Memorie di Carlo Goldoni/Parte seconda/VII

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Carlo Goldoni - Memorie (1787)
Traduzione dal francese di Francesco Costero (1888)
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CAPITOLO VII.

Scoperta di un nuovo Pantalone. — Il Teatro Comico, commedia di tre atti ed in prosa; suo estratto. — Le Donne puntigliose, Commedia in prosa ed in tre atti; suo estratto. — Il Caffè, commedia come sopra, sua analisi, suo buon successo.

Ecco un anno per me terribile di cui presentemente ancora non posso ricordarmi senza spavento. Dovevo dar sedici commedie di tre atti, ciascuna delle quali doveva durare due ore e mezzo, secondo l’uso d’Italia. Quello però che m’inquietava più d’ogni altra cosa, era la difficoltà di trovare un attore abile e piacevole quanto quello che perdevamo. Usavo dal canto mio tutte le diligenze possibili, usava le sue anche il Medebac, a fine di trovare in terraferma qualche buon soggetto; finalmente scoprimmo un giovine [p. 161 modifica] che con sommo applauso recitava le parti di Pantalone nelle compagnie volanti. Si fece venir subito a Venezia per provarlo. Possedeva ottime disposizioni con la maschera, ed era assai migliore a viso scoperto. Aveva una bella figura, una bella voce, e oltre ciò cantava a maraviglia. Questi era Antonio Mattiuzzi, detto Collalto, della città di Vicenza. Quest’uomo di buona educazione, e che non mancava d’ingegno, conosceva solamente le antiche commedie dell’arte, onde avea bisogno di essere istruito nel nuovo genere che introducevo. Presi per lui molta propensione, e n’ebbi somma cura; egli mi ascoltava con somma fiducia, e la sua docilità mi impegnava a di lui favore un giorno più dell’altro; seguitai dunque la compagnia a Bologna e Mantova, ad oggetto di portare alla sua perfezione un buono attore divenuto già mio amico. Nei cinque mesi da noi scorsi in quelle due città della Lombardia, non perdetti il tempo, e lavorai giorno e notte; ritornammo poi al principio dell’autunno a Venezia, ove eravamo aspettati con la massima impazienza. Aprì gli spettacoli una commedia che aveva per titolo Il Teatro Comico. L’avevo già annunziata, e fatta pubblicare nell’affisso per commedia di tre atti, ma, per vero dire, altro essa non era che una Poetica messa in azione e distribuita in tre parti.

