Lettere autografe edite ed inedite di Cristoforo Colombo/Lettera di Cristoforo Colombo a Rafaele Saxis/Avvertenza

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Lettera di Cristoforo Colombo a Rafaele Saxis - Testo spagnuolo

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AVVERTENZA





La lettera di cui pubblichiamo il testo originale spagnuolo e la letterale traduzione italiana, fu il primo documento autentico che annunciò la scoperta di un nuovo mondo compiuta da Cristoforo Colombo. Questa lettera fu, a quanto sembra, originariamente scritta in spagnuolo dallo stesso Colombo e mandata a Raffaele Saxis, che nella traduzione latina ed edizione romana della medesima, di cui più sotto favelliamo, viene indicato come tesoriere del re di Spagna. Trattandosi di una relazione ufficiale mandata dal medesimo scopritore ad un ministro del re di Spagna, si può ragionevolmente supporre che venisse comunicata alle varie corti, principalmente alla corte di Roma, perchè dalla Santa Sede dovea emanare secondo l’uso di quel tempo, l’investitura delle nuove isole e terre aggiunte da Colombo al regno di Ferdinando ed Isabella. Ed in Roma. Leandro di Cosco, o di Cusco, per appagare l’universale desiderio di avere notizie di tanto avvenimento, tradusse la lettera dallo spagnuolo in latino, e la fe’ divulgare per le stampe, molto probabilmente in quel medesimo anno 1493 [p. 66 modifica]in cui Colombo l’avea scritta, in una edizione di nove fogli in ottavo o quarto picciolissimo, con incisioni in legno; ristampata in appresso, come ci avverte il Morelli nella sua prefazione all’altra rarissima lettera di Colombo del 1503 da noi pur qui riprodotta1, in forma più compendiosa, ommettendosi le figure.

Queste due edizioni, da annoverarsi fra gli incunabuli della tipografia romana, divennero preziosissime ed ora ponno dirsi introvabili, avendo il Gianorini su di esse lasciato scritto: nullibi descriptam invenimus; del che non è arduo trovare la cagione, che consiste nella picciola mole e nella somma facilità con cui si lacerano e disperdono libriccini lasciati, il più delle volte, senza legatura. Quattro altre edizioni di questa lettera tradotta in latino, e due in tedesco, riferisce e descrive il Brunet. Un esemplare della prima edizione romana ne esisteva presso la nostra Biblioteca di Brera, ed il Bossi, sagace illustratore della vita di Colombo, lo vide, e ne riprodusse con accuratezza il testo e le incisioni2; ma quell’esemplare andò, non si sa come, perduto. Già innanzi il testo era stato ripubblicato nell’opera di Andrea Scotto Hispania illustrata; e dall’abate Morelli nel 1810; e da Urano in Francia, nel 1820, colla traduzione francese.

Or noi ristampiamo qui, per la prima volta, il testo originale spagnuolo, sul quale fu condotta, come dicemmo, la traduzione latina, e di cui il Bossi affermò che alcuno forse nol vide3, giacche di esso non havvi menzione ne’ più copiosi [p. 67 modifica]cataloghi di rarità bibliografiche, neppure nel ricchissimo Repertorio dell’Hain; e lo ristampiamo con quella maggior cura e diligenza che fa per noi possibile. L’esemplare di cui ci servimmo esiste nella Biblioteca Ambrosiana.

Ecco l’illustrazione bibliografica di questo prezioso esemplare, che dobbiamo alla squisita cortesia del professore Longhena.

L’esemplare posseduto dalla Biblioteca Ambrosiana è legato in cartone coperto da carta marocchinata verde scura, e conservasi in una busta di cartone coperta di carta marocchinata rossa; sul corpo esterno della quale sono scolpile in oro le seguenti parole:

CARTA DE COLON
SOBRE LAS INDIAS
1493

e questa leggenda stessa leggesi ripetuta, scolpita egualmente in oro, sul corpo esterno del cartone anteriore, che ricopre la stampa della lettera.

Nel rovescio del cartone anteriore sta ms. la segnatura della Biblioteca S.Q. P. III.35; la quale segnatura vuol significare, che attualmente questo esemplare trovasi collocato nella Sala Quattrocentisti superiormente S. Q; nella scansia P; sul palchetto III.º; al numero progressivo 35.

Di sotto alla suddetta segnatura, ms. con inchiostro, sta l’antica anteriore segnatura in lapis nero Q. IV, 26, la quale significa che, prima dell’attuale collocamento ed ordinamento dei libri, trovavasi egualmente nella sala quattrocentisti, sul palchetto IV, al numero progressivo 26.

V’ha superiormente altro numero in matita nera 1400, il quale si riferisce al numero [p. 68 modifica]progressivo dell’inventario dei libri del barone Pietro Custodi, la cui libreria fu donata alla Biblioteca Ambrosiana.

Segue poscia una carta di guardia del tutto bianca aggiuntavi colla legatura, che è moderna di questo secolo.

Indi comincia al recto dalla prima carta la stampa spagnuola, in carattere semigotico, senza frontespizio nè titolo alcuno.

Le carte sono quattro, in tutto conformi al fac-simile che ne porgiamo ai nostri lettori; le pagine sono otto, tutte compiute, tranne l’ultima al verso, dove la lettera finisce a un terzo della pagina con sole 11 linee, seguite da altre 14 linee a mo’ di poscritto o di aggiunta.

La pagina compiuta è composta di linee 30, senza alcun richiamo, né segnatura.

