ſuo luogo ſi ragionerà [p. 19 modifica]ne’ capitoli della pittura. Auiene queſto medeſimo de la Pietra detta Piperno, da molti detta preperigno pietra nericcia & ſpugnoſa come il treuertino, la quale ſi caua per la campagna di Roma; & ſe ne fanno ſtipiti di fineſtre, & Porte in diuerſi luoghi; come a Napoli & in Roma; & ſerue ella anchora a’ Pittori a lauorarui ſu a olio, come al ſuo luogo racconteremo. è queſta pietra alidiſſima, & ha anzi dell’arſiccio che no. Cauaſi anchora in Iſtria vna pietra biancha liuida, laquale molto ageuolmente ſi ſchianta; & di queſta ſopra di ogni altra ſi ſerue non ſolamente la Città di Vinegia, ma tutta la Romagna anchora, facendone tutti i loro lauori, & di quadro & d’intaglio. & con ſorte di ſtromenti & ferri, piu lunghi che gli altri, la vanno lauorando; maſſimamente con certe martelline, andando ſecondo la falda della pietra, per eſſere ella molto frangibile. & di queſta ſorte pietra ne ha meſſo in opera vna gran copia M. Iacopo Sanſouino, ilquale ha fatto in Vinegia lo edificio Dorico della Panatteria, & il Thoſcano alla Zecca in ſulla piazza di San Marco. & coſi tutti i lor lauori vanno facendo per quella città, & porte, fineſtre, cappelle, & altri ornamenti, che lor vien comodo di fare; non oſtante, che da Verona per il fiume dello Adige habbiano comodità di condurui i Miſchi, & altra ſorte di pietre; delle quali poche coſe ſi veggono, per hauer piu in vſo queſta. Nellaquale ſpeſſo vi commettono dentro Porfidi, Serpentini, & altre ſorti di pietre miſchie, che fanno, accompagnate con eſſe, belliſſimo ornamento. queſta pietra tiene d’albereſe, come la pietra da calcina di noſtri paeſi, e come ſi è detto ageuolmente ſi ſchianta. Reſtaci la pietra Serena, & la bigia detta Macigno, & la pietra forte, che molto s’uſa per Italia; doue ſon monti, & maſſimamente in Thoſcana; per lo piu in Fiorenza, & nel ſuo dominio. Quella ch’eglino chiamano pietra Serena, è quella ſorte che trahe in azurrigno, o vero tinta di bigio; della quale n’è ad Arezzo caue in piu luoghi, a Cortona, a Volterra, & per tutti gli Appennini; & ne’ monti di Fieſole è belliſſima, per eſſeruiſi cauato ſaldezze grandiſſime di pietre, come veggiamo in tutti gli edifici, che ſono in Firenze fatti da Filippo di Ser Brunelleſco, il quale fece cauare tutte le pietre di San Lorenzo, & di Santo Spirito, & altre infinite, che ſono in ogni edificio per quella città. Queſta ſorte di pietra è belliſſima a vedere, ma doue ſia humidità, & vi pioua ſu, o habbia ghiacciati adoſſo, ſi logora, & ſi ſfalda; ma al coperto ella dura in infinito. Ma molto piu durabile di queſta, & di piu bel colore, è vna ſorte di pietra azurrigna; che ſi dimanda hoggi la pietra del Foſſato: laquale quando ſi caua il primo filare, è ghiaioſo & groſſo; il ſecondo mena nodi, & feſſure, il terzo è mirabile, perche è piu fine. Dellaqual pietra Micheleagnolo s’è ſeruito nella libreria, & Sagreſtia di San Lorenzo, per papa Clemente, per eſſer gentile di grana, & ha fatto condurre le cornici, le colonne, & ogni lauoro, con tanta diligenza; che d’argento non reſterebbe ſi bella. & queſta piglia vn pulimento belliſſimo; & non ſi può deſiderare in queſto genere coſa migliore. E percio fu gia in Fiorenza ordinato per legge, che di queſta pietra non ſi poteſſe adoperare ſe non in fare edifizi publici, ò con licenza di chi gouernaſſe. Della medeſima n’ha fatto aſſai mettere in opera il Duca Coſimo, coſi nelle colonne & ornamenti della loggia di mercato nuouo, come nell’opera dell’udienza, cominciata nella ſala grande del palazzo dal Bandinello, e nell’altra, che è a quella dirimpetto, [p. 20 modifica]Ma gran quantità piu che in alcuno altro luogo ſia ſtato fatto giamai, n’ha fatto mettere S. Ecc. nella ſtrada de’ Magiſtrati, che fa condurre col diſegno, & ordine di Giorgio Vaſari Aretino. Vuole queſta ſorte di pietra il medeſimo tempo a eſſer lauorata, che il marmo, & è tanto dura che ella regge all’acqua, e ſi difende aſſai dall’altri ingiurie del tempo. Fuor di queſta n’è vn’altra ſpecie, ch’è detta pietra Serena per tutto il monte; ch’è piu ruuida & piu dura, & non è tanto colorita: che tiene di ſpecie di nodi della pietra; laquale regge all’acqua, al ghiaccio; & ſe ne fa figure, & altri ornamenti intagliati. & di queſta n’è la Douitia figura di ma͂ di Donatello in ſu la colonna di Mercato vecchio in Fiorenza, coſi molte altre ſtatue fatte da perſone eccelle͂ti no͂ ſolo in quella città, ma per il dominio. Cauaſi per diuerſi luoghi la pietra Forte, laqual regge all’acqua, al Sole, al ghiaccio, & a ogni tormento; & vuol tempo a lauorarla, ma ſi conduce molto bene; & non v’è molte gran ſaldezze. Della qual ſe n’è fatto, e per i Gotthi, & per i moderni i piu belli edifici, che ſiano ᵱ la Toſcana, come ſi puo vedere in Fiorenza nel ripieno de’ due archi, che fanno le porte principali dell’oratorio d’Orſanmichele, iquali ſono veramente coſe mirabili, e con molta diligenza lauorate. Di queſta medeſima pietra ſono ſimilmente per la Città, come s’è detto, molte ſtatue, & arme, come intorno alla fortezza, & in altri luoghi ſi puo vedere. Queſta ha il colore alquanto gialliccio, con alcune vene di bianco ſortiliſsime, che le da͂no grandiſsima gratia: & coſi ſe n’è vſato fare qualche ſtatua ancora, doue habbiano a eſſere fontane, perche reggano all’acqua. & di queſta ſorte pietra è murato il palagio de’ Signori, la loggia, Orſan Michele, e il di dentro di tutto il corpo di S. Maria del Fiore, & coſi tutti i ponti di quella città, il palazzo de’ Pitti, & quello de gli Strozzi. Queſta vuole eſſer lauorata con le martelline, perch’è piu ſoda; & coſi l’altre pietre ſudette vogliono eſſer lauorate nel medeſimo modo, che s’è detto del marmo, & dell’altre ſorti di pietre. Imperò non oſtante le buone pietre, & le tempere de’ ferri, è di neceſsità l’arte, intelligenza, e giudicio di coloro, che le lauorano; perch’è grandiſsima diferenza ne gli artefici, tenendo vna miſura medeſima da mano a mano, in dar gratia, & bellezza all’opere, che ſi lauorano. & queſto fa diſcernere, & conoſcere la perfettione del fare da q͂gli che ſanno, a quei che manco ſanno. Per conſiſtere adunque tutto il buono & la bellezza delle coſe eſtremamente lodate ne gli eſtremi della perfettione, che ſi dà alle coſe; che tali ſon tenute da coloro, che intendono: biſogna con ogni induſtria ingegnarſi ſempre di farle perfette, & belle, anzi belliſsime, e perfettiſsime.
