Lirici marinisti/II/Girolamo Preti

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Girolamo Preti

Liriche di Girolamo Preti ../Claudio Achillini ../Pier Francesco Paoli IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

II - Claudio Achillini II - Pier Francesco Paoli
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GIROLAMO PRETI


I

LE ROSE PALLIDE

     Ite in dono a colei, pallide rose,
a cui l’alma donai senza mercede;
e poi che ’l mio penar non cura o crede,
siate del mio morir nunzie amorose.
     Vidi voi d’ostro giá tinte e pompose,
d’ostro che ’l labro suo forse vi diede;
ora il pallor di morte in voi si vede,
imitatrici del mio duol pietose.
     Dite, se pur vi mira e se v’accoglie,
ch’io son mal vivo e sarò tosto esangue,
come voi moribonde aride foglie;
     e se ’l vostro color pallido langue,
ella ravvivi l’odorate spoglie
con l’onda del mio pianto e del mio sangue.

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II

LA CASA DELLA DONNA AMATA

     Notturno e solo, a queste mura intorno
vernimene errando e queste pietre adoro;
ch’a me sembra influir pace e ristoro
questo de la mia dea cielo e soggiorno.
     E qual avaro che la notte e ’l giorno
s’aggira ove le gemme asconde e l’oro,
tal io dove si cela il mio tesoro
vengo, guardo, m’aggiro, e parto e torno.
     Entra il pensier dove non entra il passo,
spargo a l’ombre i sospir tra vivo e morto,
ed ora abbraccio il muro, or bacio un sasso.
     Cosí, quasi nocchier naufrago in porto,
qui mi ricovro tempestoso e lasso,
e qui rimango infra ’l mio pianto absorto.

III

LA DONNA A CAVALLO

     Frenava il mio bel Sol vago destriero,
ch’avea di neve il manto, il crin d’argento;
movea veloci i passi a par del vento
e insuperbía di sí bel pondo altero.
     Pronto di bella man seguía l’impero,
a la sferza, a la voce, al cenno intento;
dorato il morso avea, spumoso il mento,
lungo il crin, curvo il collo, il cor guerriero.
     Sovra un colle di neve un fior parea
colei, ma per odor spirava ardori,
ed ogni cor fra quelle nevi ardea.
     Parean le Grazie e i faretrati Amori
ministri a lei d’intorno; ella pungea
con lo sprone il destrier, col guardo i cori.

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IV

L’AMANTE TIMIDO

     Ardo, tacito amante, e ’l foco mio
celar non posso e palesar pavento;
e vuol quinci il timor, quindi il desio,
or ch’io taccia, or ch’io dica il mio tormento.
     Or uno sguardo, or un sospiro invio,
muto nunzio del cor, muto lamento;
ma sdegno turba i be’ vostri occhi, ond’io
di quello sguardo e del sospir mi pento.
     Omai privo di speme, anzi di vita,
scopro a voi la mia morte e non l’amore,
e vi chieggio pietá, ma non aita.
     Chiede l’alma dolente al crudo core
solo un sospiro all’ultima partita...
È pur poco un sospiro a chi si muore.

V

LA DONNA ALLO SPECCHIO

     Mentre in cristallo rilucente e schietto
il bel volto costei vagheggia e mira,
armando il cor d’orgoglio, il ciglio d’ira,
del suo bel, del mio mal prende diletto.
     Vaga del vago e lusinghiero aspetto
dice: — Ben con ragion colui sospira! —
Sembrano a lei, che sue bellezze ammira,
oro il crin, rose il labbro e gigli il petto.
     Ah, quel cristallo è mentitor fallace,
che scopre un raggio sol del bello eterno,
anzi un’ombra d’error vana e fugace!
     Vedrai, se miri il tuo sembiante interno,
cui ritragge il mio cor, specchio verace,
angue il crin, tòsco il labbro, il petto inferno.

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VI

IN VILLA

     Verdi poggi, ombre folte, ermi laureti,
perpetui fonti, limpidi ruscelli,
mormoranti e canori aure ed augelli,
vaghe piagge, odoriferi mirteti;
antri e silenzi solitari e queti,
     valli romite e boschi orridi e belli,
tremule fronde, teneri arbuscelli,
siepi rosate, pallidi olivetí;
     oh quanto or godo, abitator selvaggio,
piú che morta speranza, un verde vivo,
piú che regio splendor, l’ombra d’un faggio
     Deh, quanto piú qui desïando vivo
povera libertá ch’alto servaggio,
piú che sete d’onor, sete d’un rivo!

VII

PAESAGGIO

     Un rio, qui gorgogliando in fra le sponde,
con tributo d’argento al Ren deriva;
qui fa un’ombrella il platano e l’oliva,
rami a rami intrecciando e fronde a fronde.
     Al garrir degli augelli Eco risponde;
qui tempra un venticel l’arsura estiva;
molle il suol, fresco il rio, verde è la riva;
qui fan letto l’erbette e specchio l’onde.
     Quanti augelletti, o Cinzia, ascolti e miri,
in quel linguaggio lor pianger, cred’io,
della fierezza tua, de’ miei martiri.
     Anzi, mossi a pietá del dolor mio,
vanno emulando i pianti e i miei sospiri,
spirando l’aura e mormorando il rio.

