Lettere (Sarpi)/Vol. I/25

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XXV. — A Francesco Hottman, abbate di san Medardo.

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XXV. — A Francesco Hottman, abbate di san Medardo.
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XXV. — A Francesco Hottman, abbate di san Medardo.1


Voi mi avete fatto un gran piacere avvisandomi con una vostra lettera dei 18 giugno, ed insegnandomi li mezzi con li quali il re cristianissimo pretende di disimpegnare li suoi dominii.

Desidererei fortemente di sapere se dopo siasi fatto alcun decreto di considerazione e d’importanza, toccante gli affari ecclesiastici. Mi pare che non vi sia cosa più degna di voi, quanto d’impiegare il vostro spirito nello studio della teologia e della storia ecclesiastica. Sono persuaso che voi di già averete tutto quello che fa di mestieri per riuscire in questo disegno, di maniera che voi non averete bisogno di essere guidato da qualsiasi persona, e molto meno da me che da verun altro. Io non voglio nondimeno mancar d’ubbidirvi, e vi partecipo il mio sentimento intorno alla strada che deve tenersi da un uomo sincero e senza passione. [p. 80 modifica]

Per incominciare dalle scolastiche, sopra le quali particolarmente voi ricercate il mio parere, io vi dirò che bisogna esser fermo sopra le sue massime contro quegli scrittori che ci dànno le loro decisioni a guisa di magistrati, con un respondeo dicendum, quasi fossero giudici sovrani, e che bisogna leggere più tosto quelli che difendono le loro opinioni in maniera più riservata, e che nelle cose non decretate s’astengono dal rifiutare gli altri come pedanti.

Quelli dell’università di Parigi, allorchè sono state spacciate certe opinioni, hanno per lungo tempo seguitati i sentimenti migliori; ma l’ultimo che in far questo si è fatto conoscere come dottor sincero, fu il dottor Guglielmo Occam,2 il quale con tutta la sua barbarie è uno scrittore giudiciosissimo. Io l’ho sempre stimato sopra tutti gli altri scolastici. L’opera sua sopra le Sentenze rende la mente degli studiosi penetrante ed atta a giudicare. Li suoi Dialoghi,3 dove egli passa dalle materie specolative alle pratiche ed usuali, sono molto stimati, in quei paesi però dove è permesso di leggerli. Warthon tratta molto bene le cose che egli ha toccate; ma il suo disegno non fu di trattare a fondo le materie tutte. San Tommaso è universalmente seguito dai Gesuiti e dai prelati, perchè è un autore molto facile e che non lascia luogo di dubitare; anzi egli risolve molto più di quello dovrebbe. Se voi vi determinate a [p. 81 modifica]leggerlo, dovete essere molto accurato nell’esaminare quei scritti che contengono la maggior parte delle sue prove; avvertendo esser egli nel numero di quegli scolastici dei quali io vi ho parlato sin da principio. Se voi voleste leggere le controversie che si agitano presentemente nel mondo, è d’uopo che vi mettiate bene in mente, che gli scrittori di diverso partito, a motivo della passione che ciascheduno ha per il suo, eccedono molto nell’accomodare le cose a modo loro, e nel vedere negli antichi autori non già ciò che vi è, ma ciò che vorrebbero che vi fosse. Per questo è necessario a lor riguardo di usare quella precauzione che è necessaria ad ogni buon giudice; cioè di non giudicare senza aver prima udite ambedue le parti.

Per riuscire nello studio della storia ecclesiastica, fa di mestieri avere alle mani la cronologia de’ principi e degli altri uomini più celebri del mondo, i tempi ed i paesi ne’ quali essi sono vissuti. Leggendo gli storici, è duopo star molto guardinghi; imperocchè la maggior parte sono parziali quando raccontano qualche fatto contenzioso. Sogliono essere sinceri gl’inglesi, Matteo Paris, Orroden, Valsingham fra’ moderni. La storia più vera e più degna di fede deve trarsi dalle lettere de’ Santi Padri e degli autori contemporanei di qualsivoglia secolo: ma soprattutto si deve conservare in leggendo una perfetta neutralità, senza permettere che la testimonianza di un autore getti profonde radici nella mente; mentre in tal caso non resta più luogo alla verità, che voi potreste molto più probabilmente discoprire nel progresso de’ vostri studi.

Ma eccovi, a mio parere, una regola generale e [p. 82 modifica]infallibile per tutte le difficoltà che voi potrete incontrare nel corso de’ vostri studi. Voi dovrete consigliarvi coi Gesuiti, per risolvere poi in tutte le cose direttamente all’opposto di quanto essi vi diranno.

Il parlamento, per quanto voi dite, sta come una diga che gl’impedisce d’inondare; ma io m’accorgo che l’acqua si accresce e la terra della diga va scemando: ciò che fa molto temere. Noi siamo qui, per verità, liberati dalle loro persone, ma non dalle loro persecuzioni e dalle loro insidie; di maniera tale che io non so ancora se si debbono aspettare mali più grandi dalla loro presenza, che dalla loro assenza. Ho incominciato a credere, per quanto mi manifestano le cose presenti, che essi siano stati richiamati in Francia per preservare quel regno da quei maggiori infortuni che il loro esilio avrebbe cagionati; e forse io non m’inganno. Voi mi stimate troppo, credendomi degno d’entrare tra le mire de’ Gesuiti. Io non sono in rango abbastanza elevato per essere côlto da questo fulmine folgoreggiante, quando pure essi non fossero nel numero di quei curiosi che nulla trascurano anche fra le cose più minute: del che io dubito assai. Comunque sia, ognuno si trova esposto a pericoli, e noi dobbiamo interamente rimetterci nelle mani di Dio, particolarmente allora quando la prudenza umana si trova di niun valore.

Io vi supplico di onorarmi qualche volta con le vostre lettere, senza per questo mettervi in necessità di scrivermi in italiano; imperocchè, sebbene io vi rispondo nel linguaggio mio naturale, mi riesce però indifferente il leggere le vostre lettere in [p. 83 modifica]italiano come in francese. Prego Dio che vi doni una perfetta felicità, e vi bacio umilmente le mani.

Venezia, 22 luglio 1608.




Note

  1. Edita nel vol. VI, più volte citato, delle Opere di Fra Paolo ec., pag. 147, ed anche nella raccolta di Ginevra (Verona), ma col falso indirizzo al Gillot. Trovavasi, secondo il Griselini, nel Codice delle lettere del Sarpi che si tengono per sincere; ma vi era notato altresì, come fosse stata tradotta dalla lingua inglese. Ora, è molto probabile che Fra Paolo, come soleva cogli stranieri, l’avesse scritta in latino; che da questo idioma fosse dapprima voltata in francese; quindi nell’inglese prenominato, e finalmente nel volgare italiano. Ciò basterebbe, quand’altro non fosse, a far conoscere quante e quali trasformazioni soffrir dovessero per tutto ciò i concetti dell’autore. L’Ottmanno fu anch’egli consigliere del Parlamento di Parigi.
  2. Francescano inglese del secolo 14°, e discepolo di Scoto, ma che volle andare più innanzi di lui, dichiarandosi capo dei Nominali.
  3. Sono intitolati: Dialoghi tra il cherico e il soldato, e tra il maestro e il discepolo.