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Vasari - Le vite, 1568 B, v. 1, fregio p 10.jpg

INTRODUZZIONE

DI MESSER GIORGIO VASARI

PITTORE ARETINO,

Alle tre Arti del Disegno, cioè Architettura, Pittura, e Scoltura,

e prima dell’Architettura,

Delle diverse Pietre, che servono a gl’Architetti per gl’ornamenti,

e per le statue alla Scoltura. Cap. I.


Vasari - Le vite, 1568 B, v. 1, capolettera Q p 10.jpg
UANTO sia grande l’utile, che ne apporta l’Architettura, non accade a me raccontarlo; per trovarsi molti scrittori, i quali diligentissimamente, e a lungo n’hanno trattato. E per questo lasciando da una parte le calcine, le arene, i legnami, i ferramenti, e’l modo del fondare, e tutto quello, che si adopera alla fabrica, e l’acque, le regioni, e i siti largamente gia descritti da Vitruvio, e dal nostro Leon Batista Alberti, ragionerò solamente per servizio de’ nostri artefici, e di qualunque ama di sapere, come debbano essere universalmente le fabriche, e quanto di proporzione unite, e di corpi, per conseguire quella graziata bellezza, che si desidera; brevemente raccorrò insieme, tutto quello, che mi parrà necessario a questo proposito. E accioche piu manifestamente apparisca la grandissima difficultà del lavorar delle pietre, che son durissime e forti, ragioneremo distintamente, ma con brevità, di ciascuna sorte di quelle, che maneggiano i nostri artefici. E primieramente del porfido. Questo è una pietra rossa con minutissimi schizzi bianchi, condotta nella Italia gia dell’Egitto; dove comunemente si crede, che nel cavarla ella sia piu tenera, che quando ella è stata fuori della cava, alla pioggia, al ghiaccio, e al Sole, perche tutte queste cose la fanno piu dura, e piu difficile a lavorarla. Di questa se ne veggono infinite opere lavorate, parte con gli scarpelli, parte segate, e parte con ruote, e con smerigli consumate a poco a poco, come se ne vede in diversi luoghi diversamente piu cose: cioè, quadri, tondi, e altri pezzi spianati, per far pavimenti, e cosi statue per gli edifici, e ancora grandissimo numero di colonne e picciole, e grandi, e fontane con teste di varie maschere, intagliate con grandissima diligenza. Veggonsi anchora oggi sepolture con figure di basso e mezzo rilievo, condotte con gran fatica, come al tempio di Baccho fuor di Roma, a Santa Agnesa, la sepoltura che <e’> dicono di santa Gostanza figliuola di Gostantino Imperadore; dove son dentro molti fanciulli con pampani e uve, che fanno fede della difficultà, ch’ebbe chi la lavorò nella durezza di quella pietra. Il medesimo si vede in un pilo a Santo Ianni Laterano, vicino alla Porta santa, ch’è storiato; et evvi [p. 11 modifica]dentro gran numero di figure. Vedesi ancora sulla piazza della Ritonda una bellissima cassa fatta per sepoltura, laquale è lavorata con grande industria e fatica; et è per la sua forma, di grandissima grazia, e di somma bellezza, e molto varia dall’altre. E in casa di Egidio, e di Fabio Sasso ne soleva essere una figura a sedere di braccia tre e mezo, condotta a<’> dì nostri con il resto delle altre statue in casa Farnese. Nel cortile ancora di casa la Valle sopra una finestra una lupa molto eccellente, e nel lor giardino i due prigioni legati del medesimo porfido, i quali son quattro braccia d’altezza l’uno, lavorati da gli antichi con grandissimo giudicio; i quali sono oggi lodati straordinariamente da tutte le persone eccellenti, conoscendosi la difficultà, che hanno avuto a condurli per la durezza della pietra. A<’> dì nostri non s’è mai condotto pietre di questa sorte a perfezzione alcuna, per avere gli artefici nostri perduto il modo del temperare i ferri, e cosi gli altri stormenti da condurle. Vero è, che se ne va segando con lo smeriglio rocchi di colonne, e molti pezzi, per accomodarli in ispartimenti per piani, e cosi in altri varij ornamenti per fabriche; andandolo consumando a poco a poco con una sega di rame senza denti tirata dalle braccia di due uomini: laquale con lo smeriglio ridotto in polvere, e con l’acqua, che continuamente la tenga molle, finalmente pur lo ricide. E se bene si sono in diversi tempi provati molti begli ingegni, per trovare il modo di lavorarlo, che usarono gli antichi, tutto è stato in vano. E Leon Battista Alberti, il quale fu il primo, che cominciasse a far pruova di lavorarlo, non però in cose di molto momento, non truovò, fra molte, che ne mise in pruova, alcuna tempera, che facesse meglio, che il sangue di becco, perche se bene levava poco di quella pietra durissima nel lavorarla, e sfavillava sempre fuoco, gli servì nondimeno di maniera, che fece fare nella soglia della porta principale di Santa Maria Novella di Fiorenza, le diciotto lettere antiche, che assai grandi, e ben misurate si veggono dalla parte dinanzi in un pezzo di porfido; lequali lettere dicono Bernardo Oricellario. E perche il taglio dello scarpello non gli faceva gli spigoli, nè dava all’opera quel pulimento, e quel fine che le era necessario, fece fare un mulinello a braccia con un manico a guisa di stidione, che agevolmente si maneggiava apontandosi uno il detto manico al