Lirici marinisti/XI/Giovanni Canale

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Giovanni Canale

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XI - Giacomo Lubrano XII
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GIOVANNI CANALE


I

IL PAVONE E LA DONNA

     Godea Lilla in mirare augel dipinto,
che dell’alato stuol portava il vanto;
avea fregiato il capo, azzurro il manto,
d’un pennuto gemmaio adorno e cinto.
     Pompa facea suo ambizïoso instinto
coi fior del prato a garreggiare, e ’ntanto
si vide di bellezze un sole a canto
e dubitò di rimanerne vinto.
     Fatto egli emulator del bel sembiante,
al di cui lume s’abbelliva intento,
il suo occhiuto spiegò cielo rotante.
     Gioia dal riguardarla ebbe e tormento,
vinto si rese, e divenuto amante,
per vagheggiarla aprí cent’occhi e cento.

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II

LA CHIOMA INCIPRIATA

     Se con la face Amor saetta ardori,
accende l’alme e rende i cori amanti,
tu di Ciprigna con la polve i cori
piú che fiamma d’amore arder ti vanti.
     Maga amorosa, or con novelli incanti
da questa polve fai nascer gli Amori;
ritorni profumati or gli altrui pianti
e al fumo de’ sospir spargi gli odori.
     Alchimista d’amor, polve odorata
mischiando al vivo dell’altrui tormento,
vuoi far dolce il martir, la pena grata.
     Mentre l’oro del crin mostri d’argento,
discopri ancor che tua beltá pregiata
si cangia in breve ed è sol polve al vento.

III

A UN POETA CHE SI TINGE LA BARBA

     Adulterare il venerando argento
che t’accredita il volto or sí mentito,
è d’ingegno senil giá rimbambito
e di vano pensier chiaro argomento.
     T’inganni, se’l vigor debile e lento
cerchi coprir col pelo or sí annerito,
ché, s’appare al color ringiovenito,
rinvecchia in breve a tuo maggior tormento.
     Pur sei caro alle muse e ’l tuo gran stile
sopra ogni stile hai candido e sonoro;
il tuo candido pel non abbi a vile!
     Cosí piú amato dal vergineo coro
sarai, ché ’l cigno nell’etá senile
ha piú bianca la piuma e piú è canoro.

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IV

IL TAMBURO

     Sorte perversa! In vil tugurio nato,
per secondar fatiche e accrescer stento,
di paludosi umori e fien cibato,
diedi lena ostinata al mio tormento.
     Dal peso degli affanni al fin sgravato,
ché d’essere vivuto ora mi pento,
una cassa portatile tornato
della mia pelle accoglio al seno il vento.
     A mille e mille colpi il fiato scioglio,
in campo marzïale indi venuto
a portar nuove glorie al Campidoglio.
     Se vivo tacqui, in essere battuto
morto assordo col suono, e ben mi doglio
che chi mi batte è assai di me piú bruto!

V

I RAZZI

     Da ricinte prigion di carta avvolta
sprigionata da ardor polve nitrosa,
spinta nell’aria ed in faville sciolta,
sibila irata e strepita orgogliosa.
     Di stellucce fugaci appar pomposa
col ciel stellante a garreggiar rivolta;
reca alla notte oscura, all’ombra ascosa
de’ suoi fatui splendor famiglia stolta.
     D’ardori nell’efimere procelle
resta assorta la vista, e mille e mille
luci ch’ammira a lei sembrano stelle.
     Questi focosi rai, queste faville
son nulla a par di quelle eterne, e quelle
del divino splendor sono scintille.

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VI

ALLA REPUBBLICA DI VENEZIA

Per l’armata del Morosini

     Monarchessa del mar, ch’ardita sdegni
picciole imprese, il tuo valor t’affida
di render serva ora la Tracia infida,
che nutrisce nel sen mostri sí indegni.
     La selva formidabile de’ legni
ch’armi su l’onde ove il Leon s’annida,
che col ruggito alla battaglia sfida
lo scita, e al grido suo tremano i regni;
     mentre fa ventilar l’insegne altere,
rende avvilita ogni nemica parte,
che cade a’ lampi tuoi d’armi guerriere.
     Col valor della destra, ingegno ed arte,
vinte ti condurrá barbare schiere
il tuo gran Morosin, nautico Marte.

VII

PER LA CADUTA DEL CARDINALE ORSINI

nel terremoto di benevento

     Nella sannia magion scossa e cadente
cade l’Orsino eroe tra pietre involto,
e riman tra le pietre ivi sepolto
poco meno che morto e mal vivente.
     Ferito sopra il crin, sangue innocente
ingemma l’ostro ch’ha sul crine accolto,
e intento al ciel, l’affetto al ciel rivolto,
gli affanni altrui piú che ’l suo mal risente.
     Morte non teme ed ha la morte avante,
il core in man di Dio gli è duol giocondo,
e tra angustia mortal ne gode orante.
     S’ora sostien d’infrante mura il pondo,
stupor non è, se dèe poi, sacro Atlante,
regger la chiesa e sostenere il mondo.

