Lirici marinisti/XI/Giacomo Lubrano

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Giacomo Lubrano

Liriche di Giacomo Lubrano ../Giuseppe Artale ../Giovanni Canale IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

XI - Giuseppe Artale XI - Giovanni Canale
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GIACOMO LUBRANO


I

IL SONNO

     Antipode del senno, oppio de’ sensi,
benché di mezzo l’essere ci privi
ed a dazio di morte astringa i vivi,
esige il sonno volontari censi.
     Rende cimmeria l’alma, e ciò che pensi,
sposando a lazie muse i plettri argivi,
larva è di sogni or mesti ed or festivi,
delirio di vapori or radi or densi.
     Di piacevole oblio vesta l’orrore,
di sibarite rose il letto impiumi;
sepolcro è pur de l’uom che a tempo more.
     Torbido il viso e ’l sen d’umidi fumi,
per non farsi veder che ruba l’ore,
adulato ladron ci chiude i lumi.

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II

LA TORPEDINE

     Di lubrici letarghi oppio squamoso
e di sincopi vive estro guizzante,
che, vil parto del mar, spira anelante
gelide epilepsie di verno ondoso;
     funambolo velen per gli ami ascoso
corre ad assiderar la man tremante,
e può render col tocco in un istante
intormentito Marte, Ercol pauroso.
     Or va’, fidati al braccio; offendi irato
chi par vòto di forze, inerme al guardo,
ché sentirai mancarti il moto e ’l fiato.
     Non è men forte il mal, benché infingardo;
le torpedini sue ha pure il fato;
ove le temi men, covano il dardo.

III

I CEDRI FANTASTICI

negli orti reggitani

     Rustiche frenesie, sogni fioriti,
deliri vegetabili odorosi,
capricci de’ giardin, Protei frondosi,
e d’ameno furor cedri impazziti,
     quasi piante di Cadmo armano arditi
a l’autunno guerrier tornei selvosi,
o, di Pomona adulteri giocosi,
fan nascere nel suol mostri mentiti.
     Vedi zampe di tigri e ceffi d’orso
e chimere di serpi, e, se l’addenti,
quasi ne temi il tocco e fuggi il morso.
     Altri in larve di lemuri frementi
arruffano di corna orrido il dorso,
e fan cibo e diletto anco i spaventi.

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IV

LA CACCIA DEL PESCE SPADA

nello stretto tu messina

     Per le liquide vie vola ondeggiante
del tempestoso nume orrido figlio,
ch’ha di cerulea spada armato il ciglio,
terror di Teti e fulmine guizzante.
     Trema negli antri suoi Scilla latrante,
mirando negli assalti il mar vermiglio,
ché ad ogni pescator vivo periglio
intima il mostro fier, strage natante.
     Ma se ’l colpiscon mai l’aste giá pronte,
si sbatte e sbuffa e l’agonie si affretta
con la morte nel sen, la spada in fronte.
     Nobili, a voi! Un tal destino aspetta
chi morde acciari e sanguinario a l’onte
stima gloria del brando ogni vendetta.

V

LA LIBRERIA FINTA DI LEGNO

     Apresi inciso entro un’adriaca scola
di apocrifi volumi ampio museo,
che a’ famosi d’Italia il pregio invola,
di erudito scarpel vago trofeo.
     Quivi assaggia degli occhi anco la gola
di spirti intelligibili un archeo,
e scopre fuor la superficie sola
quanto scrisse la Stoa, quanto il Liceo.
     Leggere in pochi sguardi a parte a parte
puoi l’enciclopedia di molti ingegni,
senza stancar la mano a svolger carte.
     Del veneto saper vanti ben degni
fan che innesti col ferro arguta l’arte
l’arbor della scïenza a’ morti legni.

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VI

L’OCCHIALINO

     Con qual magia di cristallina lente,
picciolo ordigno, iperbole degli occhi,
fa che in punti d’arene un Perú fiocchi,
e pompeggi da grande un schizzo d’ente?
     Tanto piacevol piú, quanto piú mente;
minaccia in poche gocce un mar che sbocchi;
da un fil, striscia di fulmine che scocchi,
e giuri mezzo tutto un mezzo niente.
     Cosí se stesso adula il fasto umano,
e per diletto amplifica gl’inganni,
stimando un mondo ogni atomo di vano.
     Oh ottica fatale a’ nostri danni!
Un istante è la vita, e ’l senso insano
sogna e travede eternitá negli anni.

VII

A UN VANTATORE DI NOBILTÀ

     L’arbore imperiosa in cento rami
di tua stirpe s’inalzi, e colma abondi
di corone e di mitre; infra le frondi
la fama canti pur ciò che piú brami.
     Fingila nata ancor pria degli Adami,
quando vagiano in culla ombre di mondi;
ché investigando giá dove si fondi,
non troverai che polvere e letami.
     Vane genealogie! Se i pregi augusti
ne la posteritá restan sepolti,
vili epitaffi son, titoli ingiusti.
     Odi tu, che degli avi i tronchi avvolti
vanti di glorie sol perché vetusti:
la piú antica famiglia è degli stolti.