petto, e nella inginocchiatura mettendo le mani per girarlo. E nella punta, dove era o scarpello, o trapano, avendo messo alcune rotelline di rame, maggiori, e minori, secondo il bisogno, quelle imbrattate di smeriglio, con levare a poco a poco, e spianare facevano la pelle, e gli spigoli, mentre con la mano si girava destramente il detto mulinello. Ma con tutte queste diligenze, non fece però Leon Batista altri lavori, perche era tanto il tempo, che si perdeva, che mancando loro l’animo, non si mise altramente mano a statue, vasi, o altre cose sottili. Altri poi, che si sono messi a spianare pietre, e rapezzar colonne, col medesimo segreto, hanno fatto in questo modo. Fannosi per questo effetto alcune martella gravi, e grosse con le punte d’acciaio temperato fortissimamente col sangue di becco, e lavorato a guisa di punte di diamanti, con lequali picchiando minutamente in sul porfido, e scantonandolo a poco a poco il meglio, che si può, si riduce pur finalmente o a tondo, o a piano, come piu aggrada all’artefice con fatica, e tempo non picciolo<,> ma non gia a forma di statue, che di questo non abbiamo la maniera, e si gli dà il [p. 12 modifica]pulimento con lo smeriglio, e col cuoio strofinandolo, che viene di lustro molto pulitamente lavorato, e finito. E ancorche ogni giorno si vadino piu assottigliando gl’ingegni umani, e nuove cose investigando, nondimeno anco i moderni che in diversi tempi hanno, per intagliar’il porfido provato nuovi modi, diverse tempre, e acciai molto ben purgati, hanno come si disse disopra, insino a pochi anni sono<,> faticato in vano. E pur l’anno 1553 avendo il signor’Ascanio Colonna donato a papa Giulio III una tazza antica di porfido bellissima larga sette braccia, il Pontefice, per ornarne la sua vigna, ordinò, mancandole alcuni pezzi, che la fusse restaurata; perche mettendosi mano all’opera, e provandosi molte cose, per consiglio di Michelagnolo Buonarroti, e d’altri eccellentissimi Maestri, dopo molta lunghezza di tempo, fu disperata l’impresa, massimamente non si potendo in modo nessuno salvare alcuni canti vivi, come il bisogno richiedeva. E Michelagnolo, pur avezzo alla durezza de’ sassi, insieme con gl’altri se ne tolse giu, ne si fece altro. Finalmente, poiche niuna altra cosa in questi nostri tempi mancava alla perfezzione delle nostr’Arti, che il modo di lavorare perfettamente il porfido, accioche ne anco questo si abbia a disiderare, si è in questo modo ritrovato. Avendo l’anno 1555 il signor Duca Cosimo condotto dal suo palazzo, e giardino de’ Pitti, una bellissima acqua nel cortile del suo principale palazzo di Firenze, per farvi una fonte di straordinaria bellezza, trovati fra i suoi rottami alcuni pezzi di porfido assai grandi, ordinò, che di quelli si facesse una tazza col suo piede per la detta fonte; e per agevolar’ al maestro il modo di lavorar’il porfido, fece di non so che erbe stillar’un’acqua di tanta virtù, che spegnendovi dentro i ferri bollenti fa loro una tempera durissima. Con questo segreto adunque, secondo’l disegno fatto da me, condusse Francesco del TADDA intagliator da Fiesole la tazza della detta fonte, che è larga due braccia e mezzo di diametro, e insieme il suo piede, in quel modo, che oggi ella si vede nel detto palazzo. Il Tadda, parendogli, che il segreto dategli dal Duca fusse rarissimo, si mise a far prova d’intagliar’alcuna cosa, <e gli> riuscì cosi bene, che in poco tempo ha fatto in tre ovati di mezzo rilievo grandi quanto il naturale il ritratto d’esso Signor Duca Cosimo, quello della Duchessa Leonora, e una testa di Giesu Christo con tanta perfezzione, che i capegli, e le barbe, che sono difficilissimi nell’intaglio, sono condotti di maniera, che gl’antichi non stanno punto meglio. Di queste opere ragionando il Signor Duca con Michelagnolo, quando Sua Eccellenza fu in Roma, non voleva creder’il Buonarroto, che cosi fusse, perche avendo io d’ordine del Duca mandata la testa del Cristo a Roma, fu veduta con molta maraviglia da Michelagnolo, il quale la lodò assai, e si rallegrò molto di veder ne’ tempi nostri la Scultura arricchita di questo rarissimo dono, cotanto in vano insino a oggi disiderato. Ha finito ultimamente il Tadda la testa di Cosimo vecchio de’ Medici in uno ovato, come i detti disopra, e ha fatto, e fa continuamente molte altre somiglianti opere. Restami a dire del porfido, che per essersi oggi smarrite le cave di quello, è per cio necessario servirsi di spoglie, e di frammenti antichi, e di rocchi di colonne, e altri pezzi, e che però bisogna a chi lo lavora avvertire se ha avuto il fuoco, percioche quando l’ha avuto, se bene non perde in tutto il color’, ne si disfa, manca nondimeno pure assai di quella vivezza, che è sua propria, e non piglia mai cosi bene il pulimento, [p. 13 modifica]come quando non l’ha avuto, e<,> che è peggio, quello che ha avuto il fuoco si schianta facilmente quando si lavora. E da sapere ancora, quanto alla natura del porfido, che messo nella fornace, non si cuoce, e non lascia interamente cuocer le pietre, che gli sono intorno, anzi quanto a se incrudelisce, come ne dimostrano le