Lirici marinisti/II/Giovan Leone Sempronio

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Giovan Leone Sempronio

Liriche di Giovan Leone Sempronio ../Marcello Giovanetti ../../III IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

II - Marcello Giovanetti III
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GIOVAN LEONE SEMPRONIO


I

AMORE FATTO DI SGUARDI

     Parlo con gli occhi a’ tuoi begli occhi, e spesso
con gli occhi ancora i tuoi begli occhi ascolto;
s’abbraccian gli occhi nostri in dolce amplesso,
e bacian gli occhi nostri il nostro volto.
     Ma tu inganni te stessa ed io me stesso:
tu troppo semplicetta, io troppo stolto;
poscia che indarno agli occhi miei concesso
è quel piacer, ch’agli altri sensi è tolto.
     Miro morendo ogni or, moro mirato;
ed usurpando i propri uffici al core,
amo con gli occhi e son con gli occhi amato.
     Or chi dirá che in tenebroso orrore
abbia d’oscuro vel l’occhio bendato,
s’altro non è, che un solo sguardo, Amore?

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II

LA PENSOSA

     Con immoto ti stai ciglio severo
in te raccolta e nel bel velo ascosa;
ond’io, nascendo il mio dal tuo pensiero,
penso a che pensi, o bella mia pensosa.
     Pensi forse donar pegno piú vero
e piú dolce al mio cor gioia amorosa?
o pur pensi trovar strazio piú fèro
e piú cruda al mio sen pena angosciosa?
     S’al mio novo gioir, Lidia, si pensa,
si pensi pur, ché farsi ben maggiore
può quel piacer, ch’avara man dispensa.
     Ma s’a novo si pensa aspro dolore,
si pensa invan; ché divenuta immensa,
piú oltre non può gir pena d’amore.

III

I CAPELLI FASCIATI DOPO LA LAVANDA

     Sembra Eurilla gentil vaga turchetta,
quanto barbara piú, tanto piú bella:
porta il turco sul fianco arco e saetta,
porta Eurilla negli occhi archi e quadrella.
     Ei di nemici, ella d’amanti ha stretta
in catena servil gran turba ancella;
egli i corpi, ella i cori arde e saetta;
egli del cielo, ella d’amor rubella.
     Ciascun di veli ha la sua chioma attorta:
egli ha piú d’una benda al crin contesta,
ch’ha piú d’una fascia al crin ritorta.
     Ma differente è sol quello da questa,
ch’ella duo Soli interi in fronte porta,
e mezza Luna a lui riluce in testa.

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IV

LA CHIOMA ROSSA

     Tutta amor, tutta scherzo e tutta gioco,
il suo vermiglio crin Lidia sciogliea,
e un diluvio di fiamme a poco a poco
sovra l’anima mia piover parea.
     E con ragion, s’io dal mio cor traea
mille caldi sospir languido e fioco,
succeder finalmente un dí devea
a vento di sospir pioggia di foco.
     Certo costei nel tuo bel regno, Amore,
scioglie, quasi cometa, il crine ardente,
per minacciar la morte a piú d’un core;
     o pur, per gareggiar col Sol lucente,
tinge la chioma sua di quel colore,
di cui la tinge il Sol ne l’orïente.

V

I CAPELLI PENDENTI SUGLI OCCHI

     Cari lacci de l’alme aurati e belli,
ch’a ciocca a ciocca in su la fronte errate,
e lascivi e sottili e serpentelli
con solchi d’òr le vive nevi arate;
     oh quanto, oh quanto ben lievi scherzate
su due stelle d’amor torti in anelli,
e di voi stessi ad or ad or sembrate
preziosi formar ricchi flagelli!
     Ecco, vostra mercé, non piú sospiro,
ché, se gran tempo io sospirai d’amore,
quanto giá sospirai, tanto respiro.
     Meco fa tregua il mio mortal dolore,
poi ch’a vendetta mia sferzar vi miro
quegli occhi bei che m’han piagato il core.

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VI

LA DONNA DI ALTA STATURA

     Mentr’io teco tentava, idol diletto,
paragon di grandezza, altero amante,
provai com’ad Encelado è disdetto
giungere al ciel, bench’egli sia gigante.
     Ma nell’eccesso tuo fosti mancante,
e nel mio mancamento io fui perfetto:
tu picciola a l’amor, grande al sembiante,
ed io basso al sembiante, alto a l’affetto.
     Ben fui, nol niego, e temerario e stolto;
ma se non mi partii contento a pieno,
non fummi ogni piacer negato e tolto.
     Giunsi a baciare, idolo mio terreno,
se non gli amati fior del tuo bel volto,
i dolci frutti almen del tuo bel seno.

VII

LA MAESTRA DELLE FANCIULLE

     Stuol di varie fanciulle in giro accolte
davanti a la mia Clori un dí sedea,
ed ella molte in tesser tele e molte
in far trapunti ad instruir prendea.
     Lá, de le fila a l’arcolaio avvolte
un bianco e picciol globo altra facea;
qua, con le sete or annodate or sciolte
preziose orditure altra tessea.
     — O tènere — diss’io — vaghe donzelle,
ch’or questi ite annodando or quei lavori,
ch’ite pungendo or queste tele or quelle;
     guardate ancor non imparar da Clori,
nemiche di pietá, d’amor rubelle,
a punger l’alme, ad annodare i cori.