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VIII

LA TRINITÀ DI CAVA

     Dure balze, aspri colli e selve antiche,
pendenti rupi e monti alpestri ed erti,
folti boschi romiti, ermi deserti,
grotte del chiaro Sol fosche nemiche;
     bramo cangiar con voi le piagge apriche,
le superbe cittadi e i campi aperti,
e menar di mia vita i giorni incerti
tra queste piante di silenzio amiche.
     Ché ’l vostro sacro e solitario orrore
(lungi dal mondo, anzi da me diviso)
daria riposo al mio turbato core;
     e presso al dolce rivo all’erba assiso
che fa a’ cantanti augei specchio e tenore,
godrei fra questi boschi un paradiso.

IX

AD ASCANIO PIGNATELLI

che in un suo discorso lodò il Tasso ed il Marino

     Se il Tasso ed il Marin, spirti canori,
coppia immortal, che morte ha giá schernita,
giovanetto real che tanto onori,
oggi nel mondo avesser senso e vita;
     del lor plettro gentil l’armi e gli amori
per te fariano alta armonia gradita,
e l’Italia n’avria nuovi splendori,
dal nuovo canto lor via piú arricchita.
     Né saria d’uopo a sì elevati ingegni,
per dare aura alla fama e gloria al canto,
soggetti ricercar da stranei regni;
     ché di Marte e d’Amor chiaro campione,
s’hai d’Amore e di Marte il pregio e ’l vanto,
tu saresti il Rinaldo e tu l’Adone.

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X

AL PADRE GIACOMO LUBRANO

Per l’infermitá che l’affliggeva alla lingua

     La tua lingua immortal, ch’offesa offende
l’inferno, s’ella è nel parlar languente,
l’alme infette a guarir pietosa intende
e nel suo tronco dire è piú eloquente.
     Se l’udito talor mal la comprende,
scopre arcani ineffabili alla mente;
se bassa, de’ pensieri alta si rende,
alzando al ciel l’ascoltatrice gente.
     Le ceda ogn’altra nell’orar fiorita,
ché i cori al vivo il suo dir punge e tocca,
e, cosí inferma, al peccator dá vita.
     Se di celeste ardor strali ne scocca
stridendo, e al proferir non è spedita,
de l’incendio divin la fiamma ha in bocca.

XI

ALLO STESSO

Per le poesie da lui composte, latine e italiane

     In riva del Sebeto in suon latino
mentre tu canti ove cantò ’l Marone
e accordò la sua lira anco il Marino,
i vanti lor co’ tuoi par ch’ei risuone.
     L’ammirabil tuo stil, ch’ha del divino
e indietro ogn’altro stil lascia e ripone,
s’or tratta il plettro tosco, alto destino
cela il tuo nome e in anagramma espone.
     Spande l’ali la fama, e in ogni parte
le tue va in promolgar rime pregiate,
l’autor tacendo, non espresso in carte.
     Son le tue glorie al maggior segno alzate;
ché creda il mondo ella l’occulta ad arte
che d’angelica penna or sian formate.

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XII

LO SCHELETRO

     Tu che dal riguardarmi orror apprendi,
timido parti e la mia vista abboni,
arresta il piede e la mia voce intendi:
se movi il piede, in grave error giá incorri.
     Come a fragil beltá perduto attendi,
che sará qual son io, pensa e discorri;
un punto mi mutò, da un punto pendi,
e col tempo che vola a morte corri.
     Begli occhi, vago crin, guance rosate
amabil mi rendeano, e in un momento
divenni schifa polve, ossa spolpate.
     A macchinar disegni io vissi intento;
ma i disegni, i pensieri e la beltate
al mio estremo spirar sparirò in vento.

XIII

IL VECCHIO

     L’uom ch’ai volto ha le rughe, al crin la neve,
incurvato dagli anni è reso un gioco;
trema nel piè, che ’l passo ha lento e breve,
da un legno aitato, e non mai giunge al loco.
     L’offende lo spirar d’un’aura lieve
e nel piú estivo ardore a grado ha il foco;
il tacer, il parlar gli è noia greve,
poco intende e ’l suo dir è inteso poco.
     Nel suo freddo vigor l’ira l’accende,
ogni lungo piacer l’infastidisce,
nulla gli piace e ad ogni cosa attende.
     Quando piú sano appare, allor languisce;
mentre schivo a se stesso e altrui si rende,
fra miserie la vita egli finisce.