due colonne, che i Pisani l’anno 1117 donarono a’ Fiorentini, dopo l’acquisto di Maiolica, le quali sono oggi alla porta principale del tempio di san Giovanni, non molto bene pulite, e senza colore per avere avuto il fuoco, come nelle sue storie racconta Giovan Villani. Succede al porfido il serpentino, il quale è pietra di color verde scuretta alquanto, con alcune crocette dentro giallette e lunghe per tutta la pietra; della quale nel medesimo modo si vagliano gli artefici, per far colonne e piani per pavimenti per le fabriche, ma di questa sorte non s’è mai veduto figure lavorate, ma si bene infinito numero di base per le colonne, e piedi di tavole, e altri lavori piu materiali. Perche questa sorte di pietra si schianta anchor che sia dura piu che’l porfido, e riesce a lavorarla piu dolce, e men faticosa che’l porfido; e cavasi in Egitto, e nella Grecia, e la sua saldezza ne’ pezzi non è molto grande. Conciosia, che di serpentino non si è mai veduto opera alcuna in maggior pezzo di braccia tre per ogni verso, e sono state tavole, e pezzi di pavimenti. Si è trovato ancora qualche colonna, ma non molto grossa, ne larga. E similmente alcune maschere, e mensole lavorate, ma figure non mai. Questa pietra si lavora nel medesimo modo, che si lavora il porfido.
Piu tenera poi di questa è il cipollaccio, pietra che si cava in diversi luoghi; il quale è di color verde acerbo, e gialletto, e ha dentro alcune macchie nere quadre, picciole e grandi, e cosi bianche alquanto grossette, e si veggono di questa sorte in piu luoghi colonne grosse, e sottili, e porte, e altri ornamenti; ma non figure. Di questa pietra è una fonte in Roma in Belvedere cioè una nicchia in un canto del giardino dove sono le statue del Nilo, e del Tevere<;> la quale nicchia fece far papa Clemente settimo col disegno di Michelagnolo, per ornamento d’un fiume antico, accio in questo campo fatto a guisa di scogli, apparisce, come veramente fa, molto bello. Di questa pietra si fanno ancora, segandola, tavole, tondi, ovati, e altre cose simili, che in pavimenti, e altre forme piane fanno con l’altre pietre bellissima accompagnatura, e molto vago componimento. Questa piglia il pulimento come il porfido, e il serpentino, e ancora si sega come l’altre sorti di pietra dette di sopra, e se ne trovano in Roma infiniti pezzi sotterrati nelle ruine, che giornalmente vengono a luce, e delle cose antiche se ne sono fatte opere moderne, porte, e altre sorti d’ornamenti, che fanno dove elle si mettono ornamento, e grandissima bellezza. Ecci un’altra pietra chiamata mischio dalla mescolanza di diverse pietre congelate insieme, e fatto tutt’una dal tempo, e dalla crudezza dell’acque. E di questa sorte se ne trova copiosamente in diversi luoghi, come ne’ monti di Verona, in quelli di Carrara, e in quei di Prato in Thoscana, e ne’ monti dell’Imprunetta nel contado di Firenze. Ma i piu begli, e migliori si sono trovati, non ha molto, a San Giusto a Monterantoli, lontano da Fiorenza cinque miglia, e di questi me n’ha fatto il Signor Duca Cosimo ornare tutte le stanze nuove del palazzo in porte, e camini, che sono riusciti molto belli; e per lo giardino de’ Pitti se ne sono dal medesimo luogo cavate colonne di braccia [p. 14 modifica]sette bellissime. E io resto maravigliato, che in questa pietra si sia trovata tanta saldezza. Questa pietra, perche tiene d’alberese piglia bellissimo pulimento, e trae in colore di paonazzo rossigno, macchiato di vene bianche, e giallicce. Ma le piu fini sono nella Grecia, e nell’Egitto, dove sono molto piu duri, che i nostri Italiani, e di questa ragion pietra se ne trova di tanti colori, quanto la natura lor madre s’è di continuo dilettata e diletta di condurre a perfetione. Di questi si fatti mischi se ne veggono in Roma ne’ tempi nostri opere antiche, e moderne, come colonne, vasi, fontane, ornamenti di porte, e diverse incrostature per gli edifici, e molti pezzi ne’ pavimenti. Se ne vede diverse sorti di piu colori, chi tira al giallo, e al rosso, alcuni al bianco e al nero, altri al bigio e al bianco pezzato di rosso, e venato di piu colori, cosi certi rossi<,> verdi<,> neri, e bianchi, che sono orientali; e di questa sorte pietra n’ha un pilo antichissimo largo braccia quattro e mezzo il Signor Duca al suo Giardino de’ Pitti, che è cosa rarissima, per esser come s’è detto orientale di mischio bellissimo, e molto duro a lavorarsi. E cotali pietre sono tutte di specie piu dura, e piu bella di colore, e piu fine, come ne fanno fede oggi due colonne di braccia dodici di altezza nella entrata di San Pietro di Roma, lequali reggono le prime navate, e una n’è da una banda, l’altra dall’altra. Di questa sorte quella ch’è ne’ monti di Verona, è molto piu tenera che l’orientale infinitamente, e ne cavano in questo luogo d’una sorte, ch’è rossiccia, e tira in color ceciato, e queste sorti si lavorano tutte bene a’ giorni nostri con le tempere e co’ ferri, si come le pietre nostrali, e se ne fa e finestre, e colonne, e fontane, e pavimenti, e stipidi per le porte, e cornici, come ne rende testimonanza la Lombardia, anzi tutta la Italia.