La carta, sulla quale trovasi eseguita la stampa di ciascuna pagina, è alta cent. 20, e larga cent. 14 e dec. 5.

La pagina stampata è alta cent. 15 e dec. 3, e larga cent. 10.

Il carattere è semigotico, cioè misto di lettere gotiche e tonde romane.

La prima lettera iniziale è stragrande, occupa lo spazio quadrato di cinque linee, lavorata in campo bianco su fondo scuro a fiori. Il testo comincia e seguita sino alla fine senza mai venire a capo.


Avemmo cura di ristampare questo rarissimo testo in tutta la sua interezza, anche serbando le evidenti scorrezioni tipografiche, e soltanto sciogliendo quelle abbreviature che non si ponno coi tipi da stampa riprodurre. Di alcune parole o [p. 69 modifica]frasi che ci parvero malamente od anticamente scritte ponemmo a piè di pagina la buona o moderna lezione.

Ad agevolarne la lettura altresì a coloro che non sanno di spagnuolo, facciamo susseguire la traduzione letterale, nella quale ci siamo più curati della fedeltà che dell’eleganza. Ed a renderne più completa e più giovevole la ristampa, riproduciamo le incisioni del testo latino già esistente presso la Biblioteca di Brera ed ora, come dicemmo, smarrito; incisioni che si vogliono con fondamento eseguite su disegni di mano dello stesso Colombo, peritissimo, come ognun sa, in tal genere di lavori.

Sono quattro.

La prima rappresenta una caravella alla vela, presso la quale vedesi un battello con entro un marinaro seduto, con berretta conica sul capo, ed in atto di vogare. La caravella è diligentemente disegnata: si discernono distintamente la chiglia, il cassero, il castello di poppa, gli alberi e cordami. Al disopra si legge: Oceanica Classis; ma dalla forma delle lettere e dal loro collocamento si può inferire che i caratteri non sono incisi sul legno, ma bensì stampati con tipi mobili nello spazio vuoto, lasciato nella parte superiore della tavola incisa. Questo vien anche confermato da ciò che i tipi dell’iscrizione escono dal quadrato della tavola medesima ed in quel luogo si vede rotta appunto la linea di contorno. Sono tipi gotici, più grandi ma simili a quelli del testo originale spagnuolo, come il lettore può riconoscere coll’ajuto dell’unito facsimile; il che ci fa credere che queste tavole andassero unite alla lettera originale spagnuola, tanto più che non si può supporre si disegnassero in Roma, ove [p. 70 modifica]nessuno potea farlo con autorità, mancando le indicazioni necessarie. Forse anche in Spagna od altrove si fecero contemporaneamente, o quasi, due edizioni spagnuole della lettera; l’una con tavole come la prima edizione romana, e l’altra senza: e quella che abbiamo sott’occhio è per avventura la seconda edizione spagnuola.

La seconda rappresenta l’isola Spagnuola, o di San Domingo. L’isola è cinta di scogli, ma vi si veggono alcune piante rozzamente disegnate. Presso l’isola vedesi la caravella mossa dai remi sulla quale si scorgono alcuni animali che malagevole sarebbe definire. Un battello con due marinari, alle vesti spagnuoli, il primo dei quali, coperto da una berretta più ornata, potrebb’essere Colombo medesimo, si accosta alla terra in un seno di mare: una truppa d’Indiani da una parte mostra spavento e dolore, ed alcuni accennano di voler fuggire, mentre altra truppa sembra uscire dalla gola di un monte, ed il più vicino al mare stende con ambe le mani un frutto, forse una noce di cocco, alla persona più ragguardevole che sta nel battello, e che presenta egualmente all’Indiano un caso, o una coppa, forse piena di qualche liquore. Scogli e montagne in lontananza. Al disopra leggesi stampato parimente in caratteri mobili: Insula hyspana.

Nella terza si veggono le isole S. Salvadore, Spagnuola, Isabella, Fernanda e della Concezione. Nella parte anteriore della tavola è disegnata assai rozzamente la caravella alla vela, e sulla medesima un uomo in piedi colla spada al fianco, che è probabilmente Colombo in atto di meditare. È posta sulla destra un’isola coll’iscrizione Salvatoris; più in alto, dal lato medesimo, un’altra porzione d’isola col nome hyspana: un'altra isola in [p. 71 modifica]mezzo colle lettere ysabella; dal lato sinistro al disopra si vede porzione di un’isola nominata fernanda; e sotto altra porzione d’isola colle parole: conceptois marie. Davanti a quest’ultima trovasi una specie di città con una porta, una torre e mura merlate. In tutte le isole osservansi indizj di verdura ed alcuni vestigi di fabbriche. I caratteri esprimenti i nomi delle diverse isole sembrano incisi in legno.

La quarta rappresenta la fabbrica di una città probabilmente dell’Isabella, diversi edifizj, ed alcune mura merlate con una porta; alcuni lavoratori sollevano per mezzo di una carrucola una secchia, o una cassa di materiali; al piede delle mura stanno diversi pezzi cubici, probabilmente pietre lavorate per gli edifizj. Il mare bagna le mura della nuova città. In lontananza due soldati che sembrano armati di alabarda: in alto si legge come nella tavola seconda: Insula hyspana; il quale titolo è stampato con caratteri mobili, ed interrotta vedesi la linea da un albero altissimo, che sorge quasi in mezzo alla tavola.



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Note

  1. Vedi questo medesimo volume a pag. 115.
  2. Vita di Cristoforo Colombo, Milano, Ferrario, 1818, pag. 167 206.
  3. Opera citata, pag. 174.