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VII

GIOCANDO AI DADI

     Quelle, che in mezzo a spettatrice schiera
picciol ossa, giocando, agiti e tiri,
denti far giá de la piú vasta fèra
che ne’ gran lidi suoi l’India rimiri.
     Quindi, s’a loro il tuo pensier raggiri,
o mia dolce d’Amor bella guerriera,
t’avedrai dove al fin termini e spiri
orgogliosa beltá, fierezza altera.
     Que’ vaghi pregi onde t’adorni il viso,
s’or dánno ai cori altrui pene e tormenti,
saran de’ cori altrui favola e riso.
     Cosí que’ fieri e que’ temuti denti,
per cui giaceva ogni animale ucciso,
gioco son, se terror fûr de le genti.

IX

IL BALLO DELLE VILLANELLE

     Carolando intrecciate ai lor pastori,
catenate per mano e in giro avvolte,
vincean de le cittadi i regi cori
lascive forosette al ballo accolte.
     Avean le piante lor, snodate e sciolte,
legate l’alme ed annodati i cori;
l’erbe crescean sotto il lor piè piú folte,
piú bei crescean sotto il lor piede i fiori.
     Ed ecco, ornata il sen d’azzurro e giallo,
e d’ostro, Cilla mia, tinta la faccia,
sotto il braccio girommi in mezzo al ballo.
     — Ferma — diss’io, — ché non cosí s’abbraccia;
star ti vorrei, ma tu mi poni in fallo,
sotto le braccia no, ma fra le braccia. —

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X

ALLA SUA DONNA

nell’atto che annoda le trecce

     Lascia, Cilla gentil, lascia disciolte
le ricciutelle tue fila divine,
ché, ben che sparso e ben che sciolto, avvolte
ha pur mill’alme entr’i suoi lacci un crine.
     Non voler di tue chiome aurate e fine
catenelle intrecciar lucide e folte;
lasciale pur su ’l bianco collo incólte
prezïose formar belle ruine.
     Quanto è piú cólto un crin, tanto piú spiace;
ma quanto è lento piú, piú l’alme allaccia,
e quanto s’orna men, tanto piú piace.
     E se treccia vuoi far, treccia si faccia;
ma si faccia fra noi treccia tenace,
non del tuo crin, ma de le nostre braccia.

XI

RICORDI DI VITA STUDENTESCA

a Bologna

     In fin di qua dal mio natio terreno
parmi sentir, o mio gentil Ferrari,
che tra i cristalli suoi limpidi e chiari
mormori ancor le nostre gioie il Reno.
     Ivi l’aria tranquilla e ’l ciel sereno
e i dí godemmo luminosi e cari,
e mille or dolci amori or colpi amari
n’arsero il core e ne feriro il seno.
     Sovente io la tua donna e tu la mia,
tu con le tue preghiere, io co’ miei canti,
rendemmo al nostro amor tenera e pia.
     Sovente ancor ci rasciugammo i pianti,
fèra placando orgogliosetta e ria,
fidi amici non men che lieti amanti.

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XII

LA RACCOLTA DI CODICI

lasciata dal duca alla cittá di Urbino

     Queste famose e celebrate carte,
che Federico, il gran guerrier, raccolse
qualor l’ingegno a Pallade rivolse
dagli studi fierissimi di Marte;
     perch’apprendessi ogni piú nobil arte
ai propri eredi il tuo signor le tolse,
e a te donolle, o cara patria, e volse
questo de l’amor suo pegno lasciarte.
     Questi i retaggi son, questi i tesori:
rendon gemme eritree l’anima ancella
e son lacci del cor gli argenti e gli ori.
     Su queste impallidisci; e rinovella
i Baldi, i Commandini, i Polidori,
che t’aggiunghino ogni or gloria piú bella.

XIII

LODI DI FABIO ALBERGATI

al figliuolo di lui, Ugo

     Come acchetar, come compor si deggia
d’antica nemistade odio privato,
e di che raggi esser convenga ornato
vermiglio Sol, che in Vatican fiammeggia;
     qual esser debba entro superba reggia
d’alto monarca il glorioso stato,
e quanto sia con gran ragion dannato
ciò che ’l falso Bodin sogna e vaneggia;
     quei che per padre il ciel ti diede in sorte,
qui dove il bel Metauro il piè raggira,
scrisse d’Urbin ne la famosa corte.
     Quindi ciascun le sue grand’opre ammira,
poi che per lui non è ch’invidia or porte
del suo buon vecchio Felsina a Stagira.

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XIV

IMPOSSIBILITÀ

DI OCCULTARE IL PROPRIO ANIMO

     Oh come vano, oh come folle e stolto
è chiunque fra sé tenta e presume
l’immutabile suo natio costume
negli abissi del cor tener sepolto!
     Traspar di fuor ciò ch’è di dentro accolto,
quasi per chiaro vetro ardente lume;
e, quasi in breve e picciolo volume,
ciò che dètta il pensier, scritto è nel volto.
     L’occhio de l’uomo è una finestra aperta,
onde si puote ogni suo chiuso affetto
ed ogni voglia sua mirar scoperta.
     Un cenno, un gesto, un movimento, un detto,
testimonio assai buon, prova assai certa
pòn far altrui di ciò che chiuda il petto.

XV

LA MADDALENA AI PIEDI DI GESÙ

     Se giá con cieco e poco saggio avviso
mossi le piante al regno tuo rubelle,
lungi da te, che su le sfere assiso
scorri il ciel, calchi il Sol, premi le stelle;
     oggi a le piante tue candide e belle
piego il sen, gli occhi abbasso, inchino il viso,
per discoprir, per imparar da quelle
il sentier che conduce al paradiso.
     Anzi, per dimostrar prova piú espressa
de la cangiata mia vita infelice,
a piè de’ piedi tuoi getto me stessa.
     Oh de le colpe mie peso felice,
da la cui grave soma a terra oppressa,
chinar me stessa a sí bei piè mi lice!

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