Lirici marinisti/II/Pier Francesco Paoli

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Pier Francesco Paoli

Liriche di Pier Francesco Paoli ../Girolamo Preti ../Marcello Giovanetti IncludiIntestazione 7 giugno 2017 75% Da definire

II - Girolamo Preti II - Marcello Giovanetti
[p. 63 modifica]

PIER FRANCESCO PAOLI


I

NELLA CASA DELLA SUA DONNA

durante l’assenza di lei

     Belle mura felici, albergo eletto
di lei, che dal mio cor giamai non parte;
or che, standosi lunge ella in disparte,
di meco ragionar non v’è disdetto;
     dite: — Mostra ella mai pietoso affetto
de le mie ch’ho per lei lagrime sparte? —
dite: — Legge ella mai le meste carte,
in cui scrivo l’ardor che chiudo in petto?
     Vedeste mai per solitaria via
venir notturno amante, armato e solo,
a trionfar de la guerriera mia? —
     Ah, voi tacete, ed io che per lung’uso
so quanto piaccia altrui l’esser secreto,
voi, fidi secretari, or non accuso.

[p. 64 modifica]

II

IL BACIO DATO PER DISPETTO

     Semivivo anelar costei mi vede,
or che torno a mirar suo vago volto;
e, caramente infra le braccia accolto,
soave un bacio al mio languir concede.
     Poscia, che dispettosa ella me ’l diede
dice; e tutto dal cor fummi allor tolto
quel dolce ond’io sperava indi a non molto
altra piú ricca al mio servir mercede.
     Chi vide mai cader dal ciel sereno,
dietro a bella rugiada aspra tempesta
e stillar da un sol fior manna e veleno?
     Giardiniera d’amore empia è ben questa,
che del mio cor nel povero terreno
sovra un bacio vital la morte innesta.

III

IL CENNO NON INTESO

     Appena i passi entro le scole ho steso
d’Amore e forse in me l’ingegno è tardo;
ancor non so quand’ei da l’arco teso
avventi d’oro o pur di piombo il dardo.
     Con immensa mia gioia ho solo appreso
questi primi elementi: «Io amo, io ardo».
Dunque, donna, io non deggio esser ripreso
se non intendo il favellar d’un guardo.
     Ben fia ch’in queste scole io soffra e tenti
ogni affanno, ogn’impresa, e in esse accolto
spenda del viver mio l’ore e i momenti.
     Tacerò i lustri interi e, in voi sol vòlto,
leggerò quei caratteri lucenti,
che v’ha scolpiti il ciel entro al bel volto.

[p. 65 modifica]

IV

LA LETTERA

     Or che formo di pianto un ampio lago
lunge da lei, che lunge anco innamora,
non acconsente un suo pensier ch’io mora,
un suo pensier del mio morir presago;
     e invece del suo volto amato e vago,
in cui bellezza angelica s’adora,
carta m’invia, perch’io la miri ogni ora,
che di lei che la scrisse è viva imago.
     La miro, e cangia il ciel meco tenore,
mentre con quei caratteri possenti,
fatto mago d’amor, scongiuro Amore.
     La miro e, rileggendo i dolci accenti,
con gli occhi entro quel nero asciutto umore
bevo la medicina a’ miei tormenti.

V

LA CHIOMA

     Vago de le sue glorie, il ciel ripose
di bellezze in costei ricco tesoro;
ma piú del biondo crin mostra fra loro
essa le voglie sue liete e fastose.
     Belle ha le luci sí, ma sonnacchiose
prendon stanche talor dolce ristoro;
belle ha le mani ond’io beato moro,
ma l’ascondon talor spoglie odorose.
     Solo il crin, non mai stanco e sempre in mostra,
fra le belle di lei pompe guerrere,
predando i cor, vittorioso giostra.
     Vero è che l’occhio incende e la man fère;
ma legate in trionfo il crin dimostra
l’incenerite e le piagate schiere.

