Lirici marinisti/II/Claudio Achillini

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Claudio Achillini

Liriche di Claudio Achillini ../ ../Girolamo Preti IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

II II - Girolamo Preti
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CLAUDIO ACHILLINI


I

LA DIPARTITA

     Ecco vicine, o bella tigre, l’ore
che tu de gli occhi mi nasconda i rai.
Ah, che l’anima mia non senti mai,
meglio che dal partir, le tue dimore!
     Fuggimi pur con sempiterno errore:
sotto straniero ciel, dovunque, sai
che, quanto piú peregrinando vai,
cittadina ti sento in mezzo al core.
     Ma potess’io seguir, solingo errante,
o sia per valli o sia per monti o sassi,
Forme del tuo bel piè leggiadre e sante
     ch’andrei lá, dove spiri e dove passi,
con la bocca e col cor, devoto amante,
baciando l’aria ed adorando i passi.

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II

LA BIONDA SCAPIGLIATA

     Tra i vivi scogli de le due mammelle
la mia bella Giunon veggio destare
dal suo crinito ciel piogge e procelle,
prodighe d’oro e di salute avare.
     Se mostra gli occhi o quelle poma belle,
piú ricco s’apre e piú fecondo appare,
mercé di due rubini e di due stelle,
quel ciel di stelle e di rubin quel mare.
     Ma sia di scogli e di tempeste or pieno,
ch’io, dai venti d’amor sospinto e scorto,
vo’ navigar col core un sí bel seno.
     Né tem’io giá di rimanerne absorto,
poiché la sua tempesta è ’l mio sereno,
poiché gli scogli suoi sono il mio porto.

III

LO SDEGNO NEL BIANCO VOLTO

     Corteggiata da l’aure e dagli amori,
siede sul trono de la siepe ombrosa,
bella regina de’ fioriti odori,
in colorita maestá la rosa.
     Superbo anch’ei per gli odorati onori,
mirasi il giglio al piè turba odorosa
d’ossequiosi e di devoti fiori,
e lo scettro ne vuole e non ha posa.
     S’arman di spine e d’archi, e dánno segno
fra lor di guerra; alfin, prendon consiglio
d’esser consorti a la corona, al regno.
     Cosí nel volto tuo bianco e vermiglio,
Filli, cangiato in imeneo lo sdegno,
veggio la rosa maritarsi al giglio.

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IV

L’ANTICA AMANTE FATTA MONACA

     Quell’idolo mio dolce, a cui si rese
vinto il mio core, al ciel vinto si rende;
la beltá del suo volto il cor m’accese,
la beltá del suo core il cielo accende.
     S’egli alle fiamme mie placido scese,
or tutto fiamma al paradiso ascende;
e s’egli a’ miei desir nulla contese,
or nulla ancora al suo Fattor contende.
     Vedrem quell’alma al suo signore ancella
sparsa in sospiri e seminata in pianto
animar di pietá povera cella.
     Potessi anch’io per le sue preci intanto,
soggiogata ogni voglia a Dio rubella,
condur quest’ombra al primo sole accanto.

V

LA MENDICANTE

     Sciolta il crin, rotta i panni e nuda il piede,
donna, cui fe’ lo ciel povera e bella,
con fioca voce e languida favella
mendicava per Dio poca mercede.
     Fa di mill'alme, intanto, avare prede
al fulminar de l’una e l’altra stella;
e di quel biondo crin l’aurea procella
a la sua povertá togliea la fede.
     — A che fa — le diss’io — sí vil richiesta
la bocca tua d’orïental lavoro,
ov’Amor sul rubin la perla inesta?
     Ché se vaga sei tu d’altro tesoro,
china la ricca e prezïosa testa,
ché pioveran le chiome i nembi d’oro. —

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VI

LA SPIRITATA

     Lá nel mezzo del tempio, a l’improviso,
Lidia traluna gli occhi e tiengli immoti,
e mirano i miei lumi a lei devoti
fatto albergo di furie un sí bel viso.
     Maledice ogni lume errante e fiso
e par che contra Dio la lingua arroti.
Che miracolo è questo, o sacerdoti,
che Lucifero torni in paradiso?
     Forse costui, che non potea nel saggio
sovrastar, per superbia, al suo Fattore,
venne in costei per emolarne un raggio?
     Torna confuso al tuo dovuto orrore,
torna al nodo fatal del tuo servaggio,
e sgombra questa stanza al dio d’amore!

VII

LO SCOPPIO DELLA MINA E IL BACIO

     Entra per nera e sconosciuta bocca
e in sotto al muro ostil duce tiranno,
e con industre e vigilato affanno
v’aggiusta un muto foco e poi ne sbocca.
     Ma non si tosto una favilla tocca
l’incendïoso e prigioniero inganno,
che in un solo momento, eterno al danno,
crepa il suol, tuona il ciel, vola la ròcca.
     Portai del cor nel piú secreto loco
semi di foco e ne cercai lo scampo
per non esser d’un cieco e scherzo e gioco.
     La favilla d’un bacio accese il lampo
in su la mina e publicossi il foco;
ed ecco Amor trionfatore in campo.