Trovasi un’altra sorte di pietra durissima molto piu ruvida, e picchiata di neri e bianchi, e tal volta di rossi, dal tiglio, e dalla grana di quella, comunemente detta granito. Della quale si truova nello Egitto saldezze grandissime, e da cavarne altezze incredibili, come oggi si veggono in Roma negli obelischi, aguglie, piramidi, colonne, e in que’ grandissimi vasi de’ bagni, che abbiamo a San Piero in Vincola, e a San Salvatore del Lauro, e a San Marco, e in colonne quasi infinite, che per la durezza, e saldezza loro non hanno temuto fuoco, ne ferro. E il tempo istesso, che tutte le cose caccia a terra, non solamente non le ha distrutte, ma ne pur cangiato loro il colore. E per questa cagione gli Egittij se ne servivano per i loro morti, scrivendo in queste aguglie, coi caratteri loro strani la vita de<’> grandi, per mantener la memoria della nobiltà e virtù di quegli. Venivane d’Egitto medesimamente d’una altra ragione bigio, il quale trae piu in verdiccio i neri e i picchiati bianchi; molto duro certamente, ma non si, che i nostri scarpellini per la fabricha di San Pietro non abbiano delle spoglie che hanno trovato messe in opera, fatto si che con le tempere de’ ferri, che ci sono al presente, hanno ridotto le colonne, e l’altre cose a quella sottigliezza ch’hanno voluto, e datoli bellissimo pulimento come al porfido. Di questo granito bigio è dotata la Italia in molte parti, ma le maggiori saldezze, che si trovino, sono nell’isola dell’Elba, dove i Romani tennero di continuo uomini a cavare infinito numero di questa pietra. E di questa sorte ne sono parte le colonne del portico della Ritonda, lequali son molto belle, e di grandezza straordinaria, e vedesi, che [p. 15 modifica]nella cava, quando si taglia, è piu tenero assai, che quando è stato cavato, e che vi si lavora con piu facilità. Vero è che bisogna per la maggior parte lavorarlo con martelline, che abbiano la punta, come quelle del porfido, e nelle gradine una dentatura tagliente dall’altro lato. D’un pezzo della qual sorte pietra che era staccato dal masso, n’ha cavato il Duca Cosimo una tazza tonda di larghezza di braccia dodici, per ogni verso, e una tavola della medesima lunghezza, per lo palazzo, e giardino de’ Pitti. Cavasi del medesimo Egitto, e di alcuni luoghi di Grecia anchora certa sorte di pietra nera detta paragone, laquale ha questo nome, perche volendo saggiar l’oro s’arruota su quella pietra, e si conosce il colore, e per questo paragonandovi su vien detto paragone. Di questa è un<’>altra specie di grana, e di un altro colore, perche non ha il nero morato affatto, e non è gentile, che ne fecero gli antichi alcune di quelle sphingi, e altri animali, come in Roma in diversi luoghi si vede, e di maggior saldezza una figura in parione d’uno Ermaphrodito accompagnata da un’altra statua di porfido bellissima. Laqual pietra è dura a intagliarsi, ma è bella straordinariamente, e piglia un lustro mirabile. Di questa medesima sorte se ne trova anchora in Thoscana ne’ monti di Prato, vicino a Fiorenza a x miglia, e cosi ne’ monti di Carrara, della quale alle sepolture moderne se ne veggono molte casse, e dipositi per i morti, come nel Carmine di Fiorenza alla capella maggiore, dove è la sepoltura di Piero Soderini (se bene non vi è dentro) di questa pietra, e un padiglione similmente di paragon di Prato tanto ben lavorato, e cosi lustrante, che pare un raso di seta, e non un sasso intagliato, e lavorato. Cosi ancora nella incrostatura di fuori del tempio di Santa Maria del Fiore di Fiorenza, per tutto lo edificio è una altra sorte di marmo nero, e marmo rosso, che tutto si lavora in un medesimo modo. Cavasi alcuna sorte di marmi in Grecia, e in tutte le parti d’Oriente, che son bianchi, e gialleggiano, e traspaiono molto, iquali erano adoperati da gli antichi per bagni, e per stuffe, e per tutti que’ luoghi, dove il vento potesse offendere gli abitatori. E oggi se ne veggono ancora alcune finestre nella tribuna di San Miniato a Monte, luogo de’ monaci di Monte Oliveto in su le porte di Firenza, che rendono chiarezza, e non vento. E con questa inventione riparavano al freddo, e facevano lume alle abitationi loro. In queste cave medesime cavavano altri marmi senza vene, ma del medesimo colore, del quale eglino facevano le piu nobili statue. Questi marmi di tiglio e di grana erano finissimi, e se ne servivano anchora tutti quegli, che intagliavano capitegli, ornamenti, e altre cose di marmo per l’architettura; e vi eran saldezze grandissime di pezzi, come appare ne’ Giganti di Monte Cavallo di Roma, e nel Nilo di Belvedere, e in tutte le piu degne, e celebrate statue. E si conoscono esser Greche, oltra il marmo, alla maniera delle teste, e alla acconciatura del capo, e a i nasi delle figure, iquali sono dall’appiccatura delle ciglia alquanto quadri fino alle nare del naso. E questo si lavora coi ferri ordinarij, e coi trapani, e si gli dà il lustro con la pomice e col gesso di Tripoli<,> col cuoio, e struffoli di paglia.