[p. 66 modifica]

VI

DINANZI A UN OSPEDALE

     Qui, dove giace in un turba languente,
or che ’l Sol men benigno il terren fiede,
veggio mostrar costei pomposamente
la sua beltá, ch’ogni beltade eccede.
     Cosí forse talor, vaga e ridente,
fuor da la reggia sua mover il piede,
lá per le vie de la dannata gente,
la regina Proserpina si vede.
     Giá non le scalda il sen pietoso ardore;
troppo ha l’affetto a la fierezza esperto
nel mirar le ferite del mio core.
     Ben lieto mor chi qui di morte è or certo,
ché mira, ad onta del mortale orrore,
in quel bel volto il paradiso aperto.

VII

DISTILLANDO ROSE

     Tiensi costei (sí vago ha ’l seno e ’l volto)
da la bellezza de le rose offesa;
e, di disdegno ambizioso accesa,
il pensier contra lor tutto ha rivolto.
     Le chiude in cavo rame, ove raccolto
tien lento foco, a tormentarle intesa;
sin che ’l bel, ch’ai suo bel facea contesa,
vagheggia in poco umor stillar disciolto.
     Quinci lieta e superba, ove ’l Sol splende,
in questo vaso e in quell’acque odorose,
quasi trofei di sua fierezza, appende.
     Poi, per le sue saziar voglie fastose,
in varie guise a dissiparle attende...
Oh beltá, ch’è tiranna anco a le rose!

[p. 67 modifica]

VIII

INSEGNANDO A LEGGERE ALLA DONNA AMATA

     A me sen vien, per sua vaghezza eletto,
i primi ad imparar puri elementi,
costei che sa, bench’io li chiuda in petto,
legger ne la mia fronte i miei tormenti.
     Ridice ella inesperta ogni mio detto,
ma tace, scaltra, a’ miei sospiri ardenti;
onde ascolto con pena e con diletto
d’eco muta e loquace i vivi accenti.
     Talor taccio le note, e ’n dolce errore
— Amo: — le dico, ed — Amo: — ella risponde.
Ah, rispondesse in un la lingua e ’l core!
     Fingo in lei tardo ingegno, e minacciante
tocco sul volto suo le chiome bionde,
maestro ardito e rispettoso amante.

IX

LE AMICHE

     Stendea Fillide mia la man cortese
a Clori amica, e balenar fe’ un riso:
la bianca man, ch’a me giammai non stese
se non armata, onde ne caddi anciso.
     E, vòlte in bel seren le luci accese,
vide il pallor che mi dipinse il viso;
anzi in piú parti entro il mio sen comprese
per due destre congiunte il cor diviso.
     Con gli scherzi leggiadri, ond’esse ardite
stringonsi dolcemente, Amor m’afferra,
e le dolcezze lor son mie ferite.
     In un languido «oimè», che il cor disserra,
dissi: — Oh stupori due belle destre unite
simboleggian la pace, e a me fan guerra. —

[p. 68 modifica]

X

FRA LE MASCHERE IN CARNEVALE

     Costei da parte eccelsa il popol folto
stassi a mirare in varie larve ascoso,
e ’l suo rigido cor dentro al bel volto
de l’altrui vaneggiar mostra gioioso.
     Se talun miro in rozze spoglie involto
dico: — Quegli è rivale insidịoso; —
se chi d’amarla infinge intento ascolto,
anco il finto amator mi fa geloso.
     Se avanti a lei talun con dubbio errore
scherza d’ebro in sembianza, io dir mi sento
— Quegli per lei vacilla, ebro d’amore. —
     Lasso, e quando giamai vivrò contento,
s’anco da vane larve entro al mio core
nel comune gioir nasce il tormento?

XI

LA BAMBINA DELLA SUA DONNA

     Pargoletta vezzosa, i miei pensieri
regge la man ch’a te regge le piante
dentro a quegli amenissimi sentieri,
lá dove io giro a pena il guardo amante.
     Tu movi il piè sicuro ai dolci imperi,
ed io vacillo a duo bei lumi avante;
odi tu cari accenti e lusinghieri,
ed io, colmo di duol, labro tonante.
     A te giá stanca il molle sen concede
l’amorosa maestra; al mio languore
niega fin d’un sospir poca mercede.
     Oh stravaganza, oh crudeltá d’Amore!
Far ne la stessa via sicuro un piede
e fabricare il precipizio a un core.