Nel compor quest’opera mi venne l’intenzione di porla alla testa d’una nuova edizione del mio teatro, ma prima ebbi caro d’istruire le persone che non hanno piacere di leggere, impegnandole così ad ascoltare in scena quelle massime e correzioni, che avrebbero forse recato loro noia in un libro. Il luogo della scena in questa commedia è fisso, poichè nel teatro stesso appunto debbono i comici riunirsi per provare una commediola intitolata Il Padre rivale di suo figlio. Il direttore apre la scena con Eugenio suo compagno, cui tien discorso dell’impaccio e dei rischi della sua direzione. Comparisce poi la prima attrice, e le dispiace di essere arrivata troppo presto lamentandosi dell’infingardaggine dei compagni. Questi tre attori di discorso in discorso cadono sull’impegno del loro autore, dal quale prima del termine dei teatri erano state promesse al pubblico sedici commedie nuove da eseguirsi nel corrente anno. La signora Medebac assicura tutti che l’autore manterrà la sua parola, annunziando intanto i seguenti titoli. Il Teatro comico: Le Donne puntigliose: Il Caffè: Il Bugiardo: L’Adulatore: L’Antiquario: La Pamela: Il Cavalier di buon gusto: Il Giuocatore: La Finta Malata: La Moglie prudente: L’Incognita: L’Avventuriere onorato: La Donna volubile e I Pettegolezzi. Eugenio osserva che nel numero delle sedici commedie nominate, e da lui ben contate, non era incluso Il padre rivale di suo figlio, di cui si faceva allora la prova. Questa, soggiunse allora il direttore, è una operetta che l’autore ci ha data per sopra più. In questo mentre entra Collalto in abito da città, tutto tremante per il timor del pubblico; il direttore gli fa coraggio, egli dice a maraviglia una scena, da me composta espressamente per farlo applaudire, ed è ricevuto nella maniera più decisiva e più atta ad incoraggire. Compariscono gli attori e le attrici, uno dopo l’altro, e il direttore in questo tempo suggerisce ora qua ed ora là, avvertimenti, che senza pretensione e pedanteria possono addirittura chiamarsi regole dell’arte e veri principii d’una nuova poetica. Indi riassume la prova della piccola commedia, e quivi appunto comparisce il Pantalone con la maschera. È trovato buono ed acquista subito una grande considerazione. È interrotta la repetizione: un autore viene a proporre alla compagnia temi del cattivo gusto dell’antica [p. 162 modifica] commedia italiana. Feci comparire con arte questa scena affine di somministrare al direttore l’occasione di scoprirne i difetti, tenendo intanto discorso sul nuovo metodo. I gravi ragionamenti del direttore sono ravvivati dalle buffe espressioni dell’autore; onde una tale scuola invece di annoiare addiviene divertevole, tanto più che questo poeta termina con diventar comico. Si riprende la prova, il Pantalone fa molto ridere quando si presenta in scena con la sua bella, facendo poi piangere allorchè scopre la rivalità di suo figlio. Segue una nuova interruzione per l’arrivo di una donna ignota, che si dà l’aria di persona di qualità, e saluta le attrici in aria di protezione. Si metton tutti in rispetto, le si dà una sedia, ed è pregata di accomodarsi. Questa è una attrice dell’Opera Buffa, che viene ad offrire alla compagnia i suoi pregi, i comici allora si rimettono tutti a sedere. Il direttore pertanto fa i suoi ringraziamenti alla cantatrice, dicendole che il suo teatro non abbisognava del divertimento del canto. La virtuosa trovasi impacciata fra la superbia e il bisogno; e l’autore, che la conosceva, le partecipa il partito che aveva preso, e la consiglia a seguitarne l’esempio; essa vi acconsente e si raccomanda. In somma il direttore la prende a prova. Ecco un nuovo motivo per rientrare in qualche particolare sulla commedia riformata. Finalmente la prova è finita. Pantalone sacrifica il suo amore alla tenerezza paterna, e così termina con applauso la rappresentazione.

Ora non ho tempo di rendere conto delle congratulazioni ricevute da’ miei amici e dello sbalordimento de’ miei contrari; presentemente non son qui per vantarmi delle mie idee; di null’altro si tratta che di farne conoscere l’esecuzione. Pochi giorni dopo fu data la prima rappresentazione delle Donne puntigliose. Rosaura, moglie di un ricco negoziante, che godeva il privilegio di nobiltà concesso ai negozianti del suo paese, ha la sciocca ambizione di portarsi nella capitale per figurarvi e introdursi nelle conversazioni delle dame di qualità. Essa tien tavola in casa sua, e questo appunto è il mezzo per aver gente; vi corrono le dame, le une senza saputa delle altre. Rosaura è ricevuta in alcune buone case sempre in compagnia di molti uomini, e mai con donne. Una contessa, che vanta nobiltà di antica data, ma di meschine finanze, prende l’impegno di dare una festa da ballo in casa sua, e di far ballare Rosaura con la persona più grande della città; vi son condizioni in questo maneggio onerosissime per la forestiera, pure vi si sottopone senza difficoltà, poichè conviene aver riguardo alla delicatezza della dama venale. Un amico di entrambe avanza una proposizione già concertata. Le due dame sono di diverso parere, segue una scommessa, la vince la contessa, e Rosaura paga. Incomincia intanto la festa, e il concorso non può essere nè più numeroso, nè più scelto; ecco in ballo la dama di provincia, e le altre n’escono una dietro l’altra. Rosaura va in furia, ma viene in suo soccorso la riflessione; apre gli occhi, e confessa che è meglio essere la prima in un paese piccolo, che l’ultima in uno grande, e così lascia la capitale. Il compendio che vo attualmente facendo non racchiude che l’azione principale della commedia, giacchè il ridicolo infinito che ne formava l’argomento, mi somministrò in copia lepidezze comiche per piacere, buona morale per instruire. Ultimai questa commedia nel mio soggiorno di Mantova, e l’esposi per prova sul teatro di quella città. Essa incontrò moltissimo, ma corsi il rischio di tirarmi addosso l’indignazione di una delle prime dame del paese. Essa erasi trovata nel medesimo caso della [p. 163 modifica] contessa protettrice di Rosaura, nè ci correva gran tempo, onde tutti quanti avean gli ocelli rivolti verso il palchetto di lei: per mia buona sorte però questa dama aveva tanta perspicacia da non dar retta alla malignità dei derisori; infatti applaudiva ella stessa a tutti i passi che le potevan essere affibbiati. Mi avvenne dopo l’istessa cosa a Firenze, e a Verona, e si credè in ciascheduna di codeste due città che avessi preso in esse il mio soggetto. Ecco una nuova evidente prova, che la natura è l’istessa per tutto, e che attingendo alla feconda sorgente di essa, i caratteri non possono mai fallire. A Venezia questa commedia incontrò meno che negli altri luoghi e doveva appunto esser così.