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XIV

IL DESIDERIO DI VIVERE ANCORA

     Folle pensier, che la mia mente ingombra,
ch’io dal punto fatal viva lontano,
e di speranza mi nutrisca insano,
che ’l vero a non veder cieco m’adombra;
     temerario ch’egli è, pur non disgombra
da me col suo freneticar sí vano;
né mira che la parca ha il ferro in mano
a far che cada e mi risolva in ombra.
     Corre la vita al nonagesim’anno
e tornar gli anni indietro indarno aspetto,
d’etá cadente a risarcirmi il danno.
     Or che d’attender morte io son costretto,
parmi cangiato in agonia l’affanno,
in tomba la mia stanza, in bara il letto.

XV

IL PENSIERO DELLA MORTE

     Tu, che superba vai di ferro armata,
cruda per atterrar l’umane vite,
né valor forte né beltá pregiata
rendon tue man pietose o meno ardite,
     sempremai voracissima e spietata
pascon la fame tua genti infinite
de’ sensi prive, e tu non mai cibata
vibri colpi accanita, apri ferite;
     s’al tuo orrendo apparir si suda e trema,
è che ti crede ognun lontana ancora,
e giunta all’improvviso apporti téma.
     Ognor t’ho avanti e penso ognor ch’io mora,
onde nel punto di quell’ora estrema
fia men duro il morir, se moro ogn’ora.

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XVI

GLI ABUSI MODERNI

A Federico Meninni, fisico e poeta

     Al terminar degli anni eccomi giunto;
e del mio albergo alla prigion rinchiuso,
vivo nel mondo e son dal mondo escluso,
ché ’l piè tremante al camminar fe’ punto.
     Se non vaglio a formar debile un passo,
m’aggiro immoto, e fra i veduti oggetti,
ch’a riveder mi sono ora interdetti,
pellegrinando col pensier mi spasso.
     Piani erbosi solcar mugghiami bighe,
che la lunghezza lor stanca la vista,
col pensier veggio, e separar l’arista
dai biondi grani in flaggellar le spighe.
     Or godo meditar vago ricinto,
che di piante fruttifere ripieno
Pomona alletta a riposarvi in seno,
e ’l suo tesor dal variare è vinto.
     Collinette frondose e selve chete,
oscurissime valli, orridi monti,
laghi, fiumi, ruscelli e chiari fonti
rendono al mio pensier l’ore piú liete.
     Borghi, ville, cittá chiuse ed aperte,
che dan ricovro ai passaggieri erranti,
torno a veder co’ miei pensier vaganti,
calco senza partir strade deserte.
     Irato il dio del procelloso regno
vedo (lungi il timor) come giá vidi,
e poi placato passeggiando i lidi
di bella calma in sen depor lo sdegno.
     Ritornan quindi alla memoria viva
della mia fresca etade i tempi e gli anni;
m’addolora il veder del tempo i danni,
che veloce si parte allor ch’arriva.

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     O dolce tempo andato, ove fuggisti,
teco fuggendo ogni modestia umile
e ’l portamento nobile e gentile,
che con lussi superbi il mondo attristi?
     Semplici addobbi la natia bellezza
rendean pomposa si, ma non altera,
ed imitando la maniera ibera
non mai s’impoverí l’altrui ricchezza.
     Or le gemme eritree, gli ori del Tago
tessuti a siri stami in tele e in nastri
per legar l’alme ed apportar disastri,
delle donne il desio non rendon pago.
     Di gonfia vanitá portano un mondo,
ch’a soffrirlo non rendonsi mai stanche,
ed emulando le fattezze franche
gradito è a lor di sconce vesti il pondo.
     Ergon sul capo altier, come Cibelle,
merlata torre di galani e veli;
v’imprigionano il crin ch’avvien si celi
in pena che d’amor fe’ l’alme ancelle.
     Candida benda dispiegar si vede
qual bandiera di pace in su la torre,
sotto il dominio lor il mondo a porre,
cui muovon guerra poi, mancan di fede.
     Sprigionato indi il crin, rivolto in fiocchi,
ne formano piramide d’Egitto,
per dare alla beltá termin prescritto,
parlare a mille e stupor mille agli occhi.
Col rinvenir sí disusate forme
credon piú bella far beltá natia;
ma ingannate ne van da lor pazzia,
ché la beltá natia fassi difforme.
     Di Firenze non mai bestia da soma
portò di rozzi fregi il capo greve,
com’altre ch’hanno poco senno e lieve
portan monti di fior sopra la chioma.

