Memorie di Carlo Goldoni/Parte seconda/VI

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CAPITOLO VI.

L’Erede fortunata, commedia di tre atti, ed in prosa. — Sua caduta. — Partenza del Pantalone Darbes. — Mio impegno col pubblico.

Eravamo prossimi alla fine del carnevale del 1749, e andavamo avanti a maraviglia con la superiorità su tutti gli altri spettacoli; ma dopo la battaglia da me sostenuta e la riportata vittoria, mi abbisognava un componimento di strepito per coronare il mio anno.

Troppo aveami tenuto occupato la malignità de’ miei nemici perchè io potessi dare esecuzione all’idea di una chiusura magnifica da me sbozzata già da qualche tempo. Non volevo perciò [p. 160 modifica] schiare una commedia che io teneva nel mio portafogli, e di cui non ero troppo contento. Avrei gradito piuttosto di riempire il resto del carnevale con ripetizioni; ma il Medebac mi fece avvertire che nel corso dell’anno non avevamo dato che due sole produzioni nuove, e che il pubblico, il quale pareva contento della difesa della Vedova scaltra, non sarebbe poi forse stato così discreto per perdonare a noi la penuria di cose nuove, onde era assolutamente necessario garantirsi dai suoi rimproveri e terminare con una commedia nuova. Aderii a tali osservazioni che non eran mal fondate, e diedi L’Erede fortunata, commedia in prosa di tre atti. Essa cadde, come avevo già previsto; e siccome il pubblico facilmente dimentica ciò che lo ha divertito, e nulla perdona quando trovasi annoiato, ci vedemmo quasi ridotti a chiudere il teatro con nostro scontento. Sopraggiunse anche nel tempo stesso a turbarci un altro accidente molto più rincrescevole e d’una conseguenza molto più pericolosa. Il Darbes, quel Pantalone eccellente, uno dei sostegni della nostra compagnia, fu chiesto alla Repubblica di Venezia dal ministro sassone per passare al servizio del re di Polonia: dovette perciò partire speditamente, lasciando subito di recitare per occuparsi soltanto del suo viaggio. Questa perdita per il Medebac era tanto più considerevole, in quanto che non si conoscevano soggetti capaci da sostituire a quel posto, onde vedemmo nel giovedì grasso disdire i palchetti per l’anno seguente. Punto dal canto mio di questo cattivo umore del pubblico, e avendo la presunzione di valer qualche cosa, composi il complimento l’ultima sera per la prima attrice, facendole dire in cattivi versi, ma chiarissimamente e decisivamente, che quell’istesso autore, che lavorava per lei e i suoi compagni, s’impegnava di dare nell’anno seguente sedici commedie nuove.

La compagnia per un verso, e il pubblico per l’altro, mi diedero in un tempo medesimo una prova certa e molto gradita della loro fiducia; poichè i comici non esitarono punto a contrarre impegni sulla mia parola, e otto giorni dopo restarono affittati per l’anno seguente tutti i palchetti. Quando presi quest’impegno, non avevo in testa neppure un sol soggetto. Frattanto bisognava mantenere la parola, o crepare: i miei amici tremavano per me, i nemici mi burlavano, ed io confortava gli uni, e mi rideva degli altri. Vedrete dunque nei capitoli successivi come mi son tirato fuori d’impegno.