Lettere di Winckelmann/Articolo VIII

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Articolo VIII

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A r t i c o l o   VIII.


Notizie sulle statue di marmo d’Ercolano.


Le statue di marmo sono tutte mediocri: ma non voglio avanzare questa proposizione senza darvene qualche prova. Nello stesso tempietto, ove sono state cavate le più grandi pitture, e fra le altre quella d’Achille, e di Chirone, che già vi ho altra volta rammentata1, si sono trovate due statue di Giove, nude dal mezzo in su, assai più grandi del naturale, ma senza testa. La statua d’un padre degli dei deve essere una cosa ideale, e quanto al corpo vuol questo essere spogliato di quello, che richiede il bisogno della fragilità umana, senza vene, e arterie, per quanto può arrivar l’idea alla perfezione della natura divina, che agisce mediante una virtù propria, e indipendente dal nutrimento, dalla digestione, e dalla separazione del sangue, trasfusavi uno spirito etereo, e motore, alieno da ogni alterazione, che si spande ugualmente, e costituisce, per così dire, la figura, il di cui contorno non pare esser altro, che un vaso di questo spirito. Il ventre conviene, che sia [p. 229 modifica]ristretto, perchè significhi esser pieno, non riempito, e mostri di godere senza pigliare. Con quell’idea sublime ha rappresentato Apollonio d’Atene quel suo Ercole deificato dopo essersi spogliato delle fecce dell’umanità nel monte Oeta2. So d’avervi altra volta3 parlato di questo mirabile avanzo dell’antichità, che fu la delizia, e la maraviglia del gran Buonarruoti. Gli artisti vanno tastando questo torso lasciando girare la mano sopra i serpeggiamenti mirabili de’ muscoli con un: Oh que cela est beau! Non ho mai sentito dire il perchè. I Romani non sono avvezzi a pensare: ne posso dire prove irrefragabili4. Una carità del Bernini è il loro fatto. Il Bernini avea un ingegno vasto, e originale, era uno de’ primi uomini del suo secolo, avea dato un saggio maraviglioso della sua arte per l’età sua nell’ Apollo e Dafne della villa Borghese, toltone il far manierato; ma poi smarrì la strada, divenne grand’architetto, e rimase cattivo scultore. Ma torniamo a noi. A tal idea astratta non si è saputo sollevare lo scultore delle statue mentovate d’Ercolano. Ci ha rappresentato un Giove, ma troppo uomo, in aria di rivale d’Anfitrione, non in quella, che fa tremare la terra colle sue ciglia5. E per vero dire, i Giovi a Portici hanno da stimarsi in grado d’essersi fatti uno de’ nostri: parrebbono troppo degradati, se vi si mettessero attorno gli scultori di costi. Vi è un Bacco colla testa moderna, fatta da uno scultore spagnuolo, che è uno [p. 230 modifica]scandalo: gelidusque cucurrit ad ossa, tremor al solo pensarvi. Il Bernini ha fatto restauri piucchè francesi; ma quell’altro piucchè ostrogotici. Con tutto ciò gli è stato commesso di ornare col suo scalpello una chiesa a spese di Sua Maestà. E’ morto il poveretto. V’è un altro scultore di Sua Maestà romano, lodatissimo da monsig. Bayardi, che ha fatto il modello per la statua del re a cavallo, alla quale avrà messo già mano. A dispetto delle Muse, oltre che il monarca pare un cavallerizzo atteggiato in una giostra, gli ha dato le staffe ignote agli antichi6. Le staffe a Portici sono compagne de’ ferri messi ai Centauri del Corradini nel giardino reale di Dresda, e della corazza legionaria della Pallade all’ingresso del palazzo del sig. conte di Brühl, ec.

Note

  1. Vedi qui avanti pag. 217.
  2. Vedi Tom. I. pag. 302., e Tom. iI. pag. 284.., ove dicemmo, che questa statua ha della somiglianza colla figura di Ercole rappresentato in due gemme del museo reale di Francia, in una delle quali Ercole sedente sia col braccio appoggiato sulla coscia. Che stesse così anche l’Ercole del Torso si conosce manifestamente. Avea però la testa piegata dietro guardando in alto, forse come l’Ercole di Lisippo in bronzo descritto da Marziale Epigr. lib. 9. epigr. 30. edit. Raderi:

    Hic qui dura sedens porrecto saxa leone
    Mitigat exiguo magnus in ære deus.
    Quæque tulit spectat resupino sidera vultu,
    Cujus dextra calci robore, lava mero.
    Non est fama recens, nec nostri gloria cæli:
    Nobile Lysippi munus, opusque vides.

  3. Qui avanti pag. 196.
  4. Si veda ciò, che abbiamo detto nella nostra prefazione al Tomo I. pag. xxxj.
  5. Vedi Tom. I. pag. 332.
  6. (a) Sono grandi le dispute fatte dagli eruditi per l’antichità di questo comodo da cavalcare. Generalmente si conviene, che sia d’invenzione posteriore al secolo IV. dell’era cristiana. Si vedano alcune lettere di Cupero, e di Sperlingio inserite nel supplemento di Poleno alle Antichità romane, e greche Tom. IV. pag. 191. segg., e Du Cange Glossar. mediæ, & infimæ. latin, v. Bistapia. Il nostro Autore nei Mon. ant. ined. Par. IV. cap. 12. pag. 265. ha trattato dei mezzi, coi quali gli antichi vi supplivano. Secondo Senofonte De mag. equit. oper. pag. 956. i giovani saltavano di slancio a cavallo; e v’era perciò la scuola, la quale sì in Grecia, che in Roma si faceva col mezzo di un cavallo di legno, suò quale saltavano si da sinistra, che da destra, e si di dietro per salirgli in groppa. Ai vecchi suggeriva quello scrittore di farvisi alzare all’uso dei Persiani. Ma poi De re equestri, pag. 912. scrive, che taluni li servivano dell’asta; vale a due, che mettevano il piè destro su di una stecca di ferro, che spuntava orizontalmente dalla parte più bassa del fusto dell’asta medesima, che tenevano ferma colla mano destra, mentre colla sinistra tenevano la briglia del cavall; come si osserva nella gemina, che dà Winkelmann ivi num. 202., e in due altre, che ne cita. Resterebbe la difficoltà per quelli, che non portavano l’asta, perchè non andavano alla guerra. Da Plutarco Conjug. præc. princ. oper. Tom. iI. pag. 139. B. si ha, che la gente più delicata, e i deboli avessero cavalli ammaestrati a piegarsi inginocchione per facilitarne il montare. Il Bergiero Hist. des grands chem. des Rom. liv. 2. sect. 31., e Pratilli Della via Appia, lib. 1. c. 7. pag. 38. hanno creduto, che si ponessero dei sassi sulle sponde delle antiche strade per salirvi: opinione, che non regge, come nota Winkelmann; sebbene non può negarsi, che taluno si servisse di que’ sassi, o margini, che ad altro effetto vi si ponevano. Chechè però sia di questo per il nostro proposito, io dico, che non era da riprendersi lo scultore, che avea fatte le staffe a quella statua equeiìre. Egli ha osservato il costume, come deve fare l’artista, e come vuole che faccia lo stesso Winkelmann in tanti luoghi della Storia. Se noi biasimiamo quegli artisti, che rappresentano gli antichi vestiti con armi, o abiti alla veneziana, o alla romana moderna, come lo stesso nostro Autore ha fatto pocanzi alla pag. 218., e prosegue a farlo qui nel periodo seguente; perchè pretenderemo, che gli uomini, o guerrieri de’ tempi nostri li facciano vestiti, o armati all’antica?