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VIII

PAESAGGIO AMOROSO

     Lá ’ve quel monte infin al ciel inalza
la frondosa di querce ispida schiena,
e par che regga il debil fianco appena
quella d’alti dirupi orrida balza;
     lá stassi Cinzia e, leggiadretta e scalza,
con l’orme del bel piè stampa l’arena,
dove quel rio da cavernosa vena
sbocca di grembo al monte, al piè gli balza.
     Mira, o Tirsi, colá come lasciva
or bagna il suo bel viso ed or le piante
ne l’onda cristallina e fuggitiva.
     I’ giurerei che quella rupe amante
è di lei fatta, e quella fonte viva
è di pianto amoroso onda stillante.

IX

INVITO

     Cinzia, colá tra quelle balze alpine
stassi la mia capanna, opaca, ombrosa:
la difende dal ciel quercia frondosa
e le fan mura intorno ortiche e spine.
     Giace un mio giardinetto in quel confine,
ch’ha una veste di fior varia e pomposa;
la calta, il croco, il gelsomin, la rosa
daran fregi al tuo sen, ghirlande al crine.
     Lá scaturisce un’onda in grembo al monte,
nel cui specchio potrai limpido e schietto
mirar quanto se’ bella, ornar la fronte.
     Cosí, tu stessa a’ tuoi begli occhi oggetto,
vedrai qual sia maggior, giudice il fonte,
l’ardor de le tue luci o del mio petto.

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X

PER UN CAVALLO BARBAROA

Vitale de’ Buoi

     Figlio dell’aura, emulator de’ venti,
cursor veloce e volator senz’ale,
di cui vola piú tardo alato strale,
volan per l’aria i fulmini piú lenti;
     lo tuo corso a mirar corron le genti,
ma per seguir tuo corso occhio non vale;
non corre il cielo a le tue piante eguale,
men veloce il pensier movon le menti.
     Tuona il nitrito, e la ferrata zampa
sparge de le faville i lampi intorno
e pur selce non tocca, orma non stampa.
     Te brama il Sol per lo suo carro adorno;
ma, traendo del dí l’ardente lampa,
breve faresti col tuo corso il giorno.

XI

ALLA PENNA DEL CAVALIER MARINO

     Penna immortal, che col tuo volo arrivi
ove d’umana mente occhio non sale,
e, quasi de la gloria alato strale,
l’oblio saetti e le memorie avvivi;
     fonte d’eternitá, che mentre scrivi
spargi d’eterno onor vesta immortale,
da cui traggon gl’ingegni umor vitale
come traggon umor dal fonte i rivi;
     per te, mia penna umil s’alza dal suolo,
come l’augel che, per sé tardo e vile,
giá si levò su l’altrui penna a volo;
     e, per far ch’ella sembri a te simile,
a te forme, colori e spirti involo
e de’ tuoi spirti sol vive il mio stile.

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XII

L’ORIUOLO

     Fabricando sonora e viva mole
arte si mosse ad emular natura,
ché, se diede natura il moto al sole,
questa il moto del Sol segue e misura;
se eternamente il ciel girar si suole,
il giro anco di questa eterno dura,
e ciò che faccia il Sol, nasca o tramonte,
mostra, nunzia fedele, in voce e ’n fronte.
     Grave al canape torto il piombo appeso,
aspirando al suo centro, in aria pende
contro al piombo maggior piú lieve a un peso,
e con moto contrario un sale, un scende.
La machina dal pondo a lei sospeso
quasi da intelligenza il moto apprende;
ché, girando la fune un polo immoto,
dá un sol motore a cento moti il moto.
     Come sfera maggiore in ciel s’aggira,
che col suo cerchio i minor cerchi abbraccia,
e le tonanti sfere al corso tira,
che del corso di lei seguon la traccia;
cosí ruota maggior qui seco gira
ruote minori e col fuggir le caccia,
e, come appunto i cieli, intorno ruota
corso a corso contrario e ruota a ruota.
     Girasi un orbe e con tenaci denti
muove sospesa in alto instabil libra.
Questa de l’ore il tempo e dei momenti
quasi con giusta lance appende e libra:
tarda i moti veloci, affretta i lenti,
l’un de* bracci ritira e l’altro vibra,
e, mentre è mossa, altrui muove e governa,
e pari il moto a la quïete alterna.

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Poiché volubil cerchio in giro è corso
ai confini de l’ore e tocco ha il segno,
scocca tenace ferro e scioglie il morso,
che al fuggir d’altre ruote era ritegno.
Movonsi i poli in giro, i giri in corso,
e sembran in girar fremer di sdegno,
ché rauco un mormorio precede al suono
com’anzi il fulminar mormora il tuono.
     Ferro percotitor s’alza pesante
sovra il cavo metallo e d’alto piomba:
tuona ai colpi di lui squilla sonante,
che a le guerre del tempo è quasi tromba;
tromba, che a noi funesta e minacciante
numera quanti son passi a la tomba,
gridando a l’uomo, al numerar de l’ore,
che, quanto ei vive piú, tanto piú muore.
     Stella, quasi cometa errando intorno,
gl’interni giri in suo girar seconda,
che morte annunzia in distinguendo il giorno
col suo raggio mortal, lingua faconda.
Cosí la mole al mentitor fa scorno,
mentre fa che la lingua al cor risponda;
né, simulando il vero entro sepolto,
quel che cela nel sen scopre nel volto.