Sono nelle montagne di Carrara, nella Carfagniana vicino a i monti di Luni, molte sorti di marmi, come marmi neri, e alcuni che traggono in bigio, e altri che sono mischiati di rosso, e alcuni altri, che son con vene bigie, [p. 16 modifica]che sono crosta sopra a marmi bianchi; perche non son purgati, anzi offesi dal tempo, dall’acqua, e dalla terra, piglian quel colore. Cavansi anchora altre specie di marmi, che son chiamati cipollini, e saligni, e campanini, e mischiati, e per lo piu una sorte di marmi bianchissimi, e lattati, che sono gentili, e in tutta perfezzione per far le figure. E vi s’è trovato da cavare saldezze grandissime, e se n’è cavato anchora a giorni nostri pezzi di nove braccia per far giganti; e d’un medesimo sasso, ancora se ne sono cavati a’ tempi nostri due, l’uno fu il Davitte, che fece Michelagnolo Buonarroto, il quale è alla porta del palazzo del Duca di Fiorenza, e l’altro l’Ercole e Cacco, che di mano del Bandinello sono all’altro lato della medesima porta. Un altro pezzo ne fu cavato pochi anni sono di braccia nove, perche il detto Baccio Bandinello ne facesse un Nettuno, per la fonte che il Duca fa fare in piazza. Ma essendo morto il Bandinello è stato dato poi all’Ammannato scultore Eccellente perche ne faccia similmente un Nettuno. Ma di tutti questi marmi quelli della cava detta del Polvaccio, ch’è nel medesimo luogo, sono con manco macchie, e smerigli, e senza que’ nodi, e noccioli, che il piu delle volte sogliono esser nella grandezza de’ marmi, e recar non piccola difficultà a chi gli lavora, e bruttezza nell’opere, finite che sono le statue. Si sono ancora dalle cave di Seravezza in quel di Pietrasanta avute colonne della medesima altezza, come si puo vedere una di molte, che avevano a essere nella facciata di San Lorenzo di Firenze, quale è oggi abbozzata fuor della porta di detta Chiesa: dove l’altre sono parte alla cava rimase, e parte alla marina. Ma tornando alle cave di Pietrasanta dico che in quelle s’essercitarono tutti gli antichi: e altri marmi che questi, non adoperarono per fare que’ maestri, che furon si eccellenti, le loro statue; essercitandosi di continuo, mentre si cavavono le lor pietre per far le loro statue, in fare ne’ sassi medesimi delle cave bozze di figure, come anchora oggi se ne veggono le vestigia di molte in quel luogo. Di questa sorte adunque cavano oggi i moderni le loro statue, e non solo per il servitio della Italia, ma se ne manda in Francia, in Inghilterra, in Ispagna, e in Portogallo; come appare oggi per la sepoltura fatta in Napoli da Giovan da Nola scultore eccellente a Don Pietro di Toledo Vicerè di quel regno, che tutti i marmi gli furon donati e condotti in Napoli dal Signor Duca Cosimo de Medici. Questa sorte di marmi ha in se saldezze maggiori, e piu <pastose e morbide a lavorarle> , e se le dà bellissimo pulimento, piu ch’ad altra sorte di marmo. Vero è, che si viene tal volta a scontrarsi in alcune vene domandate da gli scultori smerigli, iquali sogliono rompere i ferri. Questi marmi si abbozzano con una sorte di ferri chiamati subbie, che hanno la punta a guisa di pali a facce e piu grossi e sottili; e di poi seguitano con scarpelli detti calcagniuoli; iquali nel mezzo del taglio hanno una tacca, e cosi con piu sottili di mano in mano, che abbiano piu tacche, e gli intaccano quando sono arruotati con uno altro scarpello. E questa sorte di ferri chiamano gradine, perche con esse vanno gradinando e riducendo a fine le lor figure; dove poi con lime di ferro diritte e torte vanno levando le gradine, che son restate nel marmo, e cosi poi con la pomice arrotando a poco a poco gli fanno la pelle che vogliono e tutti gli strafori che fanno, per non intronare il marmo gli fanno con trapani di minore e maggior grandezza, e di peso di dodici [p. 17 modifica]libre l’uno, e qualche volta venti, che di questi ne hanno di piu sorte, per far maggiori e minori buche, e gli servon questi per finire ogni sorte di lavoro, e condurlo a perfettione. De’ marmi bianchi venati di bigio gli scultori e gli architetti ne fanno ornamenti per porte, e colonne per diverse case, servonsene per pavimenti, e per incrostatura nelle lor fabriche, e gli adoperano a diverse sorti di cose; similmente fanno di tutti i marmi mischiati. I marmi cipollini sono un’altra specie di grana, e colore differente, e di questa sorte n’è anchora altrove che a Carrara, e questi il piu pendono in verdiccio, e son pieni di vene, che servono per diverse cose, e non per figure. Quegli che gli scultori chiamano saligni, che tengono di congelatione di pietra, per esservi que’ lustri ch’appariscono nel sale, e traspaiono alquanto, è fatica assai a farne le figure, perche hanno la grana della pietra ruvida e grossa: e perche ne’ tempi umidi gocciano acqua di continuo, o vero sudano. Quegli, che si dimandano campanini, son quella sorte di marmi, che suonano quando si lavorano, e hanno un certo suono piu acuto degli altri; questi son duri, e si schiantano piu facilmente, che l’altre sorti sudette, e si cavano a Pietrasanta. A Seravezza ancora in piu luoghi, e a Campiglia si cavano alcuni marmi, che sono per la maggior parte bonissimi per lavoro di quadro, e ragionevoli ancora alcuna volta per statue; e in quel di Pisa, al monte a San Giuliano, si cava similmente una sorte di marmo bianco, che tiene d’alberese, e di questi è incrostato di fuori il Duomo, e il Camposanto di Pisa, oltre a molti altri ornamenti che si veggono in quella città fatti del medesimo. E perche gia si conducevano i detti marmi del monte a San Giuliano in Pisa con qualche incommodo, e spesa, oggi avendo il Duca Cosimo, cosi per sanare il paese, come per agevolare il condurre i detti marmi, e altre pietre, che si cavano di que’ monti, messo in canale diritto il fiume d’Osoli, e altre molte acque, che sorgeano in que’ piani con danno del paese, si potranno agevolmente per lo detto canale condurre i marmi, o lavorati, o in altro modo con picciolissima spesa, e con grandissimo utile di quella città, che è poco meno, che tornata nella pristina grandezza, mercè del detto Signor Duca Cosimo, che non ha cura, che maggiormente lo prema, che d’aggrandire, e rifar quella Città, che era assai mal condotta innanzi, che ne fusse sua Eccellenza Signore.