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VIII

IL RUSCELLETTO

nella villa Camaldoli, appartenente ad Annibaie Marescotti

    Tesse quest’ermo bosco, allor ch’ei fugge
a l’ombra di se stesso il raggio estivo,
un ricovro frondoso, anzi lascivo,
ove in sen di Lesbin Lidia si strugge.
     Qui, se il Leon tra mille fiamme rugge.
mormorando sen vien limpido e vivo
dal fianco di quel monte un picciol rivo,
cui l’arsiccio terreno avido sugge.
     Mira l’acqua gentil come s’affretta
e forma col suo corso un liquid’arco,
che d’immensa dolcezza il cor saetta.
     Qui, di cure, Annibal, men venni carco;
ma, in quest’onda che tanto il cor m’alletta
sommergendo le cure, il cor ne scarco.

IX

NELLA SELVA PRESSO IL RENO

al ritorno dalla corte di Roma

A Gasparo Ercolano

     Siedo al rezzo gentil di selva antica,
che se stessa nel Ren pinge e vagheggia,
or che il sol bacia Sirio e ne fiammeggia
ed arde quasi la campagna aprica.
     Qui par che il fiume in suo tenor mi dica:
— De’ bei riposi tuoi questa è la reggia;
qui pur sui colli del tuo cor verdeggia
la fronda degli ulivi al cielo amica. —
     Gasparo, io sento in su l’ombrosa riva
mormorando recarmi il picciol Reno
la pace, che col Tebro al mar fuggiva.
     Cosí l’ore tranquille e quel sereno,
cui l’aprico di Roma a me copriva,
svelato godo a le bell’ombre in seno.

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X

OMBRA DI NUOVE FOGLIE

     Or che del Sol piú temperato è il raggio,
il fiume che dormía fra bei cristalli
si sveglia e segue in sugli obliqui calli,
garrulo peregrino, il suo vïaggio.
     Saluta l’usignuolo in suo linguaggio
april, che tanti fior vermigli e gialli
semina su le piagge e su le valli,
vago forier d’un odorato maggio.
     E perché d’ombre il pastorel s’invoglia,
a lo spirar di placid’aura i’ veggio
che verde il bosco a quel desio s’infoglia.
     E dice: — A te m’inchino, a te verdeggio;
e l’ombre mie la giovinetta foglia
tesse col sole e ti ricama il seggio. —

XI

SIC VOS NON VOBIS

     Io corsi, o bella Dora, ogni tua riva,
quanto cura d’onor stimola e preme;
e vidi pur la rinascente oliva
porgere un nobil verde a la mia speme.
     Con la man, con la lingua, io sparsi un seme,
che lá sul Tebro il suo bel fior m’apriva;
onde il mio cor, che per lung’uso geme,
nel dolcissimo april lieto gioiva.
     Giá d’oro eran le spiche, al monte, al piano,
quando, per riportar le mie fatiche,
straniero mietitor non giunse invano.
     Corrono il solco mio falci nemiche,
taglian la cara mèsse, e quella mano
che nulla seminò, miete le spiche.

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XII

LA MORTE E IL TESTAMENTO DI SAN GIUSEPPE

Al padre Gioacchino Ciomei, cappuccino

     In braccio a Cristo, agli angeli, a Maria
era nel letticciuol Gioseffo assiso,
e stava per morire e non moria,
ché non sapea morire in paradiso.
     Ma l’etá, ma il dolore al cor conquiso
insegnò del morire al fin la via;
e lo spirito, omai quasi diviso,
converso a Cristo in questi detti uscia:
     — Io moro, o figlio, e la paterna fede
vuol che del mio retaggio non ti frodi,
ma vi succeda tu, l’unico erede.
     Vanne, e le mie fortune accetta e godi;
stendivi pur la man, drizzavi il piede,
ché troverai martelli e travi e chiodi. —

XIII

IL FIOR DI PASSIONE

     Fassi colá ne’ messicani regni,
mercé d’un fior, religioso aprile.
Mira che spiega in su la foglia umile
dei tormenti di Cristo espressi i segni.
     Bel libro di natura, ai sacri ingegni
de’ sacri libri imitator gentile,
tu ne’ tuoi fogli in adorato stile
le pene altrui, la mia salute insegni.
     Se fia giammai che degli odor su l’ali
da’ tuoi sanguigni e tormentosi inesti
voli dentro il mio cor duol de’ miei mali;
     oh me felice allor, che da funesti
caratteri trarrò sensi vitali,
e da terreno fior, frutti celesti!

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XIV

A LUIGI XIII

dopo la presa della Roccella e la liberazione di Casale

     Sudate, o fochi, a preparar metalli,
e voi, ferri vitali, itene pronti,
ite di Paro a sviscerare i monti
per inalzar colossi al re de’ Galli.
     Vinse l’invitta ròcca e de’ vassalli
spezzò gli orgogli a le rubelle fronti,
e machinando inusitati ponti
diè fuga ai mari e gli converse in valli.
     Volò quindi su l’Alpi e il ferro strinse,
e con mano d’Astrea gli alti litigi,
temuto solo e non veduto, estinse.
     Ceda le palme pur Roma a Parigi:
ché se Cesare venne e vide e vinse,
venne, vinse e non vide il gran Luigi.