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VIII

LE BEVANDE AGGHIACCIATE

     Doni del ciel, gratuiti tesori
cadono giú le nevi, e in bianca mole
si rapprendon penose, onde la prole
lattin poi sciolte a rustici lavori.
     E pure il lusso l’offre in tazze d’ori
per estri a Bacco e fomiti a le gole,
e benché arrabbi ingiurïato il sole,
mira tremar l’está, freddi gli ardori.
     Ebri Epuloni, o voi che in laute cene
fate brillar voluttuoso il verno,
ne’ di canicolari entro le vene,
     tempo verrá che nel profondo Averno
impetrar non potrete, arsi da pene,
un’istantanea stilla al foco eterno.

IX

IL BACO DA SETA

che si schiude nel petto di una donna

     Si slaccia Filli il petto e le native
poppe son d’un vil verme albe di vita;
fra palpiti d’argento il latte invita
ad animarsi in oro un che non vive!
     Non si vaghi del Gange entro le rive
smalta i natali al Sol l’onda fiorita,
né piú morbida culla o piú gradita
le Veneri sortir ne l’acque argive.
     Pria che il serico stuol l’ambite prede
stenda col labro in biondo fil serpendo,
par che del core uman vagisca erede.
     La mia mortalitá quindi comprendo,
senza gire a le tombe. In noi si vede
la morta polve inverminir vivendo.

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X

I TUMULTI DI NAPOLI DEL 1647

     Mormorava ai singulti
di moribonda schiera
l’ebraica peschiera,
e de l’acque sconvolte infra i tumulti
bevean le turbe inferme
contra l’ire del fato
vitalissime terme.
Or del bagno odorato
l’onde un tempo superbe
nutrono in sozzo suol povere l’erbe.
     Mondo, correggi il voto.
Non piú torbido flutto
a le piaghe del lutto
le panacee sue stempra col moto.
Quanti offre l’incostanza
al genio turbolento
pelaghi di speranza,
son eolie di vento;
né mai piena di sdegni
co’ precipizi suoi fa base a’ regni.
     Insolenza plebea,
stolta quanto spietata,
ne la patria turbata
credé trovar di libertá l’idea.
Pianse la mia Sirena
tra tempeste d’inganni,
che piú schiavi di pena
regnasser da tiranni;
e da stragi confusa
bramò per fuggir via farsi Aretusa.
     Quanti aborti di terra
su le reali altezze

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disegnano grandezze?
quanti Marti cenciosi escono in guerra?
Il piú vile è piú audace;
al veder mi vergogno
idra d’odi la pace.
Republica di sogno
con suffragi protervi
vuol ergere in sul tron cònsoli i servi.
     Qual fascino d’inferno
a un pescatore insano
pose lo scettro in mano?
tolse le canne? Ahi, de le leggi a scherno
ogni spiaggia par fòro
da publicare editti;
pregi di sangue e d’oro
corrono per delitti,
mentre in reti di morte
scalzo un Timoteo osa pescar la sorte.
     Bella reggia d’eroi,
Partenope infelice,
cangiò la plebe ultrice
in arte di perfidia i plettri tuoi.
Non piú t’intreccia al crine
vero valor le palme;
bollon rabbie assassine
in proditorie calme;
sognano (il dico e piango)
pazze democrazie spirti di fango.
     So che nel ciel sovente
a fulminar il fasto
marciò con nembo infausto
di zanzare e locuste oste fremente.
Teman l’anime insane
di egizi Faraoni
fiumi di sangue e rane,
piogge di piaghe e tuoni,

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ché sempre a’ re malvagi
la maestá fu merito di stragi.
     Ma de l’Austria fedele
chi non adora i pregi?
Fan volare i suoi regi
per l’indo mar cattoliche le vele.
Quanti nascono augusti
portano da le cune
il titolo di giusti,
arbitri di fortune;
e dove stende il piede
lo scettro de’ Filippi, entra la fede.
     Del volgo la potenza
si fa legge d’un «voglio»,
e con rabbie d’orgoglio
suona le trombe a popolar licenza.
Spartachi e Vibuleni,
barbari disumani,
non resero sereni
gli emisferi romani.
Al Sol pon fare scorno,
ma non mai le comete han fatto un giorno.
     Svégliati a’ pianti miei,
Britannia sconsigliata,
or che di frodi armata
condanni a le mannaie i re da rei.
Giá fulmina perigli
di ben giusta vendetta
l’amor d’orfani figli,
ed offesa t’affretta
(né senza vero io parlo)
l’ultimo funeral l’ombra di Carlo.
     Emolo de’ monarchi
accampi un Cromuelle
esercito rubelle,
e di Londra infedel sospenda agli archi

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trofei d’empie vittorie:
saettaranno i cieli
l’odïose memorie
di pompe sí crudeli,
ché potenza rapita
efimera del fasto ha poca vita.
     Spesso nube orgogliosa
con parelio mentito
ruba dal Sol tradito
di sinonimo onore ombra vistosa.
Ma quel ch’agli occhi parve
riflesso di splendori,
fu ludibrio di larve,
maschera di vapori:
in un breve momento
le porpore non sue disperge il vento.