Cavasi un<’>altra sorte di pietra chiamata trevertino, il quale serve molto per edificare, e fare anchora intagli di diverse ragioni, che per Italia in molti luoghi se ne va cavando, come in quel di Lucca, e a Pisa, e in quel di Siena da diverse bande; ma le maggiori saldezze, e le migliori pietre, cio è quelle che son piu gentili, si cavano in sul fiume del Teverone a Tigoli, ch’è tutta specie di congelatione d’acque, e di terra, che per la crudezza, e freddezza sua non solo congela, e petrifica la terra, ma i ceppi, i rami, e le fronde de gli alberi. E per l’acqua, che riman dentro, non si potendo finire di asciugare, quando elle son sotto l’acqua, vi rimangono i pori della pietra cavati, che pare spugnosa, e buccheraticcia egualmente di dentro, e di fuori. Gli antichi di questa sorte pietra fecero le piu mirabili fabriche, e edifici che facessero, come sono i Colisei, e l’Erario da San Cosmo e Damiano, e molti altri edifici, e ne mettevano ne’ fondamenti delle lor fabriche infinito numero; e lavorandoli non furon molto curiosi di farli finire, ma se ne servivano [p. 18 modifica]rusticamente. E questo forse facevano perche hanno in se una certa grandezza, e superbia. Ma ne’ giorni nostri s’è trovato chi gli ha lavorati sottilissimamente, come si vide gia in quel tempio tondo, che cominciarono, e non finirono salvo che tutto il basamento, in sulla piazza di San Luigi <de’> Francesi in Roma, il quale fu condotto da un Francese chiamato Maestro Gian, che studiò l’arte dello intaglio in Roma, e divenne tanto raro, che fece il principio di questa opera, la quale poteva stare al paragone di quante cose eccellenti antiche, e moderne, che si sian viste d’intaglio di tal pietra, per aver straforato sfere di astrologi, e alcune salamandre nel fuoco<,> imprese reali, e in altre, libri aperti con le carte lavorati con diligenza, trofei, e maschere, le quali rendono dove sono testimonio della eccellenza, e bontà da poter lavorarsi quella pietra simile al marmo, anchor che sia rustica. E recasi in se una gratia per tutto, vedendo quella spugnosità de’ buchi unitamente, che fa bel vedere. Il qual principio di tempio, essendo imperfetto fu levato dalla Nazione Franzese, e le dette pietre e altri lavori di quello, posti nella facciata della Chiesa di san Luigi, e parte in alcune capelle, dove stanno molto bene accomodate, e riescono bellissimi. Questa sorte di pietra è bonissima per le muraglie avendo sotto squadratola o scorniciata; perche si può incrostarla di stucco, con coprirla con esso, e intagliarvi cio ch’altri vuole, come fecero gli antichi nelle entrate publiche del Culiseo, e in molti altri luoghi, e come ha fatto a’ giorni nostri Antonio da San Gallo nella sala del palazzo del papa dinanzi alla capella, dove ha incrostato di trevertini con stucco, con vari intagli eccellentissimamente. Ma piu d’ogni altro Maestro ha nobilitata questa pietra Michelangelo Buonaroti nell’ornamento del cortile di casa Farnese, avendovi con maraviglioso giudizio fatto d’essa pietra far finestre, maschere, mensole, e tante altre simili bizzarrie, lavorate tutte come si fa il marmo, che non si può veder alcuno altro simile ornamento piu bello. E se queste cose son rare, è stupendissimo il cornicione maggiore del medesimo palazzo nella facciata dinanzi, non si potendo alcuna cosa ne piu bella, ne piu magnifica disiderare. Della medesima pietra ha fatto similmente Michilagnolo nel di fuori della fabrica di San Piero, certi tabernacoli grandi, e dentro<,> la cornice che gira intorno alla tribuna, con tanta pulitezza, che non si scorgendo in alcun luogo le commettiture può conoscer ognuno agevolmente quanto possiamo servirci di questa sorte pietra. Ma quello, che trapassa ogni maraviglia, è che avendo fatto di questa pietra la volta d’una delle tre tribune del medesimo San Pietro sono commessi i pezzi di maniera, che non solo viene collegata benissimo la fabrica, con vari sorti di commettiture, ma pare a vederla da terra tutta lavorata d’un pezzo. Ecci un’altra sorte di pietre che tendono al nero; e non servono a gli Architettori se non a lastricare tetti. Queste sono lastre sottili, prodotte a suolo a suolo dal tempo e dalla natura, per servizio degli uomini, che ne fanno anchora pile, murandole talmente insieme che elle commettino l’una nel altra, e le empiono d’olio secondo la capacità de’ corpi di quelle, e sicurissimamente ve lo conservano. Nascono queste nella riviera di Genova, in un luogo detto Lavagna, e se ne cavano pezzi lunghi x braccia, e i Pittori se ne servono a lavorarvi su le pitture a olio, perche elle vi si conservano su molto piu lungamente, che nelle altre cose, come al suo luogo si ragionerà [p. 19 modifica]ne’ capitoli della pittura. Aviene questo medesimo de la pietra detta piperno, da molti detta preperigno<,> pietra nericcia e spugnosa come il trevertino, la quale si cava per la campagna di Roma, e se ne fanno stipiti di finestre, e porte in diversi luoghi, come a Napoli e in Roma, e serve ella anchora a’ Pittori a lavorarvi su a olio, come al suo luogo racconteremo; è questa pietra alidissima, e ha anzi dell’arsiccio che no. Cavasi anchora in Istria una pietra biancha livida, laquale molto agevolmente si schianta, e di questa sopra di ogni altra si serve non solamente la Città di Vinegia, ma tutta la Romagna anchora, facendone tutti i loro lavori, e di quadro e d’intaglio. E con sorte di stromenti e ferri, piu lunghi che gli altri, la vanno lavorando; massimamente con certe martelline, andando secondo la falda della pietra, per