Medea (Euripide - Romagnoli)/Quarto episodio

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Quarto episodio

../Terzo stasimo ../Quarto stasimo IncludiIntestazione 7 febbraio 2022 100% Da definire

Euripide - Medea (431 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1928)
Quarto episodio
Terzo stasimo Quarto stasimo

[p. 67 modifica]

Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0070.png

Arriva Giasone.

giasone

M’hai chiamato, e son qui: sebben nemica
mi sei, rifiuto non opposi; e udrò
ciò che di nuovo, o donna, da me vuoi.

medea

Io ti chiedo, Giason, che tu perdono
di ciò ch’io dissi mi conceda. È giusto
che tu condoni il mio furore, quando
molte dolcezze insieme avemmo. Ora, io
fra me e me considerando venni,
e rampogne mi volsi: «O temeraria,
ché furïando io vado, ed osteggiando
quelli che bene avvisano, ed infesta
contro i signori della terra insorgo,
e contro il mio signor, che quello fa
che a noi piú giova, quando una regina
sposa, ed ai figli miei fratelli genera?
Non deporrò quest’ira mia? Che faccio,
quando gli Dei mi danno il bene? Figli
forse non ho? Non so che siam banditi
dalla Tessaglia, e siam privi d’amici?»

[p. 68 modifica]

A ciò pensando, vidi bene ch’ero
mal consigliala, e m’adiravo a torto.
Dunque, or t’approvo, e mi sembra che tu
sia l’assennato, quando a noi procuri
simile parentado, ed io la stolta,
che di tali disegni esser partecipe
avrei dovuto, e favorirli, e assistere
alle tue nozze, ed alla sposa tua
le mie cure prestare, e andarne lieta.
Ma siamo ciò che siam: non dico danno,
dico donne; e per te non conveniva
che ti rendessi pari a sciocche simili,
contrapponendo stoltezza a stoltezza.
Ma ora cedo, e riconosco ch’io
prima sbagliavo, ed a miglior partito
m’appiglio adesso. O figli, o figli, qui,
la casa abbandonate, uscite fuori,
il padre vostro salutate, ch’egli
è qui con voi, volgetegli parole,
e desistete, come fa la madre,
dall’odïar gli amici, or che fra noi
fatta è la pace, e in oblio posta l’ira.
Dalla casa escono i figli.

La destra a lui stringete. — Ahi, le sciagure
nascoste, come nella mente ho impresse! —
O figli miei, sempre cosí le braccia
tenderete, se pur vivrete a lungo?
Misera me, come son pronta al pianto,
e piena di terror! Ma poiché, dopo
tanto, troncai la lite mia col padre,
il molle viso mio pieno è di lagrime.

[p. 69 modifica]


coro

Ed anche a me giú dalle ciglia erompono
lagrime impetuose. Oh, non proceda,
piú grave d’ora non divenga il male.

giasone

Ciò ch’ora dici, o donna, io lodo; e ciò
che pria dicevi, non biasimo. Quando
lo sposo fa di nuove nozze acquisto,
diritto è ben che la femminea stirpe
di sdegno avvampi. Ma il tuo cuore è volto
adesso al meglio, ed il migliore avviso
hai conosciuto, sebben tardi: è questo
tratto di donna saggia. O figli, il padre
per voi non prese a cuor leggero tale
provvedimento; i Numi lo assisterono:
ché primi spero di vedervi in questa
corinzia terra, coi germani vostri.
Or voi crescete. Il padre, e qual benevolo
è a voi dei Numi, il resto compierà.
Deh, vedervi possa io, di chi ben v’educhi
sotto la guida, al fior di giovinezza,
dei miei nemici trionfando, giungere.
Perché gli occhi, Medea, d’ardenti lagrime
bagni, e smorta la guancia altrove giri,
e senza gioia ciò ch’io dico ascolti?

medea

Per nulla: a questi figli miei pensavo.

[p. 70 modifica]


giasone

Per i tuoi figli piangi? E perché, misera?

medea

Li ho partoriti; e al tuo voto che vivano,
ansia mi colse, se ciò mai sarà.

giasone

Fa’ cuor: ch’io bene a ciò provvederò.

medea

Farò cuore: non vo’ fede negarti;
ma debole è la donna; e nacque a piangere.
Ma delle cose onde venisti a udirmi,
parte fu detta: il resto or ti dirò.
Poi che bandirmi vogliono i signori
di questa terra — ed è, lo riconosco,
meglio per me, non rimanere ai principi
e a te d’impaccio, ché nemica io sembro
di questa casa — e sia, fuggiasca andrò
da questo suol; ma che fuggir non debbano
i figli miei, che qui cresciuti siano
dalle tue mani, da Creonte impètrami.

giasone

Ignoro se potrò; ma vo’ tentare.

[p. 71 modifica]


medea

Prega la sposa che suo padre implori
perché non vadano esuli i miei figli.

giasone

Lo farò certo; e spero ben convincerla,
sebbene è donna, all’altre donne simili.

medea

Di tal prova io sarò teco partecipe:
i miei figliuoli invierò, che rechino
a lei presenti, quali piú fra gli uomini
sono pregiati, un sottil peplo, e un serto
lavorato nell’oro. Or, quanto prima,
convien che alcuna delle ancelle questo
adornamento rechi. E non per mia
cagion la sposa, anzi per mille e mille
sarà beata: ché compagno al talamo
il migliore degli uomini ebbe in te,
ed un monile avrà, che un giorno il Sole,
padre del padre mio, diede ai suoi figli.
Questi doni prendete, e del signore
alla sposa beata, o figli, offriteli.
Non saranno per lei doni da poco.

giasone

Perché vuotare le tue mani, o stolta?
Credi tu che penuria abbia di pepli,
penuria d’oro, la casa del re?

[p. 72 modifica]

Conservali, non far doni: ché, se
trova alcun pregio in me la sposa mia,
vorrà, son certo, preferirmi ai doni.

medea

Non dirmi questo. I doni persuadono
— è comun detto — anche i Celesti. L’oro
può fra i mortali ciò che non potrebbero
mille e mille discorsi. Adesso, prospera
volge la sorte a lei, la sua fortuna
un Nume accresce, ora è nuova regina.
E non solo con l’oro, anzi con l’anima
riscatterei dei figli miei l’esilio.
Su, dunque, figli, della nuova sposa
del padre vostro, della mia signora
alla reggia opulenta ora movete,
pregatela, imploratela, che in bando
ir non dobbiate, porgetele i doni,
ché questo importa piú di tutto: ch’ella
di propria mano i doni accolga. Andate
presto, compiete ben l’opera; e nunzi
di ciò ch’ella desia, siate alla madre.

Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0075.png