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     Vivon sott’arso ciel di fiamme armato
nere beltá come le fe’ natura,
coperte sol dalla nerezza oscura,
ma vergognose il sen tengon velato.
     Vedesi qui, se borea agghiaccia il rivo
all’aria in risoffiar fiato di gelo,
mezze nude beltá senz’alcun velo,
che d’onesto rossore il volto han privo.
     Gli uomini intanto la follia donnesca
accompagnano, ancor resi piú folli;
gli abbigliamenti femminili e molli
usar par ch’a ciascun la stima accresca.
     Han quelle, il perucchin dismesso e guasto,
per sempre variar vario l’umore;
questi col ripigliare il loro errore
nel renderlo maggior recansi a fasto.
     Or le perucche a frenesie tessute
fan di lor copia ed intrecciate e scinte;
altre son naturali, altre son tinte,
altre corte, altre lunghe, altre ricciute.
     Quel che non fe’ natura inventa l’arte,
dando alle sete color vari e belli;
maestre mani in trasformar capelli
stravaganti chimere ai crini han sparte.
     Varie di piú color ferman lo sguardo,
aggravando col peso or l’altrui fronte,
che di sudor fan che distilli un fonte,
quando che in Capricorno il Sol vien tardo.
     Or d’un villan gli scarmigliati crini,
che pendendo da un legno ei diede al vento,
pria sotto a’ piedi vili, indi ornamento
d’illustre capo han riverenti inchini.
     Industria mercantil, chiome europee,
rubate a morti e da languenti accolte,
son divenute in molte fogge e in molte
pompe alle fronti nobili e plebee.

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     Diviso un monte altri ne forma e innalza
novel Vesuvio, e se non par ch’allumi,
pur di superbia all’aria esala i fumi,
da cui discende al sen gemina balza.
     Due ciocche acute avvien ch’altri riporte
sul capo, qual portò raggi lucenti
quel grand’ebreo ch’in adoprar portenti
diede altrui con la verga or vita or morte.
     Ché s’in mano ei non tien verga fatale,
fanciullesco spadin gli pende al fianco,
ch’ora da lussi effeminato e stanco
l’annoia arma pesante e a trar non vale.
     Giá composte le chiome in tante guise
dal mondo alla vecchiezza han dato il bando,
tornata in gioventú, né si sa il quando,
ch’al figlio Enea somiglia il padre Anchise.
     Or temerario il pelo invano insulta,
col rinovar l’uscita, il volto antico,
ché lo sgombra da sé qual rio nimico;
     niun si vede piú d’etade adulta.
S’ammira altri bensí d’etade annosa,
che siede in primo loco egli fra i matti,
giovane in apparenza e vecchio in fatti,
     ch’imperruccato ha la canizie ascosa.
Dal mento grinzo il bianco pel reciso,
rasa ben la lanugine canuta,
ha faccia giovanil, ma non creduta
per tante crespe che dimostra al viso.
     Vuol l’amata ingannar con tal menzogna
in mentir chioma, in falseggiar sembiante;
ma non mai donna amò rugoso amante,
e d’esser riamato egli si sogna.
     Al rinascer del pel non ha riparo,
vero appalesator di sue bugie;
onde per occultar le sue follie
spesso vi fa adoprar rodente acciaro.

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     Ingannato al pensier mentre folleggia,
smarrito del discorso il buon governo,
si rende a tutti e passatempo e scherno;
vaneggia ognor, né sa ch’egli vaneggia.
     Posta in oblio la gravitá spagnuola,
l’uso di nere vesti oggi è abbonito,
ch’a piú colori sciamberghin fiorito
il pregio maestoso a quelle invola.
     Gli abiti colorati e da campagna
mostran che i cittadin sien forestieri,
o che voglian segnar lunghi sentieri
per veder curiosi Italia o Spagna.
     Onde di vesti baldestanie cinti,
brandisse, brandeborghe e patalette,
di bollanchine e di sciamberghe elette,
son da ventosa bizzarria sospinti.
     Par che perda d’onor, manchi a se stesso
chi per capricci have il cervel non sodo,
se la moda che s’usa e senza modo
non usa e qual monton non vada appresso.
     Scemo cosí farnetico delira,
idea del bello alla sua idea si pinge;
credesi un altro, un semidio si finge,
e a vertigin di smanie il capo ei gira.
     Menin, cui Febo diè penna erudita,
la mia giá è stanca; a scriver tu ripiglia
gli altri eccessi, a stupir la meraviglia,
che lasciai, di Partenope impazzita.
     La tua man valorosa indi a lei porgi,
ch’espugna i morbi e d’Esculapio ha i vanti.
Ma che? per far che torni il senno a tanti
non bastan cento rote e cento Giorgi!

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