Le mogli dei patrizi non si trovano mai e poi mai nel caso che venga loro disputata la preminenza, nè hanno idea delle frascherie dei luoghi di provincia. Questa commedia essendo ricavata dalla classe dei nobili, la seguente fu presa da quella della cittadinanza, ed era La Bottega del Caffè. Il luogo della scena, che è fisso, merita qualche attenzione; il medesimo consiste in un quadrivio della città di Venezia. Vi sono di faccia tre botteghe. Quella di mezzo è un caffè, l’altra a destra è allogata ad un parrucchiere, e l’ultima a sinistra ad un uomo che tien giuoco. Vi è poi da una parte una casetta, che rimane fra due strade, abitata da una ballerina, e dall’altra una locanda. Ecco una unità di luogo esattissima; questa volta i rigoristi saranno contentissimi di me, ma saranno poi eglino contenti dell’unità dell’azione? Non troveranno forse che il soggetto di una tale commedia è complicato, divisa l’attenzione? Alle persone che terranno simili discorsi ho l’onore di rispondere, che nel titolo di questa commedia non presento un’istoria, una passione, un carattere; ma una bottega di caffè, ove seguono in una volta varie azioni, e dove concorrono parecchi per diversi interessi, onde se ho avuto la fortuna di stabilire una connessione essenziale fra questi oggetti differenti, rendendo gli uni agli altri necessari, credo certamente di avere appieno adempito al mio dovere, superando appunto per tal ragione maggiori difficoltà. Per ben giudicarne, bisognerebbe dare un’intiera lettura alla commedia, poichè vi sono in essa tanti caratteri, quanti personaggi. Quelli che figurano di più, sono due coniugati; il marito è sregolato, e la moglie all’opposto sofferente e virtuosa. Il padrone della bottega del caffè, uomo di garbo, serviziato ed officioso, si prende a petto questo sfortunato matrimonio, e arriva a corregger l’uno, rendendo l’altra felice e contenta. Vi è poi un maldicente ciarlone, soggetto veramente comico ed originale, ed uno di quei flagelli dell’umanità, che inquieta tutti, reca noia alle conversazioni del caffè, luogo della scena, e molesta più d’ogni altro i due amici del caffettiere. Ecco come il malvagio è punito; egli scuopre per buffoneria i raggiri di un biscazziere birbante addetto al caffè, onde costui è subito arrestato, ed il ciarlone vilipeso, è posto fuori come delatore. Questa commedia ebbe un successo fortunatissimo; infatti l’insieme ed il contrasto dei caratteri non potevano fare che non incontrassero; quello del maldicente poi era inoltre affibbiato a parecchie persone già cognite. Una di queste se la prese meco orribilmente, e mi minacciò. Si discorreva di spade, di coltelli, di pistole; ma ansiosi forse di veder sedici commedie nuove in un anno mi dettero tempo d’ultimarle.