[p. 69 modifica]

XII

LA DONNA SFIORENTE PER MALINCONIA

     Ne la tempesta de le cure ascose,
ond’è il tuo cor miseramente involto,
la bellezza ch’il cielo in te ripose,
naufragante si mira entro al tuo volto.
     Pietá dei labri, a cui mancan le rose!
pietá del sen, ch’è senza gigli incólto!
pietá degli occhi, in cui l’alme amorose
piangon de la lor vita il Sol sepolto!
     Erran d’intorno a te le Grazie e il Riso,
le Gioie e i Vezzi; ed, esuli innocenti,
braman che li richiami al tuo bel viso.
     Prenda eterni un augel vivi alimenti
da un cor dannato: il bel del paradiso
non sia preda agli affanni, èsca ai tormenti.

XIII

LO SPETTACOLO DELLA GUERRA E L’AMORE

quando l’autore fu addetto alla segreteria di guerra

     I lunghi affanni onde, scrivendo in carte
l’occulte voglie altrui; sudo ed aghiaccio,
m’han pur sottratto a quel gravoso impaccio
ch’opprimeva di me la miglior parte.
     Or da’ campi d’Amor movo in disparte,
sicuro il piè, senza sentir suo laccio,
quanto piú lasso infra le cure io giaccio
qui dove aprono i suoi Bellona e Marte.
     M’han le piaghe e le morti il cor sanato;
ne le perdite altrui sedendo ho vinto
guerra mortal, di debil penna armato.
     Ho da me, faticando, Amor sospinto;
e ben dovea chi di vil ozio è nato
cader per man de la fatica estinto.

[p. 70 modifica]

XIV

L’ABITO SACRO

quando l’autore ebbe dal suo signore un beneficio ecclesiastico

     Armato il fianco, or non sei piú di Marte,
come sembravi, intrepido seguace;
ma, il guerriero desio posto in disparte,
sembri in vesta sacrata angel di pace.
     O pur son l’armi tue di vote carte,
onde giá fatto umilemente audace,
pugni per gir vittorïoso a parte
del bel, che sempre sazia e sempre piace.
     Arda pur nel tuo sen sí bel desio:
giá t’ha ’l sentier per le vittorie aperto
l’augusta man del tuo signore e mio;
     e ’l nero manto, in cui rivolgi il fianco,
è l’ombra del favore onde coperto
vai da l’insidie altrui sicuro e franco.

XV

LA MADDALENA

     Venite a rimirar la gloria vostra,
O giá di Maddalena accesi amanti;
venite a rimirar come i sembianti,
con novello artificio, ella s’inostra.
     Oh d’eccelsa beltá leggiadra mostra!
cangia le ricche vesti in rozzi manti,
il riso insidïoso in tristi pianti,
i superbi palagi in umil chiostra.
     Quel biondo crin, ch’in dolci nodi accolto
fregiò di perle, or fra le brine e ’l gelo
sovra gli omeri porta ispido, incólto.
     E cosí, armata di verace zelo,
serena il core e nubilosa il volto,
se giá l’alme rapía, rapisce il cielo.

[p. 71 modifica]

XVI

LA POSA DELLA PRIMA PIETRA

DEL NUOVO CONVENTO DEI CAPPUCCINI

Ad Urbano VIII

     Picciolo è ’l sasso ond’or tu, grand’Urbano,
di sacro tempio il fondamento appresti;
e pur terrore immenso entro il cor dèsti
de l’ombre eterne al regnator insano;
     ché ben tra ’l cieco orror giá di lontano
mira prodi guerrieri in sacre vesti
mover contra i suoi campi armi celesti,
qui dove architettrice è santa mano.
     Davide generoso, a cui bastante
sola è una pietra a dar con dardo eterno
fiera percossa a l’infernal gigante,
     che non fará tuo giusto sdegno interno,
se, mentre il getti in placido sembiante,
va picciol sasso a lapidar l’inferno?

XVII

IL MAL DI PIETRA

     Questa, ch’in cieca parte afflitto io celo,
pietra pesante, è del mio fallo indegno
pena, ché avvento anch’io colmo di sdegno
pietre pur troppo dure incontro al cielo.
     Se poso o vado, io sotto il pondo anelo,
né però langue il travagliato ingegno,
ché farsi ora una pietra alto sostegno
di mia salute al mio pensier rivelo.
     Sí, sí, col peso in me s’avanzi il duolo,
cresca l’atra procella, io giá m’avviso
ch’ho meco il sasso onde discopro il polo;
     e tutto lieto al cor, se mesto al viso,
m’inalzerò con grave sasso a volo,
Sisifo penitente, in paradiso.