essere ella molto frangibile. E di questa sorte pietra ne ha messo in opera una gran copia Messer Iacopo Sansovino, il quale ha fatto in Vinegia lo edificio Dorico della Panatteria, e il Thoscano alla Zecca in sulla piazza di San Marco. E cosi tutti i lor lavori vanno facendo per quella città, e porte, finestre, cappelle, e altri ornamenti, che lor vien comodo di fare; non ostante, che da Verona per il fiume dello Adige abbiano comodità di condurvi i mischi, e altra sorte di pietre; delle quali poche cose si veggono, per aver piu in uso questa. Nella quale spesso vi commettono dentro porfidi, serpentini, e altre sorti di pietre mischie, che fanno, accompagnate con esse, bellissimo ornamento. Questa pietra tiene d’alberese, come la pietra da calcina d<’>i nostri paesi, e come si è detto agevolmente si schianta. Restaci la pietra serena, e la bigia detta macigno, e la pietra forte, che molto s’usa per Italia, dove son monti, e massimamente in Thoscana, per lo piu in Fiorenza, e nel suo dominio. Quella ch’eglino chiamano pietra serena, è quella sorte che trae in azurrigno, o vero tinta di bigio, della quale n’è ad Arezzo cave in piu luoghi, a Cortona, a Volterra, e per tutti gli Appennini; e ne’ monti di Fiesole è bellissima, per esservisi cavato saldezze grandissime di pietre, come veggiamo in tutti gli edifici, che sono in Firenze fatti da Filippo di Ser Brunellesco, il quale fece cavare tutte le pietre di San Lorenzo, e di Santo Spirito, e altre infinite, che sono in ogni edificio per quella città. Questa sorte di pietra è bellissima a vedere, ma dove sia umidità, e vi piova su, o abbia ghiacciati adosso, si logora, e si sfalda; ma al coperto ella dura in infinito. Ma molto piu durabile di questa, e di piu bel colore, è una sorte di pietra azurrigna, che si dimanda oggi la pietra del fossato; la quale quando si cava il primo filare, è ghiaioso e grosso, il secondo mena nodi, e fessure, il terzo è mirabile, perche è piu fine. Della qual pietra Micheleagnolo s’è servito nella Libreria, e Sagrestia di San Lorenzo, per papa Clemente, per esser gentile di grana, e ha fatto condurre le cornici, le colonne, e ogni lavoro, con tanta diligenza, che d’argento non resterebbe si bella. E questa piglia un pulimento bellissimo, e non si può desiderare in questo genere cosa migliore. E percio fu gia in Fiorenza ordinato per legge, che di questa pietra non si potesse adoperare se non in fare edifizi publici, o con licenza di chi governasse. Della medesima n’ha fatto assai mettere in opera il Duca Cosimo, cosi nelle colonne e ornamenti della loggia di Mercato nuovo, come nell’opera dell’Udienza, cominciata nella sala grande del palazzo dal Bandinello, e nell’altra, che è a quella dirimpetto; [p. 20 modifica]ma gran quantità piu che in alcuno altro luogo sia stato fatto giamai, n’ha fatto mettere Sua Eccellenza nella strada de’ Magistrati, che fa condurre col disegno, e ordine di Giorgio Vasari Aretino. Vuole questa sorte di pietra il medesimo tempo a esser lavorata, che il marmo, e è tanto dura che ella regge all’acqua, e si difende assai dall’altre ingiurie del tempo. Fuor di questa n’è un’altra specie, ch’è detta pietra serena per tutto il monte, ch’è piu ruvida e piu dura, e non è tanto colorita; che tiene di specie di nodi della pietra; la quale regge all’acqua, al ghiaccio, e se ne fa figure, e altri ornamenti intagliati. E di questa n’è la Dovitia<,> figura di man di Donatello in su la colonna di Mercato vecchio in Fiorenza, cosi molte altre statue fatte da persone eccellenti non solo in quella città, ma per il dominio. Cavasi per diversi luoghi la pietra forte, la qual regge all’acqua, al Sole, al ghiaccio, e a ogni tormento; e vuol tempo a lavorarla, ma si conduce molto bene; e non v’è molte gran saldezze. Della qual se n’è fatto, e per i Gotthi, e per i moderni i piu belli edifici, che siano per la Toscana, come si puo vedere in Fiorenza nel ripieno de’ due archi, che fanno le porte principali dell’oratorio d’Orsanmichele, i quali sono veramente cose mirabili e con molta diligenza lavorate. Di questa medesima pietra sono similmente per la Città, come s’è detto, molte statue, e arme, come intorno alla fortezza, e in altri luoghi si può vedere. Questa ha il colore alquanto gialliccio, con alcune vene di bianco sottilissime, che le danno grandissima gratia; e cosi se n’è usato fare qualche statua ancora, dove abbiano a essere fontane, perche reggano all’acqua. E di questa sorte pietra è murato il Palagio de’ Signori, la Loggia, Orsanmichele, e il di dentro di tutto il corpo di Santa Maria del Fiore, e cosi tutti i ponti di quella città, il palazzo de’ Pitti, e quello de gli Strozzi. Questa vuole esser lavorata con le martelline, perch’è piu soda; e cosi l’altre pietre sudette vogliono esser lavorate nel medesimo modo, che s’è detto del marmo, e dell’altre sorti di pietre. Imperò nonostante le buone pietre, e le tempere de’ ferri, è di necessità l’arte, intelligenza, e giudicio di coloro, che le lavorano, perch’è grandissima differenza ne gli artefici, tenendo una misura medesima da mano a mano, in dar gratia, e bellezza all’opere, che si lavorano. E questo fa discernere, e conoscere la perfettione del fare da quegli che sanno, a quei che manco sanno. Per consistere adunque tutto il buono e la bellezza delle cose estremamente lodate ne gli estremi della perfettione che si dà alle cose, che tali son tenute da coloro che intendono, bisogna con ogni industria ingegnarsi sempre di farle perfette e belle, anzi bellissime e perfettissime.