[p. 72 modifica]

XVIII

A LEI CHE ABITA IN UN TUGURIO

     Statti pur baldanzosa
in quell’albergo umile,
mia diletta gentile.
Basti a te l'esser degna
che non solo t’inviti
Venere ambiziosa
a passeggiar su la sua conca il mare,
ma su l’eterea mole
ad albergar ne la sua reggia il sole.
Basti a te che conservi,
come dal ciel gli avesti,
in terrena magion pregi celesti.
Son forse vili i fiori,
perché stan su la terra?
son men graditi gli ori,
perché stanzan sotterra?
Forma in quel basso tetto
il tuo volto, il tuo seno,
un praticello ameno,
e la chioma dorata
un tesoro amoroso;
anzi, a gloria d’Amore,
ciò che vantar non puote altro terreno,
quivi con novi orrori
dov’è giá stato l’ór, miransi i fiori.
In quella bassa terra
sarai tu stabil centro
a cui discenderanno,
se benigna il consenti,
a ritrovar quiete i miei tormenti.
Una io dirò che sia
de le cimerie grotte,
ove, notturno amante,

[p. 73 modifica]

dopo le sospirate
mie vigilie amorose,
per prolungar la vita,
verrò del sonno a mendicar l’aita.
In quell’ima pendice,
piú che in alto palagio,
trarrò sicuri i giorni,
mentre talor fortuna
con violento sdegno
per le ruine altrui scuote il suo regno.
In quell’ermo ricetto,
con divoti sospiri
adorarò, d’ogni pensier disciolto,
peregrino idolatra, il tuo bel volto.
Godo, mia bella, godo,
che vivi in parte dove
non giunge irato il fulmine di Giove.
Spero ben che terrai
quivi esposto il tuo core,
per mio conforto, ai fulmini d’amore.
Giá non tem’io ch’il Tebro
venga, come talor tumido ei suole,
per inondar quella terrena soglia;
ché ne sarò custode,
ed esalando fiamme
fuor del mio cor geloso,
respingerò l’assaltatore ondoso.
Albergo prezïoso,
mio vago paradiso,
mio leggiadro orïente,
da cui, di balcon privo,
tu, mio bel sole adorno,
quante volte apri l’uscio, apri il mio giorno;
chi potrá dir che ancora
sia superbo tiranno,
se per le tue bellezze,

[p. 74 modifica]

che pur tue forze sono,
poco men che sotterra hai posto il trono?
Oh quante volte, oh quante,
mentre chiusa è la porta
de la real magione,
non avendo altro varco
da penetrar le riverite mura,
anelante si duole,
quasi mendico in su la soglia, il sole!
Fra queste del mio cor candide gioie
serpe mortal veleno
che viatore accorto,
mentre vede, in passando,
il letticciuol ch’è campo
del duello amoroso,
entrerá baldanzoso.
e con sua lieta sorte
vibrerá l’armi e sfideratti a morte.
Deh, per schivar perigli
tieni tu sempre chiusa
a l’arditezze altrui
quella beata porta,
com’io tengo a tutt’ore
aperto ai cenni tuoi
questo misero core;
né t’affanni il pensiero
di rimaner tra l’ombre,
ché può de’ tuoi begli occhi un lampo solo,
non pur far luminoso un picciol tetto,
ma, con vanti piú alteri,
i negri abissi e i torbidi emisperi.
Ché se ciò non t’aggrada,
legge sia la tua voglia;
e s’altri pur tentasse opra sí rea,
tu, in guardia de la fede,
contra il crudo omicida,
senza mostrargli altr’arme, alza le strida.

[p. 75 modifica]

XIX

UNA DAMA SPAGNUOLA

     Lá dove more il sole
nata è costei; ned è stupor, se accolto
quanto ha di bello il Sol porta nel volto.
Egli, pria che la sera
giunga a la tomba ibera,
per non lasciar senza splendor quei campi,
nel bel volto di lei lascia i suoi lampi.